
Alla fine dell’Ottocento la società europea dipendeva ancora
da un’idea sorprendentemente solida della persona. Un uomo doveva possedere un
nome, una posizione familiare, una professione, una reputazione pubblica e una
biografia continua capace di collegare il passato al presente.
L’industrializzazione, la crescita urbana, l’espansione della società di massa
e il progressivo indebolimento delle antiche strutture comunitarie stavano però
rendendo questa apparente solidità sempre meno sicura. Luigi Pirandello
(1867–1936) trasformò tale instabilità in uno dei problemi centrali della
letteratura moderna. Ciò che dall’esterno appare come un individuo coerente
diventa, nella sua opera, un essere mutevole circondato da definizioni imposte
dai parenti, dalle istituzioni, dagli estranei e dalla memoria stessa. I suoi
personaggi non soffrono semplicemente perché gli altri li comprendono male. Il
problema è molto più radicale. Ogni essere umano esiste in modo diverso per
ciascuna persona che lo conosce, e l’immagine posseduta dagli altri non può
essere distrutta semplicemente dichiarandola falsa. La società ha bisogno di
identità riconoscibili, mentre la vita sfugge continuamente alle forme
attraverso cui l’identità diventa riconoscibile. Pirandello si collocò precisamente
nel punto in cui questi due movimenti entrano in conflitto. Nacque in Sicilia
nel 1867, appena sei anni dopo la creazione del Regno d’Italia nel 1861. Il
nuovo Stato aveva unificato territori con storie, economie e strutture sociali
profondamente diverse, mentre la Sicilia rimaneva segnata dalla persistenza di
gerarchie locali, dall’insicurezza economica e dalla forza dei legami
familiari. Pirandello crebbe in un ambiente borghese legato all’industria dello
zolfo, studiò a Palermo e a Roma e completò poi la propria formazione
universitaria a Bonn. La sua formazione apparteneva quindi contemporaneamente
alla Sicilia provinciale, alla nuova nazione italiana e al più ampio mondo
intellettuale europeo. Negli ultimi decenni dell’Ottocento il positivismo
prometteva ancora che la scienza e la conoscenza razionale avrebbero prodotto
una comprensione sempre più coerente dell’uomo e della società. Al di sotto di
questa fiducia stava però sviluppandosi un altro clima intellettuale. Friedrich
Nietzsche (1844–1900) aveva attaccato le certezze morali ereditate e i
fondamenti metafisici stabili. Sigmund Freud (1856–1939) avrebbe presto
descritto un soggetto umano diviso da forze inaccessibili al controllo
cosciente. Henri Bergson (1859–1941) contrapponeva la durata vissuta alle
categorie rigide attraverso cui l’intelligenza organizza la realtà. Pirandello
non si limitò a trasformare queste correnti in letteratura, né la sua opera può
essere ridotta a una singola influenza filosofica. Scoprì autonomamente,
attraverso la narrativa e il teatro, che la persona apparentemente unitaria diventava
sempre più difficile da difendere. Il problema appare con straordinaria
chiarezza ne "Il fu Mattia Pascal", pubblicato nel 1904. La data è
importante. L’Europa non aveva ancora conosciuto la catastrofe della Prima
guerra mondiale, combattuta dal 1914 al 1918, e la grande distruzione politica
del vecchio ordine apparteneva ancora al futuro. Pirandello aveva tuttavia già
immaginato un individuo che scopre come la propria identità legale e sociale
possa scomparire mentre la sua esistenza biologica continua. Mattia Pascal vive
una vita provinciale infelice, intrappolato nei conflitti familiari, in un
matrimonio oppressivo e nelle difficoltà economiche. Il caso gli offre
un’opportunità apparentemente impossibile. Durante la sua assenza, un cadavere
viene erroneamente identificato come il suo. La società crede che Mattia Pascal
sia morto. Invece di correggere l’errore, egli lo accetta. L’evento sembra
inizialmente una liberazione. Il nome che lo imprigionava è scomparso senza
richiedere la sua morte fisica. L’eccezionale originalità del romanzo comincia
precisamente dove terminerebbe una più semplice storia di fuga. Mattia scopre
che liberarsi dall’identità non significa conquistare la libertà di vivere.
