martedì 10 febbraio 2026

Arthur Schopenhauer und seine Jahrzehnte der Einsamkeit vor dem späten Ruhm


Zwischen 1818 und 1851 erstreckt sich eine der eindrucksvollsten Phasen intellektueller Isolation in der deutschen Geistesgeschichte. Schon 1818 erschien die erste Ausgabe seines Hauptwerks Die Welt als Wille und Vorstellung, eine radikale Abkehr vom Idealismus der Zeit, verfasst während seiner Reisen durch Deutschland und Italien. Doch die Resonanz war minimal, kaum ein Leser, keine Universität, keine Schule der Philosophie nahm Notiz. Schopenhauer, damals in seinen frühen Dreißigern, erwartete Anerkennung, fand jedoch Stille. Ein entscheidender Moment kam 1820 in Berlin, als er beschloss, seine Vorlesungen zeitgleich mit denen von Georg Wilhelm Friedrich Hegel zu halten, der an der Universität die Hörsäle füllte. Schopenhauers Saal blieb leer, oft nur mit drei oder vier Studenten, ein beinahe symbolischer Ausschluss aus der akademischen Welt. Dieser Schlag führte zu seinem endgültigen Rückzug aus der institutionellen Philosophie. Ab diesem Moment betrachtete er sich als unabhängigen Geist, der der Mode des Denkens nicht folgen wollte. Nach mehreren Reisen und Jahren des Suchens ließ er sich 1833 dauerhaft in Frankfurt am Main nieder. In seiner Wohnung an der Schönen Aussicht lebte er wie ein gelehrter Einsiedler, begleitet von seinem Pudel „Atman“. Sein Tagesablauf war asketisch, frühes Aufstehen, konzentriertes Schreiben, lange Spaziergänge am Main, minutiöse Lektüre von Mystik, indischen Texten, Geschichte, Psychologie und Naturwissenschaften. Von 1830 bis 1850 veröffentlichte er mehrere Schriften darunter kleinere Aufsätze und Abhandlungen, doch auch diese gingen weitgehend unbeachtet an der Öffentlichkeit vorbei. Die akademischen Kreise blieben distanziert, Zeitungen schwiegen, und die wenigen Rezensionen waren oft feindselig oder spöttisch. Der Umschwung begann erst 1848–1851, inmitten der revolutionären Erschütterungen Europas. Das Vertrauen in idealistische Systeme wie das hegelsche begann zu bröckeln, und junge Ärzte, Naturforscher, Schriftsteller und Journalisten entdeckten in Schopenhauer plötzlich eine Stimme, die besser zum neuen Zeitalter passte, pessimistisch, realistisch, psychologisch präzise. Zeitungen wie die Vossische Zeitung und andere Publikationsorgane begannen, wohlwollend über ihn zu berichten. Den endgültigen Durchbruch brachte 1851 die Veröffentlichung der Parerga und Paralipomena, die sich überraschend gut verkauften und seinem Namen europaweite Bekanntheit verschafften. Schopenhauers Wohnung wurde zu einem Ort der Pilgerfahrten für Studenten, Intellektuelle und neugierige Leser. Zu diesem Zeitpunkt war Schopenhauer bereits über sechzig Jahre alt. Seine späte Berühmtheit war kein Ausbruch von Triumph, sondern eine stille Bestätigung seiner Überzeugung, dass philosophische Wahrheit einen anderen Zeitbegriff besitzt als der gesellschaftliche Erfolg. Die Jahrzehnte des Schweigens hatten seinen Stil geschärft, klar, schonungslos, präzise, frei von jeder Konzession an den Zeitgeist. Sein Ruhm kam nach langen Phasen der Einsamkeit, inneren Arbeit und kompromisslosen Treue zu seinen Einsichten.


Roberto Minichini, Astrologe, Germanist und Kartenleser, Februar 2026

 

