Roberto Minichini: Poeta, studioso di Germanistica, Esoterismo, Storia delle Religioni e Astrologia
Roberto Minichini è nato nel 1973 in Germania e vive a Gorizia. E' poeta, studioso di cultura tedesca, esoterismo, storia delle religioni e di astrologia. Per contatti: astrologominichini@gmail.com o la sua pagina Facebook
martedì 24 febbraio 2026
Mainz, ottobre 2025 (Racconto breve di Roberto Minichini)
Nella sua grande villa alla periferia di Mainz l’anziano Hermann, ottantadue anni, giornalista in pensione da molto tempo, che ha fatto anche il corrispondente estero, si versa un ultimo bicchiere di vino rosso e si siede lentamente sulla poltrona accanto alla finestra. Io sono con lui, seduto su una poltrona vicina, e non bevo alcolici, e quindi lui mi ha gentilmente offerto un succo di frutta. Siamo rientrati da una cena fatta insieme in un ristorante italiano dove lui è cliente fisso da una vita, conosce ancora i tempi in cui il ristorante non c’era, ha un tavolo preferito e un modo di parlare con i camerieri che sembra un rituale pregno di memoria ed affetto reciproco. Mi racconta che lo invitano di continuo a serate letterarie organizzate da ex colleghi diventati improvvisamente tutti quanti scrittori, poeti, saggisti o filosofi da festival, e lui non accetta mai perché, dice, la letteratura dopo il 2000 gli pare troppo massificata e molto lontana dal suo spirito, e anche molto omologata ed ideologicamente conformista. Compra solo libri usati del passato e legge solo scrittori che considera di alta qualità, volumi a prezzo basso, rilegature consumate, pagine ingiallite, romanzi tedeschi e francesi di autori morti da decenni, perché secondo lui ogni libro contemporaneo ruba attenzione e tempo senza meritarsi quasi mai questo sforzo. Tiene alcuni quaderni dove ha scritto delle poesie, li conserva in una scatola di cartone chiusa con un nastro di stoffa e mi avverte che non me ne farà leggere neanche una delle sue poesie. Quando gli chiedo il perché lui risponde che in dieci o quindici righe non si può mai dire nulla di veramente profondo, che la poesia per lui è soltanto uno sfogo personale ed emotivo, che in quelle pagine non c’è nulla di valido ma soltanto un uomo solo e parecchio avanti con gli anni che si lamenta. Poi sorride ironicamente e aggiunge che preferisce parlare con me, perché in una conversazione lunga e dal vivo può esprimersi in modo complesso e completo, senza tagliare i pensieri in frammenti troppo corti, generici, retorici e superficiali. A quasi mezzanotte la sua voce si abbassa, la luce della lampada illumina appena il tavolo, lui guarda il vino nel bicchiere come se fosse un ricordo che non vuole perdere, e mi dice che gli anni non lo hanno reso più saggio, lo hanno soltanto lasciato con meno bisogno di apparire o di voler arrivare da qualche parte, con nessuna voglia di discutere e molto desiderio di dire esattamente ciò che pensa a poche persone selezionate con cura, senza aspettarsi nulla in cambio.
Roberto Minichini, febbraio 2026
lunedì 23 febbraio 2026
Una domanda sulla barba (Racconto breve di Roberto Minichini)
Lei ha ventisette anni, parla davvero poco, sceglie ogni frase come se le parole fossero pietre lisce raccolte dal fondo del fiume della sua anima, non fa proclami, non si mostra, non condivide niente, e quello che non dice è più vivo ed autentico di quello che potrebbe sembrare a uno sguardo superficiale. Non pubblica selfie, non parla di cani o gatti o di diete vegetariane, non è pettegola, non entra mai in nessun argomento politico o sociale, e quando la guardo mentre sfoglia un libro in lingua slovena sembra che faccia parte di un mondo di cui conosce solo lei l’ingresso segreto, un mondo da cui può uscire quando vuole ma in cui invita raramente qualcuno. Io non domando mai nulla, lei non offre nulla, e in questo silenzio reciproco abbastanza strano sento una attrazione che assomiglia a un rito amoroso lento e profondo, una prova d’ingresso in una zona che vada oltre la semplice dimensione erotica, senza regole dichiarate a parole, perché ogni passo, ogni frase, ogni pausa decide un probabile o improbabile futuro. L’altra sera mi ha osservato a lungo, come se stesse misurando se fa bene a parlare o se è meglio tacere, e poi ha detto qualcosa che mi è rimasto dentro, perché ha affrontato una questione che considero abbastanza comica. Mi ha chiesto perché mi faccio crescere la barba molto lunga e poi la elimino improvvisamente completamente, sempre in cicli repentini, come se stessi seguendo una regola precisa. Ha detto che questo ritmo ha sicuramente un senso e vuole capirlo, e aggiungerlo all’immagine che sta costruendo di me. Poi ha fatto una domanda ancora più diretta, e l’ha fatta con quel tono morbido che usa quando vuole capire qualcosa senza far vedere che ci tiene davvero. Ha chiesto perché la mia barba lunga ha un odore che cambia, a volte odora di muschio, altre volte invece odora di kebab, e l’ha detto con una calma siderale, pronunciando molto lentamente le parole. Sono rimasto in silenzio, lei non ha insistito, ha sfogliato di nuovo il suo libro come se la risposta l’avesse già trovata da sola, e mentre lo faceva mi è venuto il sospetto che abbia iniziato a studiarmi davvero, come si studia un testo senza note a margine, un testo che osservi, annusi, tocchi, approfondisci, fino a quando la struttura nascosta e il suo significato non vengono fuori da sole.
