sabato 28 febbraio 2026

Flying beyond the immense crowd of poets of this century (Roberto Minichini together with Hermann Hesse)


I imagine myself carried on a slow drifting cloud beside Hermann Hesse (1877–1962) while the world beneath us expands into an immense terrain made of poets of the twenty first century. They rise like a single living mass, tens of millions of hands lifted upward, a vast collective organism that speaks in short bursts, fragments, impulses. Everything below moves with the rhythm of immediacy. Lines break before they can grow, thoughts appear as flashes without structure, and the age praises this brevity as if depth could fit inside a handful of words. What reaches us is a continuous vibration of tiny statements that cancel one another, a restless surface where nothing has the time to unfold into form. This era confuses speed with insight and mistakes compression for height, convinced that a few sentences can contain what requires long architecture and patient development. High above that tumult another landscape becomes possible. Distance creates the wide internal space where a thought can extend itself without interruption, where a sentence can gather weight, direction, and resonance. Complex prose demands this kind of vastness, a field in which ideas can circle back, expand, connect remote elements, and build the long inner bridges that give writing its authority. I speak to Hesse as if we were continuing one of his interior journeys and I tell him that we must keep rising above this immeasurable multitude if we wish to guard the demanding craft of real prose. Hesse listens with his quiet gravity and replies that true literature survives only when one remains faithful to the slow movement of deep thinking, to the pages that refuse haste, to the long lines that shape meaning through their very extension. Together we glide over the ocean of poets filling our time. We do not despise them, yet we refuse to confuse abundance with greatness. What we seek is another order of magnitude, the kind of height reached only through length, patience, and the layered construction of thought. In this suspended journey we find again the strength of serious prose, a form that needs vastness to exist and loses itself when reduced to the scale of the instant. Here, far above the noise, writing recovers the breadth that allows intelligence to reveal its full dimension.

 

Roberto Minichini, February 2026

venerdì 27 febbraio 2026

The Master of Light Roberto Minichini and the Mystical Astrology of Neptune


Neptune dissolves boundaries, awakens intuition, and opens the inner pathways we often ignore. Its influence is subtle, fluid, and transformative, speaking through dreams, symbols, and the silent movement of the subconscious. Mystical Astrology rises above simple mathematics or philology limited by dead letters. It moves toward living, mystical, and operative dimensions, where meaning is experienced rather than merely calculated. To work with Neptune is to perceive the invisible architecture of the soul and to let inner vision guide the search for truth.

 

Roberto Minichini

February 2026

mercoledì 25 febbraio 2026

Roberto Minichini sogna Thomas Mann


Questa scena nasce da un sogno avuto il 25 febbraio 2026. In quel sogno parlavo con Thomas Mann (1875–1955), entrambi vestiti con la stessa eleganza silenziosa delle grandi epoche letterarie. Io gli dicevo che non avrei più scritto poesie ma solo prosa. Lui rispondeva con una calma assoluta che finalmente avevo riconosciuto la mia direzione. Per me è stato un segno esoterico, una di quelle rare convergenze interiori che indicano un cambio di voce e di forma. Oggi ho voluto dare a quel sogno un volto.

Roberto Minichini, febbraio 2026

martedì 24 febbraio 2026

Roberto Minichini, scrittore fallito che si ritrova in una situazione decisamente piacevole. Berlino, 24 febbraio 2026.

 


Mainz, ottobre 2025 (Racconto breve di Roberto Minichini)


