Le quattro scuole giuridiche sunnite hanafita malikita shafi‘ita e hanbalita costituiscono la struttura portante della legge islamica sunnita classica e rappresentano una delle forme più durature di diversità metodologica all’interno dell’Islam. Si formarono tra VIII e IX secolo in un periodo in cui l’impero islamico si espandeva dall’Asia Centrale all’Atlantico attraversando società culture e sistemi normativi estremamente differenti. L’esigenza centrale era una sola interpretare la rivelazione coranica e la tradizione profetica in modo coerente conservando l’autorità dei testi ma permettendo allo stesso tempo un’applicazione realistica in contesti sempre più complessi. Le quattro scuole non nacquero come correnti rivali né come partiti religiosi in competizione per il potere bensì come risposte geograficamente e intellettualmente diversificate a un problema comune quello di trasformare un insieme di rivelazioni e tradizioni in un sistema giuridico applicabile a società vaste e articolate. La scuola hanafita la più antica sorse a Kufa un ambiente urbano e intellettuale segnato da influenze persiane aramaiche e arabe. Abu Hanifa (699–767) mercante e teologo operò in una città caratterizzata da controversie politiche movimenti teologici divergenti e una notevole varietà di casi giuridici nuovi. In questa cornice sviluppò un metodo basato sulla ponderazione razionale sul ricorso all’analogia e su un forte principio di equità. La scuola hanafita divenne presto la preferita dalla burocrazia Abbaside per la sua flessibilità e più tardi fu adottata come scuola ufficiale dell’Impero Ottomano diffondendosi in Anatolia Balcani Caucaso Asia Centrale e subcontinente indiano. La sua metodologia capace di integrare casi nuovi e contesti complessi la rese una delle tradizioni giuridiche più dinamiche del mondo islamico. La scuola malikita si radicò invece a Medina intorno alla figura di Malik ibn Anas (711–795) autore del celebre al Muwattaʾ uno dei primi testi sistematici di diritto e tradizioni. A differenza dell’approccio di Kufa Malik considerò la prassi della comunità medinese ritenuta erede diretta dell’ambiente del Profeta come criterio interpretativo di assoluta autorità. In un’epoca in cui la memoria delle prime generazioni era ancora viva questo metodo diede alla scuola un carattere profondamente tradizionale e concreto. La sua diffusione avvenne soprattutto grazie ai commerci e alle migrazioni lungo il Nord Africa dove i governanti aghlabidi almoravidi e almohadi la promossero come scuola preferenziale. La tradizione malikita si radicò così nelle regioni maghrebine nel Sahara e nell’Africa occidentale adattandosi ai contesti tribali e ai sistemi giuridici locali e diventando un elemento portante dell’identità islamica africana. La scuola shafi‘ita nacque dal genio metodologico di Muhammad ibn Idris al Shafi‘i (767–820) figura centrale nella storia del diritto islamico. Formatosi sia negli ambienti malikiti sia in quelli hanafiti al Shafi‘i elaborò un impianto teorico in cui i fondamenti della legge vennero per la prima volta sistematizzati con chiarezza il Corano la Sunna il consenso della comunità e l’analogia. La sua opera al Risala è considerata il primo grande testo di teoria giuridica islamica. Conciliare tradizione profetica e ragionamento metodologico fu il grande contributo della scuola shafi‘ita che trovò terreno fertile nelle società mercantili dell’Egitto del Corno d’Africa dello Yemen e dell’Oceano Indiano. La sua diffusione lungo le rotte commerciali portò la scuola fino all’Indonesia e alla Malaysia dove ancora oggi costituisce la tradizione dominante. La scuola hanbalita infine venne modellata nell’ambiente di Baghdad intorno alla figura di Ahmad ibn Hanbal (780–855) noto per il suo rigore testuale e per la difesa della tradizione profetica durante la famosa mihna l’inquisizione teologica imposta dai califfi abbasidi. Ibn Hanbal pur non avendo redatto un’opera giuridica sistematica lasciò una vasta eredità di pareri e insegnamenti che i suoi allievi organizzarono in una scuola coerente. L’approccio hanbalita si caratterizzò per un uso minimo dell’analogia una forte centralità degli hadith e una diffidenza verso forme speculative di interpretazione. Per secoli minoritaria la scuola divenne influente soprattutto nelle regioni centrali della penisola arabica dove il suo rigore dottrinale venne valorizzato nelle società beduine e nei contesti di confine. In epoca moderna la riforma wahhabita ne ha ampliato la presenza ma l’identità della scuola rimane legata all’eredità classica e indipendente di Ibn Hanbal. Queste quattro tradizioni non si concepirono mai come visioni alternative dell’Islam bensì come diversi strumenti interpretativi per una rivelazione condivisa. Per più di dodici secoli sono conviventi all’interno del mondo sunnita spesso presenti nella stessa città e nella stessa istituzione religiosa. I giudici dei vari paesi pur appartenendo a una scuola specifica riconobbero sempre la legittimità delle altre e nei periodi di maggiore apertura intellettuale vennero composti manuali comparativi che analizzavano i pareri delle quattro tradizioni per orientarsi nei casi più complessi. L’equilibrio tra testo e ragione tra tradizione e contesto tra rigore e adattamento ha permesso a queste scuole di attraversare epoche politiche e culturali drasticamente diverse mantenendo il loro ruolo come pilastri della giurisprudenza sunnita. Nel corso della storia la scuola hanafita dominò l’ex impero ottomano e l’Asia Centrale la malikita si radicò nelle regioni maghrebine e subsahariane la shafi‘ita si diffuse lungo tutto l’Oceano Indiano attraverso le reti mercantili la hanbalita si consolidò soprattutto nelle aree interne della penisola arabica. Questa distribuzione geografica rimasta in larga parte stabile testimonia la capacità delle scuole di adattarsi alle strutture sociali ai poteri politici e ai modelli culturali delle regioni attraversate. Le quattro scuole giuridiche non sono soltanto sistemi normativi del passato ma strutture ancora oggi vive studiate nei centri religiosi applicate nei tribunali e lasciate in eredità alle nuove generazioni come esempi di come una rivelazione possa essere tradotta in forme giuridiche coerenti senza rinunciare alla pluralità interpretativa. In esse si riflette una delle caratteristiche distintive dell’Islam classico la possibilità di essere un’unica tradizione religiosa capace di sostenere approcci metodologici differenti armonizzati dalla convinzione condivisa che la verità della legge divina si esprima non attraverso l’uniformità assoluta ma attraverso la convergenza di percorsi interpretativi molteplici.
Roberto Minichini gennaio 2026

Nessun commento:
Posta un commento