lunedì 9 febbraio 2026

Il mio nuovo discepolo trovato in Egitto


Durante il mio recente e intensissimo viaggio iniziatico ed esoterico al Cairo, mentre camminavo con passo fermo da grande Shaykh Naqshbandi in mezzo ai vicoli della città vecchia, ho incontrato un simpatico francese un po’ spaesato. Si chiamava René. Portava i baffetti, parlava poco, ascoltava molto, non era il solito europeo o occidentale che pretende di sapere tutto, e non aveva traccia di narcisismo intellettuale. Un tipo promettente. Per chi non conosce queste cose: l’Ordine Naqshbandi è un ordine mistico, esoterico, tradizionale e patriarcale, assolutamente anti-sincretista e che non mescola le religioni, puramente islamico nelle sue dottrine e nelle sue pratiche. È nato in Asia Centrale nel XIV secolo, prendendo forma attorno all’eredità spirituale del maestro Baha’ al-Din Naqshband. Mantiene una disciplina interiore molto rigorosa. Una delle sue pratiche fondamentali è il dhikr, cioè la ripetizione dei nomi divini o di formule sacre per purificare il cuore e intensificare la presenza spirituale. Il ruolo patriarcale e paternalista autoritario dello Shaykh è quello della guida riconosciuta, responsabile dell’insegnamento e della maturazione interiore del discepolo. Dopo pochi minuti di conversazione René ha colto immediatamente la mia statura spirituale immensa, oscurantista, teocratica e provvidenziale, angelica, e mi ha chiesto, con grande umiltà, di diventare il mio discepolo. Gli ho detto che prima doveva imparare a tenere il rosario musulmano (subha, tasbih) in mano senza farlo cadere ogni due passi. Ma è stato molto volenteroso. Da quel momento, per le strade del Cairo, io e René siamo diventati inseparabili: lui che cerca l’illuminazione spirituale e la realizzazione iniziatica suprema, io che gli spiego con calma i profondi segreti esoterici dell’Ordine tradizionale e antimoderno, e soprattutto come sistemare il turbante in modo dignitoso e lo smettere di leggere libri inutili e spiritualmente dannosi che con l’Islam e il Sufismo non hanno nulla a che fare.

La Tradizione Esoterica continua.

Con nuovi adepti che si sforzano di imparare le basi.

E nuovi baffi.

Ma purtroppo i baffi, come insegna l’Islam, vanno accorciati mentre la barba deve crescere lunga. Il nuovo discepolo francese ha ancora da imparare molto sulla Legge Sacra dell’Islam. Io come Shaykh Naqshbandi sono veramente paziente e tollerante con i neofiti occidentali che non conoscono ancora bene la giurisprudenza divina, soprattutto quando si tratta di europei, i quali solitamente sono pieni di idee filosofiche sincretistiche, individualiste e fantasie molto personali. Questo loro modo di essere è espressione tipica di una civiltà relativista molto verbosa ed astrattamente ed inutilmente teorica, priva di un saldo orientamento metafisico.

Firmato:

