Osservo le sue mani con grande attenzione. Le mani sono lo specchio dell’anima. Mani eleganti, armoniche. Sono convinto che le mani raccontano il carattere. Nelle sue mani c’è disciplina e dolcezza, una forza che conosce il limite e una cura e dignità che non esibisce se stessa. Il silenzio, accanto a lei, diventa un territorio liberato dalla tirannide del conformismo sociale e dai continui discorsi: non pesa, non incombe, non è invasiva, non vuole riformare il mondo. Stare nel freddo, tra alberi spogli e luce corta, insegna a distinguere l’essenziale dal superfluo, la natura, quando è nuda, veramente nuda e non turistica, restituisce precisione allo sguardo. In mezzo al gelo si impara la fedeltà alle cose semplici, la dignità dell’attesa, la bellezza che non fa rumore e non milita per nessuna causa fra le innumerevoli illusioni e manipolazioni di questi pianeta impazzito. Le sue mani lo sanno: poggiate sul mondo, immerse nella natura, priva di discorsi, che credono solo alla forza ancestrale dell’amore. Conquista con la sua presenza muta, dolce e pacifica. Non voglio rompere l’incantesimo. Solo ieri ho saputo che lei conosce perfettamente il francese e lo spagnolo. Mi chiedo perché non parla. Davvero strano: parla molto poco. Si esprime con gli occhi, il volto, i gesti. Quindi per seguire ciò che mi vuole comunicare devo continuamente guardarla. Il che mi costringe a cambiare il mio solito modo di interagire con le persone, generalmente distolgo lo sguardo, osservo poco e poi guardo altrove. Qui, ora, devo fare l’opposto. Ha delle mani magnifiche, aristocratiche. A un certo punto le chiedo: “Cosa cerchi?”. E lei risponde: ”Vivere il presente.” E questo presente è più difficile da realizzare di quello che si pensi. Lo sto per dire, ma poi non dico nulla.
Roberto Minichini, gennaio 2026

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