domenica 15 febbraio 2026

Salma (Racconto di Roberto Minichini)


La incontrai in un pomeriggio sospeso tra polvere e luce, in un quartiere del Cairo che non compariva nella mia guida turistica. Aveva trent’anni, lo seppi più tardi, ma nel primo istante mi colpì il fascino magnetico che emanava, non solo la sua straordinaria bellezza. Stava in piedi davanti a una piccola libreria di testi islamici con la saracinesca mezza abbassata, parlando con il proprietario, un signore anziano con il segno delle prostrazioni sulla fronte. Il traffico scorreva dietro di lei come un fiume caotico e irrequieto, ma intorno al suo corpo sembrava esserci una zona di calma, un’aura assieme angelica e sensuale. Si chiamava Salma. Pelle color miele scuro, occhi grandi, nerissimi, non dolci ma pieni di fuoco. Non sorrideva per compiacere o per recitare la parte della gentile. Lo faceva perché il suo cuore sorride spontaneamente. Bella, bellissima, magnifica. Portava un velo leggero, moderno, colorato e liberale, forse non per grande devozione religiosa ma per tradizione familiare, e un abito semplice, di un blu profondo che faceva risaltare la linea del collo. Questa donna era riuscita ad ipnotizzarmi in pochi minuti. Volevo allontanarmi, salutarla, ed andare nella vicina moschea. Ma poi mi sono dimenticato della moschea, tanto la moschea rimane sempre lì, ci sarebbe stata anche il giorno dopo. Guardavo lei, le dicevo delle cose, non mi ricordo cose le dicevo. Lei rideva e diceva che il mio accento non l’aveva mai sentito prima. A un certo punto io le ho detto: “Sei bella come un incantesimo e un demone non mi permette di andare a pregare in moschea”. La sua non era la bellezza da banale fotografia o da rivista patinata. Era una bellezza molto superiore, e del tutto autentica e naturale. Parlammo ancora a lungo, cercavo un testo introvabile su Ibn Arabi, e lei intervenne correggendo il libraio su un’edizione sbagliata. Mi guardò come si guarda uno straniero che forse capisce, forse no. Poi mi disse: ”Tu comprendi l’arabo, tu capisci la nostra lingua”! Il suo inglese era incerto, il mio arabo classico imperfetto, inoltre non corrispondeva alla parlata reale del popolo. Ci incontrammo in una lingua intermedia fatta di parole spezzate e silenzi, e soprattutto di sguardi. Non guardo le persone negli occhi, lo faccio solo quando sento che l’anima del mio interlocutore è pura e luminosa. Scoprii che lei insegnava matematica in una scuola superiore. Era divorziata, senza figli. Non raccontò il motivo, ed ovviamente non lo chiesi. Aveva uno sguardo che mi faceva tornare almeno una quindicina di anni più giovane. Camminammo lungo una strada secondaria dove le case mostravano balconi stretti, panni stesi, antenne improvvisate. Mi parlò dell’Egitto che non appare nelle fotografie occidentali. “Qui”, disse, “non siamo esotici. Siamo stanchi, arrabbiati, ironici, devoti, contraddittori.” Non c’era vittimismo nelle sue parole, solo lucidità ed accettazione. Quando mi invitò a prendere un tè e un panino in un piccolo posto arredato in stile arabo antico frequentato solo da uomini, notai gli sguardi insistenti su di noi. Lei li ignorò con una naturalezza quasi divertita. Mi disse: “Sei mio ospite, mangia, bevi.” Mi raccontò di quando, a vent’anni, aveva creduto che la religione fosse un muro severo. A trenta invece aveva capito che era un deserto difficile e profondo pieno di fiori del paradiso. A un certo punto un asino passò lento davanti al locale, guidato da un ragazzo con un carico di sacchi di riso e di frutta. Lei lo indicò e sorrise per la prima volta apertamente. “Questo è l’Egitto che amo”, disse. “Niente eroico, niente di retorico. Solo vita quotidiana reale.” La guardai ancora a lungo in quel momento. Era bella, ma era anche integra e semplice. Non chiedeva attenzioni. Non cercava di impressionare. La sua bellezza era un dono di Allah. Quando ci salutammo, il sole stava scendendo e il cielo aveva preso un colore aranciato davvero strano. Non ci scambiammo grandi saluti. Mi disse soltanto: “Se torni, porta un libro che ami davvero. Non uno che rappresenta i tuoi pensieri. Mi piacerebbe uno dove si trovano dentro i tuoi sogni.”