Nella sua grande villa alla periferia di Mainz l’anziano Hermann, ottantadue anni, giornalista in pensione da molto tempo, che ha fatto anche il corrispondente estero, si versa un ultimo bicchiere di vino rosso e si siede lentamente sulla poltrona accanto alla finestra. Io sono con lui, seduto su una poltrona vicina, e non bevo alcolici, e quindi lui mi ha gentilmente offerto un succo di frutta. Siamo rientrati da una cena fatta insieme in un ristorante italiano dove lui è cliente fisso da una vita, conosce ancora i tempi in cui il ristorante non c’era, ha un tavolo preferito e un modo di parlare con i camerieri che sembra un rituale pregno di memoria ed affetto reciproco. Mi racconta che lo invitano di continuo a serate letterarie organizzate da ex colleghi diventati improvvisamente tutti quanti scrittori, poeti, saggisti o filosofi da festival, e lui non accetta mai perché, dice, la letteratura dopo il 2000 gli pare troppo massificata e molto lontana dal suo spirito, e anche molto omologata ed ideologicamente conformista. Compra solo libri usati del passato e legge solo scrittori che considera di alta qualità, volumi a prezzo basso, rilegature consumate, pagine ingiallite, romanzi tedeschi e francesi di autori morti da decenni, perché secondo lui ogni libro contemporaneo ruba attenzione e tempo senza meritarsi quasi mai questo sforzo. Tiene alcuni quaderni dove ha scritto delle poesie, li conserva in una scatola di cartone chiusa con un nastro di stoffa e mi avverte che non me ne farà leggere neanche una delle sue poesie. Quando gli chiedo il perché lui risponde che in dieci o quindici righe non si può mai dire nulla di veramente profondo, che la poesia per lui è soltanto uno sfogo personale ed emotivo, che in quelle pagine non c’è nulla di valido ma soltanto un uomo solo e parecchio avanti con gli anni che si lamenta. Poi sorride ironicamente e aggiunge che preferisce parlare con me, perché in una conversazione lunga e dal vivo può esprimersi in modo complesso e completo, senza tagliare i pensieri in frammenti troppo corti, generici, retorici e superficiali. A quasi mezzanotte la sua voce si abbassa, la luce della lampada illumina appena il tavolo, lui guarda il vino nel bicchiere come se fosse un ricordo che non vuole perdere, e mi dice che gli anni non lo hanno reso più saggio, lo hanno soltanto lasciato con meno bisogno di apparire o di voler arrivare da qualche parte, con nessuna voglia di discutere e molto desiderio di dire esattamente ciò che pensa a poche persone selezionate con cura, senza aspettarsi nulla in cambio.

 

Roberto Minichini, febbraio 2026

lunedì 23 febbraio 2026

Una domanda sulla barba (Racconto breve di Roberto Minichini)


Lei ha ventisette anni, parla davvero poco, sceglie ogni frase come se le parole fossero pietre lisce raccolte dal fondo del fiume della sua anima, non fa proclami, non si mostra, non condivide niente, e quello che non dice è più vivo ed autentico di quello che potrebbe sembrare a uno sguardo superficiale. Non pubblica selfie, non parla di cani o gatti o di diete vegetariane, non è pettegola, non entra mai in nessun argomento politico o sociale, e quando la guardo mentre sfoglia un libro in lingua slovena sembra che faccia parte di un mondo di cui conosce solo lei l’ingresso segreto, un mondo da cui può uscire quando vuole ma in cui invita raramente qualcuno. Io non domando mai nulla, lei non offre nulla, e in questo silenzio reciproco abbastanza strano sento una attrazione che assomiglia a un rito amoroso lento e profondo, una prova d’ingresso in una zona che vada oltre la semplice dimensione erotica, senza regole dichiarate a parole, perché ogni passo, ogni frase, ogni pausa decide un probabile o improbabile futuro. L’altra sera mi ha osservato a lungo, come se stesse misurando se fa bene a parlare o se è meglio tacere, e poi ha detto qualcosa che mi è rimasto dentro, perché ha affrontato una questione che considero abbastanza comica. Mi ha chiesto perché mi faccio crescere la barba molto lunga e poi la elimino improvvisamente completamente, sempre in cicli repentini, come se stessi seguendo una regola precisa. Ha detto che questo ritmo ha sicuramente un senso e vuole capirlo, e aggiungerlo all’immagine che sta costruendo di me. Poi ha fatto una domanda ancora più diretta, e l’ha fatta con quel tono morbido che usa quando vuole capire qualcosa senza far vedere che ci tiene davvero. Ha chiesto perché la mia barba lunga ha un odore che cambia, a volte odora di muschio, altre volte invece odora di kebab, e l’ha detto con una calma siderale, pronunciando molto lentamente le parole. Sono rimasto in silenzio, lei non ha insistito, ha sfogliato di nuovo il suo libro come se la risposta l’avesse già trovata da sola, e mentre lo faceva mi è venuto il sospetto che abbia iniziato a studiarmi davvero, come si studia un testo senza note a margine, un testo che osservi, annusi, tocchi, approfondisci, fino a quando la struttura nascosta e il suo significato non vengono fuori da sole.

 

(Roberto Minichini, febbraio 2026)