sabato 31 gennaio 2026

L’indipendenza di Abu Hanifa e il suo conflitto con il potere


Tra le figure più autorevoli della prima giurisprudenza islamica, pochi incarnano un modello di autonomia morale e intellettuale quanto Abu Hanifa. Nato a Kufa nel 699 e morto a Baghdad nel 767, fu un giurista di enorme influenza, fondatore della scuola giuridica hanafita, e divenne celebre per il rigore del metodo analogico, la finezza razionale delle sue decisioni e l’equilibrio con cui affrontò le questioni complesse del suo tempo. Eppure, accanto al suo contributo dottrinale, esiste un altro elemento fondamentale della sua eredità: la sua ferma resistenza agli abusi del potere politico e il rifiuto sistematico di qualunque incarico che potesse compromettere la sua libertà di giudizio. La sua formazione avvenne in un ambiente vivace come la Kufa degli Omayyadi, città popolata da giuristi, teologi, tradizionisti, mercanti e dibattiti incessanti. Il giovane giurista si muoveva in un mondo in cui la legge islamica andava ancora definendosi, e il rapporto tra autorità religiosa e potere politico era fragile e costantemente negoziato. Fin dagli anni della maturità, Abu Hanifa divenne noto per la solidità della sua integrità personale: non cercava ruoli pubblici, non apprezzava il prestigio derivante dalla vicinanza ai governanti e non accettava che la giustizia fosse subordinata alle esigenze della corte. Questo atteggiamento attirò l’attenzione di vari governatori locali che tentarono di coinvolgerlo nelle strutture giudiziarie, ma ogni volta la sua risposta fu un rifiuto netto. Il momento decisivo arrivò con l’avvento degli Abbasidi. Il nuovo potere, che desiderava rafforzare la propria legittimità anche attraverso l’autorità dei grandi sapienti, chiese ad Abu Hanifa di assumere incarichi di altissimo rilievo, come la carica di giudice capo. Egli però non volle accettare responsabilità che, a suo giudizio, lo avrebbero costretto a emettere verdetti in armonia con gli interessi politici, anche quando questi avessero contraddetto i principi giuridici. Le fonti antiche raccontano che egli dichiarò apertamente di non voler essere “strumento” del potere né parte di una giustizia piegata agli ordini dei sovrani. Rifiutare un tale incarico equivaleva a sfidare direttamente il califfo. L’equilibrio si spezzò: il califfo Al-Manṣūr considerò il suo rifiuto come un atto di insubordinazione, e Abu Hanifa venne imprigionato, frustato e costretto a lunghi periodi di isolamento. Il trattamento durissimo che subì in carcere viene ricordato dalle cronache come una delle cause della sua morte, avvenuta poco tempo dopo. Il suo rifiuto non fu un gesto politico in senso moderno, ma un atto spirituale e giuridico: Abu Hanifa riteneva che la funzione del giurista fosse quella di preservare l’integrità della legge divina e proteggere i più deboli dagli abusi dell’autorità. Riteneva inoltre che l’indipendenza del sapiente fosse la condizione necessaria per un’interpretazione corretta della norma. Da qui il suo rifiuto di farsi inglobare nell’apparato statale. Questo atteggiamento lasciò un’impronta profonda nella scuola hanafita, che per secoli conservò una tradizione giuridica caratterizzata da flessibilità metodologica, attenzione al contesto sociale e una certa diffidenza verso l’ingerenza politica nelle questioni della fede e del diritto. La figura di Abu Hanifa emerge dunque come simbolo di una responsabilità morale che oltrepassa la potenza dei regnanti. Il suo esempio dimostra che la grandezza di un giurista non risiede solo nei testi che lascia alla posterità, ma soprattutto nella fermezza con cui difende la propria autonomia interiore. La sua vita mostra che il sapere autentico non può prosperare quando dipende dal favore dei palazzi, e che la giustizia richiede talvolta il coraggio di pagare un prezzo altissimo pur di restare fedeli alla propria coscienza.

Roberto Minichini

gennaio 2026 

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