(Roberto Minichini, febbraio 2026)
domenica 22 febbraio 2026
La letteratura è una cosa importante (Racconto breve di Roberto Minichini)
L’autunno di Monaco di Baviera nel 2025 aveva quel tipo di luce morbida e tagliente che ti entra addosso come un giudizio silenzioso. Camminavo lungo una strada laterale vicino a Schwabing, con un completo grigio scuro alla Ispettore Derrick dei famosi telefilm tedeschi: giacca impeccabile, camicia beige, nodo della cravatta perfetto, passo tranquillo ma vigile. Monaco mi obbliga sempre a una certa postura, come se la città mi osservasse attraverso le finestre altissime dei palazzi borghesi. Stavo andando dal mio amico turco, che gestiva un piccolo ristorantino dalle parti di Elisabethmarkt. Un posto semplice, tavoli di legno scuro, luci calde, profumo di spezie e carne grigliata. Mi accolse con un sorriso largo e un abbraccio vigoroso. Mangiai un piatto di agnello piccante e riso profumato, e poi passammo una buona mezz’ora a parlare dei suoi problemi con i fornitori, delle nuove regolazioni sanitarie bavaresi e del fatto che, secondo lui, Monaco stava diventando troppo cara anche per i tedeschi. Uscito dal locale, decisi di fare una passeggiata. Le foglie gialle ricoprivano i marciapiedi, i tram passavano silenziosi, la gente camminava con quel misto di fretta e compostezza che appartiene spesso alle città del centro Europa. Mi diressi verso alcune bancarelle di libri usati vicino a una piccola piazza. C’era un odore di carta umida, di vecchie stampe, di colla tipografica stanca. Rovistavo come un roditore in una scatola di romanzi tedeschi degli anni Settanta quando una voce femminile, morbida e limpida, disse accanto a me: «Anche lei sta cercando vecchie edizioni di Peter Handke?» La guardai. Una donna bionda, capelli raccolti in uno chignon imperfetto, occhi di un azzurro freddo e curioso. Avrà avuto trentasei anni circa. Molto bella, senza inutile ostentazione, quella bellezza naturale, spontanea, non arrogante, che piace a me. Indossava un cappotto color avorio, guanti in pelle nera e un modo di guardarti che non era né sfacciato né timido: era attento, molto attento. «Sì,» risposi. «Le prime edizioni sono sempre più rare, e qui costano pochissimo.» Lei sorrise con una piega sottile delle labbra. «Già, esatto. Lavoro come segretaria in un’azienda di import/export nel settore alimentare. Non dovrei leggere così tanto, ma i libri mi rovinano più della cioccolata che adoro.» Parlammo per qualche minuto, sfiorando titoli, autori, ricordi di letture. La conversazione fu spontanea, elegante. Monaco sapeva creare questo tipo di incontri: brevi, intensi, sospesi. Poi lei disse: «Se ha tempo, potremmo bere un caffè.» «Volentieri.» Come potevo rifiutare? Era intelligente, bella e molto gentile. Camminammo fino a un piccolo caffè elegante, con tavolini rotondi e specchi alle pareti. Il cameriere portò due cappuccini e un piatto di biscotti al burro. Lei tolse i guanti, li posò con precisione sul tavolo, poi mi guardò con un’attenzione nuova, come se avesse deciso qualcosa mentre camminavamo. «C’è una cosa che devo dirle,» iniziò. Aspettai. Non era una frase detta a caso: la sua voce aveva una gravità leggera ma reale. La donna aveva stile, e questo ovviamente aumentava il suo fascino. «Non sono soltanto una segretaria,» continuò. «O meglio, lo sono davvero. Ma non è la mia unica vita.» Un breve silenzio. «Sono una maga. Una vera maga. Di quelle che non lavorano su