Lei ha ventisette anni, parla davvero poco, sceglie ogni frase come se le parole fossero pietre lisce raccolte dal fondo del fiume della sua anima, non fa proclami, non si mostra, non condivide niente, e quello che non dice è più vivo ed autentico di quello che potrebbe sembrare a uno sguardo superficiale. Non pubblica selfie, non parla di cani o gatti o di diete vegetariane, non è pettegola, non entra mai in nessun argomento politico o sociale, e quando la guardo mentre sfoglia un libro in lingua slovena sembra che faccia parte di un mondo di cui conosce solo lei l’ingresso segreto, un mondo da cui può uscire quando vuole ma in cui invita raramente qualcuno. Io non domando mai nulla, lei non offre nulla, e in questo silenzio reciproco abbastanza strano sento una attrazione che assomiglia a un rito amoroso lento e profondo, una prova d’ingresso in una zona che vada oltre la semplice dimensione erotica, senza regole dichiarate a parole, perché ogni passo, ogni frase, ogni pausa decide un probabile o improbabile futuro. L’altra sera mi ha osservato a lungo, come se stesse misurando se fa bene a parlare o se è meglio tacere, e poi ha detto qualcosa che mi è rimasto dentro, perché ha affrontato una questione che considero abbastanza comica. Mi ha chiesto perché mi faccio crescere la barba molto lunga e poi la elimino improvvisamente completamente, sempre in cicli repentini, come se stessi seguendo una regola precisa. Ha detto che questo ritmo ha sicuramente un senso e vuole capirlo, e aggiungerlo all’immagine che sta costruendo di me. Poi ha fatto una domanda ancora più diretta, e l’ha fatta con quel tono morbido che usa quando vuole capire qualcosa senza far vedere che ci tiene davvero. Ha chiesto perché la mia barba lunga ha un odore che cambia, a volte odora di muschio, altre volte invece odora di kebab, e l’ha detto con una calma siderale, pronunciando molto lentamente le parole. Sono rimasto in silenzio, lei non ha insistito, ha sfogliato di nuovo il suo libro come se la risposta l’avesse già trovata da sola, e mentre lo faceva mi è venuto il sospetto che abbia iniziato a studiarmi davvero, come si studia un testo senza note a margine, un testo che osservi, annusi, tocchi, approfondisci, fino a quando la struttura nascosta e il suo significato non vengono fuori da sole.
(Roberto Minichini, febbraio 2026)

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