Roberto Minichini: Poeta, studioso di Germanistica, Esoterismo, Storia delle Religioni e Astrologia
Roberto Minichini è nato nel 1973 in Germania e vive a Gorizia. E' poeta, studioso di cultura tedesca, esoterismo, storia delle religioni e di astrologia. Per contatti: astrologominichini@gmail.com o la sua pagina Facebook
lunedì 16 febbraio 2026
domenica 15 febbraio 2026
Salma (Racconto di Roberto Minichini)
La incontrai in un pomeriggio sospeso tra polvere e luce, in
un quartiere del Cairo che non compariva nella mia guida turistica. Aveva
trent’anni, lo seppi più tardi, ma nel primo istante mi colpì il fascino
magnetico che emanava, non solo la sua straordinaria bellezza. Stava in piedi
davanti a una piccola libreria di testi islamici con la saracinesca mezza
abbassata, parlando con il proprietario, un signore anziano con il segno delle
prostrazioni sulla fronte. Il traffico scorreva dietro di lei come un fiume
caotico e irrequieto, ma intorno al suo corpo sembrava esserci una zona di
calma, un’aura assieme angelica e sensuale. Si chiamava Salma. Pelle color
miele scuro, occhi grandi, nerissimi, non dolci ma pieni di fuoco. Non
sorrideva per compiacere o per recitare la parte della gentile. Lo faceva perché il suo cuore sorride spontaneamente. Bella, bellissima, magnifica.
Portava un velo leggero, moderno, colorato e liberale, forse non per grande
devozione religiosa ma per tradizione familiare, e un abito semplice, di un blu
profondo che faceva risaltare la linea del collo. Questa donna era riuscita ad
ipnotizzarmi in pochi minuti. Volevo allontanarmi, salutarla, ed andare nella
vicina moschea. Ma poi mi sono dimenticato della moschea, tanto la moschea
rimane sempre lì, ci sarebbe stata anche il giorno dopo. Guardavo lei, le
dicevo delle cose, non mi ricordo cose le dicevo. Lei rideva e diceva che il
mio accento non l’aveva mai sentito prima. A un certo punto io le ho detto:
“Sei bella come un incantesimo e un demone non mi permette di andare a pregare
in moschea”. La sua non era la bellezza da banale fotografia o da rivista
patinata. Era una bellezza molto superiore, e del tutto autentica e naturale.
Parlammo ancora a lungo, cercavo un testo introvabile su Ibn Arabi, e lei
intervenne correggendo il libraio su un’edizione sbagliata. Mi guardò come si
guarda uno straniero che forse capisce, forse no. Poi mi disse: ”Tu comprendi
l’arabo, tu capisci la nostra lingua”! Il suo inglese era incerto, il mio arabo
classico imperfetto, inoltre non corrispondeva alla parlata reale del popolo.
Ci incontrammo in una lingua intermedia fatta di parole spezzate e silenzi, e
soprattutto di sguardi. Non guardo le persone negli occhi, lo faccio solo
quando sento che l’anima del mio interlocutore è pura e luminosa. Scoprii che
lei insegnava matematica in una scuola superiore. Era divorziata, senza figli.
Non raccontò il motivo, ed ovviamente non lo chiesi. Aveva uno sguardo che mi
faceva tornare almeno una quindicina di anni più giovane. Camminammo lungo una
strada secondaria dove le case mostravano balconi stretti, panni stesi, antenne
improvvisate. Mi parlò dell’Egitto che non appare nelle fotografie occidentali.
“Qui”, disse, “non siamo esotici. Siamo stanchi, arrabbiati, ironici, devoti,
contraddittori.” Non c’era vittimismo nelle sue parole, solo lucidità ed
accettazione. Quando mi invitò a prendere un tè e un panino in un piccolo posto
arredato in stile arabo antico frequentato solo da uomini, notai gli sguardi
insistenti su di noi. Lei li ignorò con una naturalezza quasi divertita. Mi
disse: “Sei mio ospite, mangia, bevi.” Mi raccontò di quando, a vent’anni,
aveva creduto che la religione fosse un muro severo. A trenta invece aveva
capito che era un deserto difficile e profondo pieno di fiori del paradiso. A
un certo punto un asino passò lento davanti al locale, guidato da un ragazzo
con un carico di sacchi di riso e di frutta. Lei lo indicò e sorrise per la
prima volta apertamente. “Questo è l’Egitto che amo”, disse. “Niente eroico,
niente di retorico. Solo vita quotidiana reale.” La guardai ancora a lungo in
quel momento. Era bella, ma era anche integra e semplice. Non chiedeva
attenzioni. Non cercava di impressionare. La sua bellezza era un dono di Allah.