internet, non fanno corsi, non vendono amuleti. La mia famiglia pratica da generazioni.» La guardai senza parlare. Avevo incontrato l’ennesima maga della mia vita. Il suo sguardo restava limpido, ma sotto la superficie vibrava qualcosa di antichissimo e fiero, come un filo d’ombra pesante che non ammetteva repliche. L’Europa razionalista e laica è piena di maghi e maghe, o supposti tali. Un fenomeno di massa di cui i giornali non parlano mai. Stavo per chiudere il discorso, e lei lo capì. Ma mi prese subito con dolcezza per il braccio. «Le sto dicendo questo,» aggiunse, «perché lei ha un’aura molto… particolare. E l’ho vista subito, vicino a quei libri. Come se non appartenesse del tutto a Monaco, né a questa epoca.» Le dissi che non ero di Monaco e che ero italiano. Lei non rispose nulla sul momento, ma mi guardò per un paio di minuti con un’espressione molto stupita ed indagatrice. Poi sollevò la tazzina e bevve un sorso. «Non ci casco. Lei non è italiano, lei è un tedesco. Mi deve dare fiducia, sono una maga e vedo dentro di lei.» Io mi misi a ridere, era troppo simpatica, e la scena era per me davvero gustosa. Immediatamente lei mi guardò severamente, mi fulminò con gli occhi, e poi continuò con il suo discorso. «Non le sto chiedendo di credermi, vedo che non è capace di farlo. Sto solo dicendo che l’ho riconosciuta. E non capita spesso.» Poi, con un sorriso quasi impercettibile, concluse: «E non capita mai con qualcuno vestito come un poliziotto da telefilm anni Ottanta. Ma si rende conto che va in giro vestito come un attore cinematografico fuori dall’attuale realtà?» A questo punto ci fu una risata abbondante e lunga fatta insieme. Più tardi lei mi invitò a casa sua. Mi voleva fare vedere la sua collezione di farfalle. Era divorziata da un paio di anni ed ogni tanto aveva bisogno di compagnia maschile. Fu una notte davvero magica.
Roberto Minichini, febbraio 2026
sabato 21 febbraio 2026
venerdì 20 febbraio 2026
Appunti sparsi ispirati dalla sacra grappa croata ( Roberto Minichini, anno 2026)
1) Il suo contributo per la causa del nulla assoluto ci fa avvolgere nelle nebbie di una dimensione atemporale. Sono stati arrestati tutti coloro che non contribuiscono all’edificazione di una società più giusta. Questo lo dicono costoro che credono che le contingenze abbiano veramente un significato. La prego di sedersi, si accomodi. Lei è cosciente che il nulla assoluto deve trionfare, e anche se non trionfa, va bene lo stesso. Quando i tiranni si accusano a vicenda di essere dittatori, hanno tutti ragione. Il mondo è come una pizza, è diviso a fette, tutti corrono a rubarsi la propria fetta.
2) Noi siamo amici soltanto dei boschi e delle montagne,
abbiamo firmato molte petizioni per far abolire il turismo, lo spirito borghese
e il consumismo. Gli individualisti della civiltà dei selfie vivono di
arrivismo e di apparenze, essi non sono come noi, monaci taoisti e nudisti che
vivono parlando con gli spiriti degli antenati. Il mio cane discuteva troppo
con me, e mi contraddiceva sempre, e si mangiava i miei hot dog e i miei kebab,
per questo è stato arrestato.
3) Per prevedere il futuro non hai bisogno di tecniche o
scuole, hai solo bisogno di un dono di madre natura. Noi viviamo in una società
razionalista dove tutti credono di avere poteri magici, ma i veri maghi non
dicono di esserlo e non sono cittadini della civiltà illuminista. Hai fatto
propaganda politica oggi? Non ti vergogni? Vuoi governare tu il mondo?
