
Il giudizio di Dio su un essere umano dipende soltanto dalla
religione alla quale egli appartiene esteriormente, oppure deve tenere conto
anche di ciò che ha realmente potuto conoscere, della sincerità con cui ha
cercato la verità, degli ostacoli che ha incontrato e delle intenzioni che
hanno guidato la sua vita? Questa domanda occupa un posto importante nel
pensiero dell'Ayatollah Morteza Motahhari (1920-1979), religioso, filosofo,
teologo e docente iraniano che dedicò gran parte della propria attività alla
formulazione di una visione dell'Islam capace di confrontarsi con le grandi
questioni filosofiche e morali della sua epoca senza dissolvere la verità
religiosa nel relativismo. Nato a Fariman, nel Khorasan, il 2 febbraio 1920
secondo una delle datazioni biografiche più diffuse, iniziò molto giovane gli
studi religiosi a Mashhad e proseguì la propria formazione a Qom, uno dei
principali centri dello Sciismo Duodecimano. Studiò diritto islamico e principi
della giurisprudenza, filosofia, esegesi del Corano, etica e irfan, termine che
nel lessico islamico indica la conoscenza interiore e spirituale di Dio e il
cammino di trasformazione dell'anima. Fra i suoi maestri vi furono l'Ayatollah
Hossein Borujerdi (1875-1961), una delle maggiori autorità religiose sciite del
suo tempo, Allamah Muhammad Husayn Tabatabai (1903-1981), filosofo e grande
commentatore del Corano, e l'Ayatollah Ruhollah Khomeini (1902-1989), del quale
Motahhari seguì lezioni di filosofia, etica, spiritualità e scienze religiose
molto prima che la figura del maestro assumesse il ruolo politico per cui
sarebbe poi divenuta universalmente conosciuta. Nel 1952 Motahhari lasciò Qom e
si stabilì a Teheran, dove insegnò nella madrasa Marvi e successivamente presso
la Facoltà di Teologia dell'Università di Teheran. La sua attività si rivolse
anche a studenti universitari, medici, professionisti e giovani che non
appartenevano alle scuole religiose tradizionali. Scrisse e tenne lezioni sul
materialismo, sulla libertà umana, sul destino, sulla resurrezione, sulla
filosofia della storia, sulla morale sessuale, sulla condizione della donna,
sul velo, sull'Imamato, sul Profeta Muhammad (circa 570-632), sugli Imam della
Famiglia del Profeta e sul rapporto fra ragione e rivelazione. Fra le sue opere
più note figurano "La questione del velo" ("Masale-ye
Hejab"), "Il sistema dei diritti della donna nell'Islam"
("Nezam-e Hoquq-e Zan dar Eslam"), "L'uomo e il destino"
("Ensan va Sarnevesht") e soprattutto "La Giustizia divina"
("Adl-e Elahi"), pubblicata nella sua prima forma intorno al 1970 e
dedicata ad alcuni dei problemi più difficili che sorgono quando la fede in un
Dio perfettamente giusto viene confrontata con il male, la sofferenza, le
differenze fra gli esseri umani, il castigo ultraterreno e il destino di chi
non appartiene alla religione islamica. La sua attività ebbe anche una
dimensione politica e Motahhari partecipò agli avvenimenti che accompagnarono
la rivoluzione iraniana del 1979, entrando nel Consiglio della Rivoluzione. Fu
assassinato a Teheran il 1 maggio 1979 da un membro del gruppo Furqan. Ridurre
il suo pensiero alla politica sarebbe però profondamente fuorviante. La maggior
parte delle questioni che lo resero influente riguarda il rapporto fra
filosofia, teologia, morale e spiritualità, e "La Giustizia divina"
costituisce uno degli esempi più significativi di questo progetto. Uno dei
problemi affrontati nel libro può essere formulato in termini comprensibili
anche a chi non è musulmano. Se una persona nasce cristiana, ebrea o appartenente
a un'altra tradizione, vive onestamente, crede in Dio, aiuta il prossimo, cerca
sinceramente il bene e muore senza essersi convertita all'Islam, il semplice