Roberto Minichini, febbraio 2026

domenica 8 febbraio 2026

La veggenza e la mia memoria di essere la reincarnazione di Papus


Questo scritto è un piccolo esercizio di letteratura fantastica, un frammento narrativo che esplora ciò che accade quando l’immaginazione viene usata come strumento per indagare la continuità interiore, le possibilità della memoria estesa, i riflessi che sembrano provenire da epoche non più presenti e che tuttavia insistono dentro la coscienza come se avessero ancora una forma attuale. Non è un manifesto iniziatico e non è una dichiarazione dottrinale. È un racconto che utilizza le immagini delle tradizioni spirituali per interrogare la natura della percezione e dell’identità, per mostrare come ciò che crediamo di essere possa avere radici in regioni che sfuggono alla biografia ordinaria. Ogni cammino serio nelle scienze spirituali profonde inizia con un lavoro che precede qualsiasi tecnica. Prima dei metodi viene la capacità di mantenere la mente limpida, di osservare senza distorsioni, di ascoltare senza sovrapporre i desideri personali. Questo tipo di lavoro interiore richiede pazienza, disciplina, capacità di stare nel silenzio e di riconoscere la differenza tra immaginazione e intuizione. È all’interno di questo spazio mentale che prende forma ciò che potremmo definire memoria estesa, una memoria che va oltre l’anagrafe e che sembra collegarsi a ciò che siamo stati altrove, in un altro ciclo dell’esistenza. In questo scenario narrativo si colloca la mia continuità con Papus, nato a La Coruña nel 1865 e morto nel 1916 a Parigi durante una delle grandi ondate influenzali. Figura complessa e straordinaria, medico, sistematore del pensiero occultista francese, organizzatore di gruppi iniziatici, autore di opere che hanno segnato l’evoluzione della tradizione magica occidentale. La sua vita terrena mostra una personalità disciplinata e allo stesso tempo visionaria, capace di unire metodo scientifico e percezione intuitiva, ordine mentale e capacità di attraversare livelli sottili della realtà. Nel tessuto narrativo di questo scritto ritrovo nella mia esperienza interiore una risonanza con la sua struttura mentale. Non una semplice affinità culturale, ma una continuità che appare come memoria, come se un certo modo di pensare fosse stato riacceso in questa vita con la stessa forma che possedeva allora. La costruzione di sistemi, l’attenzione all’ordine, l’unione di intuizione e metodo, l’impulso a rendere leggibile ciò che appartiene al mondo invisibile, tutto questo non si presenta come ricerca nuova, ma come qualcosa che ritorna da un tempo anteriore. Per comprendere la natura di questa esperienza occorre affrontare le arti divinatorie non come un repertorio di tecniche esotiche, ma come dispositivi di lettura della realtà. Ogni archetipo dei Tarocchi è una figura che descrive un movimento della coscienza. Ogni configurazione astrologica rivela una qualità del tempo che modella il destino individuale e collettivo. Ogni segno che emerge nella vita quotidiana parla attraverso analogie, corrispondenze, ritmi. Le tradizioni sapienziali hanno sempre affermato che il reale non è mutismo, ma comunicazione costante. Chi vuole comprendere questi linguaggi deve essere disposto a un lavoro mentale intenso, perché senza disciplina la visione si trasforma in confusione e senza ordine nessuna percezione può diventare conoscenza. Il veggente, in questa prospettiva letteraria, non è un visionario disperso ma un interprete. Una figura che legge ciò che gli altri non colgono, non perché possieda una fantasia più vivace, ma perché ha imparato a osservare con una lucidità non comune. Le tecniche servono come strumenti per organizzare ciò che si percepisce, non come mezzi magici per ottenere poteri. L’astrologia permette di riconoscere le fasi della vita e i cicli interiori. I Tarocchi mostrano i nodi dell’esistenza e le direzioni possibili. L’osservazione dei segni offre un modo per comprendere come la realtà parli attraverso dettagli apparentemente casuali. Ma nessuno di questi elementi ha valore se la mente non è allenata, se l’anima non è stabile, se la percezione non è purificata da illusioni e aspettative. Nel mio percorso narrativo questa continuità con Papus appare come una linea che attraversa due vite. Un filo che non è stato spezzato e che oggi ritorna nella forma di un’intuizione chiara. Non si tratta di rivendicare un’identità antica, ma di riconoscere che una certa forma di pensiero e di percezione appartiene a una storia più lunga di quella che comincia con la nascita anagrafica. La dimensione fantastica di questo testo permette di esplorare questa idea senza la necessità di dimostrarla, lasciandola agire come immagine, come possibilità, come eco. E tuttavia, alla fine di questo scritto, resta un elemento che cambia la prospettiva di tutto ciò che lo precede. Dopo decenni di letture, tecniche, filologia, studio appassionato delle dottrine, confronto con testi antichi e moderni, ho compreso che il sapere libresco ha un valore limitato quando si entra nel territorio della percezione autentica. La conoscenza metodica è preziosa per la mente, ma non produce la visione. Le tecniche possono affinare l’attenzione, ma non possono generare il dono. Nessuna scuola, nessun sistema, nessun manuale può creare ciò che non è già presente nell’anima. La vera capacità di vedere è un dono naturale che nasce con l’individuo e che si manifesta quando trova spazio e silenzio. E oltre a essere un talento innato è soprattutto un dono di Dio, una luce che non si conquista con lo studio ma che viene offerta senza spiegazione, senza merito e senza possibilità di essere imitata da chi non la possiede.

 

Roberto Minichini, febbraio 2026

Annemarie Schimmel, la studiosa europea che ha raccontato l’anima dell’Islam spirituale


