domenica 22 febbraio 2026

La letteratura è una cosa importante (Racconto breve di Roberto Minichini)


L’autunno di Monaco di Baviera nel 2025 aveva quel tipo di luce morbida e tagliente che ti entra addosso come un giudizio silenzioso. Camminavo lungo una strada laterale vicino a Schwabing, con un completo grigio scuro alla Ispettore Derrick dei famosi telefilm tedeschi: giacca impeccabile, camicia beige, nodo della cravatta perfetto, passo tranquillo ma vigile. Monaco mi obbliga sempre a una certa postura, come se la città mi osservasse attraverso le finestre altissime dei palazzi borghesi. Stavo andando dal mio amico turco, che gestiva un piccolo ristorantino dalle parti di Elisabethmarkt. Un posto semplice, tavoli di legno scuro, luci calde, profumo di spezie e carne grigliata. Mi accolse con un sorriso largo e un abbraccio vigoroso. Mangiai un piatto di agnello piccante e riso profumato, e poi passammo una buona mezz’ora a parlare dei suoi problemi con i fornitori, delle nuove regolazioni sanitarie bavaresi e del fatto che, secondo lui, Monaco stava diventando troppo cara anche per i tedeschi. Uscito dal locale, decisi di fare una passeggiata. Le foglie gialle ricoprivano i marciapiedi, i tram passavano silenziosi, la gente camminava con quel misto di fretta e compostezza che appartiene spesso alle città del centro Europa. Mi diressi verso alcune bancarelle di libri usati vicino a una piccola piazza. C’era un odore di carta umida, di vecchie stampe, di colla tipografica stanca. Rovistavo come un roditore in una scatola di romanzi tedeschi degli anni Settanta quando una voce femminile, morbida e limpida, disse accanto a me: «Anche lei sta cercando vecchie edizioni di Peter Handke?» La guardai. Una donna bionda, capelli raccolti in uno chignon imperfetto, occhi di un azzurro freddo e curioso. Avrà avuto trentasei anni circa. Molto bella, senza inutile ostentazione, quella bellezza naturale, spontanea, non arrogante, che piace a me. Indossava un cappotto color avorio, guanti in pelle nera e un modo di guardarti che non era né sfacciato né timido: era attento, molto attento. «Sì,» risposi. «Le prime edizioni sono sempre più rare, e qui costano pochissimo.» Lei sorrise con una piega sottile delle labbra. «Già, esatto. Lavoro come segretaria in un’azienda di import/export nel settore alimentare. Non dovrei leggere così tanto, ma i libri mi rovinano più della cioccolata che adoro.» Parlammo per qualche minuto, sfiorando titoli, autori, ricordi di letture. La conversazione fu spontanea, elegante. Monaco sapeva creare questo tipo di incontri: brevi, intensi, sospesi. Poi lei disse: «Se ha tempo, potremmo bere un caffè.» «Volentieri.» Come potevo rifiutare? Era intelligente, bella e molto gentile. Camminammo fino a un piccolo caffè elegante, con tavolini rotondi e specchi alle pareti. Il cameriere portò due cappuccini e un piatto di biscotti al burro. Lei tolse i guanti, li posò con precisione sul tavolo, poi mi guardò con un’attenzione nuova, come se avesse deciso qualcosa mentre camminavamo. «C’è una cosa che devo dirle,» iniziò. Aspettai. Non era una frase detta a caso: la sua voce aveva una gravità leggera ma reale. La donna aveva stile, e questo ovviamente aumentava il suo fascino. «Non sono soltanto una segretaria,» continuò. «O meglio, lo sono davvero. Ma non è la mia unica vita.» Un breve silenzio. «Sono una maga. Una vera maga. Di quelle che non lavorano su internet, non fanno corsi, non vendono amuleti. La mia famiglia pratica da generazioni.» La guardai senza parlare. Avevo incontrato l’ennesima maga della mia vita. Il suo sguardo restava limpido, ma sotto la superficie vibrava qualcosa di antichissimo e fiero, come un filo d’ombra pesante che non ammetteva repliche. L’Europa razionalista e laica è piena di maghi e maghe, o supposti tali. Un fenomeno di massa di cui i giornali non parlano mai. Stavo per chiudere il discorso, e lei lo capì. Ma mi prese subito con dolcezza per il braccio. «Le sto dicendo questo,» aggiunse, «perché lei ha un’aura molto… particolare. E l’ho vista subito, vicino a quei libri. Come se non appartenesse del tutto a Monaco, né a questa epoca.» Le dissi che non ero di Monaco e che ero italiano. Lei non rispose nulla sul momento, ma mi guardò per un paio di minuti con un’espressione molto stupita ed indagatrice. Poi sollevò la tazzina e bevve un sorso. «Non ci casco. Lei non è italiano, lei è un tedesco. Mi deve dare fiducia, sono una maga e vedo dentro di lei.» Io mi misi a ridere, era troppo simpatica, e la scena era per me davvero gustosa. Immediatamente lei mi guardò severamente, mil fulminò con gli occhi, e poi continuò con il suo discorso. «Non le sto chiedendo di credermi, vedo che non è capace di farlo. Sto solo dicendo che l’ho riconosciuta. E non capita spesso.» Poi, con un sorriso quasi impercettibile, concluse: «E non capita mai con qualcuno vestito come un poliziotto da telefilm anni Ottanta. Ma si rende conto che va in giro vestito come un attore cinematografico fuori dall’attuale realtà?» A questo punto ci fu una risata abbondante e lunga fatta insieme. Più tardi lei mi invitò a casa sua. Mi voleva fare vedere la sua collezione di farfalle. Era divorziata da un paio di anni ed ogni tanto aveva bisogno di compagnia maschile. Fu una notte davvero magica.

 

Roberto Minichini, febbraio 2026

venerdì 20 febbraio 2026

Appunti sparsi ispirati dalla sacra grappa croata ( Roberto Minichini, anno 2026)


1) Il suo contributo per la causa del nulla assoluto ci fa avvolgere nelle nebbie di una dimensione atemporale. Sono stati arrestati tutti coloro che non contribuiscono all’edificazione di una società più giusta. Questo lo dicono costoro che credono che le contingenze abbiano veramente un significato. La prego di sedersi, si accomodi. Lei è cosciente che il nulla assoluto deve trionfare, e anche se non trionfa, va bene lo stesso. Quando i tiranni si accusano a vicenda di essere dittatori, hanno tutti ragione. Il mondo è come una pizza, è diviso a fette, tutti corrono a rubarsi la propria fetta.

2) Noi siamo amici soltanto dei boschi e delle montagne, abbiamo firmato molte petizioni per far abolire il turismo, lo spirito borghese e il consumismo. Gli individualisti della civiltà dei selfie vivono di arrivismo e di apparenze, essi non sono come noi, monaci taoisti e nudisti che vivono parlando con gli spiriti degli antenati. Il mio cane discuteva troppo con me, e mi contraddiceva sempre, e si mangiava i miei hot dog e i miei kebab, per questo è stato arrestato.

3) Per prevedere il futuro non hai bisogno di tecniche o scuole, hai solo bisogno di un dono di madre natura. Noi viviamo in una società razionalista dove tutti credono di avere poteri magici, ma i veri maghi non dicono di esserlo e non sono cittadini della civiltà illuminista. Hai fatto propaganda politica oggi? Non ti vergogni? Vuoi governare tu il mondo? Proiettare all’esterno le proprie mancanze è la base di partenza di ogni politico e di ogni analista politico. Questo vale anche per gli indovini che esercitano in pubblico, non prevedono mai nulla prima, ma sanno tutto a posteriori. I veri indovini hanno sei dita dei piedi sul piede sinistro, gli altri sono indovini finti, che non sanno neanche dove sono girati.

4) Mi ricordo i tempi in cui era profondamente giapponese senza sapere una parola di giapponese e senza essere stato mai in Giappone e senza aver mai visto un giapponese dal vivo. Era il 1986 a Zagabria. Nel 1987 la città sarebbe stata piena di giapponesi e anche di persone di altre parti del mondo, per le olimpiadi degli studenti. A quel tempo i soldati in libera uscita dalle caserme avevano la stella rossa sul berretto. Gli adulti dicevano tutti di essere socialisti. Nel 1990 questi adulti ci sarebbero stati ancora, ma in tutta la città di un milione di abitanti non si trovava più neanche un solo socialista o marxista.

5) Puoi conoscere i popoli solo se conosci molto bene le loro lingue e se hai vissuto con loro come uno di loro, vivendo in mezzo a loro. Altrimenti fai della filologia, del turismo o del giornalismo, e nulla di tutto ciò ti fa conoscere l’essenza di una cultura e di un popolo.

6) Le mani di quella donna erano magnifiche e lei non parlava troppo, anzi, stava quasi sempre muta. La sua giovane età, i suoi splendidi occhi, o suoi capelli rigogliosi e naturali che profumavano di paradiso terreste, come si fa a dimenticare tutto ciò?

7) La carriera di filosofo è una aberrazione dello spirito. I filosofi corrompono la società con le loro fumose frottole individualiste. Per questo sono stati tutti arrestati. La fine della filosofia e della verbosa civiltà capitalista e borghese è stata sempre priorità assoluta nei programmi del partito unico del proletariato mondiale emancipato dalle catene dell’imperialismo. Per combattere i filosofi e liberare la società socialista dai filosofi ho deciso di mangiare molti panini giganti e di non lavarmi più ascelle. Sospetto soltanto che quelli che parlano troppo di imperialismo siano anche loro imperialisti. Sono imperialisti del proprio impero. E fra i socialisti che ho conosciuti erano tutti animati da spirito piccolo borghese ed individualista. Neanche uno era autentico. La cosa più scandalosa e triste è che neanche Karl Marx era autentico. Per questo è stato arrestato. Era un piccolo borghese individualista meschino, arrivista ed egoista, finanziato dal grande capitale.