fatto di non essere musulmana rende prive di valore tutte le sue opere e la
destina alla perdizione? Motahhari ritiene insufficiente tanto una risposta
relativistica quanto una risposta confessionale automatica. Non accetta l'idea
che tutte le religioni siano contemporaneamente vere nello stesso senso. Per
lui la rivelazione divina possiede uno sviluppo storico e la forma definitiva
della guida rivelata è l'Islam portato dal Profeta Muhammad. In questo senso
Motahhari non è un pluralista religioso se per pluralismo si intende
l'affermazione secondo cui Cristianesimo, Ebraismo, Islam e altre religioni
sarebbero vie teologicamente equivalenti e intercambiabili. Egli ritiene che
una persona che riconosca realmente la verità dell'Islam sia tenuta ad
accettarla. Il problema decisivo nasce tuttavia dalla parola realmente. Sapere
che esiste una religione chiamata Islam non equivale necessariamente ad averne
compreso la verità. Aver incontrato alcuni musulmani, aver letto un articolo,
aver ricevuto un'educazione ostile all'Islam o conoscere soltanto aspetti
frammentari della sua storia non significa aver ricevuto una conoscenza
sufficientemente chiara da rendere colpevole ogni mancata adesione. Motahhari
utilizza qui una distinzione fondamentale della teologia e della giurisprudenza
islamica fra qusur e taqsir. Qusur indica una mancanza non imputabile alla
persona, una condizione nella quale l'individuo non possiede realmente i mezzi
necessari per conoscere o riconoscere ciò che sarebbe tenuto ad accettare.
Taqsir indica invece una mancanza colpevole, prodotta dalla negligenza,
dall'orgoglio, dal pregiudizio, dall'interesse personale o dalla decisione di
non cercare ciò che sarebbe stato possibile conoscere. Il jahil qasir è quindi
l'ignorante non colpevole, mentre il jahil muqassir è colui che rimane
nell'ignoranza per una responsabilità che gli può essere attribuita. Questa
distinzione cambia profondamente il modo di affrontare il problema dei non
musulmani. Due persone possono professare esteriormente la medesima religione e
avere una condizione spirituale completamente diversa davanti a Dio. Un
cristiano che abbia cercato sinceramente la verità ma conosca dell'Islam
soltanto una rappresentazione deformata non può essere equiparato a una persona
che abbia riconosciuto interiormente la verità di una rivelazione e l'abbia
respinta perché incompatibile con i propri interessi. In questo quadro assume
grande importanza la hujja, cioè la prova divina o l'evidenza sufficiente
mediante la quale una verità diventa moralmente vincolante per una persona. La
responsabilità piena presuppone che la hujja sia stata realmente stabilita.
Motahhari collega questo principio alla giustizia divina e a diversi passi del
Corano. Il versetto 17,15 afferma che Dio non punisce prima di aver inviato un
messaggero, mentre il versetto 9,115 dichiara che Dio non conduce un popolo
allo smarrimento dopo averlo guidato finché non abbia chiarito ciò da cui deve
guardarsi. I versetti 4,98 e 4,99 introducono inoltre la categoria dei
mustad'af, gli uomini, le donne e i bambini che si trovano in una condizione di
debolezza e non possiedono mezzi sufficienti per trovare una via, aggiungendo
che Dio può perdonarli. Mustad'af significa letteralmente persona resa debole o
posta in condizione di impotenza. Nell'uso teologico sciita il termine può
indicare chi, per limiti intellettuali, circostanze ambientali o mancanza di
accesso alla verità, non possiede le condizioni necessarie per una scelta
pienamente consapevole. Esiste inoltre nel Corano la categoria dei murjawn
li-amr Allah, coloro il cui caso viene rimesso al comando e al giudizio di Dio.