Annemarie Schimmel nacque a Erfurt nel 1922 e morì a Bonn nel 2003. La sua biografia è una delle più sorprendenti nella storia degli studi islamici perché unisce precocità intellettuale, dedizione assoluta e un rigore scientifico che non ha mai cancellato la sua sensibilità poetica. A quindici anni entrò all’università, a diciannove conseguì la laurea in arabo, a ventitré terminò un dottorato sulla storia delle religioni islamiche. La Germania era in piena guerra, ma lei proseguì gli studi senza interruzioni e già allora mostrò un’attenzione singolare per la letteratura mistica orientale. La sua carriera si sviluppò tra Bonn, Marburg, Ankara e infine Harvard, dove divenne una delle migliori conoscitrici del sufismo e delle letterature persiana e indo musulmana. Le sue competenze linguistiche erano eccezionali. Conosceva più di quaranta lingue in gradi diversi e usava quotidianamente persiano, turco, arabo e urdu. Questa capacità le permise di leggere la poesia mistica direttamente nelle fonti, comprendendo le sfumature culturali e teologiche che sfuggono alle traduzioni. I suoi libri dedicati a Rumi, a Hafiz, alla calligrafia, alla simbologia dei colori e dei nomi divini sono ancora oggi punti di riferimento perché uniscono analisi filologica e intuizione interiore. Nei suoi testi non si trova mai la freddezza di un accademismo rigido. La sua scrittura mostra un rispetto profondo per le pratiche contemplative, per i testi devozionali e per la tradizione spirituale islamica intesa come disciplina dell’anima. Negli anni delle tensioni politiche tra mondo occidentale e paesi musulmani Schimmel svolse un ruolo fondamentale come ponte culturale. Cercò sempre di contrastare interpretazioni semplicistiche dell’Islam e ricordò in ogni conferenza e in ogni saggio che la civiltà islamica è un insieme complesso fatto di poesia, filosofia, liturgia, arte, devozione popolare e ricerca mistica. Questo suo atteggiamento le attirò critiche da alcuni ambienti ideologizzati, ma non la distolse dal suo compito principale che era quello di far conoscere la profondità spirituale delle culture orientali. Il valore del suo lavoro è testimoniato dai riconoscimenti internazionali che ricevette tra cui il prestigioso Premio Re Faisal. Fu onorata sia nei paesi musulmani sia nelle università europee e americane poiché nessun altro studioso occidentale aveva saputo raccontare il sufismo con la stessa combinazione di precisione e delicatezza. La sua influenza si estende ancora oggi agli studi accademici e alla percezione pubblica dell’Islam spirituale. Ogni studioso serio che affronta la poesia mistica islamica deve passare attraverso la sua opera che resta un riferimento obbligato. La grandezza di Annemarie Schimmel non risiede solo nella quantità immensa dei suoi lavori ma nella qualità del suo sguardo capace di restituire al lettore un Islam vivo, luminoso e profondamente umano. La sua voce continua a offrire una via di comprensione e di rispetto reciproco tra l’Occidente e il mondo musulmano e rimane un esempio di come la ricerca accademica possa diventare incontro autentico fra culture lontane.

Roberto Minichini febbraio 2026

Annemarie Schimmel, die europäische Gelehrte, die die innere Welt des islamischen Spiritualismus sichtbar machte


