Nelle cronache e negli archivi della poesia europea del Novecento esistono autori molto affascinanti che appartengono pienamente alla letteratura della propria nazione e tuttavia sembrano provenire da una regione più remota, precedente alle scuole, alle correnti e alle classificazioni nazionali. Bolesław Leśmian è uno di questi. La sua opera nasce nella cultura polacca, nella lingua slava, nelle leggende contadine, nella memoria ebraica assimilata, nel modernismo europeo e nella filosofia del suo tempo, ma nessuna di queste origini riesce da sola a contenerla. Nei suoi versi il bosco non costituisce uno scenario, il corpo non è una semplice presenza sensuale, la morte non coincide con una conclusione e il nulla non rappresenta soltanto l’assenza dell’essere. Ogni creatura appare impegnata nel difficile tentativo di esistere, acquistare una forma, amare, morire oppure oltrepassare i limiti imposti dalla propria incompiutezza. Uomini, donne, mendicanti, esseri deformi, spiriti, animali, piante e divinità minori partecipano alla stessa avventura cosmica. La realtà visibile sembra continuamente sul punto di aprirsi, lasciando emergere un’altra dimensione che non appartiene interamente al sogno, alla religione o alla fantasia. Leśmian non descrive un mondo incantato per allontanarsi dalla vita. Cerca invece la vita nei luoghi in cui essa diviene più enigmatica, intensa e difficile da nominare. Bolesław Lesman nacque a Varsavia, probabilmente il 22 gennaio 1877, anche se egli stesso indicò in alcune occasioni il 1878 e sulla sua tomba venne riportato il 1879. Questa incertezza biografica sembra quasi appropriata per un poeta che avrebbe dedicato gran parte della propria opera agli esseri privi di una collocazione stabile. Proveniva da una famiglia ebraico-polacca colta e assimilata. Trascorse gli anni della formazione a Kiev, allora appartenente all’Impero russo, dove studiò giurisprudenza all’Università di San Vladimiro. Conobbe quindi una realtà culturale posta fra Polonia, Russia e Ucraina, fra modernizzazione urbana e permanenza delle tradizioni popolari. Durante la giovinezza scrisse anche in russo, mentre la scelta definitiva della lingua polacca divenne parte essenziale della sua identità poetica. Il cognome Leśmian, adottato al posto dell’originario Lesman, accentuava foneticamente il legame con il polacco e sembrava contenere la parola “las”, il bosco, quasi anticipando uno degli spazi fondamentali della sua immaginazione. Tornato a Varsavia, partecipò alla vita del modernismo raccolto intorno alla rivista “Chimera”, diretta da Zenon Przesmycki, e frequentò gli ambienti artistici della Giovane Polonia. Visse anche in Francia, conobbe la cultura parigina e subì l’influenza della poesia simbolista e del pensiero di Henri Bergson. La sua esistenza esteriore rimase tuttavia sorprendentemente distante dalla figura convenzionale del poeta visionario. Dopo la Prima guerra mondiale lavorò come notaio prima a Hrubieszów e poi a Zamość, affrontando problemi economici, responsabilità professionali e gravi difficoltà finanziarie. Nel 1933 entrò nell’Accademia polacca di letteratura. Morì a Varsavia il 5 novembre 1937, senza avere ancora raggiunto la posizione centrale che la critica polacca gli avrebbe attribuito nei decenni successivi. La sua produzione poetica pubblicata in vita fu relativamente limitata. “Sad rozstajny” del 1912, traducibile come “Il frutteto al bivio”, non ottenne un riconoscimento immediato. “Łąka” del 1920, “Il prato”, conteneva già molti dei caratteri decisivi della sua maturità. “Napój cienisty” del 1936, “La bevanda ombrosa”, uscì poco prima della morte. “Dziejba leśna”, espressione difficilmente trasferibile in italiano e riferibile a un accadere boschivo, apparve postuma nel 1938. Accanto alla poesia scrisse racconti e riscritture fiabesche, fra cui “Klechdy sezamowe” e “Przygody Sindbada Żeglarza”, dedicate alle avventure di Sindbad il marinaio. La quantità contenuta delle opere non deve trarre in inganno. Pochi poeti