Motahhari ricorda tradizioni attribuite all'Imam Muhammad al-Baqir (676-732) e
all'Imam Ja'far al-Sadiq (702-765) nelle quali alcune persone non vengono
collocate semplicemente fra i credenti pienamente riconosciuti e i negatori
ostinati, ma vengono affidate al giudizio divino. In una tradizione riportata
nella letteratura sciita, interrogato sui mustad'af, l'Imam Ja'far al-Sadiq
risponde che essi non appartengono pienamente né ai credenti né ai negatori e
che il loro caso è rimesso a Dio. Motahhari utilizza queste categorie per
sostenere che l'incapacità non colpevole non può produrre lo stesso risultato
morale del rifiuto deliberato. A questo punto sorge però una questione
essenziale. Questa interpretazione rappresenta davvero lo Sciismo tradizionale
oppure Motahhari sta introducendo una concezione moderna estranea alla teologia
classica? La risposta richiede molta precisione. Una parte fondamentale del suo
ragionamento è profondamente radicata nello Sciismo classico, mentre
l'estensione che egli attribuisce ad alcune categorie è più ampia di quella
proposta da numerosi autori precedenti. Non sarebbe quindi corretto né
presentarlo come un innovatore che rompe con la tradizione né sostenere che
ogni elemento della sua posizione costituisca semplicemente la dottrina unanime
di tutti gli studiosi sciiti anteriori. Lo Sciismo Duodecimano classico è molto
fermo sull'esistenza di una verità religiosa oggettiva. Dopo la missione del
Profeta Muhammad, l'Islam costituisce la rivelazione normativa per l'umanità.
Inoltre, secondo la dottrina sciita, la guida divina non termina con la morte
del Profeta, ma continua attraverso l'Imamato, cioè l'autorità spirituale e
religiosa dei Dodici Imam della Famiglia del Profeta, a partire dall'Imam Ali
(circa 600-661). Numerosi testi classici attribuiscono quindi alla fede nel
Profeta e al riconoscimento dell'Imamato un'importanza decisiva per la
salvezza. Da questo punto di vista la tradizione sciita classica è certamente
più vicina all'esclusivismo dottrinale che al pluralismo religioso moderno. Il
Corano 3,19 afferma che presso Dio la religione è l'Islam e il versetto 3,85
dichiara che chi cerca una religione diversa dall'Islam non la vedrà accettata.
Gli studiosi sciiti tradizionali hanno generalmente interpretato questi passi
come affermazione dell'autorità definitiva della rivelazione portata dal
Profeta Muhammad. Anche le tradizioni sulla wilaya, termine che in questo
contesto indica l'autorità e la guida spirituale degli Imam, possono assumere
formulazioni molto severe nei confronti di chi rifiuta l'Imamato. Se ci si
fermasse però a queste affermazioni si perderebbe un'altra componente
altrettanto antica della dottrina sciita, quella della responsabilità
proporzionata alla conoscenza effettivamente posseduta. Shaykh al-Saduq (circa
923-991), uno dei più importanti raccoglitori di tradizioni dello Sciismo e
autore di "Le credenze degli Imamiti" ("Al-I'tiqadat
al-Imamiyya"), riporta il principio coranico secondo cui Dio non considera
un popolo smarrito finché non gli abbia chiarito ciò che deve evitare. Nella
sua esposizione della capacità umana insiste inoltre sul fatto che la
responsabilità presuppone una reale possibilità di agire. Questi principi non
equivalgono ancora alla formulazione ampia che Motahhari darà molti secoli dopo
al problema dei non musulmani, ma stabiliscono un fondamento importante. Il
giudizio divino non ignora la capacità, la conoscenza e le circostanze
dell'individuo. Shaykh al-Mufid (948-1022), figura decisiva della teologia
razionale imamita e autore di "Le prime questioni dottrinali"
("Awa'il al-Maqalat"), presenta in diversi passaggi una concezione
severa del destino dei negatori e attribuisce all'Imamato un'importanza
fondamentale. Non sarebbe corretto trasformarlo retrospettivamente in un
sostenitore dell'inclusivismo religioso moderno. Eppure lo stesso al-Mufid
riconosce categorie che non possono essere assimilate senza distinzione ai
negatori ostinati. Nella sua classificazione escatologica compaiono coloro che
possiedono una conoscenza dottrinale insufficiente senza essere ostinati e i
mustad'af fra gli altri uomini. Il loro caso non viene semplicemente
identificato con quello di chi combatte consapevolmente la verità. Questo dato
è importante perché dimostra che l'esistenza di una zona intermedia fra fede
pienamente riconosciuta e rifiuto colpevole non nasce nel pensiero sciita
contemporaneo. Shaykh al-Tusi (995-1067), altra figura fondamentale nella
formazione dello Sciismo Duodecimano e fondatore della grande tradizione di
studio di Najaf, sviluppò ulteriormente un sistema teologico nel quale ragione,
responsabilità e rivelazione devono essere considerate insieme. Anche quando
gli studiosi classici adottano formule severe nei confronti dell'incredulità,