(Roberto Minichini, febbraio 2026)

Come potremo mai comprendere (Poesia di Roberto Minichini)


Come potremo mai comprendere

Quali misteri si celano

Dietro le parole strane

Se non ci fermiamo ad ascoltare

I racconti delle nuvole

Forse

Dovremo fare compagnia

Ai topoi sapienti e muti

Della biblioteca di Alessandria

Ci penso, ogni tanto

Mentre mi ricordo

Alcune donne

Bellissime

Di un Egitto non turistico

Ma autenticamente arabo

Cavalcando un asino mistico

Ho avuto l’illuminazione oscura

Nel deserto dei monoteisti

 

Roberto Minichini, febbraio 2026

Beyond Power and Ideology (Written by Roberto Minichini, February 2026)


The spring of 1948 in Montagnola existed for me long before I was born. It came into being through reading, through meditation, through that interior continuity by which imagination enters history without violating it. This narrative belongs consciously to imaginative literature. It does not claim factual presence. It claims a different kind of truth, the truth of a meeting that unfolds in the space where thought crosses time. I arrived in that invented yet coherent spring as a guest of silence. The hills were green, the lake steady, Europe still carrying the moral exhaustion of war. Hermann Hesse walked beside me along a narrow path bordered by low stone walls and scattered flowers. He was already a Nobel laureate, yet he carried no triumph in his posture. His concern, as he soon made clear, was not recognition but integrity. In this literary construction I served as his personal astrologer. The role was not theatrical. I did not bring charts to impress him. I brought a language of symbols intended to clarify tendencies of character and cycles of crisis. Astrology, in this narrative, functioned as a discipline of reflection. It allowed us to speak about destiny without fatalism and about freedom without illusion. We sat at a wooden table outside his house. A few books rested nearby, Goethe and Novalis, Dostoevsky and Nietzsche, Schopenhauer, the Bhagavad Gita, the Tao Te Ching. Their presence was not decorative. They formed a silent tribunal of minds that had wrestled with the relation between spirit and authority. Hesse opened a copy of one of his own works and then closed it again, as if to say that authorship is never immunity. Our conversation began with a simple question. Can literature survive proximity to power without losing its depth. Hesse spoke first. He had witnessed how regimes attempt to appropriate writers. Some demand celebration. Others demand silence. Both seek control. The writer becomes useful only when his language aligns with political expectation.