hanno costruito un universo tanto vasto attraverso un numero così ristretto di libri. Ogni raccolta sembra estendere la lingua polacca verso territori che prima non possedevano parole. Leśmian non si limita a combinare vocaboli esistenti. Produce verbi, sostantivi, aggettivi e forme negative, sfruttando le possibilità offerte dai prefissi e dai suffissi slavi. La critica ha chiamato queste invenzioni “leśmianismi”. Molte indicano qualcosa che non esiste ancora, che ha cessato di esistere, che esiste solo parzialmente oppure che resta sospeso fra presenza e cancellazione. La sua lingua non riveste un pensiero già formato. Genera il pensiero nel momento stesso in cui genera la parola. Questa caratteristica rende Leśmian estremamente difficile da tradurre. In italiano si possono trasferire le immagini, le situazioni, parte del ritmo e alcuni significati, ma spesso si perde l’atto creativo compiuto dentro la struttura stessa del polacco. Nei suoi versi una parola inventata può indicare contemporaneamente un’azione, una condizione e una mancanza. I prefissi negativi non servono soltanto a negare. Producono esseri appartenenti al non ancora, al non più e al quasi. Il nulla leśmianiano possiede attività, profondità e capacità di trasformazione. Non rimane vuoto. Agisce sulle creature, le deforma, le chiama e qualche volta le restituisce a una forma diversa. La morte, allo stesso modo, non interrompe necessariamente l’accadere. I morti continuano a cercare, ricordare, incontrarsi, fallire e amare. Perfino Dio può essere interrogato, inseguito o colto nella propria distanza. Da questa libertà linguistica deriva una delle qualità più singolari della sua poesia. Il lettore riconosce un’atmosfera arcaica, quasi proveniente da una ballata popolare, ma incontra nello stesso tempo problemi filosofici radicalmente moderni. La tradizione non viene riprodotta con nostalgia. È riattivata affinché possa parlare dell’estraneità dell’uomo, dell’impossibilità di possedere interamente la vita e della precarietà di ogni identità. Il bosco rappresenta uno dei luoghi privilegiati di questa ricerca. Nella cultura popolare slava esso è lo spazio delle presenze ambigue, delle deviazioni, degli incontri con esseri che non appartengono alla comunità umana. Leśmian conserva questa eredità e la trasforma. Fra alberi, prati, stagni e sentieri sorgono creature che sembrano nate dall’unione fra natura e parola. Alcune provengono dal folklore polacco, altre sono invenzioni personali costruite secondo una logica simile a quella del mito. Nessuna rimane una semplice decorazione fiabesca. Ogni apparizione mette in questione la presunta superiorità dell’essere umano. La natura non è un ambiente passivo contemplato da un osservatore. Possiede iniziativa, memoria, sensualità e crudeltà. Un albero può partecipare a un dramma amoroso, una pianta può assumere un’intensità quasi carnale, la terra può accogliere e modificare i morti. L’uomo non domina tale realtà. Vi entra come una creatura fra le altre, fragile e spesso incapace di comprenderne le leggi. La poesia diviene così un incontro fra forme differenti dell’esistenza. Il soggetto umano perde la propria centralità senza dissolversi. Continua a soffrire, amare e interrogare, ma non può più considerarsi l’unico depositario dell’interiorità. La presenza del corpo è altrettanto decisiva. Leśmian fu uno dei grandi poeti erotici della lingua polacca, benché il suo erotismo non possa essere separato dalla morte, dalla natura e dalla ricerca metafisica. Gli amanti non si incontrano in uno spazio protetto dal tempo. Ogni abbraccio contiene la coscienza della fine, ogni unione rivela la distanza che rimane fra due esseri, ogni piacere sembra voler raggiungere un’impossibile pienezza. Il corpo conserva la propria concretezza. Le mani, la bocca, la nudità, il contatto e la vicinanza non sono allegorie destinate a scomparire dietro una verità spirituale. Attraverso di essi l’essere umano tenta di superare il proprio isolamento. Proprio perché