resta quindi centrale il problema di stabilire se l'incredulità sia realmente
colpevole. Il principio sciita della giustizia divina, adl, rende infatti
difficile sostenere che Dio possa punire allo stesso modo chi ha conosciuto e
respinto consapevolmente la verità e chi non ha mai avuto gli strumenti per
riconoscerla. Questo principio appartiene alla struttura stessa della teologia
imamita. Lo Sciismo viene tradizionalmente incluso fra le scuole dette Adliyya,
le scuole della giustizia, perché attribuisce alla giustizia divina un
significato intelligibile anche alla ragione umana. Dio non compie ingiustizia,
non punisce arbitrariamente e non attribuisce responsabilità senza una reale
capacità. Qui Motahhari si muove quindi su un terreno profondamente
tradizionale. Anche uno studioso molto più severo e fortemente legato alla trasmissione
degli hadith come Allamah Muhammad Baqir Majlisi (1627-1699), autore della
vasta raccolta "Mari di luci" ("Bihar al-Anwar") e del
trattato dottrinale "La certezza della verità" ("Haqq
al-Yaqin"), riconosce esplicitamente la categoria dei mustad'af.
Commentando i versetti 4,98 e 4,99, Majlisi ricorda che il mustad'af può essere
colui che non riesce a distinguere la verità dall'errore oppure colui al quale
la prova non è divenuta convincente senza che ciò dipenda da una sua colpa. Per
queste persone resta possibile sperare nel perdono divino. Il dato è
particolarmente significativo proprio perché Majlisi non può essere descritto
come un teologo incline al relativismo religioso. La dottrina dell'eccezione
per gli incapaci non nasce quindi da un indebolimento moderno dell'identità
sciita. È già presente all'interno di una visione fortemente confessionale. La
differenza rispetto a Motahhari riguarda soprattutto l'ampiezza della
categoria. Molti autori classici sembrano pensare al mustad'af come a un caso
relativamente circoscritto, bambini, persone con capacità intellettuali molto
limitate, individui completamente privi di accesso alla vera dottrina o persone
che vivono in condizioni nelle quali il riconoscimento della verità è
praticamente impossibile. Motahhari compie un passo ulteriore. Egli sostiene
che nelle società moderne una persona può essere perfettamente intelligente,
istruita e informata e rimanere tuttavia qasir rispetto all'Islam, perché
l'immagine dell'Islam che le è giunta può essere tanto falsa o deformata da non
costituire una vera presentazione della religione. In altre parole,
l'incapacità non coincide necessariamente con una debolezza mentale o con
l'isolamento geografico. Può essere un'incapacità epistemica, cioè una
situazione nella quale le informazioni disponibili non permettono alla persona
di riconoscere la verità per ciò che è. Qui si trova probabilmente una delle
innovazioni interpretative più importanti di Motahhari. Egli non abbandona le
categorie classiche, ma ne amplia l'applicazione. Questa posizione si collega
anche alla filosofia islamica. Avicenna (980-1037), pur non essendo un'autorità
specificamente sciita, aveva sostenuto che molti esseri umani si trovano in una
condizione intermedia, lontani tanto dalla conoscenza perfetta quanto
dall'opposizione cosciente alla verità. Mulla Sadra (1571-1640), il grande
filosofo sciita persiano la cui metafisica esercitò una profonda influenza
sulla formazione filosofica iraniana successiva, sviluppò una concezione
dell'anima e dell'aldilà nella quale la salvezza e la perdizione dipendono
dalla forma spirituale che l'essere umano acquisisce attraverso conoscenza,
intenzione e azione. Motahhari si colloca chiaramente anche all'interno di
questa linea filosofica. Nella conclusione di "La Giustizia divina"
arriva a sostenere che, secondo filosofi come Avicenna e Mulla Sadra, la
maggioranza di coloro che non hanno riconosciuto la verità appartiene
probabilmente alla categoria degli incapaci e degli scusabili piuttosto che a
quella dei colpevoli. Questa affermazione è più ampia di molte formulazioni
classiche strettamente teologiche e tradizionaliste. Non dice semplicemente che
esistono eccezioni alla condanna dei non musulmani. Suggerisce che l'eccezione
potrebbe riguardare una parte enorme dell'umanità. È proprio qui che Motahhari
assume un carattere particolarmente originale. Egli conserva l'esclusivismo
relativo alla verità ma introduce un inclusivismo molto ampio riguardo alla
responsabilità individuale e alla possibilità della salvezza. La distinzione
appare con particolare chiarezza quando tratta le buone opere dei non
musulmani. Una linea tradizionale rigorosa può sostenere che la piena
accettazione delle opere richieda la fede autentica e, nella prospettiva
sciita, il riconoscimento della guida divina. Numerosi versetti e tradizioni
sono stati interpretati in questo senso. Motahhari non li respinge. Li
interpreta però come riferiti soprattutto al rifiuto colpevole della verità.
