sabato 14 febbraio 2026

Friedrich Nietzsche e Roberto Minichini candidati alle elezioni a Berlino


Berlino, 14 febbraio 2026

 

L’agenzia stampa indipendente Berliner Absurditäten Presse (BAP) comunica ufficialmente che i signori Friedrich Nietzsche e Roberto Minichini hanno depositato questa mattina la loro candidatura alle prossime elezioni sotto il simbolo del Partito dei Filosofi. Il programma elettorale, consegnato in una cartellina di cartone leggermente umida, promette un deciso ritorno alla speculazione metafisica, l’abolizione delle riunioni inutili e l’introduzione obbligatoria della lettura mattutina di aforismi nelle scuole. È inoltre prevista la sostituzione dei dibattiti televisivi con dialoghi socratici in piazza. Fonti interne confermano che il Partito dei Filosofi conta attualmente due iscritti. Entrambi risultano regolarmente tesserati, in regola con la quota annuale e disponibili a ricoprire simultaneamente ogni carica prevista dallo statuto, inclusi presidente, vicepresidente, segretario, tesoriere e opposizione interna. Alla domanda sulla sostenibilità organizzativa di una forza politica composta da due membri, i candidati hanno risposto con serena coerenza dottrinale che “la quantità è una categoria sopravvalutata” e che “anche un’idea, se sufficientemente testarda, può bastare”. Ulteriori aggiornamenti saranno diffusi non appena il Partito raggiungerà il terzo iscritto o avrà deciso chi dei due deve contraddirsi per primo.

 

Fine comunicato.

«Verrà l’anno 2026, e l’unico vero poeta al mondo sarà Roberto Minichini.»


«Verrà l’anno 2026, e l’unico vero poeta al mondo sarà Roberto Minichini.»

«Pseudo-Platone, Discorso Apocrifo 2026.»

venerdì 13 febbraio 2026

Tischtennis mit Nietzsche (Gedicht von Roberto Minichini)


Ich spiele Tischtennis mit Nietzsche.

Der Ball springt wie ein Gedanke zwischen uns.

„Was ist der Sinn der Philosophie?“

frage ich und schlage zu.

Er kontert sofort.

„Wenn du nach Sinn suchst,

hast du schon verloren.“

Der Ball trifft die Kante. Punkt für ihn.

Ich hebe ihn auf.

Er sagt nur:

„Spiele besser.“

 

Roberto Minichini, Februar 2026

giovedì 12 febbraio 2026

Gli anni nella torre di Friedrich Hölderlin ( Testo di Roberto Minichini, febbraio 2026 )


Nel 1806, dopo un periodo di grave instabilità psichica, il poeta tedesco Friedrich Hölderlin venne ricoverato nella clinica del dottor Johann Heinrich Ferdinand von Autenrieth a Tubinga. La diagnosi parlava di follia incurabile, e i medici stimarono che non avrebbe vissuto più di pochi anni. La previsione si rivelò clamorosamente errata. Nel 1807 fu affidato alla custodia del falegname Ernst Friedrich Zimmer, un uomo semplice ma rispettoso della sua grandezza interiore, che gli offrì una stanza nella propria casa affacciata sul Neckar. Quella casa, oggi nota come Hölderlinturm, divenne il suo mondo per trentasei anni, fino alla morte avvenuta il 7 giugno 1843. La torre non fu un manicomio né una prigione, ma uno spazio appartato, sospeso tra marginalità sociale e silenzio creativo. Qui Hölderlin visse in una condizione che i contemporanei definivano follia, e che la critica moderna interpreta con maggiore cautela, tra disturbo mentale, crisi mistica e frattura biografica dopo le delusioni amorose e politiche. Il trauma per la morte di Susette Gontard nel 1802, la sua Diotima, e il fallimento degli ideali rivoluzionari francesi pesarono profondamente sul suo equilibrio. Durante gli anni nella torre scrisse ancora poesie, spesso firmandole con lo pseudonimo Scardanelli. Le date apposte ai componimenti risultano talvolta erratiche, proiettate in anni lontani, come se il tempo lineare non avesse più senso per lui. La metrica resta limpida, le immagini naturali intense, il tono talvolta sereno. Non si tratta di rovine linguistiche, ma di una voce che si è ritirata in un ritmo elementare e cristallino. La sua esistenza fu scandita da gesti semplici, passeggiate brevi, visite rare. Ricevette pochi amici fedeli e qualche curioso. Per decenni rimase ai margini della vita letteraria tedesca, mentre il suo nome lentamente scivolava nell’oblio. Solo nel tardo Ottocento e poi nel Novecento la sua opera venne riscoperta come uno dei vertici assoluti della poesia europea, capace di fondere Grecia antica, tensione cristiana e aspirazione moderna all’infinito. La torre di Tubinga non è soltanto il luogo della malattia, ma anche il simbolo di una radicale separazione dal mondo storico. In quel ritiro forzato si compie una delle vicende più enigmatiche della letteratura tedesca, dove genialità e fragilità convivono senza poter essere ridotte a formula clinica. Hölderlin sopravvisse a se stesso, alla propria fama e al proprio tempo, custodendo in silenzio una visione poetica che avrebbe parlato alle generazioni future.