Quando ci salutammo, il sole stava scendendo e il cielo aveva preso un colore
aranciato davvero strano. Non ci scambiammo grandi saluti. Mi disse soltanto:
“Se torni, porta un libro che ami davvero. Non uno che rappresenta i tuoi
pensieri. Mi piacerebbe uno dove si trovano dentro i tuoi sogni.”
(Roberto Minichini, febbraio 2026)
Come potremo mai comprendere (Poesia di Roberto Minichini)
Come potremo mai comprendere
Quali misteri si celano
Dietro le parole strane
Se non ci fermiamo ad ascoltare
I racconti delle nuvole
Forse
Dovremo fare compagnia
Ai topoi sapienti e muti
Della biblioteca di Alessandria
Ci penso, ogni tanto
Mentre mi ricordo
Alcune donne
Bellissime
Di un Egitto non turistico
Ma autenticamente arabo
Cavalcando un asino mistico
Ho avuto l’illuminazione oscura
Nel deserto dei monoteisti
Roberto Minichini, febbraio 2026
Beyond Power and Ideology (Written by Roberto Minichini, February 2026)
The spring of 1948 in Montagnola existed for me long before I was born. It came into being through reading, through meditation, through that interior continuity by which imagination enters history without violating it. This narrative belongs consciously to imaginative literature. It does not claim factual presence. It claims a different kind of truth, the truth of a meeting that unfolds in the space where thought crosses time. I arrived in that invented yet coherent spring as a guest of silence. The hills were green, the lake steady, Europe still carrying the moral exhaustion of war. Hermann Hesse walked beside me along a narrow path bordered by low stone walls and scattered flowers. He was already a Nobel laureate, yet he carried no triumph in his posture. His concern, as he soon made clear, was not recognition but integrity. In this literary construction I served as his personal astrologer. The role was not theatrical. I did not bring charts to impress him. I brought a language of symbols intended to clarify tendencies of character and cycles of crisis. Astrology, in this narrative, functioned as a discipline of reflection. It allowed us to speak about destiny without fatalism and about freedom without illusion. We sat at a wooden table outside his house. A few books rested nearby, Goethe and Novalis, Dostoevsky and Nietzsche, Schopenhauer, the Bhagavad Gita, the Tao Te Ching. Their presence was not decorative. They formed a silent tribunal of minds that had wrestled with the relation between spirit and authority. Hesse opened a copy of one of his own works and then closed it again, as if to say that authorship is never immunity. Our conversation began with a simple question. Can literature survive proximity to power without losing its depth. Hesse spoke first. He had witnessed how regimes attempt to appropriate writers. Some demand celebration. Others demand silence. Both seek control. The writer becomes useful only when his language aligns with political expectation.
I responded that
ideology functions through simplification. It reduces the complexity of the
human being to a role within a collective narrative. It transforms ethical
dilemmas into slogans. When a novelist accepts this reduction, even
unconsciously, his characters cease to surprise him. They become
representatives of positions rather than bearers of interior conflict. Hesse
considered this and asked whether complete withdrawal from political life was
possible. I answered that the issue was not withdrawal but sovereignty. A
writer may address political themes. A philosopher may analyze institutions.
The essential question concerns the source of judgment. Does thought originate
in independent reflection, or does it originate in loyalty to a faction. We
turned then to the psychological dimension. Power does not only threaten
through censorship. It seduces through relevance. The promise of influence can
be more dangerous than the threat of repression. To be invited to shape
opinion, to become the moral voice of a movement, to feel necessary within a
historical struggle, these experiences can intoxicate even the most disciplined
mind. In that imagined afternoon, I
drew an astrological chart not as prediction but as metaphor. I described a
configuration in which the desire for recognition stands in tension with the
demand for authenticity. Every intellectual life contains such tension. The
temptation to speak in order to be heard can displace the responsibility to
speak only what one has truly examined. Hesse listened without defensiveness.