Secondo lui, quando il mancato riconoscimento deriva da qusur e non da taqsir,
non è legittimo applicare automaticamente le medesime conseguenze. Per una
persona che crede sinceramente in Dio e nella resurrezione, compie il bene con
intenzione pura e cerca realmente la vicinanza divina, le opere possono possedere
un autentico valore ultraterreno anche se quella persona non è formalmente
musulmana. Motahhari arriva quindi a riconoscere la possibilità della
ricompensa e della salvezza di credenti non musulmani che si trovino in una
condizione di ignoranza non colpevole. Questo è un punto nel quale la sua
formulazione è più generosa di quella di molti teologi classici. Alcuni autori
tradizionali ammettevano che il mustad'af non fosse punito, oppure rimettevano
il suo destino al giudizio di Dio, oppure ipotizzavano una condizione
intermedia, senza necessariamente affermare con altrettanta chiarezza che le
sue opere potessero condurlo positivamente al Paradiso. Motahhari trasforma
quindi una dottrina classica dell'esenzione dalla colpa in una teoria più
articolata della possibile ricompensa spirituale. Non lo fa però appellandosi a
un generico umanitarismo. La sua argomentazione rimane religiosa e metafisica.
Un'azione possiede per lui almeno due aspetti. Esiste il bene prodotto
esteriormente e vi è l'orientamento interiore dell'agente. Costruire un
ospedale, assistere un malato o nutrire un povero costituiscono beni reali, ma
l'azione assume una qualità spirituale diversa a seconda dell'intenzione con
cui viene compiuta. Chi agisce esclusivamente per fama non compie interiormente
la stessa azione di chi cerca sinceramente Dio. Questo permette a Motahhari di
rifiutare sia l'affermazione secondo cui basta compiere opere socialmente utili
per ottenere automaticamente la salvezza sia quella secondo cui ogni opera di
un non musulmano sarebbe priva di qualsiasi valore. Anche il problema dell'ateo
viene affrontato con questa complessità. Chi non crede in Dio non può
intenzionalmente dirigere la propria azione verso la vicinanza divina nello
stesso modo di chi crede. Motahhari non conclude tuttavia che il bene compiuto
dall'ateo sia necessariamente irrilevante nell'aldilà. Le buone azioni possono
diminuire il castigo e in determinate circostanze persino eliminarlo. Egli
considera inoltre il caso di una persona che si definisce atea ma possiede una
straordinaria purezza morale, agisce senza ricerca di prestigio e manifesta un
amore radicalmente disinteressato per il bene. Motahhari si domanda se una
simile persona stia veramente negando Dio oppure se stia rifiutando una
rappresentazione falsa di Dio ricevuta dal proprio ambiente. La sua risposta
rimane prudente. La coscienza esplicita dell'individuo non esaurisce
necessariamente tutta la sua disposizione spirituale. Si può negare verbalmente
un'immagine di Dio e nello stesso tempo possedere, a un livello più profondo,
un orientamento verso la verità e il Bene assoluto. Qui il discorso di
Motahhari si avvicina alla tradizione dell'irfan e della filosofia metafisica,
secondo cui ciò che conta nell'aldilà non è soltanto una dichiarazione verbale
ma la forma acquisita dall'anima. Anche su questo punto lo Sciismo classico più
rigoroso potrebbe formulare riserve. La tradizione non autorizza a trasformare
ogni moralità naturale in una fede implicita né a concludere che l'ateismo sia
spiritualmente equivalente al monoteismo. Motahhari non sostiene nulla del
genere. Introduce invece la possibilità che l'etichetta intellettuale con cui
una persona descrive se stessa non corrisponda perfettamente alla sua
condizione più profonda davanti a Dio. La medesima distinzione viene applicata
ai musulmani non sciiti. Lo Sciismo Duodecimano attribuisce all'Imamato
un'importanza essenziale. Numerosi testi classici presentano la wilaya degli
Imam come elemento necessario della vera fede e alcuni autori hanno adottato
posizioni molto severe sul destino di coloro che negano l'autorità degli Ahl
al-Bayt, cioè la Famiglia del Profeta. Motahhari non elimina questa dottrina.