il corpo è mortale, l’incontro erotico acquista una gravità cosmica. Gli amanti cercano di diventare più reali l’uno mediante l’altra, ma la loro unione non elimina la caducità. Talvolta la approfondisce. La sensualità leśmianiana può essere luminosa, giocosa, dolorosa oppure inquietante. Non conosce la separazione moralistica fra carne e spirito. Il corpo costituisce uno dei modi in cui l’invisibile diviene percepibile, senza però essere interamente spiegato. In poesie come “W malinowym chruśniaku”, traducibile come “Nel roveto dei lamponi”, l’esperienza amorosa si compie dentro una vegetazione fitta, partecipe e quasi indiscreta. Gli amanti raccolgono frutti, si sfiorano e scoprono il proprio sentimento mentre la natura circonda e accompagna i loro gesti. La scena possiede una delicatezza concreta, lontana tanto dall’astrazione sentimentale quanto dalla rappresentazione puramente sensuale. Altrove l’amore coinvolge esseri deformi, morti, figure fiabesche e creature prive di una completa appartenenza al mondo. Leśmian concede dignità poetica a chi non corrisponde alla perfezione fisica o sociale. La sua attenzione verso mendicanti, storpi, esseri incompiuti e figure respinte non nasce da un programma umanitario. Deriva da una concezione più profonda secondo cui ogni creatura lotta per ottenere una quantità maggiore di esistenza. Ciò che appare difettoso agli occhi della società può rivelare con maggiore evidenza il carattere incompiuto di tutta la condizione umana. Uno dei testi più celebri, “Dusiołek”, presenta un essere mostruoso proveniente dall’immaginario popolare che assale nel sonno un contadino. La vicenda conserva il tono ritmico e narrativo della ballata, ma conduce a una domanda rivolta a Dio. Perché creare una creatura tanto ripugnante e oppressiva. Dietro l’umorismo grottesco emerge il problema del male presente nel mondo. Leśmian non lo affronta mediante un sistema teologico. Lo mette in scena attraverso un incontro assurdo, corporeo e quasi comico. In “Dwoje ludzieńków”, “Due piccoli esseri umani”, due amanti muoiono senza riuscire a incontrarsi pienamente e continuano anche dopo la morte a cercare una felicità sottratta. Il diminutivo contenuto nel titolo non li ridicolizza. Esprime la loro piccolezza dinanzi all’universo e insieme l’immensità della loro ostinazione. In “Dziewczyna”, “La ragazza”, alcuni fratelli odono una voce oltre un muro e tentano di abbatterlo, persuasi che dietro si trovi una giovane prigioniera. Il loro sforzo continua oltre la morte, affidato infine alle ombre e agli strumenti, ma una volta distrutto il muro non appare nessuno. Resta il vuoto. La poesia non insegna che ogni speranza sia illusoria. Mostra piuttosto come l’essere umano venga costituito dalla ricerca di ciò che potrebbe non esistere. L’assenza dell’oggetto non cancella la verità dello sforzo. Dio occupa nella poesia di Leśmian una posizione instabile. Non è semplicemente negato, accolto o celebrato. Compare come creatore lontano, interlocutore inafferrabile, presenza insufficiente o potenza coinvolta nella stessa incompiutezza del creato. Le creature possono rivolgersi a lui con protesta, nostalgia e stupore. Il rapporto religioso perde ogni sicurezza dottrinale e diventa un confronto fra la debolezza umana e il mistero di un universo che non offre spiegazioni definitive. La metafisica di Leśmian nasce da immagini, vicende e movimenti, non da enunciati astratti. Un uomo incontra una creatura, una ragazza canta dietro un muro, due morti si cercano, un essere deforme vuole amare, una divinità minore entra nel mondo visibile. In queste situazioni prende forma la domanda fondamentale. Che cosa significa esistere quando nessun essere coincide completamente con se stesso. L’influenza di Bergson è stata spesso ricordata dalla critica, soprattutto per l’importanza attribuita al movimento vitale, all’intuizione e alla realtà concepita come continuo divenire. Leśmian, tuttavia, non trasforma la poesia in esposizione filosofica. Utilizza il pensiero