mercoledì 5 agosto 2026

Il “Libro Rosso” di Jung: discesa nell’inconscio o esperienza iniziatica? - Roberto Minichini


Nel 1913 cominciò un’avventura interiore destinata a durare per anni e a trasformare radicalmente il pensiero di uno dei maggiori studiosi della psiche moderna. Visioni, voci, figure autonome e paesaggi sconosciuti irruppero nella coscienza con una forza che superava la normale attività dell’immaginazione. Quello che inizialmente poteva sembrare il principio di un crollo divenne presto una ricerca condotta con disciplina, coraggio e una lucidità continuamente messa alla prova. Da tale confronto nacque un’opera segreta, insieme confessione spirituale, manoscritto visionario e laboratorio di una nuova concezione dell’uomo. Carl Gustav Jung nacque a Kesswil, in Svizzera, nel 1875 e morì a Küsnacht nel 1961. Medico, psichiatra e fondatore della psicologia analitica, lavorò inizialmente nell’ospedale psichiatrico del Burghölzli di Zurigo, dove studiò le associazioni verbali, i complessi e il linguaggio simbolico dei pazienti psicotici. Dopo una stretta collaborazione con Sigmund Freud, iniziata nel 1907, se ne separò definitivamente tra il 1912 e il 1913, rifiutando di ricondurre l’intera vita psichica alla sessualità e alle vicende infantili. Tra le sue opere principali figurano “Tipi psicologici”, pubblicato nel 1921, “Psicologia e alchimia”, del 1944, “Aion”, del 1951, e “Mysterium Coniunctionis”, apparso tra il 1955 e il 1956. La rottura con Freud privò Jung di un maestro, di un ambiente intellettuale e di una posizione centrale nel nascente movimento psicoanalitico. Fu anche la liberazione da un sistema teorico che gli appariva ormai troppo ristretto per comprendere la religione, il mito, le visioni e le profondità impersonali della mente. In quello stesso periodo cominciarono a presentarsi immagini catastrofiche. Jung vide l’Europa invasa da un’enorme inondazione, le acque ricoprire città e campagne, migliaia di corpi trascinati dalla corrente e infine un mare trasformato in sangue. Temette di essere vicino alla follia. Quando nell’agosto del 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale, riconobbe in quelle scene qualcosa che oltrepassava il suo dramma personale: una percezione anticipata della catastrofe europea e della crisi spirituale di un’intera civiltà. Jung decise allora di non respingere quanto stava emergendo. Si sedette davanti alle proprie immagini interiori e permise loro di svilupparsi, entrando deliberatamente nelle scene, parlando con le figure incontrate e registrando le loro risposte. Il procedimento, chiamato in seguito immaginazione attiva, richiedeva una disposizione diversa sia dalla fantasia volontaria sia dalla passività medianica. La coscienza restava presente, osservava, interrogava e talvolta si opponeva, mentre le immagini sembravano muoversi secondo una volontà propria. Jung scendeva in una regione che considerava psichica, senza escludere che essa potesse aprirsi su una realtà più vasta della personalità individuale. Le prime testimonianze di questo viaggio furono annotate nei “Quaderni neri”. Una parte venne poi trascritta, ampliata e commentata in un grande volume rilegato in pelle rossa, al quale Jung diede il titolo latino “Liber Novus”. La composizione materiale del manoscritto è già una dichiarazione di intenti. Il testo è scritto con una calligrafia solenne, modellata sui codici medievali, e accompagnato da iniziali miniate, mandala, serpenti, divinità, templi, alberi cosmici e figure dai tratti enigmatici. L’opera possiede l’aspetto di un libro sacro appartenente a una religione sconosciuta, redatto nel cuore dell’Europa moderna da uno psichiatra che conosceva bene i metodi della scienza sperimentale. Questa forma non rappresentava un semplice capriccio estetico. Copiare lentamente le parole, dipingere le immagini e collocarle entro una struttura ordinata permetteva di dare un corpo alle presenze incontrate. Il manoscritto diventava uno spazio consacrato, quasi un recinto rituale nel quale il caos visionario poteva essere contenuto, contemplato e trasformato. Il lavoro artistico impediva alle immagini di dissolversi in impressioni vaghe e impediva anche che travolgessero completamente la coscienza. Scrivere significava stabilire un patto con esse, riconoscendone la