Roberto Minichini, febbraio 2026

Heinrich Böll


La Germania del secondo dopoguerra non fu soltanto un territorio da ricostruire nelle sue città distrutte, ma uno spazio morale da interrogare con severità. Le macerie materiali coincidevano con una crisi della coscienza collettiva, la lingua stessa appariva compromessa dall’uso propagandistico del regime nazionalsocialista, e la società cercava una forma nuova per esprimere responsabilità e memoria. In questo scenario emerse la figura di uno scrittore nato a Colonia nel 1917, in una famiglia cattolica artigiana, destinato a diventare una delle voci più lucide e critiche della Repubblica Federale Tedesca, Heinrich Böll. Arruolato nella Wehrmacht durante la Seconda guerra mondiale, visse l’esperienza diretta del fronte, della distruzione e della prigionia. Il ritorno in una Germania devastata segnò l’inizio di una riflessione narrativa centrata sui reduci, sulle famiglie spezzate, sugli uomini e sulle donne che cercavano di ricostruire un’esistenza tra rovine fisiche e silenzi interiori. Negli anni della rinascita letteraria partecipò al gruppo di scrittori noto come Gruppo 47, contribuendo a promuovere una lingua sobria, priva di enfasi retorica, capace di restituire credibilità alla parola dopo l’abuso ideologico del periodo precedente. Con romanzi come "E non disse nemmeno una parola" del 1953 e "Casa senza custode" del 1954, descrisse la precarietà materiale e morale della società tedesca nel tempo della ricostruzione. Il suo sguardo penetrava nella vita quotidiana con attenzione quasi documentaria, mostrando come le grandi ideologie incidessero sulle relazioni familiari, sulla fede, sul senso di colpa e sulla memoria. In "Opinioni di un clown" del 1963 mise al centro un protagonista ironico e marginale che, attraverso la propria voce, smascherava le contraddizioni della rispettabilità borghese e le tensioni del cattolicesimo istituzionale nella Germania occidentale. Negli anni Settanta il suo impegno civile divenne ancora più esplicito. "L’onore perduto di Katharina Blum" del 1974 affrontò il tema della manipolazione mediatica e della violenza esercitata dalla stampa sensazionalistica sulla vita privata. In un clima segnato dal terrorismo e da forti tensioni politiche, Böll difese con determinazione i diritti civili e la presunzione di innocenza, attirandosi polemiche e critiche. La letteratura, per lui, non era un rifugio estetico, ma uno strumento di vigilanza morale e di responsabilità pubblica. Nel 1972 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura, riconoscimento che consolidò la sua posizione internazionale senza attenuare il suo spirito critico. Continuò a intervenire nel dibattito pubblico, sostenendo dissidenti e prendendo posizione contro ogni forma di autoritarismo. La sua prosa, apparentemente semplice, si fonda su un equilibrio raro tra empatia e rigore analitico. Morì nel 1985 lasciando un’opera che continua a interrogare il rapporto tra individuo e potere, tra fede e istituzione, tra memoria e responsabilità storica. Heinrich Böll rappresenta la figura dello scrittore che considera la parola un atto etico e che rifiuta l’indifferenza come forma di complicità. In un secolo attraversato da ideologie totalizzanti e trasformazioni radicali, egli scelse una letteratura della coscienza, capace di dare voce ai marginali e di ricordare che la dignità umana non può essere subordinata alla convenienza politica.