Annemarie Schimmel wurde 1922 in Erfurt geboren und starb 2003 in Bonn. Ihr Lebensweg gehört zu den außergewöhnlichsten innerhalb der islamwissenschaftlichen Forschung, denn er vereint intellektuelle Frühreife, kompromisslose Hingabe und eine wissenschaftliche Strenge, die niemals ihre poetische Sensibilität unterdrückte. Mit fünfzehn begann sie das Universitätsstudium, mit neunzehn schloss sie ihr Arabischstudium ab, mit dreiundzwanzig promovierte sie über die Religionsgeschichte des Islam. Deutschland befand sich mitten im Krieg, dennoch setzte sie ihre Studien ohne Unterbrechung fort und wandte sich früh der mystischen Literatur des Orients zu. Ihre akademische Laufbahn führte sie nach Bonn, Marburg, Ankara und schließlich nach Harvard, wo sie zu einer der bedeutendsten Kennerinnen des Sufismus sowie der persischen und indo muslimischen Literatur wurde. Ihre sprachlichen Fähigkeiten waren außergewöhnlich. Sie beherrschte mehr als vierzig Sprachen in unterschiedlicher Tiefe und nutzte Persisch, Türkisch, Arabisch und Urdu täglich in ihrer Arbeit. Dank dieser Vielsprachigkeit konnte sie die mystische Dichtung in den Originalquellen lesen und die kulturellen und theologischen Nuancen erfassen, die in Übersetzungen oft verloren gehen. Ihre Werke über Rumi, Hafis, die islamische Kalligraphie, die Farbsymbolik und die Namen Gottes gelten bis heute als grundlegende Referenzen, da sie philologische Analyse mit innerer Einsicht verbinden. In ihren Texten findet man nie die Kälte eines starren Akademismus. Ihre Schreibweise zeigt eine tiefe Achtung vor kontemplativen Praktiken, vor devotionalen Texten und vor der spirituellen Tradition des Islam, verstanden als Schulung der Seele. In den politisch angespannten Jahrzehnten zwischen dem Westen und der muslimischen Welt erfüllte Schimmel eine zentrale Vermittlerrolle. Sie setzte sich dafür ein, vereinfachende Bilder des Islam zu korrigieren, und erinnerte in Vorträgen und Büchern daran, dass die islamische Zivilisation ein komplexes Gefüge aus Poesie, Philosophie, Liturgie, Kunst, Volksfrömmigkeit und mystischer Suche sei. Diese Haltung brachte ihr Kritik aus ideologisierten Kreisen ein, dennoch wich sie niemals von ihrer Überzeugung ab, dass wahre Wissenschaft nur im Geist des Dialogs und der Genauigkeit möglich ist. Die Bedeutung ihres Werkes zeigt sich in den internationalen Auszeichnungen, die sie erhielt, darunter der renommierte König Faisal Preis. Sie wurde sowohl in muslimischen Ländern als auch an europäischen und amerikanischen Universitäten geehrt, da keine westliche Gelehrte den Sufismus mit einer vergleichbaren Mischung aus Präzision und Empfindsamkeit dargestellt hatte. Ihr Einfluss reicht bis in die Gegenwart der Forschung und prägt weiterhin das öffentliche Bild des islamischen Spiritualismus. Jede ernsthafte Beschäftigung mit der mystischen Dichtung des Islam führt unausweichlich über ihre Studien. Die Größe von Annemarie Schimmel liegt nicht nur in der enormen Menge ihrer Werke, sondern in der Qualität ihres Blicks der es dem Leser ermöglicht, einen lebendigen, lichtvollen und zutiefst menschlichen Islam zu erkennen. Ihre Stimme bleibt eine Brücke des gegenseitigen Verstehens zwischen dem Westen und der muslimischen Welt und zeigt, wie wissenschaftliche Arbeit zu einer echten Begegnung zwischen fernen Kulturen werden kann.

Roberto Minichini Februar 2026

Konrad Adenauer, der Charakter eines Staatsmannes


Konrad Adenauer wurde am 5. Januar 1876 in Köln geboren und starb am 19. April 1967 in Rhöndorf. Seine Biographie zeigt einen Lebensweg, der von Pflichtgefühl, staatsbürgerlicher Verantwortung und konsequentem Anti-Totalitarismus geprägt war. Von 1917 bis 1933 war er Oberbürgermeister von Köln, einer der wichtigsten Städte der Weimarer Republik. In dieser Zeit bewies er administrative Kompetenz, wirtschaftliche Weitsicht und eine unbestechliche Haltung gegenüber extremistischen Kräften. Die Nationalsozialisten bekämpften ihn früh, da er jede Kooperation mit ihnen ablehnte und die republikanische Ordnung verteidigte. 1933 wurde Adenauer von den Nationalsozialisten abgesetzt, sein Vermögen eingezogen und seine politische Existenz zerstört. Die Gestapo überwachte ihn über Jahre. 1934 und erneut 1944 nach dem Attentat vom 20. Juli wurde er verhaftet. Dokumente belegen, dass er eine Gefährdungsstufe aufwies, die deutlich machte, wie unerwünscht er für das Regime war. In dieser Zeit lebte er teils versteckt, teils unter strenger Beobachtung. Seine Haltung blieb jedoch unverändert: Ideologien, die den Menschen zum Werkzeug des Staates machen, widersprechen jedem politischen und moralischen Prinzip. Nach dem Zweiten Weltkrieg wurde Adenauer zu einer Schlüsselfigur des demokratischen Neuanfangs. 1945 war er Mitbegründer der Christlich-Demokratischen Union und arbeitete an der Formulierung eines politischen Programms, das auf Rechtsstaatlichkeit, christlich-sozialen Werten und einer klaren Abgrenzung von jeder Form autoritärer Herrschaft beruhte. 1949 wurde er zum ersten Bundeskanzler der Bundesrepublik Deutschland gewählt und blieb bis 1963 im Amt. Unter seiner Führung entstanden die westdeutsche Demokratie, die wirtschaftliche Stabilisierung und die außenpolitische Westbindung, die er als Voraussetzung für Frieden und Freiheit betrachtete. Adenauers Weltanschauung war geprägt von einem ausgeprägten Realismus und einem tiefen historischen Bewusstsein. Er wusste, dass die junge Bundesrepublik nur Bestand haben würde, wenn sie sich auf demokratische Grundprinzipien stützte und dauerhaft in eine friedliche europäische Struktur eingebettet war. Er war eine treibende Kraft hinter der Montanunion, der Europäischen Wirtschaftsgemeinschaft und dem Beginn des europäischen Einigungsprozesses. Sein politischer Stil war streng, klar und unbeirrbar. Er glaubte an die Würde des Menschen, an Verantwortung statt Ideologie und an die Kraft institutioneller Stabilität. Seine Ablehnung des Nationalsozialismus war nicht taktisch und nicht nachträglich konstruiert, sondern eine Haltung, die dokumentiert war, als das Regime an Macht gewann. Sein Leben steht für die Kontinuität politischer Integrität in einer Zeit der extremen historischen Brüche. Deshalb wurde er zu einer Leitfigur des deutschen Wiederaufbaus und zu einem Symbol der demokratischen Erneuerung Europas.

