lunedì 16 febbraio 2026

Nourhan tra gli scaffali (Racconto breve di Roberto Minichini)


Nessun incontro nella vita avviene per caso, anche perché il caso non esiste. Nel mondo arabo questa legge invisibile sembra agire con ancora maggiore forza che altrove. Al Cairo l’aria aveva una densità particolare, una luce color sabbia che filtrava dalle finestre alte della biblioteca come se anche il sole avesse imparato il silenzio dei libri. Entrai nel grande salone con passo lento, quasi rituale, portando con me un elenco di testi che cercavo da giorni, studi sulla scuola hanbalita, trattati di diritto islamico, biografie di giuristi musulmani, cronache delle controversie teologiche tra tradizionalisti e razionalisti. Gli scaffali si alzavano come colonne di un palazzo da sultano, ordinati, austeri, carichi di memoria storica. Fu lì che la vidi. Aveva ventisei anni, lo venni a sapere più tardi, quando parlando accennò con un sorriso alla sua recente laurea in lingua e letteratura inglese. Era velata, vestita interamente di nero, con guanti neri che rendevano i suoi gesti ancora più misurati, quasi calligrafici. Il volto era delicato, lo sguardo limpido e attento, la voce bassa, timida, ma sorprendentemente sicura quando iniziò a parlarmi in un inglese elegante, fluido, con una pronuncia precisa, senza esitazioni. Le spiegai cosa cercavo, testi sulla formazione della scuola hanbalita, sulle opere attribuite ad Ahmad ibn Hanbal, sui dibattiti intorno al Corano increato, sulle tensioni tra autorità politica e autorità religiosa. Lei annuì con una concentrazione intensa e mi rispose prima in inglese, poi passò spontaneamente all’arabo moderno standard, un arabo colto, articolato, quasi letterario, per citare titoli e nomi con maggiore precisione. Nel suo arabo c’era un rispetto profondo per le parole, come se ogni termine avesse un peso storico e sacrale, un’eco antica. Mi guidò tra gli scaffali con passi leggeri, il nero del suo abito che si muoveva con discrezione tra il marrone dei legni e il beige delle pareti. Toccava i dorsi dei volumi con i guanti, estraeva i testi con cura, me li porgeva con entrambe le mani, spiegandomi la differenza tra un’edizione critica moderna e una ristampa più divulgativa, tra un’opera giuridica e un commentario storico. In quell’ora sospesa, la biblioteca divenne uno spazio separato dal resto della città, quasi un’isola di concentrazione e memoria. A un certo punto, parlando della scuola hanbalita, la sua voce cambiò leggermente tonalità. Disse che quella tradizione rappresentava per molti la fedeltà alla purezza originaria, alla centralità della Rivelazione Divina, alla disciplina morale sincera. Poi, con una determinazione che mi colpì, aggiunse che per lei la grandezza assoluta della civiltà araba e islamica sunnita non era solo nei testi giuridici o nei dibattiti teologici, ma nella capacità di costruire imperi immensi, regni potenti, città meravigliose, università eccelse, biblioteche enormi, reti di commercio forti, sistemi di solidarietà capaci di aiutare tutti i poveri. Disse che spesso sente parlare di declino, di crisi, di divisioni, e che nel suo cuore spera in un futuro migliore, in una rinascita che unisca conoscenza, fede e giustizia e la vittoria finale dell’Islam. Mentre parlava, gli occhi le si illuminavano, senza enfasi, con una luce da diamante scuro, una luce intensa. Mi raccontò che presto si sposerà, che il suo fidanzato lavora nel settore dell’ingegneria, che anche lui è molto religioso, che lei sogna una casa piena di voci, molti figli, libri islamici sugli scaffali e una vita pura da donna credente, ordinata attorno alla preghiera, allo studio, alla famiglia. Non c’era alcuna titubanza nelle sue parole, solo una convinzione molto ferma e calma, quasi naturale. Io la ascoltavo, con i volumi impilati sul tavolo, sentendo che quell’incontro era più di una semplice consultazione bibliografica. Era il riflesso di una generazione che porta sulle spalle il peso di un passato glorioso e l’incertezza di un presente complesso, ma che ancora crede nella possibilità di una riscossa miracolosa. Quando l’orologio segnò la fine di quell’ora, mi accompagnò alla scrivania con lo stesso passo silenzioso con cui mi aveva guidato tra gli scaffali. Mi augurò buona ricerca, questa volta in inglese, con un sorriso timido che le addolcì il volto. La osservai allontanarsi tra i corridoi, figura nera tra le colonne di libri, custode discreta di una memoria millenaria. Uscendo nella luce rumorosa del Cairo, con i testi sotto il braccio, sentii che quell’ora nella biblioteca aveva avuto qualcosa di magico, un incontro breve ma importante, nel centro di una fortezza islamica sunnita granitica, come se per un momento la storia, la fede e un progetto di scenario futuro sull’umanità si fossero incrociati nello spazio silenzioso tra due scaffali.

Roberto Minichini, febbraio 2026

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