La incontrai in un pomeriggio sospeso tra polvere e luce, in
un quartiere del Cairo che non compariva nella mia guida turistica. Aveva
trent’anni, lo seppi più tardi, ma nel primo istante mi colpì il fascino
magnetico che emanava, non solo la sua straordinaria bellezza. Stava in piedi
davanti a una piccola libreria di testi islamici con la saracinesca mezza
abbassata, parlando con il proprietario, un signore anziano con il segno delle
prostrazioni sulla fronte. Il traffico scorreva dietro di lei come un fiume
caotico e irrequieto, ma intorno al suo corpo sembrava esserci una zona di
calma, un’aura assieme angelica e sensuale. Si chiamava Salma. Pelle color
miele scuro, occhi grandi, nerissimi, non dolci ma pieni di fuoco. Non
sorrideva per compiacere o per recitare la parte della gentile. Lo faceva perché il suo cuore sorride spontaneamente. Bella, bellissima, magnifica.
Portava un velo leggero, moderno, colorato e liberale, forse non per grande
devozione religiosa ma per tradizione familiare, e un abito semplice, di un blu
profondo che faceva risaltare la linea del collo. Questa donna era riuscita ad
ipnotizzarmi in pochi minuti. Volevo allontanarmi, salutarla, ed andare nella
vicina moschea. Ma poi mi sono dimenticato della moschea, tanto la moschea
rimane sempre lì, ci sarebbe stata anche il giorno dopo. Guardavo lei, le
dicevo delle cose, non mi ricordo cose le dicevo. Lei rideva e diceva che il
mio accento non l’aveva mai sentito prima. A un certo punto io le ho detto:
“Sei bella come un incantesimo e un demone non mi permette di andare a pregare
in moschea”. La sua non era la bellezza da banale fotografia o da rivista
patinata. Era una bellezza molto superiore, e del tutto autentica e naturale.
Parlammo ancora a lungo, cercavo un testo introvabile su Ibn Arabi, e lei
intervenne correggendo il libraio su un’edizione sbagliata. Mi guardò come si
guarda uno straniero che forse capisce, forse no. Poi mi disse: ”Tu comprendi
l’arabo, tu capisci la nostra lingua”! Il suo inglese era incerto, il mio arabo
classico imperfetto, inoltre non corrispondeva alla parlata reale del popolo.
Ci incontrammo in una lingua intermedia fatta di parole spezzate e silenzi, e
soprattutto di sguardi. Non guardo le persone negli occhi, lo faccio solo
quando sento che l’anima del mio interlocutore è pura e luminosa. Scoprii che
lei insegnava matematica in una scuola superiore. Era divorziata, senza figli.
Non raccontò il motivo, ed ovviamente non lo chiesi. Aveva uno sguardo che mi
faceva tornare almeno una quindicina di anni più giovane. Camminammo lungo una
strada secondaria dove le case mostravano balconi stretti, panni stesi, antenne
improvvisate. Mi parlò dell’Egitto che non appare nelle fotografie occidentali.
“Qui”, disse, “non siamo esotici. Siamo stanchi, arrabbiati, ironici, devoti,
contraddittori.” Non c’era vittimismo nelle sue parole, solo lucidità ed
accettazione. Quando mi invitò a prendere un tè e un panino in un piccolo posto
arredato in stile arabo antico frequentato solo da uomini, notai gli sguardi
insistenti su di noi. Lei li ignorò con una naturalezza quasi divertita. Mi
disse: “Sei mio ospite, mangia, bevi.” Mi raccontò di quando, a vent’anni,
aveva creduto che la religione fosse un muro severo. A trenta invece aveva
capito che era un deserto difficile e profondo pieno di fiori del paradiso. A
un certo punto un asino passò lento davanti al locale, guidato da un ragazzo
con un carico di sacchi di riso e di frutta. Lei lo indicò e sorrise per la
prima volta apertamente. “Questo è l’Egitto che amo”, disse. “Niente eroico,
niente di retorico. Solo vita quotidiana reale.” La guardai ancora a lungo in
quel momento. Era bella, ma era anche integra e semplice. Non chiedeva
attenzioni. Non cercava di impressionare. La sua bellezza era un dono di Allah.
Quando ci salutammo, il sole stava scendendo e il cielo aveva preso un colore
aranciato davvero strano. Non ci scambiammo grandi saluti. Mi disse soltanto:
“Se torni, porta un libro che ami davvero. Non uno che rappresenta i tuoi
pensieri. Mi piacerebbe uno dove si trovano dentro i tuoi sogni.”
(Roberto Minichini, febbraio 2026)

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