giovedì 19 febbraio 2026

Quaranta Giorni nella Grotta (Racconto breve di Roberto Minichini)


Era il 1999 quando salii sulle montagne della Bosnia coperte di neve per iniziare un ritiro di quaranta giorni in una grotta. Portavo soltanto una coperta pesante, una lampada a olio, datteri, acqua, e il quaderno con l’elenco dei Novantanove Nomi Divini, in arabo al Asma al Husna, ciascuno dei quali designa un attributo di Dio. Avrei dovuto ripeterli 10.000 volte al giorno, seduto, con il dhikr ritmico che muove leggermente la parte alta del corpo e la testa, avanti e indietro, seguendo il battito interiore. Gli amici sufi del villaggio lasciavano il cibo nel punto stabilito del bosco. Non li vedevo mai. Il ritiro doveva essere totale, nessun volto umano, nessuna distrazione, solo neve, pietra, oscurità, e il Nome divino ripetuto migliaia di volte. Dentro la grotta il freddo pungeva come ghiaccio vivo. La pietra odorava di umidità e notte. Le prime ventiquattro ore furono una lotta, la mente rifiutava il silenzio, il corpo tremava. Seduto, iniziavo il dhikr con un movimento lento, regolare, avanti e indietro, mentre pronunciavo uno dei Nomi Divini, al-Rahman (Il Misericordioso), al-Quddus (Il Purissimo), al-Nur (La Luce), cercando di non perdere il ritmo. Il terzo giorno la solitudine diventò più pesante del freddo. Il vento entrava dalla fessura della grotta come un animale che voleva trascinarmi fuori. La ripetizione dei Nomi si spezzava, la mente correva a pensieri inutili. Mi costrinsi a sedere per ore finché il corpo cedette e accettò la disciplina. Sentivo la stanchezza come un nodo nella fronte. Il quinto giorno la grotta cominciò a mostrare la sua voce. Ogni eco cambiava mentre ripetevo i Nomi. Il movimento del dhikr, un’oscillazione lenta della testa e delle spalle, diventava più automatico. La lingua pronunciava i Nomi, ma sembrava che la pietra li rimandasse indietro trasformati. Scoprii che il silenzio non era muto ma respirava ritmicamente con me. Il settimo giorno la neve chiuse quasi del tutto l’ingresso. Scavai con le mani per trovare aria, poi sedetti di nuovo. Il dhikr diventò l’unico ordine possibile. Ripetevo al-Sabur (Il Pazientissimo) quando la fatica cresceva, al-Qawi (Il Forte) quando il corpo cedeva, al-Hadi (La Guida) quando la mente scivolava. Il numero dei giri, mille, duemila, tremila, diventò un modo per non pensare. Il decimo giorno accadde qualcosa che non so spiegare. Il dhikr prese un ritmo più profondo. Il movimento della testa, avanti e indietro, sembrava sincronizzato con qualcosa che non proveniva da me. La grotta non era più un rifugio, era una scuola. Il quindicesimo giorno non sentivo più la fame allo stesso modo. Il pane e i datteri lasciati nel bosco bastavano. Il corpo si muoveva al rallentatore ma la mente era lucida. Pronunciando al-Haqq (La Verità), sentivo un tremito nella colonna vertebrale. Il dhikr non era più un esercizio: era diventato una corrente che saliva e scendeva. Il ventesimo giorno il tempo iniziò a perdere consistenza. Il mattino e la notte erano identici. Il dhikr continuava per ore, poi si fermava da solo, poi ricominciava. A volte il movimento ritmico diventava così naturale da sembrare indipendente dalla mia volontà. Il corpo oscillava, la testa seguiva, e io ero solo un osservatore. Il venticinquesimo giorno capii che l’ego si era assottigliato. Non completamente, ma abbastanza da lasciar filtrare una calma diversa. La grotta non mi respingeva più. La neve, fuori, era come una coperta stesa dal cielo. Il trentesimo giorno scoprii che la paura scompare non quando si diventa forti, ma quando si diventa trasparenti. La ripetizione dei Nomi, al-Basir (Colui che vede), al-Latif (Il Sottile, il Delicato), al-Qarib (Il Vicino), modellava il respiro. Il dhikr era un metronomo dell’anima. Il trentacinquesimo giorno quasi non sentivo più il corpo. Il freddo c’era, ma non feriva. La fatica c’era, ma non disturbava. Ripetevo i Nomi come se li sapessi da sempre. A volte la grotta sembrava respirare insieme a me. Il quarantesimo giorno, quando scesi verso il villaggio, il Maestro mi attendeva vicino al bosco. Era un sufi bosniaco anziano, con la barba bianca e il capello islamico, gli occhi limpidi e da uomo puro, uno sguardo azzurro come il ghiaccio delle montagne sulla quale avveniva l’incontro. Rimase in silenzio per alcuni istanti, come se osservasse ed ascoltasse ciò che mi portavo addosso. Poi disse: «Ora tu non sei più la persona di prima. Non sarai mai più la persona di prima. Tornerai al mondo, ma non farai mai più parte del mondo. La conoscenza vera non è frutto della mente, ma solo frutto del cuore». Abbassai lo sguardo e gli baciai la mano in segno di rispetto ed obbedienza. Lui proseguì: «E ascolta ciò che ti dico. Per tutti i quaranta giorni, nella grotta non eri solo. Con te c’era, spiritualmente, Abdul Qadir Jilani. Era un grande maestro sufi del XII secolo vissuto in Iraq ma di origine persiana, fondatore della Via mistica Qadiriyya. Si dice che la sua protezione raggiunga chi supera una prova severa con fede salda. Ha vegliato il tuo ritiro. Ora tu sei suo figlio spirituale». Mi attraversò un brivido. Non provocato dal freddo. Le parole del Maestro mi entrarono nel petto come una seconda nascita, più importante della prima. Era il 1999. E non ho mai più dimenticato ciò che accadde in quelle montagne.

Roberto Minichini

Febbraio 2026

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