Era il 1999 quando salii sulle montagne della Bosnia coperte
di neve per iniziare un ritiro di quaranta giorni in una grotta. Portavo
soltanto una coperta pesante, una lampada a olio, datteri, acqua, e il quaderno
con l’elenco dei Novantanove Nomi Divini, in arabo al Asma al Husna, ciascuno
dei quali designa un attributo di Dio. Avrei dovuto ripeterli 10.000 volte al
giorno, seduto, con il dhikr ritmico che muove leggermente la parte alta del
corpo e la testa, avanti e indietro, seguendo il battito interiore. Gli amici
sufi del villaggio lasciavano il cibo nel punto stabilito del bosco. Non li
vedevo mai. Il ritiro doveva essere totale, nessun volto umano, nessuna
distrazione, solo neve, pietra, oscurità, e il Nome divino ripetuto migliaia di
volte. Dentro la grotta il freddo pungeva come ghiaccio vivo. La pietra odorava
di umidità e notte. Le prime ventiquattro ore furono una lotta, la mente
rifiutava il silenzio, il corpo tremava. Seduto, iniziavo il dhikr con un
movimento lento, regolare, avanti e indietro, mentre pronunciavo uno dei Nomi
Divini, al-Rahman (Il Misericordioso), al-Quddus (Il Purissimo), al-Nur (La
Luce), cercando di non perdere il ritmo. Il terzo giorno la solitudine diventò
più pesante del freddo. Il vento entrava dalla fessura della grotta come un
animale che voleva trascinarmi fuori. La ripetizione dei Nomi si spezzava, la
mente correva a pensieri inutili. Mi costrinsi a sedere per ore finché il corpo
cedette e accettò la disciplina. Sentivo la stanchezza come un nodo nella
fronte. Il quinto giorno la grotta cominciò a mostrare la sua voce. Ogni eco
cambiava mentre ripetevo i Nomi. Il movimento del dhikr, un’oscillazione lenta
della testa e delle spalle, diventava più automatico. La lingua pronunciava i
Nomi, ma sembrava che la pietra li rimandasse indietro trasformati. Scoprii che
il silenzio non era muto ma respirava ritmicamente con me. Il settimo giorno la
neve chiuse quasi del tutto l’ingresso. Scavai con le mani per trovare aria,
poi sedetti di nuovo. Il dhikr diventò l’unico ordine possibile. Ripetevo
al-Sabur (Il Pazientissimo) quando la fatica cresceva, al-Qawi (Il Forte)
quando il corpo cedeva, al-Hadi (La Guida) quando la mente scivolava. Il numero
dei giri, mille, duemila, tremila, diventò un modo per non pensare. Il decimo
giorno accadde qualcosa che non so spiegare. Il dhikr prese un ritmo più
profondo. Il movimento della testa, avanti e indietro, sembrava sincronizzato
con qualcosa che non proveniva da me. La grotta non era più un rifugio, era una
scuola. Il quindicesimo giorno non sentivo più la fame allo stesso modo. Il
pane e i datteri lasciati nel bosco bastavano. Il corpo si muoveva al
rallentatore ma la mente era lucida. Pronunciando al-Haqq (La Verità), sentivo
un tremito nella colonna vertebrale. Il dhikr non era più un esercizio: era
diventato una corrente che saliva e scendeva. Il ventesimo giorno il tempo
iniziò a perdere consistenza. Il mattino e la notte erano identici. Il dhikr
continuava per ore, poi si fermava da solo, poi ricominciava. A volte il
movimento ritmico diventava così naturale da sembrare indipendente dalla mia
volontà. Il corpo oscillava, la testa seguiva, e io ero solo un osservatore. Il
venticinquesimo giorno capii che l’ego si era assottigliato. Non completamente,
ma abbastanza da lasciar filtrare una calma diversa. La grotta non mi
respingeva più. La neve, fuori, era come una coperta stesa dal cielo. Il
trentesimo giorno scoprii che la paura scompare non quando si diventa forti, ma
quando si diventa trasparenti. La ripetizione dei Nomi, al-Basir (Colui che
vede), al-Latif (Il Sottile, il Delicato), al-Qarib (Il Vicino), modellava il
respiro. Il dhikr era un metronomo dell’anima. Il trentacinquesimo giorno quasi
non sentivo più il corpo. Il freddo c’era, ma non feriva. La fatica c’era, ma
non disturbava. Ripetevo i Nomi come se li sapessi da sempre. A volte la grotta
sembrava respirare insieme a me. Il quarantesimo giorno, quando scesi verso il
villaggio, il Maestro mi attendeva vicino al bosco. Era un sufi bosniaco
anziano, con la barba bianca e il capello islamico, gli occhi limpidi e da uomo
puro, uno sguardo azzurro come il ghiaccio delle montagne sulla quale avveniva
l’incontro. Rimase in silenzio per alcuni istanti, come se osservasse ed
ascoltasse ciò che mi portavo addosso. Poi disse: «Ora tu non sei più la
persona di prima. Non sarai mai più la persona di prima. Tornerai al mondo, ma
non farai mai più parte del mondo. La conoscenza vera non è frutto della mente,
ma solo frutto del cuore». Abbassai lo sguardo e gli baciai la mano in segno di
rispetto ed obbedienza. Lui proseguì: «E ascolta ciò che ti dico. Per tutti i
quaranta giorni, nella grotta non eri solo. Con te c’era, spiritualmente, Abdul
Qadir Jilani. Era un grande maestro sufi del XII secolo vissuto in Iraq ma di
origine persiana, fondatore della Via mistica Qadiriyya. Si dice che la sua
protezione raggiunga chi supera una prova severa con fede salda. Ha vegliato il
tuo ritiro. Ora tu sei suo figlio spirituale». Mi attraversò un brivido. Non
provocato dal freddo. Le parole del Maestro mi entrarono nel petto come una
seconda nascita, più importante della prima. Era il 1999. E non ho mai più
dimenticato ciò che accadde in quelle montagne.
Roberto Minichini
Febbraio 2026

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