Tra tutte le figure degli Arcani Maggiori, nessuna è stata tanto fraintesa quanto il Matto. Il nome moderno induce spesso a pensare a stoltezza, irresponsabilità o semplice eccentricità. In realtà, nella grande tradizione iconografica e simbolica dei tarocchi, il Matto rappresenta qualcosa di molto più profondo. Egli è colui che si trova prima delle convenzioni, prima dei ruoli sociali irrigiditi, prima della paura che paralizza l’anima. Il Matto reca il numero zero. Questo dato numerico è di straordinaria importanza. Lo zero è il punto originario, il vuoto fecondo, la possibilità pura. Non appartiene ancora alla serie ordinata dei numeri, e proprio per questo contiene in potenza ogni sviluppo futuro. In chiave esoterica, il Matto è l’uomo posto dinanzi all’ignoto, colui che non possiede ancora una forma definitiva e che per questo può trasformarsi. Nelle antiche immagini lo vediamo spesso con un fagotto sulle spalle, in cammino, talvolta accompagnato da un cane. Il fagotto allude al bagaglio invisibile che ogni essere umano porta con sé, memorie, talenti, ferite, desideri, karma secondo alcune scuole, destino secondo altre. Il cane può rappresentare l’istinto, la fedeltà naturale, oppure la voce del limite che avverte del pericolo imminente. Davanti a lui vi è spesso un precipizio o un bordo elevato. È il confine tra il noto e l’ignoto, tra la vita vissuta per abitudine e quella vissuta per scelta. In cartomanzia, il Matto assume significati molteplici. Può indicare un nuovo inizio, un viaggio, una svolta inattesa, un gesto libero che rompe schemi soffocanti. Può anche segnalare imprudenza, dispersione, leggerezza eccessiva, incapacità di valutare le conseguenze. Come ogni Arcano maggiore, non è mai un simbolo univoco. Esso descrive una forza viva, che può elevarsi o degradarsi secondo il livello di coscienza della persona coinvolta. Dal punto di vista psicologico, il Matto appare quando una parte dell’individuo reclama rinascita. Vi sono momenti in cui l’esistenza diventa ripetizione meccanica, dovere senza anima, sicurezza senza gioia. In tali fasi il Matto entra nella scena interiore come richiamo alla libertà perduta. Egli invita a riprendere il cammino, a rischiare qualcosa, a lasciare una forma consumata per cercarne una più vera. Naturalmente ogni libertà autentica comporta rischio, e per questo il Matto inquieta chi vive soltanto di controllo. Nella storia culturale europea, questa figura è vicina al folle sacro, al pellegrino, al giullare che dice la verità ridendo, al viandante che possiede poco e vede molto. In varie tradizioni iniziatiche, il sapiente e il folle si toccano agli estremi, poiché entrambi sono esterni alla mediocrità ordinaria. Il primo per eccesso di conoscenza, il secondo per mancanza di calcolo. Quando il Matto compare in una lettura seria, conviene domandarsi dove la vita si sia irrigidita. Dove si è smesso di crescere. Dove si è diventati prudenti fino a perdere slancio. Dove una parte dell’anima chiede spazio, movimento, verità. Talvolta la carta invita a partire. Talvolta invita soltanto a pensare in modo nuovo. Talvolta ammonisce che si sta procedendo senza sufficiente coscienza. Il suo insegnamento finale è semplice e severo. Nessun destino elevato nasce senza un passo nel vuoto. Nessuna rinascita avviene restando immobili. Nessuna vera libertà si ottiene senza il coraggio di sembrare folli agli occhi del mondo.
Roberto Minichini, esperto di astrologia, cartomanzia,
occultismo

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