Senza il vecchio nome ne ha bisogno di un altro, e inventa Adriano Meis. Ma
un’identità inventata non possiede una storia giuridica, un passato
riconosciuto né un’esistenza istituzionale. Adriano può attraversare città,
affittare stanze, conversare con estranei e immaginare nuove possibilità, ma
non può partecipare pienamente alla realtà sociale. Non può facilmente
possedere beni, entrare in normali rapporti giuridici o sposarsi. È sfuggito a
Mattia Pascal soltanto diventando un uomo che ufficialmente non esiste.
L’individuo che credeva di essere stato imprigionato dalla società scopre che
la società fornisce anche le forme attraverso cui l’esistenza diventa
possibile. Questo è uno dei paradossi più profondi di Pirandello.
L’identità sociale è restrittiva perché fissa una persona viva dentro una
definizione. Tuttavia l’assenza di tale definizione crea un’altra forma di
prigionia. Mattia non può semplicemente diventare vita pura liberata da ogni
forma. Ha bisogno di documenti, riconoscimento, continuità e di un passato
accettato dagli altri. Il nome è dunque al tempo stesso una prigione e un
ingresso nel mondo umano. Pirandello rifiuta la soluzione rassicurante secondo
cui l’autenticità sarebbe nascosta sotto la convenzione sociale e potrebbe
essere recuperata una volta respinta quest’ultima. Non esiste un io interiore
intatto che aspetta di emergere dopo la caduta di ogni maschera. Le maschere
stesse sono diventate parte dell’esistenza. Il nome è particolarmente
importante perché appare come l’elemento più semplice dell’identità personale.
È anche una delle cose meno personali che un individuo possieda. Di solito
viene assegnato prima che la persona possa scegliere qualsiasi cosa. La collega
a una famiglia, la inserisce nei registri legali e permette alla società di
conservarne l’identità nel tempo. Il nome suggerisce continuità anche quando la
persona che lo porta è profondamente cambiata. Mattia Pascal prima della
propria presunta morte e Mattia Pascal dopo il ritorno sono biologicamente lo
stesso uomo, ma socialmente non possono essere semplicemente identici. Sua
moglie ha riorganizzato la propria esistenza, la realtà giuridica ha accettato
la sua morte e il mondo è andato avanti senza di lui. Il suo ritorno rivela
qualcosa di inquietante. L’identità personale dipende non soltanto dalla
memoria di sé, ma anche dal riconoscimento concesso dagli altri. Il matrimonio
svolge una funzione analoga in tutta l’opera pirandelliana. Non è semplicemente
una relazione affettiva fra due persone. È una forma pubblica che le definisce
davanti alla società e spesso anche davanti a loro stesse. Marito e moglie
diventano posizioni. Il loro rapporto può cambiare interiormente mentre la
forma sopravvive. L’istituzione crea dunque continuità, ma questa continuità
può distaccarsi sempre più dall’esperienza vissuta. Pirandello colloca
ripetutamente i propri personaggi dentro matrimoni che hanno acquistato
un’esistenza quasi indipendente dalle persone che li abitano. La persona
cambia, il ruolo rimane. Il risultato non è semplicemente l’infelicità. È la
scoperta che la società ricorda l’individuo attraverso categorie che possono
non corrispondere più a ciò che egli è diventato. La professione compie la
stessa operazione. Un giudice, un insegnante, un impiegato, un proprietario o
un attore non è mai soltanto una persona che svolge casualmente una determinata
attività. La professione contribuisce all’immagine attraverso cui gli altri
interpretano quella persona. Il comportamento viene misurato sulle aspettative
create dal ruolo. La reputazione pubblica rende questo processo ancora più
forte. Una volta che una comunità ha formato un’immagine di un individuo, ogni
gesto può essere interpretato attraverso di essa. La reputazione può quindi
diventare più durevole della persona vivente da cui ha avuto origine.
