La leggenda del folle e del vagabondo ha spesso finito per nascondere uno dei linguaggi poetici più consapevoli, raffinati e originali del primo Novecento italiano. Pochi scrittori italiani del Novecento sono stati forzatamente imprigionati dalla propria biografia quanto Dino Campana. Il nome del poeta nato a Marradi nel 1885 porta quasi automaticamente con sé una costellazione ormai familiare. Si racconta della sua vita, la follia, i vagabondaggi, gli arresti, i ricoveri, il manoscritto perduto, l'amore tempestoso per Sibilla Aleramo, gli ultimi anni trascorsi nell'ospedale psichiatrico di Castel Pulci e la morte nel 1932. Sono elementi reali e certamente importanti, ma la loro forza narrativa è stata tale da produrre una sorta di seconda opera, una leggenda di Campana parallela ai suoi scritti e talvolta persino più conosciuta dei “Canti Orfici”. Il rischio è evidente, ed è quello di trasformare un poeta di eccezionale complessità e davvero difficile in un personaggio pittoresco, l'ennesimo “poeta maledetto” alla moda, la cui poesia sarebbe semplicemente l'eruzione incontrollata di una mente tormentata. Se fosse così non sarebbe neanche vera poesia, nel senso più alto e autentico del termine. Evidentemente bisogna essere capaci di vedere oltre, per comprendere a fondo, oltre le apparenze e le frasi fatte ripetute all’infinito. Campana ebbe veramente una vita irregolare. Studiò senza continuità, si spostò ripetutamente tra diverse città italiane ed europee, attraversò periodi di grave instabilità psichica e conobbe molto presto le istituzioni manicomiali. Viaggiò in Svizzera, Francia, Belgio e, con ogni probabilità, in Argentina e in altri luoghi dell'America meridionale. Non da turista, ma da uomo del popolo in mezzo al popolo, indifeso e esposto a tutte le difficoltà. La sua esistenza appare segnata da partenze, ritorni, fughe, improvvise interruzioni. Ma fare di questa erranza la spiegazione della sua poesia significa confondere la materia biografica con la forma letteraria che egli seppe darle. Il vagabondaggio diventa nei suoi testi un principio della visione, i suoi versi ci parlano di strade, treni, porti, montagne, città, alberghi, piazze e figure incontrate durante il cammino vengono sottratti alla semplice cronaca e trasformati in immagini cariche di memoria, desiderio e mistero. Lo dimostra soprattutto il libro al quale il suo nome rimane legato, i “Canti Orfici”, pubblicati a Marradi nel 1914 a spese dell'autore. La storia della loro nascita ha contribuito enormemente alla leggenda. Nel 1913 Campana aveva consegnato a Giovanni Papini e Ardengo Soffici un manoscritto intitolato “Il più lungo giorno”, che andò smarrito negli ambienti della rivista “Lacerba”. Convinto che fosse perduto, ricostruì il proprio lavoro e arrivò infine alla versione dei “Canti Orfici”. Il manoscritto originario sarebbe ricomparso soltanto nel 1971 tra le carte di Soffici. Anche questo episodio viene spesso raccontato come prova della sventura di un genio respinto e disprezzato dagli uomini di lettere che contavano in certi circoli ai suoi tempi, è però ancora più interessante considerarlo come testimonianza dell'intensissimo lavoro che Campana compì sui propri materiali. I “Canti Orfici” non sono infatti il documento grezzo di un delirio. Sono un'opera costruita attraverso prose, versi, frammenti, ritorni tematici e variazioni di immagini. La loro apparente irregolarità possiede una logica interna profondissima. Campana riscrive, concentra, sovrappone impressioni lontane nel tempo, modifica il dato autobiografico, crea corrispondenze fra paesaggi diversi. La realtà viene continuamente trasfigurata. Una città non è mai soltanto una città, una donna può diventare apparizione, chimera, figura della memoria, una notte può aprirsi su dimensioni remote, una strada concreta può assumere la profondità di un itinerario interiore. Già il termine “orfico” scelto per il titolo suggerisce un'ambizione che va molto oltre la confessione autobiografica. Orfeo richiama il poeta capace di attraversare regioni proibite, di unire canto, rivelazione e discesa nell'oscurità. Campana cerca precisamente una poesia che non si limiti a descrivere ma faccia apparire qualcosa dietro la superficie delle cose. Da qui la sua continua tensione verso ciò che è remoto, notturno, primitivo, musicale. Le immagini sembrano emergere, dissolversi e ritornare mutate, come se il ricordo non fosse la conservazione ordinata del passato ma una forza capace di ricrearlo. “La Chimera” rimane forse l'esempio più evidente di questo procedimento. La figura femminile evocata dalla poesia non possiede la solidità di un ritratto realistico. È riconosciuta e insieme sconosciuta, vicina e irraggiungibile, appartenente alla memoria ma anche al sogno. La donna concreta scompare dentro un processo di metamorfosi poetica. Proprio