Distingue però ancora una volta fra negazione consapevole e mancato
riconoscimento non colpevole. Un Sunnita cresciuto in una famiglia e in una
cultura sunnita, che ami Dio e il Profeta Muhammad, viva religiosamente e non
abbia mai incontrato argomenti capaci di rendergli evidente la verità
dell'Imamato, non è nella stessa condizione di chi riconosca consapevolmente
l'autorità degli Imam e la respinga per ostilità. Anche in questo caso esiste
un precedente tradizionale nella categoria del mustad'af. Testi sciiti
anteriori a Motahhari riconoscono la possibilità che un non sciita privo di una
reale possibilità di discernere fra le diverse dottrine non venga giudicato
come un nemico deliberato della wilaya. Alcuni autori classici e postclassici
sono tuttavia assai più restrittivi di Motahhari nel determinare quanto vasta
sia questa categoria. Per questo sarebbe inesatto affermare semplicemente che
la sua posizione coincide in ogni dettaglio con quella dello Sciismo
tradizionale. È più corretto dire che Motahhari sviluppa possibilità già
contenute nella tradizione e le conduce a conseguenze più ampie. La continuità
riguarda i principi fondamentali. Dio è giusto. Nessuno viene punito senza
responsabilità. La responsabilità presuppone capacità e conoscenza. Esistono
persone incapaci di riconoscere pienamente la verità. Il loro caso non è
identico a quello dei negatori ostinati. L'Imamato resta una verità oggettiva
anche quando una determinata persona non è colpevole di non averla
riconosciuta. L'innovazione relativa riguarda soprattutto l'estensione
sociologica ed epistemologica di questi principi. Motahhari ritiene plausibile
che moltissimi esseri umani moderni appartengano alla categoria del qasir
perché ciò che conoscono dell'Islam non costituisce una manifestazione
sufficiente della sua verità. Da questo punto di vista il suo pensiero potrebbe
essere descritto come tradizionale nei fondamenti e innovativo
nell'applicazione. Egli non modifica la dottrina islamica per adattarla al
pluralismo contemporaneo. Parte invece dalla giustizia divina, dal principio
della hujja, dalle categorie coraniche dei mustad'af e dei murjawn li-amr
Allah, dalle tradizioni degli Imam e dalla filosofia islamica, e si domanda che
cosa implichino queste dottrine in un mondo nel quale miliardi di persone
nascono e vivono fuori dall'Islam. Il risultato è una posizione che rimane
rigorosamente sciita ma impedisce di trasformare l'appartenenza confessionale
in una sorta di privilegio metafisico automatico. Questo aspetto diventa
particolarmente evidente quando Motahhari parla dei peccati dei musulmani e
degli Sciiti. Egli polemizza contro la convinzione secondo cui le opere dei non
Sciiti sarebbero inutili mentre lo Sciita potrebbe attendersi il perdono
semplicemente in virtù della propria appartenenza. Per lui questa idea
distruggerebbe il significato stesso della responsabilità. Conoscere una verità
più ampia non concede un'immunità morale, aumenta semmai la responsabilità. Un
musulmano che mente, opprime, tradisce o commette ingiustizia non trasforma le
proprie azioni in bene perché appartiene alla religione vera. Uno Sciita che
proclama fedeltà agli Imam ma vive contro i loro insegnamenti non può ridurre
la wilaya a una formula identitaria capace di sostituire la rettitudine. Dio
non possiede legami di parentela, nazionalità o gruppo con nessuno. La
giustizia divina significa precisamente che la differenza fra gli esseri umani
deve dipendere da differenze reali nelle loro anime, nelle loro conoscenze,
nelle loro intenzioni e nelle loro opere. Su questo punto Motahhari recupera un
elemento centrale dello Sciismo tradizionale. L'elezione religiosa non è una
preferenza arbitraria di Dio per una comunità. La vicinanza a Dio dipende dalla
verità e dalla conformazione dell'essere umano ad essa. Il problema della