L’individuo può protestare, cambiare o contraddirsi, ma la società continua a
riconoscere la figura che già conosce. Pirandello sviluppò ulteriormente queste
idee in "Uno, nessuno e centomila", pubblicato nella sua forma
definitiva nel 1926. Il mondo europeo era ormai profondamente cambiato. La
Prima guerra mondiale aveva distrutto imperi e ucciso milioni di persone. La
Rivoluzione russa era avvenuta nel 1917. Il Fascismo era giunto al potere in
Italia nel 1922. I movimenti politici di massa, la propaganda moderna e
l’espansione delle istituzioni burocratiche avevano reso le identità collettive
sempre più potenti. In questo contesto Vitangelo Moscarda comincia la propria
crisi attraverso un’osservazione apparentemente banale. Sua moglie gli dice che
il suo naso è leggermente storto. L’importanza dell’episodio non risiede
nell’aspetto fisico in sé. Moscarda comprende improvvisamente che il volto
conosciuto dagli altri non è il volto che egli sperimenta dall’interno.
Qualcosa di intimo come il proprio corpo appartiene già in parte alla
percezione altrui. Da questa scoperta crolla un intero universo. Moscarda
comprende che ogni persona che lo conosce possiede una versione diversa di lui.
È un uomo per la moglie, un altro per i conoscenti, un altro ancora per i soci
d’affari, e un altro per gli estranei. Nessuna di queste figure coincide
completamente con la persona che egli crede di essere. Il tradizionale problema
dell’ipocrisia viene quindi superato. Pirandello non sta dicendo che un io
autentico si nasconda dietro false rappresentazioni sociali. Sta dicendo che il
tentativo stesso di individuare un io definitivo potrebbe essere impossibile.
Il titolo esprime questo movimento con precisione implacabile. La persona crede
di essere una. Scopre di essere centomila. Arriva infine alla possibilità di
essere nessuno. La memoria rende la prigione ancora più complessa. Gli altri
ricordano versioni di noi che per noi possono aver cessato di esistere. Una
frase pronunciata anni prima, un errore, una relazione o una decisione possono
conservare un io precedente nella mente altrui. Il passato sopravvive quindi
non soltanto nella memoria personale, ma anche in una memoria sociale
distribuita fra molte persone. Un individuo può cambiare, ma non può
controllare tutti i ricordi attraverso cui gli altri lo ricostruiscono. Pirandello
comprese che la biografia stessa può diventare un meccanismo di confinamento.
Avere una storia significa essere seguiti dalle versioni precedenti di se
stessi. La stessa idea diventa ancora più inquietante in "Enrico IV",
rappresentato per la prima volta nel 1922. Il protagonista ha vissuto per anni
nell’identità dell’imperatore medievale Enrico IV dopo un incidente avvenuto
durante una mascherata storica. Il rapporto fra follia e rappresentazione
diventa gradualmente impossibile da separare. Il costume che avrebbe dovuto
appartenere a un gioco temporaneo acquista permanenza. Il ruolo diventa un
mondo. Tuttavia, quando la coscienza ritorna, il protagonista non esce
semplicemente dall’identità che ha abitato. È trascorso troppo tempo, gli altri
sono cambiati e il suo precedente posto nella vita ordinaria non esiste più. La
maschera è diventata più abitabile della realtà esterna. Qui Pirandello
raggiunge una delle conseguenze più oscure del proprio pensiero. La società
presume comunemente che la sanità consista nel sapere chi si è. Pirandello
domanda che cosa possa significare tale conoscenza quando l’identità stessa
dipende da rapporti instabili fra memoria, riconoscimento, ruolo e tempo.
L’uomo apparentemente folle può comprendere la natura teatrale dell’identità
ordinaria più chiaramente di coloro che si considerano normali. La vita
quotidiana richiede rappresentazioni continue che diventano invisibili proprio
perché tutti le accettano. Abiti, titoli, maniere, comportamento professionale,
obblighi familiari e linguaggio pubblico costruiscono un vasto teatro nel quale
le persone raramente si riconoscono come attori. Questo non significa che
Pirandello considerasse falsa ogni esistenza. La sua distinzione fra vita e
forma è più sottile. La vita è movimento, cambiamento e continuo divenire. La
forma fissa questo movimento in qualcosa di riconoscibile. Il linguaggio stesso
richiede forme. Il diritto le richiede. La società le richiede. Anche l’arte le
richiede. Il problema comincia quando la forma pretende di contenere
completamente ciò che sotto di essa rimane vivo. Una persona deve avere un
nome, eppure è più del proprio nome. Deve occupare posizioni sociali, eppure
nessuna posizione può esaurirla. Possiede un passato, eppure non è
semplicemente la somma di ciò che ha già fatto. La prigione dell’identità nasce
quando forme necessarie vengono scambiate per realtà complete. "Così è, se
vi pare", rappresentato per la prima volta nel 1917, estende questo
problema dall’identità personale alla verità stessa. L’opera ruota intorno a
versioni incompatibili riguardanti l’identità di una donna e le relazioni che
la circondano. La comunità cerca disperatamente una spiegazione definitiva.
