Arrivai nelle montagne dell’Anatolia in una mattina chiara, le cime segnate da neve antica, i villaggi bassi di pietra raccolti lungo i pendii. Ero lì per incontrare una piccola comunità sufi della via Naqshbandi, confraternita mistica dell’Islam sunnita fondata nel XIV secolo da Baha al-Din Naqshband, centrata sul dhikr, cioè il ricordo costante di Dio praticato in forma silenziosa, senza vocalizzazione, senza canto esteriore. Mi accolsero con sobrietà. «Salam aleikum», la pace sia su di te. «Wa aleikum salam», e su di voi la pace. Tè scuro caldo, sguardi fermi ma dolci e puliti, parole misurate e molto educate. Il maestro era anziano, volto scavato, occhi penetranti, profondissimi. «La via è presenza costante di Dio» disse. «Se il cuore dimentica Dio, tutto il resto è distrazione profana da atei.» La sera partecipai al dhikr. Seduti in cerchio, schiena diritta, occhi chiusi. Nessun suono. Solo il Nome, Allah, che in arabo significa Dio, ripetuto interiormente come un battito costante. Sentivo la mente razionale da europeo resistere, poi cedere alla trance mistica orientale. In quel silenzio di concetti i miei libri e le mie analisi restavano fuori. Il giorno seguente la vidi. Si chiamava Aylin. Trentatré anni. Lineamenti netti, occhi scuri e stabili, postura composta. Il velo semplice incorniciava un volto luminoso senza ornamenti. Camminava con passo leggero e parlava quasi sempre a voce bassa, non rideva mai, sorrideva leggermente, se necessario. Parlava inglese con chiarezza. Aveva studiato economia ad Ankara, inoltre aveva anche lavorato in ambito finanziario, poi aveva lasciato tutto. «Io sono musulmana» disse con calma. «Non sono capitalista e non sono comunista. Non sono materialista e non credo al falso idolo pagano del denaro.» Le parole uscivano senza esitazione, quasi con durezza, il che per ei era strano. «Il denaro è uno strumento, speso manipolata da gente senza morale. Quando diventa centro della vita, diventa adorazione idolatrica.» Mi guardò direttamente negli occhi. «Non ho nulla da imparare dagli occidentali. Gli unici occidentali che accetto sono quelli che riconoscono la Luce dell’Islam. Persone come te. Voi siete il futuro dell’Occidente, anche se la maggioranza degli occidentali ancora si illude di poter insegnare al resto del mondo come vivere.» La Luce Divina, spiegò, è la guida rivelata che orienta l’anima verso Dio e verso l’aldilà, cioè la vita dopo la morte e il Giudizio finale. Camminammo lungo un sentiero tra rocce e terra compatta. Le chiesi cosa pensasse del mondo contemporaneo, della civiltà moderna che io stesso non accetto. «Questa vita non conta nulla» rispose. «Conta solo l’aldilà. Non il mondo moderno o il mondo antico, tutto ciò è illusione» L’aldilà, precisò, è la realtà definitiva, eterna, dove ogni azione viene giudicata e ogni intenzione resa manifesta. «I sufi dicono che chi vive dorme e chi muore si sveglia» aggiunse. Spiegò che per molti maestri spirituali la vita terrena è una sorta di velo oscuro, una percezione limitata, mentre la morte è passaggio a una visione più chiara. «Se vivi per questo mondo, resti addormentato» disse. «Se vivi per Dio, sei già desto.» Parlammo di storia. «Sogno il ritorno dell’Impero Ottomano» affermò con serenità. Non come nostalgia romantica o banalmente politica, ma come desiderio di unità dei musulmani di tutto il mondo e struttura che ci difende dagli aggressori. «Non per dominio cieco, ma per ordine morale e spirituale credo al sultanato.» Per lei quell’epoca rappresentava un periodo in cui la legge islamica, la sharia, cioè il sistema normativo derivato dal Corano e dalla Sunnah, aveva una cornice riconosciuta e stabile. «Oggi abbiamo una frammentazione basata sulle nazioni» disse. «Allora c’era la coerenza universale della comunità musulmana mondiale.» Mi parlò di Abu Hanifa, giurista dell’VIII secolo, fondatore della scuola hanafita, una delle quattro principali scuole giuridiche sunnite. «Era persiano» osservò. «Eppure parlava e scriveva in arabo, ed insegnò anche agli arabi.» Abu Hanifa è noto per l’uso equilibrato della ragione giuridica all’interno della fedeltà al testo rivelato. «Non tutto è rigidità» aggiunse. «Esiste anche intelligenza nell’obbedienza.» Poi mi parlò anche, a lungo, delle donne nella tradizione spirituale. «Molti citano solo uomini» disse. «Ma la storia custodisce nomi di donne musulmane che hanno raggiunto stazioni spirituali elevate.» Mi raccontò di Rabi’a al-‘Adawiyya, mistica dell’VIII secolo famosa per il suo amore totale verso Dio, vissuto senza ricerca di ricompensa né timore di punizione. «Diceva che adorava Dio per Dio.» Mi parlò anche di donne anatoliche legate alle confraternite mistiche, custodi della pratica silenziosa nelle case e nei villaggi, invisibili agli archivi ma centrali nella trasmissione del ricordo. Durante il dhikr della sera la percepivo a pochi metri da me. Nessun gesto superfluo, nessuna emozione esibita. Il suo respiro era regolare, la postura immobile. In lei non c’era agitazione, no era un ballo profano, solo concentrazione continua. Dopo la sessione restammo ancora qualche minuto nel cortile. «La disciplina vale più dell’entusiasmo» disse. «L’entusiasmo si spegne, è solo un’emozione dell’ego. La disciplina resta ed illumina lo spirito.» Il giorno della partenza mi accompagnò fino al limite del villaggio. Le montagne erano immobili, il vento costante. «Se vivi per Dio, non temi la perdita di niente e di nessuno, non temi nulla» disse. Nessun saluto solenne, nessun contatto fisico. Scendendo verso la valle sentivo che quell’incontro non aveva creato una bassa e volgare eccitazione nei confronti di una donna molto bella ed assai forte e religiosa, aveva invece imposto una misura sacra etica e pulita al nostro dialogo profondo. In Anatolia avevo incontrato una forma di Islam che guarda oltre il tempo presente e oltre le ideologie politiche laiche moderne. E una donna di trentatré anni, che aveva lasciato il calcolo economico e la carriera per il ricordo continuo di Dio, mi aveva mostrato che per chi attende l’aldilà questa vita è solo una prova breve, un passaggio tra sonno e risveglio.
Roberto Minichini
Febbraio 2026

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