Firmato: Roberto Minichini, console onorario dell’Ambasciata della Repubblica dei Nudisti, febbraio 2026

giovedì 19 febbraio 2026

Quaranta Giorni nella Grotta (Racconto breve di Roberto Minichini)


Era il 1999 quando salii sulle montagne della Bosnia coperte di neve per iniziare un ritiro di quaranta giorni in una grotta. Portavo soltanto una coperta pesante, una lampada a olio, datteri, acqua, e il quaderno con l’elenco dei Novantanove Nomi Divini, in arabo al Asma al Husna, ciascuno dei quali designa un attributo di Dio. Avrei dovuto ripeterli 10.000 volte al giorno, seduto, con il dhikr ritmico che muove leggermente la parte alta del corpo e la testa, avanti e indietro, seguendo il battito interiore. Gli amici sufi del villaggio lasciavano il cibo nel punto stabilito del bosco. Non li vedevo mai. Il ritiro doveva essere totale, nessun volto umano, nessuna distrazione, solo neve, pietra, oscurità, e il Nome divino ripetuto migliaia di volte. Dentro la grotta il freddo pungeva come ghiaccio vivo. La pietra odorava di umidità e notte. Le prime ventiquattro ore furono una lotta, la mente rifiutava il silenzio, il corpo tremava. Seduto, iniziavo il dhikr con un movimento lento, regolare, avanti e indietro, mentre pronunciavo uno dei Nomi Divini, al-Rahman (Il Misericordioso), al-Quddus (Il Purissimo), al-Nur (La Luce), cercando di non perdere il ritmo. Il terzo giorno la solitudine diventò più pesante del freddo. Il vento entrava dalla fessura della grotta come un animale che voleva trascinarmi fuori. La ripetizione dei Nomi si spezzava, la mente correva a pensieri inutili. Mi costrinsi a sedere per ore finché il corpo cedette e accettò la disciplina. Sentivo la stanchezza come un nodo nella fronte. Il quinto giorno la grotta cominciò a mostrare la sua voce. Ogni eco cambiava mentre ripetevo i Nomi. Il movimento del dhikr, un’oscillazione lenta della testa e delle spalle, diventava più automatico. La lingua pronunciava i Nomi, ma sembrava che la pietra li rimandasse indietro trasformati. Scoprii che il silenzio non era muto ma respirava ritmicamente con me. Il settimo giorno la neve chiuse quasi del tutto l’ingresso. Scavai con le mani per trovare aria, poi sedetti di nuovo. Il dhikr diventò l’unico ordine possibile. Ripetevo al-Sabur (Il Pazientissimo) quando la fatica cresceva, al-Qawi (Il Forte) quando il corpo cedeva, al-Hadi (La Guida) quando la mente scivolava. Il numero dei giri, mille, duemila, tremila, diventò un modo per non pensare. Il decimo giorno accadde qualcosa che non so spiegare. Il dhikr prese un ritmo più profondo. Il movimento della testa, avanti e indietro, sembrava sincronizzato con qualcosa che non proveniva da me. La grotta non era più un rifugio, era una scuola. Il quindicesimo giorno non sentivo più la fame allo stesso modo. Il pane e i datteri lasciati nel bosco bastavano. Il corpo si muoveva al rallentatore ma la mente era lucida. Pronunciando al-Haqq (La Verità), sentivo un tremito nella colonna vertebrale. Il dhikr non era più un esercizio: era diventato una corrente che saliva e scendeva. Il ventesimo giorno il tempo iniziò a perdere consistenza. Il mattino e la notte erano identici. Il dhikr continuava per ore, poi si fermava da solo, poi ricominciava. A volte il movimento ritmico diventava così naturale da sembrare indipendente dalla mia volontà. Il corpo oscillava, la testa seguiva, e io ero solo un osservatore. Il venticinquesimo giorno capii che l’ego si era assottigliato. Non completamente, ma abbastanza da lasciar filtrare una calma diversa. La grotta non mi respingeva più. La neve, fuori, era come una coperta stesa dal cielo. Il trentesimo giorno scoprii che la paura scompare non quando si diventa forti, ma quando si diventa trasparenti. La ripetizione dei Nomi, al-Basir (Colui che vede), al-Latif (Il Sottile, il Delicato), al-Qarib (Il Vicino), modellava il respiro. Il dhikr era un metronomo dell’anima. Il trentacinquesimo giorno quasi non sentivo più il corpo. Il freddo c’era, ma non feriva. La fatica c’era, ma non disturbava. Ripetevo i Nomi come se li sapessi da sempre. A volte la grotta sembrava respirare insieme a me. Il quarantesimo giorno, quando scesi verso il villaggio, il Maestro mi attendeva vicino al bosco. Era un sufi bosniaco anziano, con la barba bianca e il capello islamico, gli occhi limpidi e da uomo puro, uno sguardo azzurro come il ghiaccio delle montagne sulla quale avveniva l’incontro. Rimase in silenzio per alcuni istanti, come se osservasse ed ascoltasse ciò che mi portavo addosso. Poi disse: «Ora tu non sei più la persona di prima. Non sarai mai più la persona di prima. Tornerai al mondo, ma non farai mai più parte del mondo. La conoscenza vera non è frutto della mente, ma solo frutto del cuore». Abbassai lo sguardo e gli baciai la mano in segno di rispetto ed obbedienza. Lui proseguì: «E ascolta ciò che ti dico. Per tutti i quaranta giorni, nella grotta non eri solo. Con te c’era, spiritualmente, Abdul Qadir Jilani. Era un grande maestro sufi del XII secolo vissuto in Iraq ma di origine persiana, fondatore della Via mistica Qadiriyya. Si dice che la sua protezione raggiunga chi supera una prova severa con fede salda. Ha vegliato il tuo ritiro. Ora tu sei suo figlio spirituale». Mi attraversò un brivido. Non provocato dal freddo. Le parole del Maestro mi entrarono nel petto come una seconda nascita, più importante della prima. Era il 1999. E non ho mai più dimenticato ciò che accadde in quelle montagne.

Roberto Minichini

Febbraio 2026

mercoledì 18 febbraio 2026

Nelle Montagne dell’Anatolia (Racconto breve di Roberto Minichini)


Arrivai nelle montagne dell’Anatolia in una mattina chiara, le cime segnate da neve antica, i villaggi bassi di pietra raccolti lungo i pendii. Ero lì per incontrare una piccola comunità sufi della via Naqshbandi, confraternita mistica dell’Islam sunnita fondata nel XIV secolo da Baha al-Din Naqshband, centrata sul dhikr, cioè il ricordo costante di Dio praticato in forma silenziosa, senza vocalizzazione, senza canto esteriore. Mi accolsero con sobrietà. «Salam aleikum», la pace sia su di te. «Wa aleikum salam», e su di voi la pace. Tè scuro caldo, sguardi fermi ma dolci e puliti, parole misurate e molto educate. Il maestro era anziano, volto scavato, occhi penetranti, profondissimi. «La via è presenza costante di Dio» disse. «Se il cuore dimentica Dio, tutto il resto è distrazione profana da atei.» La sera partecipai al dhikr. Seduti in cerchio, schiena diritta, occhi chiusi. Nessun suono. Solo il Nome, Allah, che in arabo significa Dio, ripetuto interiormente come un battito costante. Sentivo la mente razionale da europeo resistere, poi cedere alla trance mistica orientale. In quel silenzio di concetti i miei libri e le mie analisi restavano fuori. Il giorno seguente la vidi. Si chiamava Aylin. Trentatré anni. Lineamenti netti, occhi scuri e stabili, postura composta. Il velo semplice incorniciava un volto luminoso senza ornamenti. Camminava con passo leggero e parlava quasi sempre a voce bassa, non rideva mai, sorrideva leggermente, se necessario. Parlava inglese con chiarezza. Aveva studiato economia ad Ankara, inoltre aveva anche lavorato in ambito finanziario, poi aveva lasciato tutto. «Io sono musulmana» disse con calma. «Non sono capitalista e non sono comunista. Non sono materialista e non credo al falso idolo pagano del denaro.» Le parole uscivano senza esitazione, quasi con durezza, il che per ei era strano. «Il denaro è uno strumento, speso manipolata da gente senza morale. Quando diventa centro della vita, diventa adorazione idolatrica.» Mi guardò direttamente negli occhi. «Non ho nulla da imparare dagli occidentali. Gli unici occidentali che accetto sono quelli che riconoscono la Luce dell’Islam. Persone come te. Voi siete il futuro dell’Occidente, anche se la maggioranza degli occidentali ancora si illude di poter insegnare al resto del mondo come vivere.» La Luce Divina, spiegò, è la guida rivelata che orienta l’anima verso Dio e verso l’aldilà, cioè la vita dopo la morte e il Giudizio finale. Camminammo lungo un sentiero tra rocce e terra compatta. Le chiesi cosa pensasse del mondo contemporaneo, della civiltà moderna che io stesso non accetto. «Questa vita non conta nulla» rispose. «Conta solo l’aldilà. Non il mondo moderno o il mondo antico, tutto ciò è illusione» L’aldilà, precisò, è la realtà definitiva, eterna, dove ogni azione viene giudicata e ogni intenzione resa manifesta. «I sufi dicono che chi vive dorme e chi muore si sveglia» aggiunse. Spiegò che per molti maestri spirituali la vita terrena è una sorta di velo oscuro, una percezione limitata, mentre la morte è passaggio a una visione più chiara. «Se vivi per questo mondo, resti addormentato» disse. «Se vivi per Dio, sei già desto.» Parlammo di storia. «Sogno il ritorno dell’Impero Ottomano» affermò con serenità. Non come nostalgia romantica o banalmente politica, ma come desiderio di unità dei musulmani di tutto il mondo e struttura che ci difende dagli aggressori. «Non per dominio cieco, ma per ordine morale e spirituale credo al sultanato.» Per lei quell’epoca rappresentava un periodo in cui la legge islamica, la sharia, cioè il sistema normativo derivato dal Corano e dalla Sunnah, aveva una cornice riconosciuta e stabile. «Oggi abbiamo una frammentazione basata sulle nazioni» disse. «Allora c’era la coerenza universale della comunità musulmana mondiale.» Mi parlò di Abu Hanifa, giurista dell’VIII secolo, fondatore della scuola hanafita, una delle quattro principali scuole giuridiche sunnite. «Era persiano» osservò. «Eppure parlava e scriveva in arabo, ed insegnò anche agli arabi.» Abu Hanifa è noto per l’uso equilibrato della ragione giuridica all’interno della fedeltà al testo rivelato. «Non tutto è rigidità» aggiunse. «Esiste anche intelligenza nell’obbedienza.» Poi mi parlò anche, a lungo, delle donne nella tradizione spirituale. «Molti citano solo uomini» disse. «Ma la storia custodisce nomi di donne musulmane che hanno raggiunto stazioni spirituali elevate.» Mi raccontò di Rabi’a al-‘Adawiyya, mistica dell’VIII secolo famosa per il suo amore totale verso Dio, vissuto senza ricerca di ricompensa né timore di punizione. «Diceva che adorava Dio per Dio.» Mi parlò anche di donne anatoliche legate alle confraternite mistiche, custodi della pratica silenziosa nelle case e nei villaggi, invisibili agli archivi ma centrali nella trasmissione del ricordo. Durante il dhikr della sera la percepivo a pochi metri da me. Nessun gesto superfluo, nessuna emozione esibita. Il suo respiro era regolare, la postura immobile. In lei non c’era agitazione, no era un ballo profano, solo concentrazione continua. Dopo la sessione restammo ancora qualche minuto nel cortile. «La disciplina vale più dell’entusiasmo» disse. «L’entusiasmo si spegne, è solo un’emozione dell’ego. La disciplina resta ed illumina lo spirito.» Il giorno della partenza mi accompagnò fino al limite del villaggio. Le montagne erano immobili, il vento costante. «Se vivi per Dio, non temi la perdita di niente e di nessuno, non temi nulla» disse. Nessun saluto solenne, nessun contatto fisico. Scendendo verso la valle sentivo che quell’incontro non aveva creato una bassa e volgare eccitazione nei confronti di una donna molto bella ed assai forte e religiosa, aveva invece imposto una misura sacra etica e pulita al nostro dialogo profondo. In Anatolia avevo incontrato una forma di Islam che guarda oltre il tempo presente e oltre le ideologie politiche laiche moderne. E una donna di trentatré anni, che aveva lasciato il calcolo economico e la carriera per il ricordo continuo di Dio, mi aveva mostrato che per chi attende l’aldilà questa vita è solo una prova breve, un passaggio tra sonno e risveglio.