potenza e imponendo al tempo stesso una forma. Il “Liber Novus” è popolato da personaggi che possiedono il carattere di entità autonome. Compaiono Elia, il profeta biblico, Salomè, giovane cieca e inquietante, e un grande serpente nero. Vi sono il solitario del deserto, il sacerdote Ammonio, esseri mostruosi, morti che reclamano ascolto e figure provenienti da tradizioni religiose differenti. Tra tutte emerge Filemone, un vecchio alato con corna taurine e chiavi nelle mani, divenuto per Jung maestro, guida e portatore di una sapienza indipendente dall’io cosciente. Filemone gli insegnò che i pensieri non appartengono sempre a colui che li pensa e che la psiche contiene personalità, forme e intelligenze che precedono la biografia individuale. Qui il linguaggio psicologico e quello esoterico si avvicinano fino quasi a coincidere. Per la psicologia analitica, Filemone può essere considerato la personificazione di una realtà archetipica, una figura attraverso la quale si esprime una parte profonda e impersonale della mente. Secondo una lettura spirituale, egli presenta invece i caratteri del maestro invisibile, del genio tutelare o dell’intelligenza intermedia che guida l’iniziato durante l’attraversamento dei mondi interiori. Jung non risolse definitivamente questa ambiguità. Preferì affermare la realtà della psiche, riconoscendo che un’entità capace di insegnare, intimorire e modificare una vita possiede una realtà effettiva, anche quando la sua natura ultima resta ignota. Il viaggio segue una struttura che ricorda le antiche discese nel mondo sotterraneo. Il protagonista attraversa deserti, entra in caverne, incontra morti, profeti, dèi e animali simbolici. Il sapere razionale perde gradualmente la propria autorità assoluta. Il medico, l’intellettuale e l’uomo socialmente rispettabile devono cedere il passo a colui che vaga senza protezione in un regno regolato da altre leggi. Ogni certezza viene sottoposta a una prova: la fiducia nel progresso, l’ideale eroico, la superiorità della ragione, la concezione morale del divino e la convinzione che l’io sia il padrone della vita psichica. Uno degli episodi decisivi è l’uccisione di Sigfrido. Jung sogna di sparare all’eroe germanico e al risveglio prova un dolore così intenso da temere di dover morire qualora non ne avesse compreso il significato. Sigfrido incarnava la volontà eroica, la forza conquistatrice e l’atteggiamento di chi avanza senza ascoltare le profondità dalle quali è sostenuto. La sua morte rappresentava il sacrificio di un modello interiore divenuto pericoloso. Nessuna autentica trasformazione poteva avvenire finché l’io continuava a presentarsi come eroe vittorioso, padrone della coscienza e dominatore del mondo. L’iniziazione descritta nell’opera richiede una morte simbolica. Essa conduce verso la perdita dell’antica identità e l’incontro con tutto ciò che era stato escluso: debolezza, follia, desiderio, materia, femminile, istinto, terrore e sacralità oscura. L’individuo deve riconoscere che la totalità non coincide con l’immagine morale che ha costruito di sé. Da questa esperienza nasceranno le concezioni dell’Ombra, dell’Anima, del Sé e del processo di individuazione. Nel “Libro Rosso” tali elementi non appaiono ancora come termini ordinati di una teoria. Sono presenze, conflitti, ferite e rivelazioni vissute direttamente. La dimensione religiosa diventa particolarmente evidente nei “Sette sermoni ai morti”, composti nel 1916 e attribuiti simbolicamente a Basilide di Alessandria. In essi appare Abraxas, una potenza che comprende creazione e distruzione, luce e oscurità, divino e demoniaco. La figura richiama l’antico gnosticismo, senza coincidere interamente con le sue dottrine storiche. Abraxas esprime una totalità che oltrepassa le separazioni morali della coscienza umana. La divinità incontrata nelle profondità non appare come una presenza rassicurante, interamente buona e conforme alle aspettative religiose dell’individuo. Essa contiene forze contrarie, vita e morte, ordine e disordine. Il cristianesimo rimane centrale, ma viene attraversato da una critica radicale. Cristo rappresenta per Jung una grande immagine della totalità divina incarnata nell’uomo, eppure la tradizione occidentale avrebbe attribuito alla luce un valore quasi esclusivo, relegando il male, la