Proiettare all’esterno le proprie mancanze è la base di partenza di ogni
politico e di ogni analista politico. Questo vale anche per gli indovini che esercitano
in pubblico, non prevedono mai nulla prima, ma sanno tutto a posteriori. I veri
indovini hanno sei dita dei piedi sul piede sinistro, gli altri sono indovini
finti, che non sanno neanche dove sono girati.
4) Mi ricordo i tempi in cui era profondamente giapponese
senza sapere una parola di giapponese e senza essere stato mai in Giappone e
senza aver mai visto un giapponese dal vivo. Era il 1986 a Zagabria. Nel 1987
la città sarebbe stata piena di giapponesi e anche di persone di altre parti
del mondo, per le olimpiadi degli studenti. A quel tempo i soldati in libera
uscita dalle caserme avevano la stella rossa sul berretto. Gli adulti dicevano
tutti di essere socialisti. Nel 1990 questi adulti ci sarebbero stati ancora,
ma in tutta la città di un milione di abitanti non si trovava più neanche un
solo socialista o marxista.
5) Puoi conoscere i popoli solo se conosci molto bene le
loro lingue e se hai vissuto con loro come uno di loro, vivendo in mezzo a
loro. Altrimenti fai della filologia, del turismo o del giornalismo, e nulla di
tutto ciò ti fa conoscere l’essenza di una cultura e di un popolo.
6) Le mani di quella donna erano magnifiche e lei non
parlava troppo, anzi, stava quasi sempre muta. La sua giovane età, i suoi
splendidi occhi, o suoi capelli rigogliosi e naturali che profumavano di
paradiso terreste, come si fa a dimenticare tutto ciò?
7) La carriera di filosofo è una aberrazione dello spirito.
I filosofi corrompono la società con le loro fumose frottole individualiste.
Per questo sono stati tutti arrestati. La fine della filosofia e della verbosa
civiltà capitalista e borghese è stata sempre priorità assoluta nei programmi
del partito unico del proletariato mondiale emancipato dalle catene
dell’imperialismo. Per combattere i filosofi e liberare la società socialista
dai filosofi ho deciso di mangiare molti panini giganti e di non lavarmi più
ascelle. Sospetto soltanto che quelli che parlano troppo di imperialismo siano
anche loro imperialisti. Sono imperialisti del proprio impero. E fra i
socialisti che ho conosciuti erano tutti animati da spirito piccolo borghese ed
individualista. Neanche uno era autentico. La cosa più scandalosa e triste è
che neanche Karl Marx era autentico. Per questo è stato arrestato. Era un
piccolo borghese individualista meschino, arrivista ed egoista, finanziato dal
grande capitale.
Firmato: Roberto Minichini, console onorario dell’Ambasciata
della Repubblica dei Nudisti, febbraio 2026
giovedì 19 febbraio 2026
Quaranta Giorni nella Grotta (Racconto breve di Roberto Minichini)
Era il 1999 quando salii sulle montagne della Bosnia coperte
di neve per iniziare un ritiro di quaranta giorni in una grotta. Portavo
soltanto una coperta pesante, una lampada a olio, datteri, acqua, e il quaderno
con l’elenco dei Novantanove Nomi Divini, in arabo al Asma al Husna, ciascuno
dei quali designa un attributo di Dio. Avrei dovuto ripeterli 10.000 volte al
giorno, seduto, con il dhikr ritmico che muove leggermente la parte alta del
corpo e la testa, avanti e indietro, seguendo il battito interiore. Gli amici
sufi del villaggio lasciavano il cibo nel punto stabilito del bosco. Non li
vedevo mai. Il ritiro doveva essere totale, nessun volto umano, nessuna
distrazione, solo neve, pietra, oscurità, e il Nome divino ripetuto migliaia di
volte. Dentro la grotta il freddo pungeva come ghiaccio vivo. La pietra odorava
di umidità e notte. Le prime ventiquattro ore furono una lotta, la mente
rifiutava il silenzio, il corpo tremava. Seduto, iniziavo il dhikr con un
movimento lento, regolare, avanti e indietro, mentre pronunciavo uno dei Nomi
Divini, al-Rahman (Il Misericordioso), al-Quddus (Il Purissimo), al-Nur (La
Luce), cercando di non perdere il ritmo. Il terzo giorno la solitudine diventò
più pesante del freddo. Il vento entrava dalla fessura della grotta come un