Vuole fatti ordinati dentro una narrazione stabile. Eppure ogni tentativo di
stabilire la certezza produce un’altra interpretazione. La questione non
consiste semplicemente nel capire se un personaggio menta e un altro dica la
verità. Pirandello mostra come la realtà umana diventi inseparabile dalle
prospettive attraverso cui viene vissuta. L’esigenza sociale di una conoscenza
definitiva incontra una realtà che rifiuta di diventare completamente trasparente.
Il momento storico dell’opera conferisce a questa incertezza un significato
ulteriore. L’Italia era entrata nella Prima guerra mondiale nel 1915 e nel 1917
il mondo europeo viveva una distruzione senza precedenti. I governi esigevano
lealtà, gli eserciti classificavano milioni di uomini, la propaganda divideva
le popolazioni in categorie morali e politiche, e gli individui entravano
sempre più in rapporto con enormi istituzioni capaci di definirne doveri e
identità. Pirandello non scrisse un’allegoria politica di questi sviluppi, ma
il suo teatro appartiene inequivocabilmente a una civiltà nella quale le
vecchie certezze venivano infrante mentre nuove forme collettive diventavano
sempre più potenti. La rivoluzione teatrale divenne ancora più esplicita con
"Sei personaggi in cerca d’autore", rappresentato per la prima volta
nel 1921. Qui alcuni personaggi immaginari entrano in un teatro e chiedono che
il loro dramma incompiuto riceva una forma. Il rapporto fra persona e
personaggio si rovescia. Gli esseri umani ordinari cambiano continuamente,
mentre un personaggio artistico può possedere una strana permanenza. Amleto
rimane Amleto. Don Chisciotte rimane Don Chisciotte. La figura immaginaria
sopravvive perché l’arte la fissa. Gli esseri umani, al contrario, sono
condannati a diventare diversi da se stessi. Pirandello scoprì così un
sorprendente capovolgimento. Il personaggio artificiale può possedere
un’identità più stabile della persona vivente. Questo spiega perché il teatro
divenne il mezzo ideale della sua opera matura. Il teatro rende visibile ciò
che la vita ordinaria nasconde. Un attore entra in scena come una persona e
appare davanti al pubblico come un’altra. Costume, voce, gesto e nome creano
un’identità temporanea accettata da tutti i presenti. Pirandello comprese che
l’esistenza sociale funziona attraverso meccanismi simili. La differenza è che
le persone comuni dimenticano di partecipare a rappresentazioni. La maschera
sociale diventa inseparabile dal volto. La sua fascinazione per le maschere non
deve essere interpretata come semplice cinismo. La maschera non è soltanto
inganno. Può proteggere, organizzare e rendere possibile la comunicazione.
Senza forme non esisterebbero relazioni stabili e forse non esisterebbe neppure
la società. L’originalità di Pirandello consiste nel rifiutare sia la completa
sottomissione alla maschera sia la fantasia romantica di una liberazione totale
da essa. Mattia Pascal fugge dalla propria identità e scopre di non poter vivere
senza averne una. Vitangelo Moscarda tenta di distruggere le versioni di sé
possedute dagli altri e si muove verso la scomparsa dell’individualità stabile.
Il protagonista di "Enrico IV" abita un ruolo fino al punto in cui
uscirne diventa quasi impossibile. Ogni caso mostra un percorso diverso
attraverso lo stesso labirinto. Questo separa Pirandello anche
dall’individualismo ottimistico associato a molta cultura borghese
dell’Ottocento. Quella tradizione immaginava spesso l’individuo come un centro
autonomo capace di definirsi attraverso la scelta, il lavoro e il carattere morale.