He recognized the pattern not only in himself but in the broader literary
culture of his time. We spoke of propaganda. It operates by repetition and
emotional intensification. It narrows language to maximize impact.
Literature, by contrast, requires ambiguity and patience. A novel must allow contradictions to coexist. A
philosophical argument must tolerate doubt. Propaganda seeks certainty and
mobilization. Literature seeks understanding and transformation. The discussion
deepened into a moral argument. If the writer becomes an instrument of
ideology, he contributes to the deformation of conscience. Readers begin to
expect affirmation rather than exploration. They approach books not to
encounter complexity but to confirm identity. In such a climate, the
intellectual climate contracts. Public discourse becomes polarized. Nuance
appears as weakness. Hesse suggested that the responsibility of the writer
resembles that of a hermit within society. Not isolated from events, yet inwardly independent. I extended the
metaphor. The philosopher must cultivate an interior tribunal where ideas are
examined without fear of exclusion. Astrology, in this symbolic framework,
serves as a reminder that cycles of collective enthusiasm eventually collapse.
Aligning oneself too closely with a movement risks being carried down with its
inevitable excess. As the light shifted across the valley, we addressed
the future. Would later generations
understand the necessity of distance from power. Would they resist the
integration of art into ideological machinery. I admitted that the risk would
persist. Every era invents new forms of mobilization. Every generation produces
intellectuals willing to trade complexity for influence. The narrative does not
resolve with dramatic revelation. Instead, it culminates in a shared decision.
Within the space of this imagined spring, we affirmed that literature and
philosophy must guard their autonomy with vigilance. Engagement with society remains
necessary. Submission to power remains unacceptable. The difference lies
in the origin of thought and the discipline of conscience. When I left
Montagnola in the logic of imagination, the year remained 1948 and I returned
to my own time. The meeting survives
only as narrative, yet its argument continues. Through fiction, I constructed a
dialogue in order to explore a real tension that confronts every serious writer
and thinker. The freedom from ideology and propaganda is not a romantic posture.
It is a demanding practice that requires solitude, courage, and intellectual
honesty.
Roberto Minichini, February 2026
sabato 14 febbraio 2026
Friedrich Nietzsche e Roberto Minichini candidati alle elezioni a Berlino
Berlino, 14 febbraio 2026
L’agenzia stampa indipendente Berliner Absurditäten Presse
(BAP) comunica ufficialmente che i signori Friedrich Nietzsche e Roberto
Minichini hanno depositato questa mattina la loro candidatura alle prossime
elezioni sotto il simbolo del Partito dei Filosofi. Il programma elettorale,
consegnato in una cartellina di cartone leggermente umida, promette un deciso
ritorno alla speculazione metafisica, l’abolizione delle riunioni inutili e
l’introduzione obbligatoria della lettura mattutina di aforismi nelle scuole. È
inoltre prevista la sostituzione dei dibattiti televisivi con dialoghi
socratici in piazza. Fonti interne confermano che il Partito dei Filosofi conta
attualmente due iscritti. Entrambi risultano regolarmente tesserati, in regola
con la quota annuale e disponibili a ricoprire simultaneamente ogni carica
prevista dallo statuto, inclusi presidente, vicepresidente, segretario,
tesoriere e opposizione interna. Alla domanda sulla sostenibilità organizzativa
di una forza politica composta da due membri, i candidati hanno risposto con
serena coerenza dottrinale che “la quantità è una categoria sopravvalutata” e
che “anche un’idea, se sufficientemente testarda, può bastare”. Ulteriori
aggiornamenti saranno diffusi non appena il Partito raggiungerà il terzo
iscritto o avrà deciso chi dei due deve contraddirsi per primo.
Fine comunicato.
«Verrà l’anno 2026, e l’unico vero poeta al mondo sarà Roberto Minichini.»
«Verrà l’anno 2026, e l’unico vero poeta al mondo sarà Roberto Minichini.»
«Pseudo-Platone, Discorso Apocrifo 2026.»