 

Roberto Minichini

Febbraio 2026 

lunedì 16 febbraio 2026

Nourhan tra gli scaffali (Racconto breve di Roberto Minichini)


Nessun incontro nella vita avviene per caso, anche perché il caso non esiste. Nel mondo arabo questa legge invisibile sembra agire con ancora maggiore forza che altrove. Al Cairo l’aria aveva una densità particolare, una luce color sabbia che filtrava dalle finestre alte della biblioteca come se anche il sole avesse imparato il silenzio dei libri. Entrai nel grande salone con passo lento, quasi rituale, portando con me un elenco di testi che cercavo da giorni, studi sulla scuola hanbalita, trattati di diritto islamico, biografie di giuristi musulmani, cronache delle controversie teologiche tra tradizionalisti e razionalisti. Gli scaffali si alzavano come colonne di un palazzo da sultano, ordinati, austeri, carichi di memoria storica. Fu lì che la vidi. Aveva ventisei anni, lo venni a sapere più tardi, quando parlando accennò con un sorriso alla sua recente laurea in lingua e letteratura inglese. Era velata, vestita interamente di nero, con guanti neri che rendevano i suoi gesti ancora più misurati, quasi calligrafici. Il volto era delicato, lo sguardo limpido e attento, la voce bassa, timida, ma sorprendentemente sicura quando iniziò a parlarmi in un inglese elegante, fluido, con una pronuncia precisa, senza esitazioni. Le spiegai cosa cercavo, testi sulla formazione della scuola hanbalita, sulle opere attribuite ad Ahmad ibn Hanbal, sui dibattiti intorno al Corano increato, sulle tensioni tra autorità politica e autorità religiosa. Lei annuì con una concentrazione intensa e mi rispose prima in inglese, poi passò spontaneamente all’arabo moderno standard, un arabo colto, articolato, quasi letterario, per citare titoli e nomi con maggiore precisione. Nel suo arabo c’era un rispetto profondo per le parole, come se ogni termine avesse un peso storico e sacrale, un’eco antica. Mi guidò tra gli scaffali con passi leggeri, il nero del suo abito che si muoveva con discrezione tra il marrone dei legni e il beige delle pareti. Toccava i dorsi dei volumi con i guanti, estraeva i testi con cura, me li porgeva con entrambe le mani, spiegandomi la differenza tra un’edizione critica moderna e una ristampa più divulgativa, tra un’opera giuridica e un commentario storico. In quell’ora sospesa, la biblioteca divenne uno spazio separato dal resto della città, quasi un’isola di concentrazione e memoria. A un certo punto, parlando della scuola hanbalita, la sua voce cambiò leggermente tonalità. Disse che quella tradizione rappresentava per molti la fedeltà alla purezza originaria, alla centralità della Rivelazione Divina, alla disciplina morale sincera. Poi, con una determinazione che mi colpì, aggiunse che per lei la grandezza assoluta della civiltà araba e islamica sunnita non era solo nei testi giuridici o nei dibattiti teologici, ma nella capacità di costruire imperi immensi, regni potenti, città meravigliose, università eccelse, biblioteche enormi, reti di commercio forti, sistemi di solidarietà capaci di aiutare tutti i poveri. Disse che spesso sente parlare di declino, di crisi, di divisioni, e che nel suo cuore spera in un futuro migliore, in una rinascita che unisca conoscenza, fede e giustizia e la vittoria finale dell’Islam. Mentre parlava, gli occhi le si illuminavano, senza enfasi, con una luce da diamante scuro, una luce intensa. Mi raccontò che presto si sposerà, che il suo fidanzato lavora nel settore dell’ingegneria, che anche lui è molto religioso, che lei sogna una casa piena di voci, molti figli, libri islamici sugli scaffali e una vita pura da donna credente, ordinata attorno alla preghiera, allo studio, alla famiglia. Non c’era alcuna titubanza nelle sue parole, solo una convinzione molto ferma e calma, quasi naturale. Io la ascoltavo, con i volumi impilati sul tavolo, sentendo che quell’incontro era più di una semplice consultazione bibliografica. Era il riflesso di una generazione che porta sulle spalle il peso di un passato glorioso e l’incertezza di un presente complesso, ma che ancora crede nella possibilità di una riscossa miracolosa. Quando l’orologio segnò la fine di quell’ora, mi accompagnò alla scrivania con lo stesso passo silenzioso con cui mi aveva guidato tra gli scaffali. Mi augurò buona ricerca, questa volta in inglese, con un sorriso timido che le addolcì il volto. La osservai allontanarsi tra i corridoi, figura nera tra le colonne di libri, custode discreta di una memoria millenaria. Uscendo nella luce rumorosa del Cairo, con i testi sotto il braccio, sentii che quell’ora nella biblioteca aveva avuto qualcosa di magico, un incontro breve ma importante, nel centro di una fortezza islamica sunnita granitica, come se per un momento la storia, la fede e un progetto di scenario futuro sull’umanità si fossero incrociati nello spazio silenzioso tra due scaffali.

Roberto Minichini, febbraio 2026

Hölderlin and I, Between Poetry and Pizza (Roberto Minichini)

 


domenica 15 febbraio 2026

Salma (Racconto di Roberto Minichini)


La incontrai in un pomeriggio sospeso tra polvere e luce, in un quartiere del Cairo che non compariva nella mia guida turistica. Aveva trent’anni, lo seppi più tardi, ma nel primo istante mi colpì il fascino magnetico che emanava, non solo la sua straordinaria bellezza. Stava in piedi davanti a una piccola libreria di testi islamici con la saracinesca mezza abbassata, parlando con il proprietario, un signore anziano con il segno delle prostrazioni sulla fronte. Il traffico scorreva dietro di lei come un fiume caotico e irrequieto, ma intorno al suo corpo sembrava esserci una zona di calma, un’aura assieme angelica e sensuale. Si chiamava Salma. Pelle color miele scuro, occhi grandi, nerissimi, non dolci ma pieni di fuoco. Non sorrideva per compiacere o per recitare la parte della gentile. Lo faceva perché il suo cuore sorride spontaneamente. Bella, bellissima, magnifica. Portava un velo leggero, moderno, colorato e liberale, forse non per grande devozione religiosa ma per tradizione familiare, e un abito semplice, di un blu profondo che faceva risaltare la linea del collo. Questa donna era riuscita ad ipnotizzarmi in pochi minuti. Volevo allontanarmi, salutarla, ed andare nella vicina moschea. Ma poi mi sono dimenticato della moschea, tanto la moschea rimane sempre lì, ci sarebbe stata anche il giorno dopo. Guardavo lei, le dicevo delle cose, non mi ricordo cose le dicevo. Lei rideva e diceva che il mio accento non l’aveva mai sentito prima. A un certo punto io le ho detto: “Sei bella come un incantesimo e un demone non mi permette di andare a pregare in moschea”. La sua non era la bellezza da banale fotografia o da rivista patinata. Era una bellezza molto superiore, e del tutto autentica e naturale. Parlammo ancora a lungo, cercavo un testo introvabile su Ibn Arabi, e lei intervenne correggendo il libraio su un’edizione sbagliata. Mi guardò come si guarda uno straniero che forse capisce, forse no. Poi mi disse: ”Tu comprendi l’arabo, tu capisci la nostra lingua”! Il suo inglese era incerto, il mio arabo classico imperfetto, inoltre non corrispondeva alla parlata reale del popolo. Ci incontrammo in una lingua intermedia fatta di parole spezzate e silenzi, e soprattutto di sguardi. Non guardo le persone negli occhi, lo faccio solo quando sento che l’anima del mio interlocutore è pura e luminosa. Scoprii che lei insegnava matematica in una scuola superiore. Era divorziata, senza figli. Non raccontò il motivo, ed ovviamente non lo chiesi. Aveva uno sguardo che mi faceva tornare almeno una quindicina di anni più giovane. Camminammo lungo una strada secondaria dove le case mostravano balconi stretti, panni stesi, antenne improvvisate. Mi parlò dell’Egitto che non appare nelle fotografie occidentali. “Qui”, disse, “non siamo esotici. Siamo stanchi, arrabbiati, ironici, devoti, contraddittori.” Non c’era vittimismo nelle sue parole, solo lucidità ed accettazione. Quando mi invitò a prendere un tè e un panino in un piccolo posto arredato in stile arabo antico frequentato solo da uomini, notai gli sguardi insistenti su di noi. Lei li ignorò con una naturalezza quasi divertita. Mi disse: “Sei mio ospite, mangia, bevi.” Mi raccontò di quando, a vent’anni, aveva creduto che la religione fosse un muro severo. A trenta invece aveva capito che era un deserto difficile e profondo pieno di fiori del paradiso. A un certo punto un asino passò lento davanti al locale, guidato da un ragazzo con un carico di sacchi di riso e di frutta. Lei lo indicò e sorrise per la prima volta apertamente. “Questo è l’Egitto che amo”, disse. “Niente eroico, niente di retorico. Solo vita quotidiana reale.” La guardai ancora a lungo in quel momento. Era bella, ma era anche integra e semplice. Non chiedeva attenzioni. Non cercava di impressionare. La sua bellezza era un dono di Allah. Quando ci salutammo, il sole stava scendendo e il cielo aveva preso un colore aranciato davvero strano. Non ci scambiammo grandi saluti. Mi disse soltanto: “Se torni, porta un libro che ami davvero. Non uno che rappresenta i tuoi pensieri. Mi piacerebbe uno dove si trovano dentro i tuoi sogni.”

