L’inizio della poesia russa moderna e il ruolo di Puškin in tale processo merita di essere osservato e studiato a fondo. Sarebbe sbagliato affermare che la letteratura russa comincia Aleksandr Sergeevič Puškin, il quale vide la luce a Mosca nell’anno 1799 e morì invece a Pietroburgo, in circostanze tragiche, nel 1837. La letteratura e la civiltà russe sono ben più antiche e ampie ma non si può negare che attribuire a Puškin in qualche maniera, forse simbolica, la paternità della nascita della letteratura russa sotto forma moderna possa anche essere più o meno accettabile. Molte parti della storia della letteratura sono spesse fatte di definizioni e di miti e di mitologie laiche che le varie nazioni trasmettono nei programmi scolastici e nella cultura generale, di generazione in generazione. Tutto ciò ha forse poco a che fare con la letteratura in quanto tale, e molto più con la politica e le convenzioni sociali. La modernità europea illuminista è stata importata in Europa nell’Impero Russo con un certo ritardo, e ha assunto forme assai peculiari in Russia, dove si assimila tutto ciò che proviene dall’Europa e dall’Occidente in maniera propria ed autoctona, non volendo essere sottomessi o emuli o semplici seguaci. Lo studio della mentalità russa generale a livello storico, e delle peculiarità culturali delle zone slave orientali o di religione cristiana ortodossa in particolare, non sarà oggetto di analisi specifica in questo articolo. Si tratta di un universo vastissimo e molto complesso, con differenze interne notevoli, ma anche forti e fondamentali radici comuni. E non basta avere competenze nel campo della slavistica, in quanto ci sono popoli che ne fanno parte e non sono slavi o di lingua slava. Tornando a Aleksandr Sergeevič Puškin, bisogna dire, che come tutte le personalità geniali, aveva mostrato il suo genio già in età precoce. Aneddoti e racconti storici parlano di un bambino, o ragazzino che stupiva gli insegnanti per i versi di poesia che scriveva. L’uomo è poi morto giovane, appena di a 37 anni, 38 anni non compiuti, in un tragico e assurdo duello. Non avendo neanche vissuto 40 anni su questa miseranda e infelice terra, ha completato un’opera letterario notevole, di straordinaria qualità intellettuale e artistica. Qui parliamo della poesia e quindi del poeta Puškin, ma ridurlo soltanto a poeta sarebbe un errore. Egli era un poeta ma era anche molto di più. Era capace di esprimersi in tutti i generi letterari presenti all’epoca, tutti più o meno fedelmente all’inizio importati dall’Europa occidentale, creando poi una simbiosi propria specifica. I suoi campi erano la poesia lirica ma anche i poemi, o poemetti, il teatro, la prosa pura ma anche il romanzo in versi, portò fuori la letteratura russa moderna, allora nata da poco, dalla semplice imitazione di modelli rigidamente copiati da quelli occidentali, creando una sintesi fresca, vivace, libera, e alla fine tipicamente e profondamente russa. Per questo viene considerato, sostanzialmente, il padre della letteratura russa moderna. Sia prima di lui che durante la sua vita c’erano molti altri scrittori, letterati, poeti, traduttori, riformatori culturali, aristocratici molto eruditi nella cultura francese, illuministi russi e studiosi o imitatori del classicismo europeo. La Russia dell’inizio Ottocento e oltre era una immensa potenza geopolitica, militare e imperiale ma da un punto di vista culturale e della letteratura non aveva ancora trovato un suo volto specifico autonomo moderno, come invece succedeva in altre grandi nazioni in Europa. La classe aristocratica dominante e al potere parlava il francese, anche in casa, anche spesso con i propri figli. Parlare il francese, essere quindi francofoni, conoscere la cultura francese e usi e costumi francesi era considerato una distinzione di cui andare molto fieri. Letture importanti per la propria formazione intellettuale alta erano considerati autori come Voltaire, e poi ovviamente Rousseau, e anche Byron e Chateaubriand, oltre a molti altri. La lingua russa di allora, non ancora formata in un unico e coerente sistema linguistico moderno codificato in maniera rigida, era composta nei fatti da diversi registri, scritti e parlati, molto diversi fra di loro. Dalla lingua degli ecclesiastici, a quella delle varie grandi città, alla parlata tipica della classe ricca ma anche quella dei burocrati imperiali e poi alle varie, ricchissime, forme di linguaggio popolare, era tutto ancora un enorme laboratorio linguistico che attendeva una sua sistematizzazione. Puškin si immerse in molte di queste forme, e ne divenne conoscitore eccelso, maestro e riformatore creativo e geniale. Ebbe alle sue spalle, anche lui, una grande preparazione culturale di tipo europeo occidentale, staccandosi progressivamente dalla imitazione cieca e supina di modelli stranieri. Da opere come “Il prigioniero del Caucaso” al “Evgenij Onegin” si vede una forza creativa autonoma, in cui si mescolano insegnamenti appresi dall’estero, cultura e vicende locali, e un forte spirito libero e ribelle individuale dello stesso Puškin. Lui era un ribelle nato, vero, autentico, non solo a parole, ma nei fatti, una testa calda, un appassionato erotomane, un folle che passava da una sfida all’altra, e un sorvegliato politico a cui venne riservato un trattamento speciale. Da un lato favorito e protetto dallo Zar dell’epoca, dall’altro lato però strettamente controllato e censurato in maniera autoritaria. A una lettura attenta di “Evgenij Onegin”, brillante romanzo in versi, non possono sfuggire i numerosi riferimenti espliciti alla cultura e letteratura europea occidentale, e anche la descrizione di stili di vita e usi e costumi delle classi alte russe di allora, chiaramente tutte importate dall’Occidente. La cultura russa moderna nasce dalla fusione, che poi assumerà una forma propria indipendente nei decenni successivi, fra l’adozione cosciente e volontaria della cultura europea occidentale illuministica moderna e l’antica civiltà medievale russa slavo ortodossa. Grandi autori di romanzi della letteratura russa della seconda metà dell’Ottocento, e anche poeti russi ancora nel primo Novecento, hanno apertamente e esplicitamente riconosciuto il loro debito verso Puškin. Fra questi vanno citati giganti come Aleksandr Blok, Anna Achmatova, Osip Mandel'štam, Marina Cvetaeva e Boris Pasternak, quest’ultimo grande poeta noto in tutto il mondo però anche e non solo per il suo romanzo narrativo “Il dottor Živago”, e le drammatiche e tristi vicende connesse alla questione del Premio Nobel per la Letteratura assegnato a lui nel 1958.
( Articolo di Roberto Minichini )

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