Pirandello espone i limiti di tale autonomia. Nessuno sceglie le condizioni
della propria nascita. Nessuno sceglie la prima lingua attraverso cui comprende
il mondo. Nessuno controlla ogni giudizio formulato dagli altri. Nessuno può
cancellare le conseguenze di ogni azione precedente. La libertà esiste, ma
opera dentro strutture già riempite di nomi, memorie e aspettative. L’ascesa
della burocrazia moderna rese questa intuizione sempre più concreta. Fra gli
ultimi decenni dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento gli Stati europei
ampliarono i sistemi di registrazione, istruzione, tassazione, servizio
militare e documentazione. Il cittadino venne registrato con una precisione mai
conosciuta prima. Certificati di nascita, atti di matrimonio, qualifiche
professionali e documenti ufficiali trasformarono l’identità in una realtà
amministrativa. La narrativa di Pirandello rivela ripetutamente lo strano
divario fra l’individuo vivente e la persona documentata. Mattia Pascal
sperimenta questo divario nella sua forma più estrema. Lo Stato lo crede morto
mentre egli continua a vivere. Esistenza biologica ed esistenza giuridica si
separano completamente. La vita urbana moderna produsse un’altra
trasformazione. Nel paese o nella città di provincia una persona poteva essere
imprigionata da un’eccessiva familiarità, perché tutti conoscevano la sua
famiglia e la sua storia. Nella città moderna emerse la possibilità opposta,
l’anonimato. Mattia crede che l’anonimato gli offrirà la libertà. Ma
l’anonimato elimina anche il riconoscimento. Pirandello vede quindi sia la
comunità sia l’isolamento come condizioni ambigue. Essere conosciuti significa
essere fissati dagli altri. Non essere conosciuti significa rischiare di
diventare socialmente irreali. La sua Sicilia rimase essenziale dentro questa
più ampia visione europea. L’isola offriva ambienti nei quali la memoria
familiare, la reputazione e i ruoli sociali potevano possedere una forza
straordinaria. Pirandello trasformò però l’esperienza locale in qualcosa di
universale. La comunità provinciale diventa un modello della società umana
stessa. Ovunque gli uomini vivano insieme, creano rappresentazioni reciproche.
Ovunque queste rappresentazioni diventino stabili, l’individuo vivente comincia
a incontrare la propria immagine come qualcosa di esterno. Esiste anche una
dimensione metafisica in questo processo. Se l’individuo non coincide mai
completamente con nessuna immagine di sé, che cosa rimane quando ogni immagine
viene eliminata. Pirandello non fornisce una risposta filosofica tradizionale.
Mette in scena la domanda. "Uno, nessuno e centomila" porta il
problema più lontano di "Il fu Mattia Pascal". Mattia ritorna infine
verso la propria identità precedente, anche se non può più abitarla
normalmente. Moscarda si muove invece verso un abbandono più radicale
dell’identità fissa. Cerca un’esistenza rinnovata di momento in momento, senza
essere imprigionato da una definizione permanente. Una simile libertà si
avvicina però alla scomparsa della persona socialmente riconoscibile. Il prezzo
della libertà assoluta sarebbe quindi enorme. Liberarsi completamente da ogni
identità significherebbe liberarsi dalla biografia, dalla proprietà, dalla
reputazione, dalla continuità sociale e forse perfino dalla memoria. La persona
non sarebbe più intrappolata in una forma, ma non resterebbe neppure
l’individuo che la società può riconoscere. Pirandello vede il sogno della
liberazione totale trasformarsi in un’altra forma di annullamento. Il suo
rapporto con la storia politica italiana rende il problema ancora più
complesso. Pirandello aderì pubblicamente al Partito Nazionale Fascista nel
1924, durante la dittatura di Benito Mussolini (1883–1945), e il suo rapporto
con il Fascismo è rimasto oggetto di un ampio dibattito storico. Le sue scelte
politiche non possono essere semplicemente cancellate dalla sua biografia, né
la sua letteratura dovrebbe essere trasformata meccanicamente in un’espressione
dell’ideologia fascista. La struttura centrale della sua opera si era
sviluppata molto prima. "Il fu Mattia Pascal" apparve nel 1904,
"Così è, se vi pare" nel 1917 e "Sei personaggi in cerca
d’autore" nel 1921. L’instabilità dell’identità era già fondamentale prima
dell’instaurazione della dittatura fascista. Rimane tuttavia un notevole
contrasto storico fra un regime che sottolineava l’identità collettiva, i ruoli
pubblici e il conformismo politico, e un autore le cui opere maggiori
dimostravano continuamente l’instabilità di ogni tentativo di definire
completamente un essere umano. Pirandello ricevette il Premio Nobel per la
Letteratura nel 1934 e morì a Roma nel 1936. A quel punto la crisi europea che
aveva accompagnato tutta la sua vita intellettuale si stava avvicinando a
un’altra catastrofe. Il regime nazista era iniziato in Germania nel 1933,
l’Italia fascista aveva invaso l’Etiopia nel 1935, e le strutture politiche che
avrebbero condotto alla Seconda guerra mondiale erano già in formazione.