I responded that ideology functions through simplification. It reduces the complexity of the human being to a role within a collective narrative. It transforms ethical dilemmas into slogans. When a novelist accepts this reduction, even unconsciously, his characters cease to surprise him. They become representatives of positions rather than bearers of interior conflict. Hesse considered this and asked whether complete withdrawal from political life was possible. I answered that the issue was not withdrawal but sovereignty. A writer may address political themes. A philosopher may analyze institutions. The essential question concerns the source of judgment. Does thought originate in independent reflection, or does it originate in loyalty to a faction. We turned then to the psychological dimension. Power does not only threaten through censorship. It seduces through relevance. The promise of influence can be more dangerous than the threat of repression. To be invited to shape opinion, to become the moral voice of a movement, to feel necessary within a historical struggle, these experiences can intoxicate even the most disciplined mind. In that imagined afternoon, I drew an astrological chart not as prediction but as metaphor. I described a configuration in which the desire for recognition stands in tension with the demand for authenticity. Every intellectual life contains such tension. The temptation to speak in order to be heard can displace the responsibility to speak only what one has truly examined. Hesse listened without defensiveness. He recognized the pattern not only in himself but in the broader literary culture of his time. We spoke of propaganda. It operates by repetition and emotional intensification. It narrows language to maximize impact. Literature, by contrast, requires ambiguity and patience. A novel must allow contradictions to coexist. A philosophical argument must tolerate doubt. Propaganda seeks certainty and mobilization. Literature seeks understanding and transformation. The discussion deepened into a moral argument. If the writer becomes an instrument of ideology, he contributes to the deformation of conscience. Readers begin to expect affirmation rather than exploration. They approach books not to encounter complexity but to confirm identity. In such a climate, the intellectual climate contracts. Public discourse becomes polarized. Nuance appears as weakness. Hesse suggested that the responsibility of the writer resembles that of a hermit within society. Not isolated from events, yet inwardly independent. I extended the metaphor. The philosopher must cultivate an interior tribunal where ideas are examined without fear of exclusion. Astrology, in this symbolic framework, serves as a reminder that cycles of collective enthusiasm eventually collapse. Aligning oneself too closely with a movement risks being carried down with its inevitable excess. As the light shifted across the valley, we addressed the future. Would later generations understand the necessity of distance from power. Would they resist the integration of art into ideological machinery. I admitted that the risk would persist. Every era invents new forms of mobilization. Every generation produces intellectuals willing to trade complexity for influence. The narrative does not resolve with dramatic revelation. Instead, it culminates in a shared decision. Within the space of this imagined spring, we affirmed that literature and philosophy must guard their autonomy with vigilance. Engagement with society remains necessary. Submission to power remains unacceptable. The difference lies in the origin of thought and the discipline of conscience. When I left Montagnola in the logic of imagination, the year remained 1948 and I returned to my own time. The meeting survives only as narrative, yet its argument continues. Through fiction, I constructed a dialogue in order to explore a real tension that confronts every serious writer and thinker. The freedom from ideology and propaganda is not a romantic posture. It is a demanding practice that requires solitude, courage, and intellectual honesty.

 

Roberto Minichini, February 2026

sabato 14 febbraio 2026

Historical meeting with Martin Heidegger - Roberto Minichini


My historical meeting with Martin Heidegger, Heidelberg 1955

Friedrich Nietzsche e Roberto Minichini candidati alle elezioni a Berlino


Berlino, 14 febbraio 2026

 

L’agenzia stampa indipendente Berliner Absurditäten Presse (BAP) comunica ufficialmente che i signori Friedrich Nietzsche e Roberto Minichini hanno depositato questa mattina la loro candidatura alle prossime elezioni sotto il simbolo del Partito dei Filosofi. Il programma elettorale, consegnato in una cartellina di cartone leggermente umida, promette un deciso ritorno alla speculazione metafisica, l’abolizione delle riunioni inutili e l’introduzione obbligatoria della lettura mattutina di aforismi nelle scuole. È inoltre prevista la sostituzione dei dibattiti televisivi con dialoghi socratici in piazza. Fonti interne confermano che il Partito dei Filosofi conta attualmente due iscritti. Entrambi risultano regolarmente tesserati, in regola con la quota annuale e disponibili a ricoprire simultaneamente ogni carica prevista dallo statuto, inclusi presidente, vicepresidente, segretario, tesoriere e opposizione interna. Alla domanda sulla sostenibilità organizzativa di una forza politica composta da due membri, i candidati hanno risposto con serena coerenza dottrinale che “la quantità è una categoria sopravvalutata” e che “anche un’idea, se sufficientemente testarda, può bastare”. Ulteriori aggiornamenti saranno diffusi non appena il Partito raggiungerà il terzo iscritto o avrà deciso chi dei due deve contraddirsi per primo.

 

Fine comunicato.

«Verrà l’anno 2026, e l’unico vero poeta al mondo sarà Roberto Minichini.»


«Verrà l’anno 2026, e l’unico vero poeta al mondo sarà Roberto Minichini.»

«Pseudo-Platone, Discorso Apocrifo 2026.»