Una geografia immensa può generare voci appartate, lontane dai salotti letterari europei e dalle mode editoriali immediate. Nelle steppe centroasiatiche, fra città minerarie, memorie familiari, edifici comuni e silenzi domestici, nasce una poesia asciutta, visionaria, priva di ornamento turistico. Qui non esotismo, non cartolina, non folklore per occidentali curiosi, ma precisione interiore, oggetti minimi, immagini spostate appena fuori posto. Aigerim Tazhi appartiene a questa zona difficile della letteratura contemporanea, dove il Kazakistan non appare come scenario pittoresco, ma come spazio mentale, storico e linguistico. Nata ad Aktobe nel 1981, in una città dell’ovest kazako conosciuta in epoca sovietica anche come Aktyubinsk, si è formata all’Università Statale Zhubanov della sua città natale e vive ad Almaty. Questi dati contano perché sottraggono subito la sua figura all’indeterminatezza esotica. Non è una voce astratta venuta da una “steppa” immaginaria, ma un’autrice cresciuta dentro una precisa geografia urbana, educativa e post-sovietica. Il suo primo libro, “BOG-O-SLOV”, apparso ad Almaty presso Musaget Publishing House nel 2004, la impose molto presto nell’ambiente poetico russofono. Nel 2003 vinse a Mosca l’International Literary Steps Prize per la poesia, fu due volte laureata del festival internazionale “Shabyt” ad Astana e nel 2011 arrivò fra i finalisti dell’International Debut Prize di Mosca. Non si tratta dunque di una scoperta ornamentale per incuriosire Facebook, ma di una presenza letteraria già riconosciuta in Kazakistan, in Russia e poi nel circuito internazionale della traduzione. La sua poesia non cerca effetti solenni. Non proclama, non predica, non costruisce monumenti. Lavora piuttosto per sottrazione, per tagli improvvisi, per accostamenti inattesi. Gli oggetti domestici, i gesti quotidiani, i dettagli fisici, le stanze, le finestre, i muri, gli animali, i bambini, i resti di un lessico familiare entrano nei versi come frammenti di una realtà normale, ma poco dopo diventano inquietanti. In una poesia pubblicata in traduzione inglese con l’incipit “you see this sun”, il sole non ha nulla di trionfale. È come ridipinto dalla neve, portato verso il grigio, consumato in una materia quasi quotidiana. In un altro testo senza titolo, compreso nel ciclo tradotto da J. Kates, bastano un cactus peloso alla finestra, una tenda, una spina nella mano, un raggio lunare sul muro, un divano e una stanza buia per creare una scena concreta, semplice, quasi domestica, dove il tempo sembra spegnersi. Qui la poesia non nasce da un grande programma ideologico, ma da cose visibili. Una pianta, una finestra, un tessuto, una puntura, un mobile. Il quotidiano si piega, perde la sua superficie consueta, lascia intravedere qualcosa di più freddo e più profondo. È una poesia dell’ombra breve, non della grande oscurità romantica. La sua forza non sta nel gridare dolore, ma nel mostrare con esattezza il punto in cui una cosa comune smette di essere rassicurante. In Tazhi la memoria sovietica non viene esibita come tema ideologico. Non c’è nostalgia organizzata, non c’è denuncia meccanica, non c’è il vecchio schema facile fra oppressione e libertà. C’è piuttosto un paesaggio nato dalle macerie silenziose di un sistema. Palazzi, strade larghe, interni modesti, rapporti familiari, lingua burocratica assorbita nell’infanzia, educazione sentimentale dentro un mondo già stanco. Chi nasce nel 1981 non appartiene pienamente alla generazione sovietica classica, ma non può nemmeno dirsi estraneo a quella eredità. Tazhi sembra collocarsi proprio lì, in un dopoguerra senza guerra dichiarata, in una modernità senza trionfo, in una libertà venuta non come festa, ma come mutamento difficile da nominare. La scelta di scrivere in russo rende questa posizione ancora più complessa. Il russo non è per lei una lingua straniera scelta a tavolino, né una semplice eredità imperiale subita passivamente. È lingua d’infanzia, di lettura, di formazione, di lavoro poetico. Ma viene usata da una donna nata in Kazakistan, non da una voce collocata nel centro moscovita o pietroburghese della tradizione. Il Kazakistan, nella sua opera, non diventa decorazione etnica. Questo è uno degli aspetti più seri. Troppo spesso la letteratura centroasiatica