
L’autunno di Monaco di Baviera nel 2025 aveva quel tipo di
luce morbida e tagliente che ti entra addosso come un giudizio silenzioso.
Camminavo lungo una strada laterale vicino a Schwabing, con un completo grigio
scuro alla Ispettore Derrick dei famosi telefilm tedeschi: giacca impeccabile,
camicia beige, nodo della cravatta perfetto, passo tranquillo ma vigile. Monaco
mi obbliga sempre a una certa postura, come se la città mi osservasse
attraverso le finestre altissime dei palazzi borghesi. Stavo andando dal mio
amico turco, che gestiva un piccolo ristorantino dalle parti di Elisabethmarkt.
Un posto semplice, tavoli di legno scuro, luci calde, profumo di spezie e carne
grigliata. Mi accolse con un sorriso largo e un abbraccio vigoroso. Mangiai un
piatto di agnello piccante e riso profumato, e poi passammo una buona mezz’ora
a parlare dei suoi problemi con i fornitori, delle nuove regolazioni sanitarie
bavaresi e del fatto che, secondo lui, Monaco stava diventando troppo cara
anche per i tedeschi. Uscito dal locale, decisi di fare una passeggiata. Le
foglie gialle ricoprivano i marciapiedi, i tram passavano silenziosi, la gente
camminava con quel misto di fretta e compostezza che appartiene spesso alle
città del centro Europa. Mi diressi verso alcune bancarelle di libri usati
vicino a una piccola piazza. C’era un odore di carta umida, di vecchie stampe,
di colla tipografica stanca. Rovistavo come un roditore in una scatola di
romanzi tedeschi degli anni Settanta quando una voce femminile, morbida e
limpida, disse accanto a me: «Anche lei sta cercando vecchie edizioni di Peter
Handke?» La guardai. Una donna bionda, capelli raccolti in uno chignon
imperfetto, occhi di un azzurro freddo e curioso. Avrà avuto trentasei anni
circa. Molto bella, senza inutile ostentazione, quella bellezza naturale, spontanea,
non arrogante, che piace a me. Indossava un cappotto color avorio, guanti in
pelle nera e un modo di guardarti che non era né sfacciato né timido: era
attento, molto attento. «Sì,» risposi. «Le prime edizioni sono sempre più rare,
e qui costano pochissimo.» Lei sorrise con una piega sottile delle labbra. «Già,
esatto. Lavoro come segretaria in un’azienda di import/export nel settore
alimentare. Non dovrei leggere così tanto, ma i libri mi rovinano più della
cioccolata che adoro.» Parlammo per qualche minuto, sfiorando titoli, autori,
ricordi di letture. La conversazione fu spontanea, elegante. Monaco sapeva
creare questo tipo di incontri: brevi, intensi, sospesi. Poi lei disse: «Se ha
tempo, potremmo bere un caffè.» «Volentieri.» Come potevo rifiutare? Era
intelligente, bella e molto gentile. Camminammo fino a un piccolo caffè
elegante, con tavolini rotondi e specchi alle pareti. Il cameriere portò due
cappuccini e un piatto di biscotti al burro. Lei tolse i guanti, li posò con
precisione sul tavolo, poi mi guardò con un’attenzione nuova, come se avesse
deciso qualcosa mentre camminavamo. «C’è una cosa che devo dirle,» iniziò. Aspettai.
Non era una frase detta a caso: la sua voce aveva una gravità leggera ma reale.
La donna aveva stile, e questo ovviamente aumentava il suo fascino. «Non sono
soltanto una segretaria,» continuò. «O meglio, lo sono davvero. Ma non è la mia
unica vita.» Un breve silenzio. «Sono una maga. Una vera maga. Di quelle che
non lavorano su internet, non fanno corsi, non vendono amuleti. La mia famiglia
pratica da generazioni.» La guardai senza parlare. Avevo incontrato l’ennesima
maga della mia vita. Il suo sguardo restava limpido, ma sotto la superficie
vibrava qualcosa di antichissimo e fiero, come un filo d’ombra pesante che non
ammetteva repliche. L’Europa razionalista e laica è piena di maghi e maghe, o
supposti tali. Un fenomeno di massa di cui i giornali non parlano mai. Stavo
per chiudere il discorso, e lei lo capì. Ma mi prese subito con dolcezza per il
braccio. «Le sto dicendo questo,» aggiunse, «perché lei ha un’aura molto…
particolare. E l’ho vista subito, vicino a quei libri. Come se non appartenesse
del tutto a Monaco, né a questa epoca.» Le dissi che non ero di Monaco e che
ero italiano. Lei non rispose nulla sul momento, ma mi guardò per un paio di
minuti con un’espressione molto stupita ed indagatrice. Poi sollevò la tazzina
e bevve un sorso. «Non ci casco. Lei non è italiano, lei è un tedesco. Mi deve
dare fiducia, sono una maga e vedo dentro di lei.» Io mi misi a ridere, era
troppo simpatica, e la scena era per me davvero gustosa. Immediatamente lei mi
guardò severamente, mi fulminò con gli occhi, e poi continuò con il suo
discorso. «Non le sto chiedendo di credermi, vedo che non è capace di farlo.
Sto solo dicendo che l’ho riconosciuta. E non capita spesso.» Poi, con un
sorriso quasi impercettibile, concluse: «E non capita mai con qualcuno vestito
come un poliziotto da telefilm anni Ottanta. Ma si rende conto che va in giro
vestito come un attore cinematografico fuori dall’attuale realtà?» A questo
punto ci fu una risata abbondante e lunga fatta insieme. Più tardi lei mi
invitò a casa sua. Mi voleva fare vedere la sua collezione di farfalle. Era divorziata
da un paio di anni ed ogni tanto aveva bisogno di compagnia maschile. Fu una
notte davvero magica.
Roberto Minichini, febbraio 2026