materia, l’istinto e il femminile ai margini della propria coscienza. Ciò che viene escluso non scompare. Continua ad agire nell’ombra, accumula energia e ritorna sotto forma di fanatismo, violenza collettiva e possessione ideologica. Le visioni personali e la guerra europea appartenevano quindi allo stesso dramma: il ritorno distruttivo delle potenze che la civiltà aveva creduto di poter sopprimere. Il carattere esoterico del “Liber Novus” emerge anche dal valore attribuito al simbolo. Un simbolo autentico non è un semplice segno che nasconde un significato già conosciuto. È la manifestazione visibile di una realtà ancora incomprensibile, una porta attraverso la quale l’ignoto entra nella coscienza. Le immagini del manoscritto non devono essere decifrate come rebus e subito abbandonate. Richiedono meditazione, partecipazione e trasformazione. Proprio come nelle tradizioni iniziatiche, la conoscenza non consiste nell’accumulare spiegazioni, ma nel diventare interiormente capaci di sostenere ciò che il simbolo rivela. I mandala dipinti da Jung svolgono una funzione essenziale. Cerchi, croci, quadrati, città concentriche e figure disposte intorno a un centro cercano di ricostruire un ordine dopo la frantumazione. Il centro non rappresenta l’io quotidiano. È l’immagine del Sé, la totalità che comprende la coscienza e le regioni sconosciute della psiche. L’apparizione del mandala segnala che il viaggio nelle profondità non deve concludersi nella dispersione. Le potenze incontrate devono essere raccolte intorno a un principio capace di contenerle senza annullarne le differenze. Il rischio della follia rimase reale. Jung conosceva bene il mondo psicotico e si rese conto che alcune delle proprie esperienze assomigliavano a quelle dei pazienti osservati al Burghölzli. Continuò tuttavia a lavorare, ricevere persone, scrivere, insegnare e occuparsi della famiglia. Conservava la possibilità di entrare nelle visioni e di ritornare alla vita ordinaria. Questa capacità di attraversare il confine senza perderlo completamente distingue il suo percorso da una semplice disgregazione mentale. Egli non trasformò la crisi in una leggenda edificante: ne riconobbe il pericolo e costruì lentamente gli strumenti necessari per sopportarla. Per molti anni Jung non pubblicò il manoscritto. Lo mostrò soltanto a poche persone e lo considerò il fondamento segreto della propria opera. Le teorie esposte successivamente in libri come “Tipi psicologici”, “Psicologia e alchimia”, “Aion” e “Mysterium Coniunctionis” rappresentano il tentativo di tradurre in un linguaggio comunicabile quanto era stato vissuto originariamente come rivelazione, dramma e incontro con esseri autonomi. Il “Liber Novus” rimase quindi dietro l’edificio della psicologia analitica come una cripta nascosta sotto un tempio visibile. Dopo la morte dell’autore, avvenuta nel 1961, la famiglia lo custodì per decenni. La pubblicazione del 2009 mostrò quanto la sua psicologia fosse nata da un’esperienza assai più visionaria e religiosa di quanto molti interpreti avessero supposto. Definire il “Libro Rosso” una discesa nell’inconscio è corretto, purché con questa parola non si intenda un deposito passivo di ricordi personali. La regione attraversata da Jung somiglia a un mondo intermedio nel quale la storia individuale incontra le immagini primordiali, le divinità, i morti e le forze collettive. Chiamarla esperienza iniziatica è altrettanto legittimo, perché vi compaiono la separazione dalla vita precedente, la morte simbolica, il maestro, le prove, la rivelazione e la ricostruzione di un centro. Il linguaggio psicologico descrive il luogo dell’avvenimento; quello esoterico ne coglie la qualità sacra e trasformativa. Jung non fondò una nuova religione e non chiese ai lettori di credere letteralmente alle proprie visioni. Mostrò però che la psiche umana possiede profondità nelle quali il mito continua a essere vivo e le antiche potenze possono ancora parlare. Il “Liber Novus” testimonia l’incontro fra un uomo moderno e quella regione pericolosa che le civiltà tradizionali avevano cercato di ordinare attraverso riti, simboli e percorsi di iniziazione. Da questo incontro nacque una psicologia che conserva, nel proprio nucleo più profondo, la memoria di un viaggio nel mondo invisibile.

 

Roberto Minichini