salvezza dei non musulmani viene così trasformato in una domanda molto più
radicale sul significato stesso della fede. Essere formalmente appartenenti
all'Islam non equivale automaticamente ad aver raggiunto la verità
interiormente, così come trovarsi esteriormente fuori dall'Islam non dimostra
automaticamente un'opposizione volontaria alla verità. Ciò non annulla la
differenza fra fede vera ed errore. Motahhari continua a considerare l'Islam la
rivelazione definitiva e lo Sciismo Duodecimano la forma completa della guida
islamica attraverso il riconoscimento degli Imam. La sua posizione non è quindi
quella secondo cui tutte le religioni conducono indipendentemente e allo stesso
modo a Dio. Potremmo definirla più precisamente un esclusivismo della verità
accompagnato da un inclusivismo della misericordia e della responsabilità. La
verità non diventa relativa, ma il giudizio sulle persone diventa infinitamente
più complesso di una classificazione esteriore. È proprio qui che il confronto
con lo Sciismo classico permette di comprendere meglio Motahhari. La tradizione
più severa gli ricorda che la fede, il Profeta e l'Imamato non possono essere
ridotti a elementi secondari della salvezza. Le categorie classiche del
mustad'af e dell'ignoranza non colpevole gli offrono però gli strumenti per
evitare la conclusione secondo cui ogni essere umano nato fuori dalla comunità
corretta sarebbe necessariamente un ribelle contro Dio. Gli hadith che
distinguono fra fede, negazione e condizioni intermedie impediscono di ridurre
l'intera umanità a due blocchi sociologici perfettamente coincidenti con
Paradiso e Inferno. Motahhari radicalizza questa intuizione affermando che
soltanto Dio conosce veramente la misura della prova ricevuta da ciascuno. Una
persona può credere di aver rifiutato l'Islam quando in realtà ha rifiutato
soltanto una caricatura dell'Islam. Un'altra può dichiararsi musulmana senza
aver mai permesso alla verità professata di trasformare il proprio carattere.
Un non musulmano può essere intellettualmente lontano dalla dottrina vera e
moralmente disponibile ad accoglierla se la riconoscesse. Un credente può
invece possedere formule corrette e nello stesso tempo opporre interiormente
resistenza alle conseguenze della verità. Nessun osservatore umano dispone
della conoscenza necessaria per stabilire definitivamente la posizione
ultraterrena di un individuo concreto. Per questo Motahhari rifiuta di
pronunciarsi con certezza sul destino di personaggi storici particolari e
insiste sul fatto che il giudizio finale appartiene a Dio. La differenza fra
qasir e muqassir attraversa infatti l'interiorità e non può essere dedotta
meccanicamente da un'etichetta religiosa. La sua concezione consente inoltre di
comprendere in maniera più rigorosa la misericordia divina. La misericordia non
significa che la verità sia irrilevante e la giustizia non significa che Dio punisca
chi non ha avuto possibilità reali di conoscerla. Entrambe presuppongono che
ogni persona venga giudicata nella sua situazione concreta. Il problema non è
soltanto quale religione un essere umano abbia professato, ma quale verità
abbia realmente incontrato, con quale chiarezza, attraverso quali mediazioni,
in quali condizioni psicologiche e culturali, e quale risposta abbia dato alla
luce che gli era effettivamente disponibile. Da questo punto di vista "La
Giustizia divina" offre una delle riflessioni più significative dello
Sciismo contemporaneo sul destino dei non musulmani proprio perché non risolve
il problema eliminando uno dei suoi due poli. Motahhari non sacrifica l'unicità
della verità per rendere più ampia la salvezza e non sacrifica la giustizia di
Dio per difendere l'unicità della verità. Mantiene entrambe. Rispetto alla
tradizione classica, la sua posizione è quindi contemporaneamente conservatrice