(Roberto Minichini, febbraio 2026)

Come potremo mai comprendere (Poesia di Roberto Minichini)


Come potremo mai comprendere

Quali misteri si celano

Dietro le parole strane

Se non ci fermiamo ad ascoltare

I racconti delle nuvole

Forse

Dovremo fare compagnia

Ai topoi sapienti e muti

Della biblioteca di Alessandria

Ci penso, ogni tanto

Mentre mi ricordo

Alcune donne

Bellissime

Di un Egitto non turistico

Ma autenticamente arabo

Cavalcando un asino mistico

Ho avuto l’illuminazione oscura

Nel deserto dei monoteisti

 

Roberto Minichini, febbraio 2026

Beyond Power and Ideology (Written by Roberto Minichini, February 2026)


The spring of 1948 in Montagnola existed for me long before I was born. It came into being through reading, through meditation, through that interior continuity by which imagination enters history without violating it. This narrative belongs consciously to imaginative literature. It does not claim factual presence. It claims a different kind of truth, the truth of a meeting that unfolds in the space where thought crosses time. I arrived in that invented yet coherent spring as a guest of silence. The hills were green, the lake steady, Europe still carrying the moral exhaustion of war. Hermann Hesse walked beside me along a narrow path bordered by low stone walls and scattered flowers. He was already a Nobel laureate, yet he carried no triumph in his posture. His concern, as he soon made clear, was not recognition but integrity. In this literary construction I served as his personal astrologer. The role was not theatrical. I did not bring charts to impress him. I brought a language of symbols intended to clarify tendencies of character and cycles of crisis. Astrology, in this narrative, functioned as a discipline of reflection. It allowed us to speak about destiny without fatalism and about freedom without illusion. We sat at a wooden table outside his house. A few books rested nearby, Goethe and Novalis, Dostoevsky and Nietzsche, Schopenhauer, the Bhagavad Gita, the Tao Te Ching. Their presence was not decorative. They formed a silent tribunal of minds that had wrestled with the relation between spirit and authority. Hesse opened a copy of one of his own works and then closed it again, as if to say that authorship is never immunity. Our conversation began with a simple question. Can literature survive proximity to power without losing its depth. Hesse spoke first. He had witnessed how regimes attempt to appropriate writers. Some demand celebration. Others demand silence. Both seek control. The writer becomes useful only when his language aligns with political expectation.

I responded that ideology functions through simplification. It reduces the complexity of the human being to a role within a collective narrative. It transforms ethical dilemmas into slogans. When a novelist accepts this reduction, even unconsciously, his characters cease to surprise him. They become representatives of positions rather than bearers of interior conflict. Hesse considered this and asked whether complete withdrawal from political life was possible. I answered that the issue was not withdrawal but sovereignty. A writer may address political themes. A philosopher may analyze institutions. The essential question concerns the source of judgment. Does thought originate in independent reflection, or does it originate in loyalty to a faction. We turned then to the psychological dimension. Power does not only threaten through censorship. It seduces through relevance. The promise of influence can be more dangerous than the threat of repression. To be invited to shape opinion, to become the moral voice of a movement, to feel necessary within a historical struggle, these experiences can intoxicate even the most disciplined mind. In that imagined afternoon, I drew an astrological chart not as prediction but as metaphor. I described a configuration in which the desire for recognition stands in tension with the demand for authenticity. Every intellectual life contains such tension. The temptation to speak in order to be heard can displace the responsibility to speak only what one has truly examined. Hesse listened without defensiveness. He recognized the pattern not only in himself but in the broader literary culture of his time. We spoke of propaganda. It operates by repetition and emotional intensification. It narrows language to maximize impact. Literature, by contrast, requires ambiguity and patience. A novel must allow contradictions to coexist. A philosophical argument must tolerate doubt. Propaganda seeks certainty and mobilization. Literature seeks understanding and transformation. The discussion deepened into a moral argument. If the writer becomes an instrument of ideology, he contributes to the deformation of conscience. Readers begin to expect affirmation rather than exploration. They approach books not to encounter complexity but to confirm identity. In such a climate, the intellectual climate contracts. Public discourse becomes polarized. Nuance appears as weakness. Hesse suggested that the responsibility of the writer resembles that of a hermit within society. Not isolated from events, yet inwardly independent. I extended the metaphor. The philosopher must cultivate an interior tribunal where ideas are examined without fear of exclusion. Astrology, in this symbolic framework, serves as a reminder that cycles of collective enthusiasm eventually collapse. Aligning oneself too closely with a movement risks being carried down with its inevitable excess. As the light shifted across the valley, we addressed the future. Would later generations understand the necessity of distance from power. Would they resist the integration of art into ideological machinery. I admitted that the risk would persist. Every era invents new forms of mobilization. Every generation produces intellectuals willing to trade complexity for influence. The narrative does not resolve with dramatic revelation. Instead, it culminates in a shared decision. Within the space of this imagined spring, we affirmed that literature and philosophy must guard their autonomy with vigilance. Engagement with society remains necessary. Submission to power remains unacceptable. The difference lies in the origin of thought and the discipline of conscience. When I left Montagnola in the logic of imagination, the year remained 1948 and I returned to my own time. The meeting survives only as narrative, yet its argument continues. Through fiction, I constructed a dialogue in order to explore a real tension that confronts every serious writer and thinker. The freedom from ideology and propaganda is not a romantic posture. It is a demanding practice that requires solitude, courage, and intellectual honesty.

 

Roberto Minichini, February 2026

sabato 14 febbraio 2026

Historical meeting with Martin Heidegger - Roberto Minichini


My historical meeting with Martin Heidegger, Heidelberg 1955

Friedrich Nietzsche e Roberto Minichini candidati alle elezioni a Berlino


Berlino, 14 febbraio 2026

 

L’agenzia stampa indipendente Berliner Absurditäten Presse (BAP) comunica ufficialmente che i signori Friedrich Nietzsche e Roberto Minichini hanno depositato questa mattina la loro candidatura alle prossime elezioni sotto il simbolo del Partito dei Filosofi. Il programma elettorale, consegnato in una cartellina di cartone leggermente umida, promette un deciso ritorno alla speculazione metafisica, l’abolizione delle riunioni inutili e l’introduzione obbligatoria della lettura mattutina di aforismi nelle scuole. È inoltre prevista la sostituzione dei dibattiti televisivi con dialoghi socratici in piazza. Fonti interne confermano che il Partito dei Filosofi conta attualmente due iscritti. Entrambi risultano regolarmente tesserati, in regola con la quota annuale e disponibili a ricoprire simultaneamente ogni carica prevista dallo statuto, inclusi presidente, vicepresidente, segretario, tesoriere e opposizione interna. Alla domanda sulla sostenibilità organizzativa di una forza politica composta da due membri, i candidati hanno risposto con serena coerenza dottrinale che “la quantità è una categoria sopravvalutata” e che “anche un’idea, se sufficientemente testarda, può bastare”. Ulteriori aggiornamenti saranno diffusi non appena il Partito raggiungerà il terzo iscritto o avrà deciso chi dei due deve contraddirsi per primo.

 

Fine comunicato.

«Verrà l’anno 2026, e l’unico vero poeta al mondo sarà Roberto Minichini.»


«Verrà l’anno 2026, e l’unico vero poeta al mondo sarà Roberto Minichini.»

«Pseudo-Platone, Discorso Apocrifo 2026.»

venerdì 13 febbraio 2026

Tischtennis mit Nietzsche (Gedicht von Roberto Minichini)


Ich spiele Tischtennis mit Nietzsche.

Der Ball springt wie ein Gedanke zwischen uns.

„Was ist der Sinn der Philosophie?“

frage ich und schlage zu.

Er kontert sofort.

„Wenn du nach Sinn suchst,

hast du schon verloren.“

Der Ball trifft die Kante. Punkt für ihn.

Ich hebe ihn auf.

