Nella storia spirituale dell’Islam esiste un decennio che continua a irradiare una forza straordinaria, un periodo in cui un uomo all’apice della carriera interruppe ogni attività pubblica e si ritirò per lavorare sulla propria interiorità con una radicalità quasi senza precedenti. Nato nel 1058 a Ṭūs nel Khorasan e morto nella stessa città nel 1111, questo maestro aveva già ottenuto fama, prestigio e autorità accademica quando una crisi improvvisa infranse le sue certezze più profonde. Nei primi mesi di quel turbamento sentì spegnersi la voce durante le lezioni, avvertì la perdita dell’energia mentale e una crescente difficoltà a sostenere la maschera di studioso celebrato. Fu allora che al-Ghazali comprese che il sapere non lo stava più trasformando, ma appesantendo. Il ritiro iniziò nel 1095, quando lasciò Baghdad con una decisione che nessuno si aspettava e intraprese un viaggio verso Damasco, dove trascorse lunghi mesi nella grande moschea omayyade, vivendo da asceta anonimo, evitando riconoscimenti, cercando solo silenzio, meditazione e distacco dalle ambizioni che aveva coltivato fino a quel momento. Le tappe successive lo portarono a Gerusalemme, alla Cupola della Roccia, e poi alla Mecca per il pellegrinaggio, in un itinerario che fu allo stesso tempo geografico e interiore, una migrazione dalle certezze intellettuali alla nuda essenza dell’esperienza spirituale. In quegli anni si dedicò alla preghiera continua, al digiuno, alla contemplazione e alla scrittura frammentaria, non per produrre opere da presentare al mondo, ma per capire ciò che dentro di lui stava cambiando. Scoprì che la conoscenza autentica non è un accumulo, è una purificazione; non è un trionfo pubblico, è un lavoro segreto e austero. Il risultato di quel decennio, concluso attorno al 1105, emerse quando decise di tornare alla vita sociale con un orientamento nuovo: la sua mente era rimasta acuta, ma ora rispondeva a una verità più profonda, legata alla trasformazione del cuore e non solo alla forza dell’argomentazione. L’opera che maturò da quel lungo ritiro, l’Iḥyā’ ‘ulūm al-dīn, rappresentò la sintesi di un sapere riconciliato con la spiritualità vissuta, e divenne uno dei testi più influenti dell’etica e della mistica islamica. Il ritiro di al-Ghazali resta il simbolo di un processo in cui l’uomo, quando comprende che il mondo esteriore non basta più a reggere il peso della sua ricerca, sceglie il silenzio come campo di battaglia, la solitudine come officina e la sincerità come unica via per rinascere.
Roberto Minichini
gennaio 2026

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