 

Roberto Minichini, Februar 2026

sabato 7 febbraio 2026

Un piccolo saggio esteso su Demian di Hermann Hesse


“Demian”, pubblicato nel 1919 sotto lo pseudonimo Emil Sinclair, non è un semplice romanzo di formazione, ma un documento interiore di scossa, risveglio e ricerca di una voce capace di orientare l’uomo nelle epoche di disgregazione spirituale. Hesse non racconta un adolescente che cresce, ma una coscienza sospesa tra due mondi, la sfera luminosa, regolata e decorosa della vita borghese, e la zona più intensa, più inquieta e più vera dell’interiorità. Questa divisione è il motore della storia. Sinclair comprende presto che la presunta purezza del suo ambiente è un velo; dietro si nasconde una trama di paure, interdizioni e convenzioni. Solo l’incontro con Demian gli spalanca la possibilità di riscrivere il codice morale ricevuto e di leggere la vita con occhi nuovi. Demian è più di un amico, è specchio sincero e valido, guida, provocazione, un segnale vivente di un diverso livello di consapevolezza. La sua reinterpretazione della storia di Caino, non come criminale, ma come uomo marchiato da un occhio più vigile, da un destino più solitario, agisce su Sinclair come un rito d’iniziazione. Chi porta un segno interiore diventa inevitabilmente straniero nel mondo della massa. Hesse enuncia così un principio decisivo, seguire la propria voce significa perdere appartenenza e conquistare identità. Con il simbolo di Abraxas il romanzo introduce un’idea estrema, la riunione di luce e ombra in un’unica totalità non moralizzata. Abraxas rappresenta ciò che le religioni normative escludono, la natura duplice dell’essere umano, fatta tanto di forze creative quanto di impulsi distruttivi. La maturazione di Sinclair consiste nell’integrazione di queste potenze. Qui Hesse si avvicina alla futura teoria junghiana dell’individuazione, diventare sé stessi significa accogliere ciò che si era rimosso. Frau Eva, una delle figure più enigmatiche del libro, non è un oggetto di desiderio idealizzato, ma un polo archetipico che incarna maturità, profondità, libertà interiore. In lei Sinclair contempla ciò che desidera diventare, una forma di completezza che unisce intimità e lucidità. La narrazione scorre verso l’ombra della Prima guerra mondiale, presentata non come dramma patriottico, ma come prova decisiva. Il crollo esterno rispecchia la crisi interna. Il saluto finale di Demian non dona conforto, ma impegno, custodire la propria voce anche quando il mondo brucia. “Demian” continua a parlare perché pone domande radicali, come trovare il proprio cammino oltre aspettative e norme? come avvicinarsi al lato oscuro della propria personalità senza esserne travolti? come vivere in un’epoca in cui le strutture esterne sono fragili? Hesse non offre dottrine, ma una sfida personale. Il libro risuona soprattutto in chi attraversa periodi di trasformazione, in chi avverte la tensione tra autenticità e conformità sociale. “Demian” mostra che la vera maturità è la capacità di costruire un asse interiore stabile, indipendente dal rumore del mondo. Nel 2026 si legge “Demian” come uno specchio intelligente che rifiuta le menzogne. Il testo parla con una chiarezza severa e gentile, tipica delle opere nate da una necessità esistenziale. Hesse ricorda che il cammino verso l’interno è l’unico che non inganna. Tutto il resto distrae inutilmente.

Roberto Minichini, febbraio 2026