
Nella sua grande villa alla periferia di Mainz l’anziano
Hermann, ottantadue anni, giornalista in pensione da molto tempo, che ha fatto
anche il corrispondente estero, si versa un ultimo bicchiere di vino rosso e si
siede lentamente sulla poltrona accanto alla finestra. Io sono con lui, seduto
su una poltrona vicina, e non bevo alcolici, e quindi lui mi ha gentilmente
offerto un succo di frutta. Siamo rientrati da una cena fatta insieme in un
ristorante italiano dove lui è cliente fisso da una vita, conosce ancora i
tempi in cui il ristorante non c’era, ha un tavolo preferito e un modo di
parlare con i camerieri che sembra un rituale pregno di memoria ed affetto
reciproco. Mi racconta che lo invitano di continuo a serate letterarie
organizzate da ex colleghi diventati improvvisamente tutti quanti scrittori,
poeti, saggisti o filosofi da festival, e lui non accetta mai perché, dice, la
letteratura dopo il 2000 gli pare troppo massificata e molto lontana dal suo
spirito, e anche molto omologata ed ideologicamente conformista. Compra solo
libri usati del passato e legge solo scrittori che considera di alta qualità, volumi
a prezzo basso, rilegature consumate, pagine ingiallite, romanzi tedeschi e
francesi di autori morti da decenni, perché secondo lui ogni libro
contemporaneo ruba attenzione e tempo senza meritarsi quasi mai questo sforzo.
Tiene alcuni quaderni dove ha scritto delle poesie, li conserva in una scatola
di cartone chiusa con un nastro di stoffa e mi avverte che non me ne farà
leggere neanche una delle sue poesie. Quando gli chiedo il perché lui risponde
che in dieci o quindici righe non si può mai dire nulla di veramente profondo,
che la poesia per lui è soltanto uno sfogo personale ed emotivo, che in quelle
pagine non c’è nulla di valido ma soltanto un uomo solo e parecchio avanti con
gli anni che si lamenta. Poi sorride ironicamente e aggiunge che preferisce
parlare con me, perché in una conversazione lunga e dal vivo può esprimersi in
modo complesso e completo, senza tagliare i pensieri in frammenti troppo corti,
generici, retorici e superficiali. A quasi mezzanotte la sua voce si abbassa,
la luce della lampada illumina appena il tavolo, lui guarda il vino nel
bicchiere come se fosse un ricordo che non vuole perdere, e mi dice che gli
anni non lo hanno reso più saggio, lo hanno soltanto lasciato con meno bisogno
di apparire o di voler arrivare da qualche parte, con nessuna voglia di
discutere e molto desiderio di dire esattamente ciò che pensa a poche persone
selezionate con cura, senza aspettarsi nulla in cambio.
Roberto Minichini, febbraio 2026