giovedì 12 febbraio 2026

Gli anni nella torre di Friedrich Hölderlin ( Testo di Roberto Minichini, febbraio 2026 )


Nel 1806, dopo un periodo di grave instabilità psichica, il poeta tedesco Friedrich Hölderlin venne ricoverato nella clinica del dottor Johann Heinrich Ferdinand von Autenrieth a Tubinga. La diagnosi parlava di follia incurabile, e i medici stimarono che non avrebbe vissuto più di pochi anni. La previsione si rivelò clamorosamente errata. Nel 1807 fu affidato alla custodia del falegname Ernst Friedrich Zimmer, un uomo semplice ma rispettoso della sua grandezza interiore, che gli offrì una stanza nella propria casa affacciata sul Neckar. Quella casa, oggi nota come Hölderlinturm, divenne il suo mondo per trentasei anni, fino alla morte avvenuta il 7 giugno 1843. La torre non fu un manicomio né una prigione, ma uno spazio appartato, sospeso tra marginalità sociale e silenzio creativo. Qui Hölderlin visse in una condizione che i contemporanei definivano follia, e che la critica moderna interpreta con maggiore cautela, tra disturbo mentale, crisi mistica e frattura biografica dopo le delusioni amorose e politiche. Il trauma per la morte di Susette Gontard nel 1802, la sua Diotima, e il fallimento degli ideali rivoluzionari francesi pesarono profondamente sul suo equilibrio. Durante gli anni nella torre scrisse ancora poesie, spesso firmandole con lo pseudonimo Scardanelli. Le date apposte ai componimenti risultano talvolta erratiche, proiettate in anni lontani, come se il tempo lineare non avesse più senso per lui. La metrica resta limpida, le immagini naturali intense, il tono talvolta sereno. Non si tratta di rovine linguistiche, ma di una voce che si è ritirata in un ritmo elementare e cristallino. La sua esistenza fu scandita da gesti semplici, passeggiate brevi, visite rare. Ricevette pochi amici fedeli e qualche curioso. Per decenni rimase ai margini della vita letteraria tedesca, mentre il suo nome lentamente scivolava nell’oblio. Solo nel tardo Ottocento e poi nel Novecento la sua opera venne riscoperta come uno dei vertici assoluti della poesia europea, capace di fondere Grecia antica, tensione cristiana e aspirazione moderna all’infinito. La torre di Tubinga non è soltanto il luogo della malattia, ma anche il simbolo di una radicale separazione dal mondo storico. In quel ritiro forzato si compie una delle vicende più enigmatiche della letteratura tedesca, dove genialità e fragilità convivono senza poter essere ridotte a formula clinica. Hölderlin sopravvisse a se stesso, alla propria fama e al proprio tempo, custodendo in silenzio una visione poetica che avrebbe parlato alle generazioni future.

Roberto Minichini, febbraio 2026

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