martedì 21 luglio 2026

Veṣāl di Shiraz e la rinascita dei classici persiani - Roberto Minichini


Nel primo Ottocento, l’arte della parola conservava ancora la capacità di ordinare un’intera visione del mondo. Il verso, la scrittura sacra, l’educazione letteraria e la disciplina della mano appartenevano a un medesimo universo culturale. Un uomo colto poteva comporre un’ode, copiare il Corano, insegnare ai propri figli e partecipare alla vita spirituale della città senza percepire queste attività come mestieri separati. Muḥammad Shafīʿ, conosciuto con lo pseudonimo di Veṣāl Shīrāzī (1782–1845), rappresentò in modo esemplare questa unità delle arti nell’Iran dell’età qajar. Nato a Shiraz quando la memoria della dinastia Zand era ancora viva, rimase orfano di padre a pochi mesi. Ricevette una formazione che comprendeva letteratura, lingua araba e persiana, filosofia teorica e pratica e calligrafia. Il nome Veṣāl, che richiama l’unione, il ricongiungimento e il raggiungimento della presenza amata, possedeva una risonanza particolarmente adatta alla poesia lirica e al vocabolario spirituale del sufismo. Il poeta frequentò infatti l’ambiente di Mīrzā Abū al-Qāsem Shīrāzī, noto come Sokūt, “Silenzio”, maestro legato alla tradizione sufi Nūrbakhshiyya. Questa vicinanza non permette di trasformare automaticamente ogni suo componimento in una dichiarazione mistica, ma aiuta a comprendere l’orizzonte religioso e concettuale nel quale maturò la sua opera. Veṣāl visse durante una fase di ricostruzione politica e culturale importante. Dopo le guerre, le frammentazioni e i mutamenti dinastici del Settecento, Fatḥ ʿAlī Shāh Qājār (1772–1834) cercò di consolidare il potere monarchico mediante cerimonie, immagini, cronache e forme artistiche capaci di collegare la nuova casa regnante alla lunga memoria dell’Iran. La cultura qajar si apriva gradualmente a tecniche e influenze europee, mentre continuava a valorizzare le forme ereditate dalle epoche safavide, timuride e medievali. Modernizzazione e continuità agivano contemporaneamente, spesso all’interno delle stesse corti e delle stesse famiglie di artisti. In letteratura, questa volontà di recupero prese il nome di bāzgasht-e adabī, il “ritorno letterario”. Poeti, eruditi e mecenati ritenevano che una parte della produzione più recente avesse accumulato metafore troppo remote, concetti eccessivamente sottili e immagini difficili da decifrare. Il loro giudizio colpiva soprattutto gli sviluppi dello stile chiamato sabk-e hendī, lo “stile indiano”, fiorito fra l’Iran safavide e le corti indo-persiane. Il bāzgasht proponeva di tornare alla chiarezza, alla forza retorica e all’equilibrio dei grandi modelli precedenti. Si guardava allo stile khorasanico per la solennità dell’ode e allo stile iracheno per la grazia del ghazal, la poesia amorosa e spirituale. Questo movimento non fu una semplice imitazione archeologica. I suoi esponenti vivevano in un mondo diverso da quello di Ferdowsī (ca. 940–1020), Saʿdī di Shiraz (ca. 1210–1291 o 1292) e Ḥāfeẓ di Shiraz (ca. 1315–1390). La corte era cambiata, l’organizzazione delle città aveva attraversato profonde trasformazioni e la presenza europea iniziava a produrre conseguenze politiche e culturali sempre più visibili. Recuperare gli antichi modelli significava riaffermare una grammatica della civiltà. La metrica, il lessico, le immagini del giardino, del vino, dell’amata, del sovrano e del viaggio spirituale formavano un deposito di memoria attraverso il quale il presente poteva riconoscersi. Veṣāl compose qaṣīde, ghazal, elegie, tarāneh e mathnawī. La qaṣīda era una lunga ode adatta alla celebrazione religiosa, morale o politica; il ghazal concentrava in pochi versi il desiderio amoroso, la separazione, la bellezza e l’ebbrezza; il mathnawī, costruito mediante distici a rima variabile, permetteva di sviluppare narrazioni molto estese. Il poeta padroneggiava quindi generi differenti e poteva muoversi dalla solennità encomiastica alla meditazione lirica, dalla narrazione alla lamentazione religiosa. La sua raccolta mostra l’ampiezza di una cultura nella quale la competenza poetica dipendeva dalla conoscenza profonda della tradizione e dalla capacità di trasformarla senza spezzarne la continuità. Uno dei suoi lavori più significativi fu la continuazione di “Farhād e Shīrīn”, poema lasciato incompiuto da Vaḥshī Bāfqī (1532–1583). La storia apparteneva al grande patrimonio narrativo sviluppato attorno all’amore fra Shīrīn e il re sasanide Khosrow Parvīz, con la tragica figura dello scultore Farhād, disposto a scavare una montagna per raggiungere la donna amata. Vaḥshī aveva rielaborato la materia concentrandosi sul dolore e sulla passione di Farhād, ma la morte gli impedì di portare a termine il progetto. Secoli dopo, Veṣāl riprese il filo del racconto. Il suo intervento manifesta in forma concreta