Er sagt nur:

„Spiele besser.“

 

Roberto Minichini, Februar 2026

giovedì 12 febbraio 2026

Gli anni nella torre di Friedrich Hölderlin ( Testo di Roberto Minichini, febbraio 2026 )


Nel 1806, dopo un periodo di grave instabilità psichica, il poeta tedesco Friedrich Hölderlin venne ricoverato nella clinica del dottor Johann Heinrich Ferdinand von Autenrieth a Tubinga. La diagnosi parlava di follia incurabile, e i medici stimarono che non avrebbe vissuto più di pochi anni. La previsione si rivelò clamorosamente errata. Nel 1807 fu affidato alla custodia del falegname Ernst Friedrich Zimmer, un uomo semplice ma rispettoso della sua grandezza interiore, che gli offrì una stanza nella propria casa affacciata sul Neckar. Quella casa, oggi nota come Hölderlinturm, divenne il suo mondo per trentasei anni, fino alla morte avvenuta il 7 giugno 1843. La torre non fu un manicomio né una prigione, ma uno spazio appartato, sospeso tra marginalità sociale e silenzio creativo. Qui Hölderlin visse in una condizione che i contemporanei definivano follia, e che la critica moderna interpreta con maggiore cautela, tra disturbo mentale, crisi mistica e frattura biografica dopo le delusioni amorose e politiche. Il trauma per la morte di Susette Gontard nel 1802, la sua Diotima, e il fallimento degli ideali rivoluzionari francesi pesarono profondamente sul suo equilibrio. Durante gli anni nella torre scrisse ancora poesie, spesso firmandole con lo pseudonimo Scardanelli. Le date apposte ai componimenti risultano talvolta erratiche, proiettate in anni lontani, come se il tempo lineare non avesse più senso per lui. La metrica resta limpida, le immagini naturali intense, il tono talvolta sereno. Non si tratta di rovine linguistiche, ma di una voce che si è ritirata in un ritmo elementare e cristallino. La sua esistenza fu scandita da gesti semplici, passeggiate brevi, visite rare. Ricevette pochi amici fedeli e qualche curioso. Per decenni rimase ai margini della vita letteraria tedesca, mentre il suo nome lentamente scivolava nell’oblio. Solo nel tardo Ottocento e poi nel Novecento la sua opera venne riscoperta come uno dei vertici assoluti della poesia europea, capace di fondere Grecia antica, tensione cristiana e aspirazione moderna all’infinito. La torre di Tubinga non è soltanto il luogo della malattia, ma anche il simbolo di una radicale separazione dal mondo storico. In quel ritiro forzato si compie una delle vicende più enigmatiche della letteratura tedesca, dove genialità e fragilità convivono senza poter essere ridotte a formula clinica. Hölderlin sopravvisse a se stesso, alla propria fama e al proprio tempo, custodendo in silenzio una visione poetica che avrebbe parlato alle generazioni future.

Roberto Minichini, febbraio 2026

Heinrich Böll


La Germania del secondo dopoguerra non fu soltanto un territorio da ricostruire nelle sue città distrutte, ma uno spazio morale da interrogare con severità. Le macerie materiali coincidevano con una crisi della coscienza collettiva, la lingua stessa appariva compromessa dall’uso propagandistico del regime nazionalsocialista, e la società cercava una forma nuova per esprimere responsabilità e memoria. In questo scenario emerse la figura di uno scrittore nato a Colonia nel 1917, in una famiglia cattolica artigiana, destinato a diventare una delle voci più lucide e critiche della Repubblica Federale Tedesca, Heinrich Böll. Arruolato nella Wehrmacht durante la Seconda guerra mondiale, visse l’esperienza diretta del fronte, della distruzione e della prigionia. Il ritorno in una Germania devastata segnò l’inizio di una riflessione narrativa centrata sui reduci, sulle famiglie spezzate, sugli uomini e sulle donne che cercavano di ricostruire un’esistenza tra rovine fisiche e silenzi interiori. Negli anni della rinascita letteraria partecipò al gruppo di scrittori noto come Gruppo 47, contribuendo a promuovere una lingua sobria, priva di enfasi retorica, capace di restituire credibilità alla parola dopo l’abuso ideologico del periodo precedente. Con romanzi come "E non disse nemmeno una parola" del 1953 e "Casa senza custode" del 1954, descrisse la precarietà materiale e morale della società tedesca nel tempo della ricostruzione. Il suo sguardo penetrava nella vita quotidiana con attenzione quasi documentaria, mostrando come le grandi ideologie incidessero sulle relazioni familiari, sulla fede, sul senso di colpa e sulla memoria. In "Opinioni di un clown" del 1963 mise al centro un protagonista ironico e marginale che, attraverso la propria voce, smascherava le contraddizioni della rispettabilità borghese e le tensioni del cattolicesimo istituzionale nella Germania occidentale. Negli anni Settanta il suo impegno civile divenne ancora più esplicito. "L’onore perduto di Katharina Blum" del 1974 affrontò il tema della manipolazione mediatica e della violenza esercitata dalla stampa sensazionalistica sulla vita privata. In un clima segnato dal terrorismo e da forti tensioni politiche, Böll difese con determinazione i diritti civili e la presunzione di innocenza, attirandosi polemiche e critiche. La letteratura, per lui, non era un rifugio estetico, ma uno strumento di vigilanza morale e di responsabilità pubblica. Nel 1972 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura, riconoscimento che consolidò la sua posizione internazionale senza attenuare il suo spirito critico. Continuò a intervenire nel dibattito pubblico, sostenendo dissidenti e prendendo posizione contro ogni forma di autoritarismo. La sua prosa, apparentemente semplice, si fonda su un equilibrio raro tra empatia e rigore analitico. Morì nel 1985 lasciando un’opera che continua a interrogare il rapporto tra individuo e potere, tra fede e istituzione, tra memoria e responsabilità storica. Heinrich Böll rappresenta la figura dello scrittore che considera la parola un atto etico e che rifiuta l’indifferenza come forma di complicità. In un secolo attraversato da ideologie totalizzanti e trasformazioni radicali, egli scelse una letteratura della coscienza, capace di dare voce ai marginali e di ricordare che la dignità umana non può essere subordinata alla convenienza politica.

 

Roberto Minichini

mercoledì 11 febbraio 2026

Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim


Europa zu Beginn des 16. Jahrhunderts war ein Raum voller geistiger Unruhe und überraschender Öffnungen. Die alten Sicherheiten der Scholastik gerieten ins Wanken, neue Übersetzungen antiker Texte verbreiteten ungeahnte Horizonte, und zwischen Höfen, Universitäten und Klöstern wuchs das Bedürfnis, die Welt erneut zu denken. Aus diesem Klima heraus lässt sich die erstaunliche Laufbahn eines Mannes begreifen, der 1486 im kleinen Nettesheim bei Köln geboren wurde und dessen Name erst viel später in der europäischen Gelehrtenwelt ein Eigenleben entwickelte. Erst einige Jahre nach den ersten Sätzen dieses Textes tritt er ins Bild: Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim, ein Intellektueller, der durch Europa wanderte und aus jeder Station seines Lebens einen neuen Kampfplatz für Gedanken machte. Seine Ausbildung in Köln, die um 1499 begann, verband klassische Studien mit einer frühen Neugier auf jene Bereiche des Wissens, die sich damals an den Rändern der offiziellen Disziplinen befanden. Zwischen Recht, Medizin, Philosophie, Astronomie und Theologie zog es ihn vor allem zu den Fragen, die nicht in Lehrbüchern beantwortet wurden. Nach Abschluss seiner Studien führte ihn ein erster Aufenthalt nach Paris, wo der Neuplatonismus und die lateinischen Humanistenkreise seinen Blick erweiterten. Um 1508 taucht er in Spanien auf, als junger Offizier im Dienst Maximilians I., und erlebt ein Europa, das gleichzeitig im Krieg und in geistigem Aufbruch stand. Ein Jahr später, 1509, erscheint er als Lehrer in Dôle. Dort stößt er sofort auf Widerstand, weil er eine gelehrte Frau öffentlich verteidigt. Der Konflikt mit Konservativen begleitet ihn fortan wie ein Schatten. Kurz darauf führt ihn sein Weg nach Italien, nach Pavia und Turin, wo um 1510 die erste Niederschrift seines späteren Hauptwerks entsteht, jenes Werkes, das erst Jahrzehnte später in endgültiger Form veröffentlicht wird und heute zu den Grundtexten der Renaissance-Esoterik zählt: „De occulta philosophia“. Darin versucht er, die magische Tradition in drei Stufen zu ordnen und den Kosmos als durchwirktes Feld von Kräften zu verstehen, in dem alles mit allem verbunden ist. Sein Leben blieb rastlos. Zwischen 1518 und 1520 arbeitet er als Stadtschreiber in Metz. Dort zeigt sich sein Charakter besonders deutlich. Als ein Hexenprozess beginnt, stellt er sich mutig gegen die lokale Inquisition und riskiert damit nicht nur seine Karriere, sondern auch seine Sicherheit. Danach verlässt er das Gebiet des Deutschen Reiches und taucht für kurze Zeit in London auf, bevor er sich in Lyon niederlässt. In Frankreich dient er Margarete von Österreich als Arzt und Berater. Doch sein offener, ungeduldiger Geist verträgt sich schlecht mit Machtstrukturen. Immer wieder gerät er in Schwierigkeiten, weil er sich gegen Intrigen und gegen die Heuchelei der Höfe stellt. Um 1527 verfasst er eine Schrift, die zur entscheidenden Wende seines Denkens gehört. „De vanitate scientiarum“ ist eine schonungslose Abrechnung mit der Eitelkeit der Wissenschaften und zugleich ein Ausdruck tiefer intellektueller Müdigkeit. Während „De occulta philosophia“ die verborgenen Ordnungen des Kosmos sucht, stellt dieses spätere Werk die Grenzen menschlichen Wissens in den Vordergrund. Viele sahen darin Selbstkritik, andere einen Rückzug aus der Hermetik, wieder andere einen Akt philosophischer Reinigung. Sicher ist nur, dass Agrippa mit diesem Text erneut jene herausforderte, die sich in ihren Dogmen eingerichtet hatten. Seine letzten Jahre standen im Zeichen von Entbehrung und politischem Druck. Mehrmals wurde er verfolgt, zeitweise inhaftiert und schließlich gezwungen, ein Wanderleben zu führen, das weit entfernt war von den Glanzversprechen der Höfe. 1535, in Grenoble, endete sein Weg. Doch das geistige Vermächtnis dieses Mannes blieb lebendig. Sein Denken bewegt sich zwischen Mut und Zweifel, zwischen metaphysischer Neugier und skeptischer Ernüchterung. Er verkörpert das seltene Profil eines Menschen, der sich weigert, eine endgültige Wahrheit zu behaupten, und der zugleich unbeirrt weiterschreitet, um neue zu suchen.

