Nella storia islamica classica esiste una linea continua che unisce figure come al-Junayd (830–910), Rumi (1207–1273), Abu Yazid al-Bistami (804–874), al-Hallaj (858–922), al-Qushayri (986–1074), Abd al-Qadir al-Jilani (1077–1166), Shihab al-Din al-Suhrawardi (1154–1191), Ibn Arabi (1165–1240), al-Niffari (m. 965), Ansari of Herat (1006–1089), i maestri persiani di Shiraz attivi tra XII e XIV secolo (1100–1399), i mistici di Baghdad attivi tra VIII e XIII secolo (700–1299) e gli asceti iracheni dell’epoca abbaside (750–1258): la convinzione incrollabile che la purezza dell’esperienza spirituale nasce dal rifiuto del potere politico, del prestigio sociale e dell’autorità mondana. Abu Yazid al-Bistami, vissuto tra 804 e 874, rappresentava l’ascesi radicale del primo sufismo khurasano; al-Hallaj, morto nel 922, incarnava la testimonianza estrema del rifiuto di ogni compromesso con l’autorità; al-Qushayri (986–1074), nel pieno dell’ascesa selgiuchide, spiegò nella sua “Risala” che l’autenticità sufi si misura dalla libertà rispetto ai vantaggi mondani; Abd al-Qadir al-Jilani (1077–1166) divenne a Baghdad un riferimento proprio per la distanza che manteneva dalle strutture di potere; al-Suhrawardi (1154–1191), nel periodo ayyubide, vedeva nella sapienza una luce che si oscura quando il cuore desidera il dominio; Ibn Arabi (1165–1240), ponte tra Andalusia e Oriente nel XIII secolo, definiva il potere terreno un’illusione che distrae dalla realtà interiore; al-Niffari (m. 965) vedeva nella vicinanza ai governanti un “abbandono dell’io interiore”; Ansari di Herat (1006–1089) parlava della “povertà spirituale” come condizione che si difende proprio evitando le tentazioni del rango. I sapienti sufi non cercavano incarichi nelle corti, non trasformavano la loro conoscenza in capitale sociale, non modellavano i loro insegnamenti per piacere ai potenti, e consideravano la vicinanza ai sovrani una contaminazione dell’anima. Al-Junayd definiva la via sufi un cammino di sobrietà e presenza continua davanti a Dio, non davanti ai governanti; Rumi, nel contesto selgiuchide di Konya, descriveva il potere terreno come polvere che acceca perché impedisce al cuore di ascoltare la voce interiore; i maestri persiani delle grandi khanaqah attivi tra 1100 e 1399 criticavano gli ulema di palazzo che adattavano la religione alle ambizioni del sultano. In tutto il mondo islamico medievale, dall’epoca abbaside (750–1258) al periodo selgiuchide (1037–1194) fino ai primi secoli mongoli (1206–1400), si vede la stessa dinamica: chi cercava il potere perdeva l’autorità spirituale, chi rifiutava il potere diventava punto di riferimento per generazioni. Questa logica non appartiene solo al passato ma illumina il presente. L’idea che la grandezza spirituale possa essere misurata con visibilità, notorietà, competizione culturale o micro-fama è estranea alla tradizione sufi. Il vero sapiente non entra nelle gare simboliche, non tenta di dimostrare di essere superiore, non si mette in vetrina per ottenere riconoscimento. La sua forza nasce da un altro livello: dalla disciplina interiore, dalla continuità nel ricordo di Dio, dalla capacità di restare silenzioso mentre il mondo rumoreggia. Chi cerca la fama si agita, chi coltiva la presenza si radica. Per questo i grandi sufi diventavano centri di gravità: sultani, giudici, poeti e viaggiatori attraversavano continenti per ascoltarli proprio perché non chiedevano nulla, non volevano nulla, non lottavano per nulla. Il paradosso della via interiore è semplice: chi rinuncia alla visibilità diventa autorevole, chi desidera il potere perde la capacità di guidare. Oggi come ieri, la misura della sincerità spirituale non sta nel clamore che una persona genera, ma nella limpidezza che lascia dietro di sé. Questa eredità sufi continua a parlare a chi vive immerso in ambienti saturi di vanità intellettuale e competizione inutile: il valore non nasce dall’apparire, ma da ciò che si è davvero quando nessuno guarda.
Roberto Minichini, febbraio 2026

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