il principio del bāzgasht: entrare nell’opera di un predecessore, riconoscerne la lingua e il ritmo, continuare una voce del passato all’interno di una nuova epoca. La stessa concezione guidava la sua attività calligrafica. Per Veṣāl, scrivere significava dare una forma visibile alla parola. Conosceva sette stili grafici ed eccelleva soprattutto nel naskh e nel nastaʿlīq. Il primo, regolare e leggibile, era particolarmente adatto alla copiatura del Corano e dei testi religiosi. Il secondo, caratterizzato dall’andamento inclinato e dalla fluidità delle linee, era divenuto la scrittura privilegiata della poesia in lingua persiana. La pagina calligrafica univa così lettura, contemplazione e piacere estetico. Le fonti gli attribuiscono la copiatura di oltre sessanta esemplari del Corano, oltre a preghiere, manoscritti letterari, esercizi calligrafici e fogli autonomi. Le opere conservate mostrano anche sperimentazioni cromatiche e compositive. In una pagina oggi custodita dal Metropolitan Museum of Art, alcuni versetti coranici sono disposti diagonalmente e intrecciati con righe tracciate in direzione inversa, usando inchiostri crema, rosa, gialli e azzurri su fondo scuro. Il lettore deve ruotare il foglio per seguire interamente il testo. La sacralità della parola rimane intatta, mentre la pagina acquista movimento, densità e ricchezza visiva. Anche nella calligrafia Veṣāl partecipava a un recupero consapevole del passato. Il suo naskh si ispirava ai grandi maestri della tarda epoca safavide e proseguiva una linea già consacrata dalla copiatura dei testi religiosi. La fedeltà al modello richiedeva anni di esercizio, controllo del respiro, precisione del gesto e conoscenza delle proporzioni. La calligrafia islamica non dipende dalla spontaneità incontrollata. Ogni lettera possiede una misura, ogni curva deve rispettare un equilibrio e ogni intervallo contribuisce all’armonia della pagina. La personalità del maestro emerge attraverso l’esattezza, la sensibilità e il ritmo con cui egli realizza la forma ricevuta. Questo atteggiamento illumina anche la sua poesia. Veṣāl non cercava l’originalità intesa come rottura assoluta. La sua grandezza risiedeva nella padronanza di un linguaggio condiviso, nella capacità di abitarlo e di trasmetterlo. Per comprenderlo occorre liberarsi dall’idea moderna secondo cui il poeta autentico debba inventare una lingua interamente nuova. Nella civiltà letteraria alla quale apparteneva, la novità poteva consistere in una variazione sottile, in un’immagine collocata diversamente, in una modulazione musicale o nella rinnovata intensità di un simbolo antico. La trasmissione non si arrestò con lui. I suoi sei figli divennero a loro volta figure attive nella poesia, nella calligrafia e nelle arti figurative. La famiglia Veṣāl costituisce uno dei casi meglio documentati di dinastia artistica nell’Iran dell’Ottocento. Fra i figli vi fu Mīrzā Moḥammad Dāvarī Shīrāzī (1822 o 1823–1866), poeta, pittore e calligrafo, legato alla realizzazione di un importante manoscritto illustrato dello “Shāhnāmeh”. La casa paterna funzionava come un laboratorio nel quale i figli osservavano, copiavano, correggevano e interiorizzavano tecniche inseparabili da una disciplina morale e intellettuale. Questa dimensione familiare permette di comprendere che la cultura letteraria non viveva unicamente nei palazzi reali o nelle biografie dei grandi autori. Essa si conservava nelle abitazioni, nelle scuole, nelle botteghe, nelle biblioteche e nei rapporti fra maestro e discepolo. Un manoscritto richiedeva carta, inchiostri, copisti, miniatori, rilegatori e committenti. Una poesia passava dalla voce alla pagina, dalla pagina alla memoria e dalla memoria a una nuova esecuzione. L’opera individuale nasceva dentro una rete di competenze e fedeltà. Veṣāl morì nel 1845 e fu sepolto presso il santuario di Shāh-e Cherāgh, luogo religioso centrale di Shiraz, associato ad Aḥmad ibn Mūsā, venerato discendente dell’Ahl al-Bayt. La collocazione della tomba riunisce simbolicamente gli elementi essenziali della sua esistenza: la città natale, la parola sacra, la poesia, la devozione e la continuità della memoria. La sua figura aiuta a guardare l’Ottocento iraniano da una prospettiva diversa da quella abituale. Il secolo non fu soltanto un preludio alla modernizzazione, alle riforme politiche e al confronto con l’Europa. Fu anche un’epoca di intensa riflessione sull’eredità ricevuta. Poeti e calligrafi cercarono nel patrimonio antico le forme necessarie per attraversare il presente. Veṣāl di Shiraz fu uno dei custodi più raffinati di questa continuità. Nei suoi versi e nelle sue pagine, la tradizione appare come una presenza viva, affidata alla precisione della mano e alla disciplina della parola.

 

( Roberto Minichini, luglio 2026 )

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