questa oscillazione fra esperienza e visione costituisce uno dei tratti essenziali di Campana: ciò che è stato vissuto continua a esistere, ma ormai trasformato dal ritmo, dalla memoria e dall'immaginazione. Anche il paesaggio campaniano è lontanissimo dalla semplice descrizione naturalistica. L'Appennino di Marradi, le città toscane, Bologna, Firenze, Genova, le pianure e le immagini sudamericane entrano nella poesia come luoghi attraversati da una particolare intensità percettiva. Campana vede continuamente il mondo in movimento. Le prospettive cambiano, le figure compaiono e scompaiono, le distanze si dilatano, il presente viene invaso dal ricordo. Genova, soprattutto, diventa quasi una città visionaria: porto, mare, vicoli, folla e architetture partecipano a un'unica esperienza dinamica nella quale l'occhio del poeta sembra incapace di arrestarsi. Questa mobilità riguarda anche la lingua. Campana può passare dalla frase ampia della prosa lirica alla concentrazione del verso, dall'immagine quasi pittorica all'accumulazione sonora, dalla descrizione alla ripetizione incantatoria. La sua poesia deve molto alla cultura europea fra Ottocento e Novecento, simbolismo, decadentismo, Nietzsche, suggestioni francesi e tedesche fanno parte di un orizzonte assai più vasto di quello suggerito dal ritratto del provinciale isolato e istintivo. Non si tratta naturalmente di ridurlo a una somma di influenze, ma di riconoscere che dietro i “Canti Orfici” esiste una coscienza e una cultura letteraria molto ricca, nutrita di ampie letture e aperta verso l'intera Europa. Persino l'irregolarità grammaticale o sintattica di alcune pagine non dovrebbe essere automaticamente interpretata come sintomo patologico. Nella letteratura del primo Novecento la frantumazione del discorso, la successione rapida delle immagini e l'indebolimento della narrazione lineare appartengono a una trasformazione generale del linguaggio artistico europeo. Nel caso di Campana tali caratteristiche assumono naturalmente una forma personale, ma leggerle soltanto attraverso la diagnosi psichiatrica significa sottrarle alla storia della poesia. Il mito del poeta folle esercita del resto una seduzione potente perché offre una spiegazione semplice dell'eccezionalità. Se l'opera nasce direttamente dalla follia, non occorre più interrogarsi sulla tecnica, sulle letture, sulle revisioni, sulle scelte lessicali, sulla costruzione delle immagini. Il genio diventa una forza naturale e la poesia qualcosa che gli accade quasi involontariamente. È un'immagine romantica, ma ingannevole. La sofferenza psichica di Campana fu reale e drammatica, non è necessario negarla né minimizzarla. Bisogna piuttosto evitare l'errore opposto di trasformarla nel principio interpretativo universale della sua opera. Anche la relazione con Sibilla Aleramo, iniziata nel 1916 e rapidamente divenuta tumultuosa, ha contribuito alla costruzione postuma del personaggio. Le lettere, gli incontri, le separazioni e le riconciliazioni hanno alimentato una narrazione sentimentale di enorme fortuna. Ma Campana aveva già scritto i “Canti Orfici” prima di conoscere Aleramo. Il cuore della sua esperienza poetica era dunque già formato. Ridurre la sua figura all'amante disperato significa ancora una volta sostituire alla storia della poesia una biografia spettacolare. Dopo il ricovero definitivo a Castel Pulci nel 1918, la produzione letteraria di Campana praticamente si interrompe. Vi rimase fino alla morte, avvenuta il primo marzo 1932. È difficile non percepire la tragedia di un'esistenza che si conclude con quattordici anni di internamento. Ma proprio il carattere doloroso di questa vicenda dovrebbe indurre a una certa cautela. La malattia mentale non è un ornamento romantico e il manicomio non costituisce il suggello necessario del destino di un poeta. Dietro l'icona del “folle di Marradi” vi fu un uomo che soffrì, e dietro quell'uomo vi fu uno scrittore immenso che lavorò con ostinazione alla propria lingua. A più di un secolo dalla pubblicazione dei “Canti Orfici”, forse il modo migliore di restituire a Dino Campana la sua grandezza consiste proprio nel liberarlo, almeno in parte, dalla leggenda che gli è cresciuta intorno. Il vagabondo, l'internato, l'amante tormentato e il manoscritto perduto appartengono alla sua storia e non devono essere cancellati. Ma vengono dopo il poeta. Ciò che continua a renderlo necessario non è l'eccezionalità della sua sventura, bensì la capacità di trasformare città, corpi, montagne, ricordi e notti in una lingua che sembra continuamente oscillare fra il mondo visibile e qualcosa che sta per rivelarsi oltre di esso. Campana non è grande perché fu maledetto. È diventato “maledetto”, nella nostra immaginazione, perché era abbastanza grande da rendere leggendaria perfino la propria rovina.
( Roberto Minichini )