L’epoca dell’identità di massa aveva raggiunto forme più potenti di quelle
immaginabili all’inizio della carriera di Pirandello. Nazione, razza, partito e
ideologia chiedevano sempre più a milioni di individui di riconoscersi
attraverso definizioni collettive. Su questo sfondo storico, la sua ossessione
per l’instabilità della persona umana acquista un significato ancora più ampio.
Pirandello rimane però importante perché il problema da lui individuato non è
scomparso insieme al mondo del primo Novecento. I meccanismi sono cambiati, ma
il conflitto fra individualità vivente e identità pubblica è diventato ancora
più visibile. Gli uomini contemporanei costruiscono identità professionali,
sociali e versioni pubbliche di se stessi capaci di circolare indipendentemente
dalla loro presenza immediata. Immagini, dichiarazioni e registrazioni
rimangono accessibili anche dopo la scomparsa delle circostanze che le avevano
prodotte. Il problema pirandelliano sopravvive quindi con straordinaria forza.
Una persona incontra versioni di sé create dagli altri e può scoprire che
quelle versioni producono conseguenze fuori dal suo controllo. Ciò che
Pirandello comprese non fu semplicemente che gli esseri umani indossano
maschere. La letteratura lo sapeva da secoli. La sua scoperta più inquietante
fu che potrebbe non esistere un volto definitivo in attesa sotto tutte le
maschere. Si elimina una definizione e ne appare un’altra. Si fugge da un ruolo
e l’assenza di ruolo diventa una nuova condizione. Si respinge il giudizio di
una persona e rimane un’altra interpretazione. L’individuo tenta di tornare a
se stesso e scopre che l’io è già diventato plurale. "Il fu Mattia
Pascal" rimane l’ingresso più chiaro in questo universo perché la sua
premessa fantastica trasforma una condizione ordinaria in un esperimento
estremo. La maggior parte degli uomini non verrà mai dichiarata morta per
errore. Eppure tutti sperimentano almeno una parte della condizione di Mattia.
Ogni adulto porta con sé nomi, ruoli e memorie che si sono formati prima del
momento presente. Ogni reputazione contiene giudizi che non possono essere
completamente controllati. Ogni biografia è in parte scritta da altre persone.
Abbiamo bisogno di queste forme perché senza di esse l’esistenza sociale
crollerebbe. Ne soffriamo perché trasformano il movimento in definizione. La
prigione dell’identità non possiede quindi muri semplici né una porta evidente.
È costruita con le stesse cose che rendono possibile la continuità umana, il
nome, la famiglia, la memoria, la professione, la reputazione e il
riconoscimento. Distruggerle completamente non rivelerebbe necessariamente un
io puro e liberato. Potrebbe invece rivelare che l’individualità stessa dipende
dalle forme dalle quali cerca di fuggire. Pirandello trasformò questo paradosso
nel centro di un universo letterario nel quale la commedia si avvicina
continuamente alla tragedia, la certezza diventa prospettiva e la persona che
domanda chi sia veramente scopre che la domanda non possiede una risposta
definitiva. La sua modernità si trova precisamente qui. Non descrisse soltanto
uomini intrappolati dentro convenzioni sociali. Immaginò una possibilità molto
più inquietante, che l’identità sia al tempo stesso la prigione dalla quale gli
esseri umani cercano di liberarsi e la struttura senza la quale non possono
continuare a essere qualcuno.
Roberto Minichini