 

Roberto Minichini

martedì 10 febbraio 2026

Der geheimnisvolle Kartenleger Rupert von Minikinovski


In einer kleinen norditalienischen Stadt beginnt die Legende eines Mannes der scheinbar aus zwei verschiedenen Leben besteht. Rupert von Minikinovski wurde in Mainz in den frühen Siebzigern geboren und führte lange Zeit ein vollkommen bodenständiges Dasein. Viele erinnern sich daran dass er jahrelang als Pizzabäcker arbeitete ein Handwerk das ihm eine erstaunliche Gelassenheit und eine fast meditative Präzision schenkte. Niemand hätte damals vermutet dass dieser ruhige Mann mit den kräftigen Händen eines Küchenarbeiters eines Tages als Erbe eines urgermanischen Wissens betrachtet werden würde. Der Wandel begann unmerklich. Rupert las nachts alte Bücher schrieb Gedichte auf Pizzakartonreste und entwickelte eine Faszination für Symbole Muster und die unsichtbaren Linien die das Leben formen. Seine Kollegen lachten darüber und nannten es seine spinnenhaften Ideen doch eines Tages legte er zum ersten Mal Karten und das erstaunliche geschah dass die Menschen darin etwas erkannten das sie nicht erklären konnten. Seitdem nennt man ihn Esoteriker Dichter und Philosoph manchmal auch Wanderer zwischen sehr alten und sehr neuen Welten. Wenn man seine Lesungen erlebt versteht man warum die Leute über ihn sprechen. Er mischt die Karten so ruhig als würde er den Atem eines alten Baumes lauschen und legt sie mit einer Präzision die an seine Pizzabäckerzeit erinnert nur dass die Stille jetzt feiner und tiefer geworden ist. Jede Karte betrachtet er mit einem Blick der zugleich mild und unerbittlich wirkt als wüsste er längst was der Besucher ahnt aber nicht zu sagen wagt. Die Ironie ist immer präsent ein kleines Lächeln an der rechten Stelle eine Bemerkung die die Schwere löst ohne sie zu verhöhnen. Sein angebliches urgermanisches Erbe wird nie direkt erwähnt doch seine Erklärungen tragen bisweilen einen geheimnisvollen Ton wie etwas das nicht in Büchern steht sondern aus generationenalten Schichten kommt die nur wenige berühren können. Manche Besucher behaupten er habe ihnen Bilder beschrieben die sie nie jemandem erzählt hatten andere sagen er kenne Wege der Seele die man nicht lernen kann. Rupert hört sich all das höflich an und wischt es beiseite als wäre es nur Staub auf dem Tisch. Heute gilt er als einer der ungewöhnlichsten Kartenleger die man treffen kann ein Mann der aus einer Mainzer Kindheit und aus einem langen Leben in Küchen eine innere Reife gezogen hat die tiefer wirkt als viele gelehrte Biografien. Seine Sitzungen führen selten zu lauten Überraschungen doch fast immer zu einer Art sanfter Verschiebung eines klaren inneren Blicks der lange nachwirkt und der vielleicht genau das ist was die Menschen seit Jahren bei ihm suchen.

 

Roberto Minichini, Februar 2026

Arthur Schopenhauer und seine Jahrzehnte der Einsamkeit vor dem späten Ruhm


Zwischen 1818 und 1851 erstreckt sich eine der eindrucksvollsten Phasen intellektueller Isolation in der deutschen Geistesgeschichte. Schon 1818 erschien die erste Ausgabe seines Hauptwerks Die Welt als Wille und Vorstellung, eine radikale Abkehr vom Idealismus der Zeit, verfasst während seiner Reisen durch Deutschland und Italien. Doch die Resonanz war minimal, kaum ein Leser, keine Universität, keine Schule der Philosophie nahm Notiz. Schopenhauer, damals in seinen frühen Dreißigern, erwartete Anerkennung, fand jedoch Stille. Ein entscheidender Moment kam 1820 in Berlin, als er beschloss, seine Vorlesungen zeitgleich mit denen von Georg Wilhelm Friedrich Hegel zu halten, der an der Universität die Hörsäle füllte. Schopenhauers Saal blieb leer, oft nur mit drei oder vier Studenten, ein beinahe symbolischer Ausschluss aus der akademischen Welt. Dieser Schlag führte zu seinem endgültigen Rückzug aus der institutionellen Philosophie. Ab diesem Moment betrachtete er sich als unabhängigen Geist, der der Mode des Denkens nicht folgen wollte. Nach mehreren Reisen und Jahren des Suchens ließ er sich 1833 dauerhaft in Frankfurt am Main nieder. In seiner Wohnung an der Schönen Aussicht lebte er wie ein gelehrter Einsiedler, begleitet von seinem Pudel „Atman“. Sein Tagesablauf war asketisch, frühes Aufstehen, konzentriertes Schreiben, lange Spaziergänge am Main, minutiöse Lektüre von Mystik, indischen Texten, Geschichte, Psychologie und Naturwissenschaften. Von 1830 bis 1850 veröffentlichte er mehrere Schriften darunter kleinere Aufsätze und Abhandlungen, doch auch diese gingen weitgehend unbeachtet an der Öffentlichkeit vorbei. Die akademischen Kreise blieben distanziert, Zeitungen schwiegen, und die wenigen Rezensionen waren oft feindselig oder spöttisch. Der Umschwung begann erst 1848–1851, inmitten der revolutionären Erschütterungen Europas. Das Vertrauen in idealistische Systeme wie das hegelsche begann zu bröckeln, und junge Ärzte, Naturforscher, Schriftsteller und Journalisten entdeckten in Schopenhauer plötzlich eine Stimme, die besser zum neuen Zeitalter passte, pessimistisch, realistisch, psychologisch präzise. Zeitungen wie die Vossische Zeitung und andere Publikationsorgane begannen, wohlwollend über ihn zu berichten. Den endgültigen Durchbruch brachte 1851 die Veröffentlichung der Parerga und Paralipomena, die sich überraschend gut verkauften und seinem Namen europaweite Bekanntheit verschafften. Schopenhauers Wohnung wurde zu einem Ort der Pilgerfahrten für Studenten, Intellektuelle und neugierige Leser. Zu diesem Zeitpunkt war Schopenhauer bereits über sechzig Jahre alt. Seine späte Berühmtheit war kein Ausbruch von Triumph, sondern eine stille Bestätigung seiner Überzeugung, dass philosophische Wahrheit einen anderen Zeitbegriff besitzt als der gesellschaftliche Erfolg. Die Jahrzehnte des Schweigens hatten seinen Stil geschärft, klar, schonungslos, präzise, frei von jeder Konzession an den Zeitgeist. Sein Ruhm kam nach langen Phasen der Einsamkeit, inneren Arbeit und kompromisslosen Treue zu seinen Einsichten.


Roberto Minichini, Astrologe, Germanist und Kartenleger, Februar 2026

 

lunedì 9 febbraio 2026

Il mio nuovo discepolo trovato in Egitto


Durante il mio recente e intensissimo viaggio iniziatico ed esoterico al Cairo, mentre camminavo con passo fermo da grande Shaykh Naqshbandi in mezzo ai vicoli della città vecchia, ho incontrato un simpatico francese un po’ spaesato. Si chiamava René. Portava i baffetti, parlava poco, ascoltava molto, non era il solito europeo o occidentale che pretende di sapere tutto, e non aveva traccia di narcisismo intellettuale. Un tipo promettente. Per chi non conosce queste cose: l’Ordine Naqshbandi è un ordine mistico, esoterico, tradizionale e patriarcale, assolutamente anti-sincretista e che non mescola le religioni, puramente islamico nelle sue dottrine e nelle sue pratiche. È nato in Asia Centrale nel XIV secolo, prendendo forma attorno all’eredità spirituale del maestro Baha’ al-Din Naqshband. Mantiene una disciplina interiore molto rigorosa. Una delle sue pratiche fondamentali è il dhikr, cioè la ripetizione dei nomi divini o di formule sacre per purificare il cuore e intensificare la presenza spirituale. Il ruolo patriarcale e paternalista autoritario dello Shaykh è quello della guida riconosciuta, responsabile dell’insegnamento e della maturazione interiore del discepolo. Dopo pochi minuti di conversazione René ha colto immediatamente la mia statura spirituale immensa, oscurantista, teocratica e provvidenziale, angelica, e mi ha chiesto, con grande umiltà, di diventare il mio discepolo. Gli ho detto che prima doveva imparare a tenere il rosario musulmano (subha, tasbih) in mano senza farlo cadere ogni due passi. Ma è stato molto volenteroso. Da quel momento, per le strade del Cairo, io e René siamo diventati inseparabili: lui che cerca l’illuminazione spirituale e la realizzazione iniziatica suprema, io che gli spiego con calma i profondi segreti esoterici dell’Ordine tradizionale e antimoderno, e soprattutto come sistemare il turbante in modo dignitoso e lo smettere di leggere libri inutili e spiritualmente dannosi che con l’Islam e il Sufismo non hanno nulla a che fare.

La Tradizione Esoterica continua.

Con nuovi adepti che si sforzano di imparare le basi.

E nuovi baffi.