per liberare l’immaginazione dalle forme immobili. La vita non è una sostanza posseduta una volta per sempre. È attività, mutamento, creazione incessante e lotta contro l’inerzia. Anche la parola deve quindi muoversi. Un linguaggio composto esclusivamente da termini già disponibili non riuscirebbe a esprimere ciò che sta nascendo o scomparendo. I neologismi rispondono a questa necessità. Essi danno una consistenza provvisoria a esperienze che la lingua ordinaria non sa registrare. Per Leśmian il poeta non è soltanto colui che usa abilmente le parole. È colui che scopre possibilità dell’essere mediante possibilità linguistiche. Durante la sua vita Leśmian rimase una figura relativamente appartata. La sua poesia non coincideva pienamente né con il tardo simbolismo della Giovane Polonia né con le tendenze dominanti nella Polonia indipendente fra le due guerre. I poeti di Skamander portarono nella letteratura la città, la quotidianità, la conversazione e una nuova immediatezza. Le avanguardie esaltarono la modernità, la macchina e la sperimentazione formale. Leśmian seguì una strada personale, rivolta verso il mito, la ballata, il mondo rurale e i problemi ultimi dell’esistenza. Questa distanza favorì per qualche tempo l’equivoco di un poeta estraneo alla modernità. In realtà pochi autori furono moderni quanto lui. L’inquietudine riguardante l’identità, la crisi del soggetto, l’instabilità del linguaggio e la presenza del nulla appartiene pienamente alla cultura novecentesca. Leśmian affrontò tali questioni senza rinunciare alla musicalità, alla narrazione e alla concretezza delle immagini. La sua grandezza dipende anche dalla capacità di unire elementi che altrove tendono a separarsi. La ballata popolare incontra la filosofia, il grottesco convive con il tragico, l’erotismo conduce verso la morte, l’umorismo apre domande religiose, la natura diventa protagonista senza trasformarsi in idillio. Le creature più improbabili possiedono una serietà esistenziale, mentre le questioni più solenni possono apparire attraverso situazioni buffe o inquietanti. Questa libertà impedisce alla sua poesia di diventare prevedibile. Il lettore non sa mai se il bosco offrirà un incontro amoroso, una divinità, un morto o un mostro. Ogni elemento può mutare funzione perché ogni cosa partecipa a un universo ancora in formazione. Fuori dalla Polonia Leśmian rimane meno conosciuto di quanto meriterebbe. La difficoltà della traduzione ha certamente contribuito a questa condizione. Il suo caso ricorda che la storia della poesia europea non coincide con la somma degli autori facilmente trasferibili nelle lingue maggiormente diffuse. Alcune opere dipendono così profondamente dalle strutture linguistiche originarie da opporre una resistenza quasi irriducibile. Ciò non significa che debbano rimanere confinate. Una traduzione di Leśmian può comunicare la forza delle immagini, il carattere delle vicende e la profondità delle domande, anche quando non riesce a riprodurre completamente l’invenzione verbale. Leggerlo attraverso una traduzione richiede soltanto la consapevolezza che dietro ogni frase può esistere un ulteriore movimento della lingua polacca. Bolesław Leśmian non fu un cantore evasivo di boschi incantati. Nella vegetazione, nei corpi, nei morti e negli esseri deformi cercò ciò che la realtà ordinaria tende a nascondere. Vide l’esistenza come un processo incompiuto, minacciato dal nulla e proprio per questo capace di una prodigiosa intensità. Le sue creature non possiedono certezze, eppure continuano a cercare una forma, un incontro, una parola o un Dio che forse non risponderà. Nel loro ostinato tentativo si riconosce una delle verità più profonde della sua poesia. Vivere significa partecipare a qualcosa che non comprendiamo interamente, creare parole per ciò che ancora non ha nome e avvicinarsi all’invisibile attraverso la materia fragile del mondo.
(Scritto di storia della letteratura di Roberto Minichini)

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