viene letta in Occidente attraverso un filtro folklorico, come se ogni autore dovesse portare cavalli, tende, canti antichi e colori locali. Tazhi sfugge a questa richiesta. La sua voce è centroasiatica proprio perché non chiede di essere riconosciuta mediante cartoline. Vive dentro una lingua ereditata dalla storia imperiale, ma ne modifica il baricentro. Il russo di una poetessa kazaka contemporanea non è il russo di Pietroburgo, né quello di Mosca, né quello dell’emigrazione aristocratica. È una lingua rimasta dopo il crollo politico, usata da chi abita un altro spazio, con altre memorie, altre distanze, altre ferite interiori non sempre visibili. Il volume decisivo per la sua circolazione fuori dall’area russofona è “Paper-Thin Skin”, pubblicato da Zephyr Press a Brookline, Massachusetts, nel 2019, in edizione bilingue, con testo originale russo e traduzione inglese di J. Kates. Il libro conta 168 pagine e ha portato Tazhi a un pubblico più ampio, soprattutto americano ed europeo. Non è un dettaglio secondario. La traduzione qui non serve solo a esportare una curiosità letteraria centroasiatica, ma a far vedere come una voce nata in un altro contesto possa parlare senza piegarsi alle aspettative esotiche del lettore occidentale. Il titolo, “Paper-Thin Skin”, è già una dichiarazione poetica. La pelle è sottile come carta, dunque vulnerabile, leggibile, attraversata dai segni, ma anche superficie su cui qualcosa può apparire. Nelle poesie del volume ricorrono pesci, insetti, uccelli, finestre, occhi, specchi, cielo, mare, morte, figure umane in cerca di contatto. Sono presenze concrete, non astrazioni. Tazhi non scrive “sul dolore” in modo generico. Mette un animale, una lampadina, una mano, una stanza, una soglia domestica, un corpo che non riesce a restare interamente protetto. Anche la poesia conosciuta in inglese come “when the memory is not the same and hands are not the same” mostra bene la sua maniera. Il titolo stesso è già quasi un corpo smontato, memoria e mani non coincidono più, identità e gesto non si riconoscono. Dentro il testo appare un animale nel ventre, una lampadina che si affievolisce nella testa, una voce nata in una cavità, una domanda minima sul giorno. Non c’è retorica del trauma, ma una scena ridotta, quasi clinica e insieme visionaria. Pochi elementi, messi nel punto giusto, bastano a creare spaesamento. Questa concretezza è fondamentale. Senza di essa, parlare di post-sovietico, identità, periferia, memoria o frontiera culturale resterebbe un esercizio critico generico. Con essa, invece, si capisce che la sua poesia pensa attraverso immagini materiali. Non spiega prima e illustra poi. Guarda, accosta, lascia che l’oggetto produca pensiero. L’immaginario di Aigerim Tazhi ha spesso una qualità quasi onirica, ma non vaga. Le sue immagini non sembrano sogni dolci, bensì scene precise viste da un angolo insolito. Una cosa piccola può aprirsi su una percezione più vasta. Un interno domestico può diventare un luogo di estraneità. Una figura familiare può apparire vicina e irraggiungibile. Il corpo non viene celebrato con enfasi, ma percepito come presenza fragile, esposta, a volte quasi trasparente. Anche quando il tono sembra delicato, sotto rimane una durezza trattenuta. È questa combinazione a renderla interessante. Non una lirica decorativa, non una confessione facile, non un intimismo da diario. Piuttosto una poesia mentale, visiva, fatta di immagini nitide e di rapporti spezzati fra le cose. La sua attività non si limita alla pagina stampata. Nel 2009 Tazhi fu tra le creatrici di “The Visible Poetry”, un progetto di installazioni letterarie e performative. Anche questo dato aiuta a comprenderla meglio. La sua poesia tende spesso a uscire dalla semplice linearità del verso e a cercare una presenza visiva, spaziale, sonora. Negli anni più recenti ha lavorato anche in progetti dove voce, suono, musica, performance e immagine dialogano fra loro. Non è quindi soltanto un’autrice appartata dentro il libro, ma una figura che interroga il rapporto fra parola poetica e altre forme artistiche. Nel 2023 è stata fellow dell’International Writing Program a Iowa City, uno dei luoghi più riconosciuti della circolazione letteraria internazionale. Anche qui il percorso è