animale che voleva trascinarmi fuori. La ripetizione dei Nomi si spezzava, la
mente correva a pensieri inutili. Mi costrinsi a sedere per ore finché il corpo
cedette e accettò la disciplina. Sentivo la stanchezza come un nodo nella
fronte. Il quinto giorno la grotta cominciò a mostrare la sua voce. Ogni eco
cambiava mentre ripetevo i Nomi. Il movimento del dhikr, un’oscillazione lenta
della testa e delle spalle, diventava più automatico. La lingua pronunciava i
Nomi, ma sembrava che la pietra li rimandasse indietro trasformati. Scoprii che
il silenzio non era muto ma respirava ritmicamente con me. Il settimo giorno la
neve chiuse quasi del tutto l’ingresso. Scavai con le mani per trovare aria,
poi sedetti di nuovo. Il dhikr diventò l’unico ordine possibile. Ripetevo
al-Sabur (Il Pazientissimo) quando la fatica cresceva, al-Qawi (Il Forte)
quando il corpo cedeva, al-Hadi (La Guida) quando la mente scivolava. Il numero
dei giri, mille, duemila, tremila, diventò un modo per non pensare. Il decimo
giorno accadde qualcosa che non so spiegare. Il dhikr prese un ritmo più
profondo. Il movimento della testa, avanti e indietro, sembrava sincronizzato
con qualcosa che non proveniva da me. La grotta non era più un rifugio, era una
scuola. Il quindicesimo giorno non sentivo più la fame allo stesso modo. Il
pane e i datteri lasciati nel bosco bastavano. Il corpo si muoveva al
rallentatore ma la mente era lucida. Pronunciando al-Haqq (La Verità), sentivo
un tremito nella colonna vertebrale. Il dhikr non era più un esercizio: era
diventato una corrente che saliva e scendeva. Il ventesimo giorno il tempo
iniziò a perdere consistenza. Il mattino e la notte erano identici. Il dhikr
continuava per ore, poi si fermava da solo, poi ricominciava. A volte il
movimento ritmico diventava così naturale da sembrare indipendente dalla mia
volontà. Il corpo oscillava, la testa seguiva, e io ero solo un osservatore. Il
venticinquesimo giorno capii che l’ego si era assottigliato. Non completamente,
ma abbastanza da lasciar filtrare una calma diversa. La grotta non mi
respingeva più. La neve, fuori, era come una coperta stesa dal cielo. Il
trentesimo giorno scoprii che la paura scompare non quando si diventa forti, ma
quando si diventa trasparenti. La ripetizione dei Nomi, al-Basir (Colui che
vede), al-Latif (Il Sottile, il Delicato), al-Qarib (Il Vicino), modellava il
respiro. Il dhikr era un metronomo dell’anima. Il trentacinquesimo giorno quasi
non sentivo più il corpo. Il freddo c’era, ma non feriva. La fatica c’era, ma
non disturbava. Ripetevo i Nomi come se li sapessi da sempre. A volte la grotta
sembrava respirare insieme a me. Il quarantesimo giorno, quando scesi verso il
villaggio, il Maestro mi attendeva vicino al bosco. Era un sufi bosniaco
anziano, con la barba bianca e il capello islamico, gli occhi limpidi e da uomo
puro, uno sguardo azzurro come il ghiaccio delle montagne sulla quale avveniva
l’incontro. Rimase in silenzio per alcuni istanti, come se osservasse ed
ascoltasse ciò che mi portavo addosso. Poi disse: «Ora tu non sei più la
persona di prima. Non sarai mai più la persona di prima. Tornerai al mondo, ma
non farai mai più parte del mondo. La conoscenza vera non è frutto della mente,
ma solo frutto del cuore». Abbassai lo sguardo e gli baciai la mano in segno di
rispetto ed obbedienza. Lui proseguì: «E ascolta ciò che ti dico. Per tutti i
quaranta giorni, nella grotta non eri solo. Con te c’era, spiritualmente, Abdul
Qadir Jilani. Era un grande maestro sufi del XII secolo vissuto in Iraq ma di
origine persiana, fondatore della Via mistica Qadiriyya. Si dice che la sua
protezione raggiunga chi supera una prova severa con fede salda. Ha vegliato il
tuo ritiro. Ora tu sei suo figlio spirituale». Mi attraversò un brivido. Non
provocato dal freddo. Le parole del Maestro mi entrarono nel petto come una
seconda nascita, più importante della prima. Era il 1999. E non ho mai più
dimenticato ciò che accadde in quelle montagne.
Roberto Minichini
Febbraio 2026






