Tra le figure politiche tedesche del secondo dopoguerra, Helmut Schmidt è sempre stato quello che ho sentito più coerente e più solido. Nato ad Amburgo il 23 dicembre 1918 e morto nella stessa città il 10 novembre 2015, apparteneva a quella generazione che trasformò la Germania occidentale in un paese stabile, pragmatico e orientato al senso del dovere civile. La sua appartenenza al SPD, il Partito Socialdemocratico Tedesco, significò un forte ancoraggio a una tradizione politica laica, riformista e attenta alla giustizia sociale. All’interno di questo partito Schmidt si distinse presto per rigore intellettuale e per competenze tecniche, qualità indispensabili in una fase storica segnata dalla ricostruzione economica, dalla guerra fredda e dalla necessità di consolidare istituzioni democratiche funzionanti. Fu Ministro della Difesa nel 1969, poi Ministro dell’Economia e delle Finanze, ruoli in cui dovette confrontarsi con nodi complessi come la modernizzazione delle infrastrutture, le conseguenze della crisi petrolifera del 1973 e la gestione delle alleanze internazionali della Repubblica Federale. Dal 16 maggio 1974 al 1° ottobre 1982 fu Cancelliere, succedendo a Willy Brandt, e affrontando alcune delle sfide più dure della storia tedesca contemporanea, dal terrorismo interno della Rote Armee Fraktion alle tensioni geopolitiche tra NATO e blocco sovietico, sempre con un approccio pragmatico, asciutto e basato sulla responsabilità delle scelte. Dopo aver lasciato la politica attiva, non scomparve affatto dal panorama pubblico. Al contrario, divenne una delle voci più ascoltate della Germania unita, grazie ai suoi libri, alle conferenze e al ruolo centrale nella redazione del settimanale Die Zeit, dove portò competenza, memoria storica e una chiarezza di pensiero rara. Le sue apparizioni televisive, sempre con quella calma controllata e con la celebre sigaretta tra le dita, divennero un punto di riferimento per molti cittadini tedeschi negli anni Novanta e Duemila, perché univano esperienza, cultura economica, conoscenza militare e capacità di spiegare fenomeni complessi senza retorica. Ciò che continua a colpirmi in Schmidt è il suo stile personale: sobrio, fermo, efficace, lontano da ogni forma di teatralità politica. Parlava per responsabilità, non per consenso, e questo gli conferiva un’autorità che oggi sembra quasi perduta. In un’epoca in cui la comunicazione è dominata da slogan e reazioni impulsive, la sua voce rimane un esempio di ciò che può essere un uomo di Stato capace di pensare, argomentare e assumersi il peso delle decisioni.
Roberto Minichini, febbraio 2026

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