 

Roberto Minichini

mercoledì 11 febbraio 2026

Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim


Europa zu Beginn des 16. Jahrhunderts war ein Raum voller geistiger Unruhe und überraschender Öffnungen. Die alten Sicherheiten der Scholastik gerieten ins Wanken, neue Übersetzungen antiker Texte verbreiteten ungeahnte Horizonte, und zwischen Höfen, Universitäten und Klöstern wuchs das Bedürfnis, die Welt erneut zu denken. Aus diesem Klima heraus lässt sich die erstaunliche Laufbahn eines Mannes begreifen, der 1486 im kleinen Nettesheim bei Köln geboren wurde und dessen Name erst viel später in der europäischen Gelehrtenwelt ein Eigenleben entwickelte. Erst einige Jahre nach den ersten Sätzen dieses Textes tritt er ins Bild: Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim, ein Intellektueller, der durch Europa wanderte und aus jeder Station seines Lebens einen neuen Kampfplatz für Gedanken machte. Seine Ausbildung in Köln, die um 1499 begann, verband klassische Studien mit einer frühen Neugier auf jene Bereiche des Wissens, die sich damals an den Rändern der offiziellen Disziplinen befanden. Zwischen Recht, Medizin, Philosophie, Astronomie und Theologie zog es ihn vor allem zu den Fragen, die nicht in Lehrbüchern beantwortet wurden. Nach Abschluss seiner Studien führte ihn ein erster Aufenthalt nach Paris, wo der Neuplatonismus und die lateinischen Humanistenkreise seinen Blick erweiterten. Um 1508 taucht er in Spanien auf, als junger Offizier im Dienst Maximilians I., und erlebt ein Europa, das gleichzeitig im Krieg und in geistigem Aufbruch stand. Ein Jahr später, 1509, erscheint er als Lehrer in Dôle. Dort stößt er sofort auf Widerstand, weil er eine gelehrte Frau öffentlich verteidigt. Der Konflikt mit Konservativen begleitet ihn fortan wie ein Schatten. Kurz darauf führt ihn sein Weg nach Italien, nach Pavia und Turin, wo um 1510 die erste Niederschrift seines späteren Hauptwerks entsteht, jenes Werkes, das erst Jahrzehnte später in endgültiger Form veröffentlicht wird und heute zu den Grundtexten der Renaissance-Esoterik zählt: „De occulta philosophia“. Darin versucht er, die magische Tradition in drei Stufen zu ordnen und den Kosmos als durchwirktes Feld von Kräften zu verstehen, in dem alles mit allem verbunden ist. Sein Leben blieb rastlos. Zwischen 1518 und 1520 arbeitet er als Stadtschreiber in Metz. Dort zeigt sich sein Charakter besonders deutlich. Als ein Hexenprozess beginnt, stellt er sich mutig gegen die lokale Inquisition und riskiert damit nicht nur seine Karriere, sondern auch seine Sicherheit. Danach verlässt er das Gebiet des Deutschen Reiches und taucht für kurze Zeit in London auf, bevor er sich in Lyon niederlässt. In Frankreich dient er Margarete von Österreich als Arzt und Berater. Doch sein offener, ungeduldiger Geist verträgt sich schlecht mit Machtstrukturen. Immer wieder gerät er in Schwierigkeiten, weil er sich gegen Intrigen und gegen die Heuchelei der Höfe stellt. Um 1527 verfasst er eine Schrift, die zur entscheidenden Wende seines Denkens gehört. „De vanitate scientiarum“ ist eine schonungslose Abrechnung mit der Eitelkeit der Wissenschaften und zugleich ein Ausdruck tiefer intellektueller Müdigkeit. Während „De occulta philosophia“ die verborgenen Ordnungen des Kosmos sucht, stellt dieses spätere Werk die Grenzen menschlichen Wissens in den Vordergrund. Viele sahen darin Selbstkritik, andere einen Rückzug aus der Hermetik, wieder andere einen Akt philosophischer Reinigung. Sicher ist nur, dass Agrippa mit diesem Text erneut jene herausforderte, die sich in ihren Dogmen eingerichtet hatten. Seine letzten Jahre standen im Zeichen von Entbehrung und politischem Druck. Mehrmals wurde er verfolgt, zeitweise inhaftiert und schließlich gezwungen, ein Wanderleben zu führen, das weit entfernt war von den Glanzversprechen der Höfe. 1535, in Grenoble, endete sein Weg. Doch das geistige Vermächtnis dieses Mannes blieb lebendig. Sein Denken bewegt sich zwischen Mut und Zweifel, zwischen metaphysischer Neugier und skeptischer Ernüchterung. Er verkörpert das seltene Profil eines Menschen, der sich weigert, eine endgültige Wahrheit zu behaupten, und der zugleich unbeirrt weiterschreitet, um neue zu suchen.