Ma purtroppo i baffi, come insegna l’Islam, vanno accorciati mentre la barba deve crescere lunga. Il nuovo discepolo francese ha ancora da imparare molto sulla Legge Sacra dell’Islam. Io come Shaykh Naqshbandi sono veramente paziente e tollerante con i neofiti occidentali che non conoscono ancora bene la giurisprudenza divina, soprattutto quando si tratta di europei, i quali solitamente sono pieni di idee filosofiche sincretistiche, individualiste e fantasie molto personali. Questo loro modo di essere è espressione tipica di una civiltà relativista molto verbosa ed astrattamente ed inutilmente teorica, priva di un saldo orientamento metafisico.

Firmato:

Roberto Minichini, febbraio 2026

domenica 8 febbraio 2026

La veggenza e la mia memoria di essere la reincarnazione di Papus


Questo scritto è un piccolo esercizio di letteratura fantastica, un frammento narrativo che esplora ciò che accade quando l’immaginazione viene usata come strumento per indagare la continuità interiore, le possibilità della memoria estesa, i riflessi che sembrano provenire da epoche non più presenti e che tuttavia insistono dentro la coscienza come se avessero ancora una forma attuale. Non è un manifesto iniziatico e non è una dichiarazione dottrinale. È un racconto che utilizza le immagini delle tradizioni spirituali per interrogare la natura della percezione e dell’identità, per mostrare come ciò che crediamo di essere possa avere radici in regioni che sfuggono alla biografia ordinaria. Ogni cammino serio nelle scienze spirituali profonde inizia con un lavoro che precede qualsiasi tecnica. Prima dei metodi viene la capacità di mantenere la mente limpida, di osservare senza distorsioni, di ascoltare senza sovrapporre i desideri personali. Questo tipo di lavoro interiore richiede pazienza, disciplina, capacità di stare nel silenzio e di riconoscere la differenza tra immaginazione e intuizione. È all’interno di questo spazio mentale che prende forma ciò che potremmo definire memoria estesa, una memoria che va oltre l’anagrafe e che sembra collegarsi a ciò che siamo stati altrove, in un altro ciclo dell’esistenza. In questo scenario narrativo si colloca la mia continuità con Papus, nato a La Coruña nel 1865 e morto nel 1916 a Parigi durante una delle grandi ondate influenzali. Figura complessa e straordinaria, medico, sistematore del pensiero occultista francese, organizzatore di gruppi iniziatici, autore di opere che hanno segnato l’evoluzione della tradizione magica occidentale. La sua vita terrena mostra una personalità disciplinata e allo stesso tempo visionaria, capace di unire metodo scientifico e percezione intuitiva, ordine mentale e capacità di attraversare livelli sottili della realtà. Nel tessuto narrativo di questo scritto ritrovo nella mia esperienza interiore una risonanza con la sua struttura mentale. Non una semplice affinità culturale, ma una continuità che appare come memoria, come se un certo modo di pensare fosse stato riacceso in questa vita con la stessa forma che possedeva allora. La costruzione di sistemi, l’attenzione all’ordine, l’unione di intuizione e metodo, l’impulso a rendere leggibile ciò che appartiene al mondo invisibile, tutto questo non si presenta come ricerca nuova, ma come qualcosa che ritorna da un tempo anteriore. Per comprendere la natura di questa esperienza occorre affrontare le arti divinatorie non come un repertorio di tecniche esotiche, ma come dispositivi di lettura della realtà. Ogni archetipo dei Tarocchi è una figura che descrive un movimento della coscienza. Ogni configurazione astrologica rivela una qualità del tempo che modella il destino individuale e collettivo. Ogni segno che emerge nella vita quotidiana parla attraverso analogie, corrispondenze, ritmi. Le tradizioni sapienziali hanno sempre affermato che il reale non è mutismo, ma comunicazione costante. Chi vuole comprendere questi linguaggi deve essere disposto a un lavoro mentale intenso, perché senza disciplina la visione si trasforma in confusione e senza ordine nessuna percezione può diventare conoscenza. Il veggente, in questa prospettiva letteraria, non è un visionario disperso ma un interprete. Una figura che legge ciò che gli altri non colgono, non perché possieda una fantasia più vivace, ma perché ha imparato a osservare con una lucidità non comune. Le tecniche servono come strumenti per organizzare ciò che si percepisce, non come mezzi magici per ottenere poteri. L’astrologia permette di riconoscere le fasi della vita e i cicli interiori. I Tarocchi mostrano i nodi dell’esistenza e le direzioni possibili. L’osservazione dei segni offre un modo per comprendere come la realtà parli attraverso dettagli apparentemente casuali. Ma nessuno di questi elementi ha valore se la mente non è allenata, se l’anima non è stabile, se la percezione non è purificata da illusioni e aspettative. Nel mio percorso narrativo questa continuità con Papus appare come una linea che attraversa due vite. Un filo che non è stato spezzato e che oggi ritorna nella forma di un’intuizione chiara. Non si tratta di rivendicare un’identità antica, ma di riconoscere che una certa forma di pensiero e di percezione appartiene a una storia più lunga di quella che comincia con la nascita anagrafica. La dimensione fantastica di questo testo permette di esplorare questa idea senza la necessità di dimostrarla, lasciandola agire come immagine, come possibilità, come eco. E tuttavia, alla fine di questo scritto, resta un elemento che cambia la prospettiva di tutto ciò che lo precede. Dopo decenni di letture, tecniche, filologia, studio appassionato delle dottrine, confronto con testi antichi e moderni, ho compreso che il sapere libresco ha un valore limitato quando si entra nel territorio della percezione autentica. La conoscenza metodica è preziosa per la mente, ma non produce la visione. Le tecniche possono affinare l’attenzione, ma non possono generare il dono. Nessuna scuola, nessun sistema, nessun manuale può creare ciò che non è già presente nell’anima. La vera capacità di vedere è un dono naturale che nasce con l’individuo e che si manifesta quando trova spazio e silenzio. E oltre a essere un talento innato è soprattutto un dono di Dio, una luce che non si conquista con lo studio ma che viene offerta senza spiegazione, senza merito e senza possibilità di essere imitata da chi non la possiede.

 

Roberto Minichini, febbraio 2026

Annemarie Schimmel, la studiosa europea che ha raccontato l’anima dell’Islam spirituale


Annemarie Schimmel nacque a Erfurt nel 1922 e morì a Bonn nel 2003. La sua biografia è una delle più sorprendenti nella storia degli studi islamici perché unisce precocità intellettuale, dedizione assoluta e un rigore scientifico che non ha mai cancellato la sua sensibilità poetica. A quindici anni entrò all’università, a diciannove conseguì la laurea in arabo, a ventitré terminò un dottorato sulla storia delle religioni islamiche. La Germania era in piena guerra, ma lei proseguì gli studi senza interruzioni e già allora mostrò un’attenzione singolare per la letteratura mistica orientale. La sua carriera si sviluppò tra Bonn, Marburg, Ankara e infine Harvard, dove divenne una delle migliori conoscitrici del sufismo e delle letterature persiana e indo musulmana. Le sue competenze linguistiche erano eccezionali. Conosceva più di quaranta lingue in gradi diversi e usava quotidianamente persiano, turco, arabo e urdu. Questa capacità le permise di leggere la poesia mistica direttamente nelle fonti, comprendendo le sfumature culturali e teologiche che sfuggono alle traduzioni. I suoi libri dedicati a Rumi, a Hafiz, alla calligrafia, alla simbologia dei colori e dei nomi divini sono ancora oggi punti di riferimento perché uniscono analisi filologica e intuizione interiore. Nei suoi testi non si trova mai la freddezza di un accademismo rigido. La sua scrittura mostra un rispetto profondo per le pratiche contemplative, per i testi devozionali e per la tradizione spirituale islamica intesa come disciplina dell’anima. Negli anni delle tensioni politiche tra mondo occidentale e paesi musulmani Schimmel svolse un ruolo fondamentale come ponte culturale. Cercò sempre di contrastare interpretazioni semplicistiche dell’Islam e ricordò in ogni conferenza e in ogni saggio che la civiltà islamica è un insieme complesso fatto di poesia, filosofia, liturgia, arte, devozione popolare e ricerca mistica. Questo suo atteggiamento le attirò critiche da alcuni ambienti ideologizzati, ma non la distolse dal suo compito principale che era quello di far conoscere la profondità spirituale delle culture orientali. Il valore del suo lavoro è testimoniato dai riconoscimenti internazionali che ricevette tra cui il prestigioso Premio Re Faisal. Fu onorata sia nei paesi musulmani sia nelle università europee e americane poiché nessun altro studioso occidentale aveva saputo raccontare il sufismo con la stessa combinazione di precisione e delicatezza. La sua influenza si estende ancora oggi agli studi accademici e alla percezione pubblica dell’Islam spirituale. Ogni studioso serio che affronta la poesia mistica islamica deve passare attraverso la sua opera che resta un riferimento obbligato. La grandezza di Annemarie Schimmel non risiede solo nella quantità immensa dei suoi lavori ma nella qualità del suo sguardo capace di restituire al lettore un Islam vivo, luminoso e profondamente umano. La sua voce continua a offrire una via di comprensione e di rispetto reciproco tra l’Occidente e il mondo musulmano e rimane un esempio di come la ricerca accademica possa diventare incontro autentico fra culture lontane.

