giovedì 5 febbraio 2026

Hans Fallada, uno scrittore che ha trasformato la fragilità in letteratura


Nato a Greifswald nel 1893, l’autore tedesco visse fin dall’infanzia una vita segnata da crisi profonde, instabilità emotiva e un rapporto drammatico con sé stesso e con la società. La sua adolescenza fu dominata da due gravissimi incidenti (nel 1909 e nel 1911) che lo lasciarono invalido per mesi e rafforzarono la sua inclinazione alla depressione e alle dipendenze. Solo nella terza frase entra in scena Hans Fallada come figura riconoscibile, un uomo che avrebbe portato dentro per tutta la vita le ferite della gioventù e che trovò nella scrittura l’unico modo per restare in piedi. Negli anni immediatamente successivi iniziò una lunga serie di ricoveri psichiatrici, tentativi di suicidio e dipendenza da morfina, sviluppata dopo le cure mediche ricevute in seguito agli incidenti. Venne coinvolto in piccoli furti e falsificazioni di prescrizioni mediche per procurarsi stupefacenti, episodi che lo portarono davanti ai tribunali e in carcere. La sua vita rimase intrecciata per decenni con magistrati, medici, polizia e istituti psichiatrici, un ambiente che avrebbe poi descritto nei suoi romanzi con precisione e durezza. Nel 1920 fu arrestato per appropriazione indebita durante il lavoro di amministratore agricolo e scontò una pena in prigione: un’esperienza che gli offrì materiale umano e psicologico che riapparirà costantemente nelle sue opere. Dopo il rilascio si stabilì a Berlino, entrando nel mondo editoriale e iniziando una produzione narrativa che lo avrebbe reso uno degli osservatori più penetranti della vita quotidiana nella Repubblica di Weimar. Il suo sguardo non andava ai potenti ma agli uomini e alle donne travolti dall’economia, dalla disoccupazione, dagli sfratti, dalla miseria sociale. Uno dei suoi romanzi più emblematici, “E adesso, pover’uomo?” (Kleiner Mann, was nun?, 1932), segue la vita di una giovane coppia che tenta di sopravvivere alla crisi economica tedesca. L’opera divenne subito un successo internazionale perché mostrava senza filtri la vulnerabilità della classe media tedesca poco prima dell’ascesa del Nazionalsocialismo. Durante il regime di Hitler, Fallada cercò di sopravvivere senza schierarsi, una posizione quasi impossibile. Fu costantemente controllato dalla Gestapo, subì pressioni editoriali e visse un matrimonio devastante, segnato da alcolismo, dipendenze e violenza domestica reciproca. Nel 1944 sparò alla moglie durante una lite (lei sopravvisse) e venne internato in un manicomio criminale, dove continuò a scrivere compulsivamente. La guerra stava crollando e lui, rinchiuso, annotava tutto, la follia privata e quella pubblica. Dopo il 1945 trovò rifugio nella zona orientale, nella futura DDR, dove gli fu offerta protezione e un incarico culturale. Qui scrisse il suo capolavoro finale, “Ognuno muore solo” (Jeder stirbt für sich allein, 1947), basato sulla storia autentica di una coppia berlinese che oppose una resistenza minima ma eroica al regime nazista diffondendo cartoline clandestine. Il romanzo è uno dei più importanti atti d’accusa letterari contro il totalitarismo e un monumento all’eroismo anonimo. Negli ultimi anni visse nella casa di Carwitz, un rifugio apparentemente tranquillo dove però continuò a combattere contro i suoi demoni interiori, dipendenze, paure, sensi di colpa, una salute ormai distrutta. Morì nel febbraio 1947 a soli 53 anni, consumato da decenni di eccessi e tormenti. L’eredità di Fallada è quella di uno scrittore che non ha mai distolto lo sguardo dalla fragilità umana. Ha raccontato la Germania dei piccoli impiegati, delle famiglie impoverite, degli sconfitti, degli uomini e delle donne che la grande storia ignora ma che lui ha reso eterni.

Roberto Minichini, febbraio 2026

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