concreto. Aktobe, Almaty, Mosca, Astana, Brookline, Iowa City. Non una nebulosa orientale, ma un tragitto reale, fatto di città, libri, premi, traduzioni, riviste, festival. La sua generazione ha ereditato una condizione complessa. Da una parte, la grande cultura russa, con il suo peso immenso, i suoi poeti canonici, la sua idea quasi religiosa della letteratura. Dall’altra, l’indipendenza kazaka, la ricostruzione di una memoria nazionale, la presenza della lingua kazaka, il bisogno di sottrarsi a una dipendenza culturale troppo lunga. In mezzo, una società nuova, non più sovietica e non ancora pienamente decifrabile. Tazhi non trasforma questo nodo in discorso politico diretto. Lo lascia agire nella forma. La sua poesia sembra sapere che l’identità contemporanea non è una bandiera immobile, ma un campo di forze. Lingua, luogo, infanzia, genere, memoria, corpo, perdita, distanza. Tutto entra nei versi senza diventare manifesto. Per un pubblico italiano, il suo nome può risultare ancora poco noto. Proprio per questo merita attenzione. Aigerim Tazhi rappresenta una via diversa dentro la poesia contemporanea. Non appartiene al circuito delle poetesse trasformate in icona emotiva, né a quello degli autori costruiti per confermare mode culturali. La sua scrittura richiede ascolto lento, attenzione alle immagini, disponibilità a non capire subito tutto. In un tempo in cui molta poesia pubblica diventa slogan sentimentale, diario immediato, frase breve da condividere, lei mostra un’altra possibilità. Il verso può restare enigmatico senza essere vuoto. Può essere contemporaneo senza diventare superficiale. Può parlare da una periferia geografica e risultare più universale di molte voci nate nei centri culturali dominanti. La definizione di “poetessa kazaka” è dunque vera, ma insufficiente. Riduce una posizione più ricca. Tazhi è kazaka per nascita, russofona per lingua poetica, post-sovietica per destino storico, contemporanea per sensibilità. In lei la steppa non ha bisogno di essere nominata continuamente per esistere. Il paesaggio può essere anche interiore, urbano, familiare, frantumato. Il Kazakistan non è soltanto spazio fisico, ma condizione di distanza dal centro, esperienza di frontiera culturale, memoria di una sovrapposizione fra popoli, lingue e poteri. La sua poesia nasce da questo punto non comodo e proprio per questo vivo. Una bibliografia minima permette di ancorare meglio il discorso. Il primo riferimento è “BOG-O-SLOV”, Musaget Publishing House, Almaty, 2004, raccolta d’esordio e libro centrale per la sua prima affermazione. Il secondo è “Paper-Thin Skin”, Zephyr Press, Brookline, Massachusetts, 2019, edizione bilingue con traduzione inglese di J. Kates. A questi volumi si aggiungono pubblicazioni in riviste e almanacchi come “Druzhba Narodov”, “Noviy Mir”, “Znamya”, “Vozdukh”, “Novaya Yunost”, “Appolinariy Magazine”, “The Common”, “Kenyon Review”, “World Literature Today”, “Words Without Borders”, “Two Lines”, “Prairie Schooner”, “Colorado Review”, “The Massachusetts Review” e “PN Review”. Fra le sedi antologiche si possono ricordare “New Names in Poetry”, “The Best Poems”, “Literary Almanac Kazakhstan-Russia” e “The Magic of Hard Forms and Freedom”. Questo quadro non serve a fare sfoggio di nomi, ma a mostrare che Tazhi non è una figura vaga, evocata per gusto esotico. Esistono libri, date, luoghi editoriali, traduzioni, riviste, premi, percorsi. Aigerim Tazhi offre una lezione severa a chi pensa che la poesia debba essere sempre consolazione emotiva fatta per abbellire. I suoi versi non sembrano voler piacere. Sembrano piuttosto cercare una verità obliqua, una forma capace di trattenere ciò che nella vita quotidiana sfugge, si incrina, si deforma. Dopo la fine del mondo sovietico, non resta soltanto la cronaca dei nuovi Stati, delle nuove economie, delle nuove frontiere. Resta anche una sensibilità nata fra rovine amministrative, lingue sopravvissute, memorie familiari e silenzi privati. In questa zona, lontana dalle passerelle letterarie più prevedibili, la poesia di Aigerim Tazhi trova il suo luogo più autentico. Non alza monumenti. Non chiede indulgenza. Guarda le cose finché diventano estranee, e proprio in quella estraneità lascia apparire una forma rara di precisione poetica.
( Articolo di Roberto Minichini )






