
Per comprendere la figura di Fāṭimah bint ʿAbd al-Malik di
Nishapur, bisogna compiere un viaggio nel cuore del IX secolo, in un mondo
islamico ancora giovane, ricco di tensioni spirituali e intellettuali, in cui
le discipline religiose non avevano ancora assunto le forme istituzionali che
oggi associamo alla tradizione. È un mondo in cui la parola sufismo non
esisteva ancora come categoria definita, e la ricerca del divino avveniva
attraverso reti personali, scambi orali, forme di ascetismo interiorizzato, e
un lento raffinamento del cuore. Non è un caso che molte delle figure più
importanti di quel periodo siano per noi quasi senza volto e senza documenti,
uomini e donne ricordati non per ciò che hanno scritto, ma per ciò che hanno
trasformato nei cuori di chi li ha incontrati. Fāṭimah di Nishapur emerge
precisamente da questa zona nascosta della storia spirituale. Visse nel III
secolo dell’Egira, corrispondente, grosso modo, al periodo tra l’ottocentoventi
e il novecento dell’era cristiana, e apparteneva al mondo culturale del
Khurāsān, la vasta regione persiana che comprende oggi l’Iran nord orientale,
parte dell’Afghanistan e l’Asia centrale. Al tempo degli Abbasidi questa
regione era un centro pulsante dell’impero, un crocevia di commerci lungo la
Via della Seta, un laboratorio intellettuale e religioso che contribuì, forse
più di Baghdad stessa, alla formazione della sensibilità mistica islamica.
Nishapur, la sua città, fioriva in modo straordinario. Le cronache medievali
descrivono vie affollate, scuole prestigiose, biblioteche animate, mercati dove
si incontravano arabi, persiani, turchi, ebrei, indiani e buddhisti convertiti.
La città ospitava una delle più importanti scuole di trasmissione profetica, ḥadīth,
e, allo stesso tempo, era un centro dell’ascesi islamica più radicale. Muoversi
tra le sue strade nel IX secolo significava incontrare predicatori, studiosi di
diritto, mistici itineranti e asceti che avevano già iniziato a sviluppare una
disciplina interiore che più tardi sarebbe stata chiamata taṣawwuf, la
dimensione spirituale dell’Islam. È in questo terreno culturale fertile che
appaiono alcune delle figure fondatrici del sufismo: Dhū al-Nūn al-Miṣrī, morto
nell’ottocentocinquantanove, considerato il primo teorico della maʿrifah, la
conoscenza interiore di Dio; Abū Ḥafṣ al-Ḥaddād, morto
nell’ottocentosettantaquattro, maestro della disciplina ascetica; Abū ʿUthmān
al-Ḥīrī, morto nel novecentodieci, uno dei grandi formatori della generazione
successiva. Questi uomini, viaggiatori e pensatori profondi, definivano,
attraverso la loro vita, i contorni di una religione vissuta non solo come
rito, ma come trasformazione dell’essere. È proprio in mezzo a questo universo
spirituale che incontriamo Fāṭimah, una donna che non apparteneva a una scuola
formale, che non guidava un circolo pubblico, e che non lasciò alcun libro.