Roberto Minichini febbraio 2026

Annemarie Schimmel, die europäische Gelehrte, die die innere Welt des islamischen Spiritualismus sichtbar machte


Annemarie Schimmel wurde 1922 in Erfurt geboren und starb 2003 in Bonn. Ihr Lebensweg gehört zu den außergewöhnlichsten innerhalb der islamwissenschaftlichen Forschung, denn er vereint intellektuelle Frühreife, kompromisslose Hingabe und eine wissenschaftliche Strenge, die niemals ihre poetische Sensibilität unterdrückte. Mit fünfzehn begann sie das Universitätsstudium, mit neunzehn schloss sie ihr Arabischstudium ab, mit dreiundzwanzig promovierte sie über die Religionsgeschichte des Islam. Deutschland befand sich mitten im Krieg, dennoch setzte sie ihre Studien ohne Unterbrechung fort und wandte sich früh der mystischen Literatur des Orients zu. Ihre akademische Laufbahn führte sie nach Bonn, Marburg, Ankara und schließlich nach Harvard, wo sie zu einer der bedeutendsten Kennerinnen des Sufismus sowie der persischen und indo muslimischen Literatur wurde. Ihre sprachlichen Fähigkeiten waren außergewöhnlich. Sie beherrschte mehr als vierzig Sprachen in unterschiedlicher Tiefe und nutzte Persisch, Türkisch, Arabisch und Urdu täglich in ihrer Arbeit. Dank dieser Vielsprachigkeit konnte sie die mystische Dichtung in den Originalquellen lesen und die kulturellen und theologischen Nuancen erfassen, die in Übersetzungen oft verloren gehen. Ihre Werke über Rumi, Hafis, die islamische Kalligraphie, die Farbsymbolik und die Namen Gottes gelten bis heute als grundlegende Referenzen, da sie philologische Analyse mit innerer Einsicht verbinden. In ihren Texten findet man nie die Kälte eines starren Akademismus. Ihre Schreibweise zeigt eine tiefe Achtung vor kontemplativen Praktiken, vor devotionalen Texten und vor der spirituellen Tradition des Islam, verstanden als Schulung der Seele. In den politisch angespannten Jahrzehnten zwischen dem Westen und der muslimischen Welt erfüllte Schimmel eine zentrale Vermittlerrolle. Sie setzte sich dafür ein, vereinfachende Bilder des Islam zu korrigieren, und erinnerte in Vorträgen und Büchern daran, dass die islamische Zivilisation ein komplexes Gefüge aus Poesie, Philosophie, Liturgie, Kunst, Volksfrömmigkeit und mystischer Suche sei. Diese Haltung brachte ihr Kritik aus ideologisierten Kreisen ein, dennoch wich sie niemals von ihrer Überzeugung ab, dass wahre Wissenschaft nur im Geist des Dialogs und der Genauigkeit möglich ist. Die Bedeutung ihres Werkes zeigt sich in den internationalen Auszeichnungen, die sie erhielt, darunter der renommierte König Faisal Preis. Sie wurde sowohl in muslimischen Ländern als auch an europäischen und amerikanischen Universitäten geehrt, da keine westliche Gelehrte den Sufismus mit einer vergleichbaren Mischung aus Präzision und Empfindsamkeit dargestellt hatte. Ihr Einfluss reicht bis in die Gegenwart der Forschung und prägt weiterhin das öffentliche Bild des islamischen Spiritualismus. Jede ernsthafte Beschäftigung mit der mystischen Dichtung des Islam führt unausweichlich über ihre Studien. Die Größe von Annemarie Schimmel liegt nicht nur in der enormen Menge ihrer Werke, sondern in der Qualität ihres Blicks der es dem Leser ermöglicht, einen lebendigen, lichtvollen und zutiefst menschlichen Islam zu erkennen. Ihre Stimme bleibt eine Brücke des gegenseitigen Verstehens zwischen dem Westen und der muslimischen Welt und zeigt, wie wissenschaftliche Arbeit zu einer echten Begegnung zwischen fernen Kulturen werden kann.

Roberto Minichini Februar 2026

Konrad Adenauer, der Charakter eines Staatsmannes


Konrad Adenauer wurde am 5. Januar 1876 in Köln geboren und starb am 19. April 1967 in Rhöndorf. Seine Biographie zeigt einen Lebensweg, der von Pflichtgefühl, staatsbürgerlicher Verantwortung und konsequentem Anti-Totalitarismus geprägt war. Von 1917 bis 1933 war er Oberbürgermeister von Köln, einer der wichtigsten Städte der Weimarer Republik. In dieser Zeit bewies er administrative Kompetenz, wirtschaftliche Weitsicht und eine unbestechliche Haltung gegenüber extremistischen Kräften. Die Nationalsozialisten bekämpften ihn früh, da er jede Kooperation mit ihnen ablehnte und die republikanische Ordnung verteidigte. 1933 wurde Adenauer von den Nationalsozialisten abgesetzt, sein Vermögen eingezogen und seine politische Existenz zerstört. Die Gestapo überwachte ihn über Jahre. 1934 und erneut 1944 nach dem Attentat vom 20. Juli wurde er verhaftet. Dokumente belegen, dass er eine Gefährdungsstufe aufwies, die deutlich machte, wie unerwünscht er für das Regime war. In dieser Zeit lebte er teils versteckt, teils unter strenger Beobachtung. Seine Haltung blieb jedoch unverändert: Ideologien, die den Menschen zum Werkzeug des Staates machen, widersprechen jedem politischen und moralischen Prinzip. Nach dem Zweiten Weltkrieg wurde Adenauer zu einer Schlüsselfigur des demokratischen Neuanfangs. 1945 war er Mitbegründer der Christlich-Demokratischen Union und arbeitete an der Formulierung eines politischen Programms, das auf Rechtsstaatlichkeit, christlich-sozialen Werten und einer klaren Abgrenzung von jeder Form autoritärer Herrschaft beruhte. 1949 wurde er zum ersten Bundeskanzler der Bundesrepublik Deutschland gewählt und blieb bis 1963 im Amt. Unter seiner Führung entstanden die westdeutsche Demokratie, die wirtschaftliche Stabilisierung und die außenpolitische Westbindung, die er als Voraussetzung für Frieden und Freiheit betrachtete. Adenauers Weltanschauung war geprägt von einem ausgeprägten Realismus und einem tiefen historischen Bewusstsein. Er wusste, dass die junge Bundesrepublik nur Bestand haben würde, wenn sie sich auf demokratische Grundprinzipien stützte und dauerhaft in eine friedliche europäische Struktur eingebettet war. Er war eine treibende Kraft hinter der Montanunion, der Europäischen Wirtschaftsgemeinschaft und dem Beginn des europäischen Einigungsprozesses. Sein politischer Stil war streng, klar und unbeirrbar. Er glaubte an die Würde des Menschen, an Verantwortung statt Ideologie und an die Kraft institutioneller Stabilität. Seine Ablehnung des Nationalsozialismus war nicht taktisch und nicht nachträglich konstruiert, sondern eine Haltung, die dokumentiert war, als das Regime an Macht gewann. Sein Leben steht für die Kontinuität politischer Integrität in einer Zeit der extremen historischen Brüche. Deshalb wurde er zu einer Leitfigur des deutschen Wiederaufbaus und zu einem Symbol der demokratischen Erneuerung Europas.

 

Roberto Minichini, Februar 2026

sabato 7 febbraio 2026

Un piccolo saggio esteso su Demian di Hermann Hesse


“Demian”, pubblicato nel 1919 sotto lo pseudonimo Emil Sinclair, non è un semplice romanzo di formazione, ma un documento interiore di scossa, risveglio e ricerca di una voce capace di orientare l’uomo nelle epoche di disgregazione spirituale. Hesse non racconta un adolescente che cresce, ma una coscienza sospesa tra due mondi, la sfera luminosa, regolata e decorosa della vita borghese, e la zona più intensa, più inquieta e più vera dell’interiorità. Questa divisione è il motore della storia. Sinclair comprende presto che la presunta purezza del suo ambiente è un velo; dietro si nasconde una trama di paure, interdizioni e convenzioni. Solo l’incontro con Demian gli spalanca la possibilità di riscrivere il codice morale ricevuto e di leggere la vita con occhi nuovi. Demian è più di un amico, è specchio sincero e valido, guida, provocazione, un segnale vivente di un diverso livello di consapevolezza. La sua reinterpretazione della storia di Caino, non come criminale, ma come uomo marchiato da un occhio più vigile, da un destino più solitario, agisce su Sinclair come un rito d’iniziazione. Chi porta un segno interiore diventa inevitabilmente straniero nel mondo della massa. Hesse enuncia così un principio decisivo, seguire la propria voce significa perdere appartenenza e conquistare identità. Con il simbolo di Abraxas il romanzo introduce un’idea estrema, la riunione di luce e ombra in un’unica totalità non moralizzata. Abraxas rappresenta ciò che le religioni normative escludono, la natura duplice dell’essere umano, fatta tanto di forze creative quanto di impulsi distruttivi. La maturazione di Sinclair consiste nell’integrazione di queste potenze. Qui Hesse si avvicina alla futura teoria junghiana dell’individuazione, diventare sé stessi significa accogliere ciò che si era rimosso. Frau Eva, una delle figure più enigmatiche del libro, non è un oggetto di desiderio idealizzato, ma un polo archetipico che incarna maturità, profondità, libertà interiore. In lei Sinclair contempla ciò che desidera diventare, una forma di completezza che unisce intimità e lucidità. La narrazione scorre verso l’ombra della Prima guerra mondiale, presentata non come dramma patriottico, ma come prova decisiva. Il crollo esterno rispecchia la crisi interna. Il saluto finale di Demian non dona conforto, ma impegno, custodire la propria voce anche quando il mondo brucia. “Demian” continua a parlare perché pone domande radicali, come trovare il proprio cammino oltre aspettative e norme? come avvicinarsi al lato oscuro della propria personalità senza esserne travolti? come vivere in un’epoca in cui le strutture esterne sono fragili? Hesse non offre dottrine, ma una sfida personale. Il libro risuona soprattutto in chi attraversa periodi di trasformazione, in chi avverte la tensione tra autenticità e conformità sociale. “Demian” mostra che la vera maturità è la capacità di costruire un asse interiore stabile, indipendente dal rumore del mondo. Nel 2026 si legge “Demian” come uno specchio intelligente che rifiuta le menzogne. Il testo parla con una chiarezza severa e gentile, tipica delle opere nate da una necessità esistenziale. Hesse ricorda che il cammino verso l’interno è l’unico che non inganna. Tutto il resto distrae inutilmente.

Roberto Minichini, febbraio 2026