e sviluppatrice. Conserva la centralità dell'Islam, del Profeta Muhammad, del
Corano, dell'Imamato e della wilaya. Conserva la distinzione fra fede e
incredulità. Conserva l'idea che il rifiuto deliberato della verità abbia
conseguenze ultraterrene gravissime. Sviluppa però fino alle conseguenze più
vaste il principio secondo cui una persona non può essere considerata colpevole
di ciò che non ha realmente avuto la possibilità di riconoscere. Lo Sciismo
tradizionale gli fornisce le categorie del mustad'af, della hujja e della
responsabilità proporzionata alla capacità. La filosofia di Avicenna e soprattutto
quella di Mulla Sadra gli permettono di pensare la sorte dell'anima in termini
più profondi della semplice appartenenza sociale. Da questa convergenza nasce
l'idea che la maggioranza dei non musulmani potrebbe non appartenere affatto
alla categoria dei negatori ostinati. Non si tratta di una dichiarazione di
salvezza universale. Motahhari continua ad ammettere perdizione, castigo e
responsabilità. Afferma però che la categoria decisiva non è il non musulmano
in quanto tale. È il rifiuto colpevole della verità. Questa differenza modifica
radicalmente la prospettiva. Il confine ultimo fra salvezza e perdizione non
coincide perfettamente con il confine visibile fra comunità religiose. Passa
attraverso la coscienza, la libertà, la conoscenza, l'intenzione e le opere.
L'Islam rimane per Motahhari la verità definitiva, ma Dio non giudica gli
uomini come se tutti avessero ricevuto quella verità con la medesima chiarezza.
Lo Sciismo rimane la piena dottrina dell'Imamato, ma chi non ha riconosciuto
gli Imam senza propria colpa non viene automaticamente equiparato a chi li
abbia deliberatamente respinti. Le opere buone non sostituiscono la verità
religiosa, ma non diventano automaticamente nulla soltanto perché compiute
fuori dalla comunità musulmana. Persino l'ateismo deve essere giudicato
considerando che cosa la persona abbia realmente negato e quali possibilità di
conoscenza abbia avuto. In ultima analisi Motahhari porta il problema al punto
nel quale la teologia deve riconoscere il proprio limite. Possiamo definire la
verità, discutere le condizioni della responsabilità, distinguere qusur e
taqsir e descrivere le categorie generali indicate dal Corano e dalle
tradizioni. Non possiamo però vedere interamente il cuore degli individui.
Soltanto Dio conosce quale prova abbia realmente raggiunto una persona, quanto
essa fosse comprensibile, quali ostacoli ne abbiano impedito il riconoscimento,
quale fosse la sincerità della ricerca e quale sarebbe stata la risposta
dell'individuo se la verità gli fosse apparsa senza deformazioni. Proprio per
questo la dottrina della giustizia divina non autorizza una facile
distribuzione umana di Paradiso e Inferno. Richiede invece di prendere sul
serio contemporaneamente la verità della rivelazione e l'infinita precisione
del giudizio divino. È in questo equilibrio che la posizione dell'Ayatollah
Morteza Motahhari trova il proprio significato più profondo e anche la propria
collocazione reale rispetto allo Sciismo classico. Non è il portavoce di un
pluralismo che renda equivalenti tutte le religioni e non è nemmeno un semplice
ripetitore delle formulazioni più restrittive della teologia antica. Riprende
categorie profondamente radicate nel Corano, negli insegnamenti degli Imam e
nella tradizione dottrinale sciita, le interpreta attraverso una filosofia
della responsabilità morale e le estende alle condizioni dell'umanità moderna.
Ne risulta una concezione nella quale l'appartenenza religiosa rimane
importante, ma non sostituisce il giudizio di Dio, e nella quale il destino
nell'aldilà dipende infine da una conoscenza perfetta dell'essere umano che
nessuna istituzione, comunità o teologo può rivendicare per sé.
Roberto Minichini