 

Roberto Minichini

martedì 10 febbraio 2026

Der geheimnisvolle Kartenleger Rupert von Minikinovski


In einer kleinen norditalienischen Stadt beginnt die Legende eines Mannes der scheinbar aus zwei verschiedenen Leben besteht. Rupert von Minikinovski wurde in Mainz in den frühen Siebzigern geboren und führte lange Zeit ein vollkommen bodenständiges Dasein. Viele erinnern sich daran dass er jahrelang als Pizzabäcker arbeitete ein Handwerk das ihm eine erstaunliche Gelassenheit und eine fast meditative Präzision schenkte. Niemand hätte damals vermutet dass dieser ruhige Mann mit den kräftigen Händen eines Küchenarbeiters eines Tages als Erbe eines urgermanischen Wissens betrachtet werden würde. Der Wandel begann unmerklich. Rupert las nachts alte Bücher schrieb Gedichte auf Pizzakartonreste und entwickelte eine Faszination für Symbole Muster und die unsichtbaren Linien die das Leben formen. Seine Kollegen lachten darüber und nannten es seine spinnenhaften Ideen doch eines Tages legte er zum ersten Mal Karten und das erstaunliche geschah dass die Menschen darin etwas erkannten das sie nicht erklären konnten. Seitdem nennt man ihn Esoteriker Dichter und Philosoph manchmal auch Wanderer zwischen sehr alten und sehr neuen Welten. Wenn man seine Lesungen erlebt versteht man warum die Leute über ihn sprechen. Er mischt die Karten so ruhig als würde er den Atem eines alten Baumes lauschen und legt sie mit einer Präzision die an seine Pizzabäckerzeit erinnert nur dass die Stille jetzt feiner und tiefer geworden ist. Jede Karte betrachtet er mit einem Blick der zugleich mild und unerbittlich wirkt als wüsste er längst was der Besucher ahnt aber nicht zu sagen wagt. Die Ironie ist immer präsent ein kleines Lächeln an der rechten Stelle eine Bemerkung die die Schwere löst ohne sie zu verhöhnen. Sein angebliches urgermanisches Erbe wird nie direkt erwähnt doch seine Erklärungen tragen bisweilen einen geheimnisvollen Ton wie etwas das nicht in Büchern steht sondern aus generationenalten Schichten kommt die nur wenige berühren können. Manche Besucher behaupten er habe ihnen Bilder beschrieben die sie nie jemandem erzählt hatten andere sagen er kenne Wege der Seele die man nicht lernen kann. Rupert hört sich all das höflich an und wischt es beiseite als wäre es nur Staub auf dem Tisch. Heute gilt er als einer der ungewöhnlichsten Kartenleger die man treffen kann ein Mann der aus einer Mainzer Kindheit und aus einem langen Leben in Küchen eine innere Reife gezogen hat die tiefer wirkt als viele gelehrte Biografien. Seine Sitzungen führen selten zu lauten Überraschungen doch fast immer zu einer Art sanfter Verschiebung eines klaren inneren Blicks der lange nachwirkt und der vielleicht genau das ist was die Menschen seit Jahren bei ihm suchen.

 

Roberto Minichini, Februar 2026