Eppure, fu riconosciuta dai suoi contemporanei come una delle autorità
spirituali più elevate del suo tempo. La sua figura emerge soprattutto grazie
ad al-Sulamī, grande storico del sufismo primitivo, vissuto tra il X e l’XI
secolo. Nel suo Dhikr an-nisāʾ al-mutʿabbidāt, un’opera che raccoglie le vite
delle donne devote e mistiche dei primi secoli islamici, egli la descrive come
ʿārifah bi’Llāh, cioè “colei che conosce Dio interiormente”. Questa non è una
formula generica. Nel linguaggio tecnico del sufismo, significa possedere un
tipo di consapevolezza che trascende la religione intesa come osservanza
rituale, e la conduce verso un grado di presenza interiore in cui ogni
movimento del cuore è vigile, disciplinato, e orientato al divino. La conferma
della sua grandezza non viene soltanto dalle parole degli storici, ma da quelle
dei suoi contemporanei, ed è questo il dato più sorprendente. Dhū al-Nūn,
figura immensa nella storia del sufismo, raccontava di aver imparato da Fāṭimah
ciò che più gli mancava per comprendere la sincerità. La sincerità, nell’Islam
spirituale, non è un sentimento, ma una forza che purifica l’intenzione, un
modo di allineare il cuore e l’azione, in modo che nulla si interponga tra la
creatura e il Creatore. Per un uomo della statura di Dhū al-Nūn, riconoscere
un’insegnante donna era un fatto straordinario. Abū Ḥafṣ al-Ḥaddād, rigoroso e
severo come pochi, confessava di sentirsi giudicato direttamente da Dio quando
parlava davanti a lei, come se la sua presenza stessa obbligasse a una pulizia
interiore immediata. Per capire cosa intendano questi maestri quando parlano del
grado di Fāṭimah, occorre spiegare al lettore non musulmano alcuni concetti
chiave dell’esperienza sufi. Il primo è tawḥīd, l’unità divina. Per il
musulmano Dio è radicalmente uno, non esiste nulla nella creazione che sia
paragonabile alla Sua essenza. Questo concetto, apparentemente teologico, ha
un’enorme conseguenza psicologica e spirituale: il cuore umano non può appoggiarsi
contemporaneamente a Dio e ad altro. Tutto ciò che crea dipendenza, siano essi
affetti, potere, conoscenza, prestigio, crea una piccola frattura nel tawḥīd
vissuto. Non significa che il credente debba fuggire dal mondo, ma che deve essere
vigilante sui movimenti interiori che trasformano un interesse legittimo in un
attaccamento malato. Fāṭimah insisteva proprio su questo punto, non sulla
teologia, ma sulle inclinazioni segrete dell’anima. Il secondo concetto
essenziale è quello di nafs, il sé inferiore, la componente psicologica
dell’essere umano che tende a ingannare, a esagerare i propri meriti, a
nascondere i propri difetti, a cercare gratificazione, e a evitare la fatica
dell’onestà interiore. Il sufismo è, in larga misura, una lotta continua contro
le illusioni del nafs. L’ascesi più dura non è quella del digiuno o
dell’isolamento, ma quella che richiede di guardare dentro se stessi senza
autoassoluzione. Fāṭimah era un’esperta in questa scienza. Le sue parole,
tramandate in forma frammentaria, mostrano una sensibilità estremamente
raffinata: quando affermava che molti credono di essere sinceri mentre non lo
sono, non parlava per scoraggiare, ma per indicare la distanza tra ciò che
l’uomo pensa di essere e ciò che il cuore effettivamente è davanti a Dio. Il
terzo concetto fondamentale è dhikr, una parola araba che significa ricordo o
rimembranza. Il dhikr è la pratica spirituale per eccellenza del sufismo, e
consiste nel mantenere viva, attraverso la ripetizione di parole sacre o
attraverso il silenzio vigilante, la consapevolezza della presenza divina. Nel
sufismo più antico il dhikr non era una tecnica accompagnata da rituali
codificati, ma un esercizio continuo della memoria del cuore. Ripetere un nome
di Dio, come Allāh, non era un mantra magico, ma un modo per tornare a ciò che
è essenziale ogni volta che la mente si disperde. Alcune scuole preferivano il
dhikr pronunciato, altre quello silenzioso, che consiste nell’essere
consapevoli del proprio respiro e del proprio cuore, come se ciascun movimento
fosse un ricordo di Dio. La scuola naqshbandi, che si svilupperà molti secoli
dopo, dedicherà un’attenzione speciale proprio a questa forma di dhikr
silenzioso, una forma radicale di presenza interiore in cui la lingua non si
muove, ma il cuore non smette di ricordare, come se fosse impossibile essere
lontani dal Creatore anche per un istante. Per un lettore non musulmano, il
dhikr può essere paragonato, solo in modo molto parziale, a forme di
meditazione contemplativa presenti in altre tradizioni, ma con una differenza
cruciale: non mira a svuotare la mente o a creare benessere psicologico, bensì
a stabilire una relazione attiva con una Presenza vivente. Il dhikr è
relazione, non introspezione astratta. È un dialogo senza parole. Fāṭimah
viveva questa presenza in modo talmente intenso che alcuni maestri percepivano,
in sua compagnia, la stessa sobrietà e profondità che, secoli dopo, la
Naqshbandiyya avrebbe teorizzato. La Naqshbandiyya, sorta nel XIV secolo
attorno alla figura di Bahāʾ al-Dīn Naqshband, a Bukhara, è oggi una delle più
importanti confraternite sufi dell’Asia centrale, diffusa fino alla Turchia e
al Subcontinente indiano. È caratterizzata da discrezione, interiorità, rigore
spirituale, e rifiuto dell’esibizione mistica. Il suo motto implicito è vivere
Dio senza rumore, senza teatralità, senza cercare lo sguardo della gente.
L’idea secondo cui i santi più elevati sono quelli sconosciuti al mondo, e
perfettamente noti a Dio, rappresenta il cuore della via naqshbandi. È per
questo che molti hanno visto in Fāṭimah una maestra nascosta, ante litteram,
della Naqshbandiyya, non perché appartenesse a quel lignaggio storico, che non
esisteva ancora, ma perché incarnava naturalmente quei principi attraverso una
purezza d’intenzione che, nei secoli successivi, sarebbe diventata la marca
distintiva di questa confraternita. Per comprendere quanto fosse radicale la
sua sensibilità, occorre esplorare la sua idea di essere nascosti. Non si
trattava di isolamento sociale. Non era una donna ritirata nelle montagne o in
un eremo. Fāṭimah viveva nella città, attraversava le sue vie, conosceva il suo
mondo. Lo straordinario consiste nel fatto che riusciva a essere interiormente
sola pur essendo immersa nella società. Questa condizione, che più tardi i
maestri naqshbandi denomineranno khalwat dar anjuman, la solitudine nella
folla, indica un grado molto alto della disciplina spirituale: un cuore che non
si lascia trascinare dai rumori del mondo perché vede in essi solo veli
passeggeri, e si orienta continuamente verso ciò che non passa. La presenza di
Fāṭimah nella storia del sufismo non è, dunque, periferica, come potrebbe
sembrare a chi giudica l’importanza di una figura dal numero dei suoi scritti o
dei suoi allievi. La sua eredità è qualitativa, non quantitativa. Ciò che la
rende grande è la radicalità della sua interiorità, la lucidità con cui
smascherava le motivazioni nascoste dell’anima, la sincerità non negoziabile
che richiedeva a sé stessa prima che agli altri, il rifiuto assoluto della spiritualizzazione
dell’ego, quella forma raffinata di vanità per cui l’individuo si percepisce
come elevato solo perché compie atti di devozione. La sua visione del cammino
spirituale ha una forza che attraversa i secoli proprio perché non si basa su
metodi esteriori, ma su un’attenzione lucida ai movimenti del cuore, una
disciplina che non appartiene a un’epoca, ma all’essere umano in quanto tale.
In un mondo come il nostro, dominato dalla visibilità e dalla ricerca di
riconoscimento, la figura di Fāṭimah appare come un segno di contraddizione.
Ricorda che la spiritualità è, anzitutto, lavoro nascosto, che la sincerità
cresce meglio in silenzio che nel clamore, che il cuore si purifica più
facilmente quando non ha occhi addosso, che la vera grandezza non ha bisogno di
annunciarsi. La sua voce giunge fino a noi attraverso le parole dei maestri che
la conobbero, e attraverso i frammenti che la tradizione ci ha consegnato. È
una voce calma, esigente, capace di vedere nell’anima ciò che l’anima non vede
da sola. La sua più grande lezione può essere riassunta così: non cercare di
brillare davanti agli uomini, cerca di essere limpido davanti a Dio. In questa
frase, nella sua semplicità ultima, è racchiusa la dimensione più intima
dell’Islam interiore.
Roberto Minichini, gennaio 2026