Trieste, primavera del 1984. In via San Nicolò passavano impiegati con la cartella rigida, pensionati qualche volta un poco lenti, studenti con giacche larghe e spesso persi in discussioni politiche forse troppo accese. I negozi aprivano con puntualità severa, i bar servivano caffè rapidi, i tram sferragliavano come sempre verso le alture. La città viveva del porto, di uffici, di abitudini antiche, e di quella malinconia discreta che sapeva restare elegante. Anna aveva trentasei anni, un marito impiegato alle assicurazioni, una figlia di nove anni che usciva da scuola alle quattro. Portava un cappotto chiaro già un poco consumato ai polsi, capelli castani raccolti in fretta, passo deciso di chi doveva fare molte cose in poco tempo. Da qualche mese cercava libri sulla cartomanzia. Non per diventare indovina, non aveva pretese di questo tipo. Voleva capire perché diverse donne che conosceva, nei cortili e nelle cucine, continuassero a parlare con grande passione di carte, di segni, di promesse future, di destino dei propri figli e di ritorni amorosi mai avvenuti. Aveva anche sentito parlare di un uomo, un misterioso cartomante ed occultista croato, ma non era mai riuscita ad incontrarlo. Quel sabato scese verso piazza Goldoni e si fermò davanti a una bancarella dell’usato. C’erano romanzi tedeschi, manuali tecnici, vecchie guide di Vienna, catechismi, fumetti sciupati, volumi senza copertina. Dietro il tavolo stava un uomo anziano, magro, con berretto scuro e mani curate da ex artigiano. Aveva occhi vivi e pazienti. «Cerco un libro sulle carte», disse Anna quasi a bassa voce. L’uomo la guardò come se quella richiesta fosse comune e rara nello stesso momento. Si chinò sotto il tavolo, frugò in una cassetta e tirò fuori un volume rilegato in tela verde, consumato agli angoli. Il titolo diceva La pratica delle carte francesi. Edizione degli anni Cinquanta. Anna sorrise subito. «È proprio questo genere di libro che volevo.» «Lo sapevo», rispose lui. «Chi cerca davvero, spiega poco.» Lei pagò il prezzo modesto che lui chiese. L’anziano però non chiuse il discorso. Prese un foglio spesso color avorio, piegato in quattro, e glielo porse. «Questo è per lei. Non si paga.» Anna lo aprì con cautela. Dentro c’era un disegno a inchiostro blu, tracciato a mano con precisione antica. Cerchi, lettere latine, un segno centrale e il nome di Giove scritto in alto. «Che cos’è?» «Un talismano di carta di Giove», disse l’uomo. «Per il favore dei superiori, per la protezione della casa, per allargare la fortuna quando si stringe troppo. Mio nonno li faceva a Capodistria. Io ho imparato da ragazzo.» Anna rise appena, più per imbarazzo che per ironia. «Funziona davvero?» L’anziano alzò le spalle. «Funziona quando ricorda a una persona che il mondo è più largo dei suoi pensieri.» Lei rimase seria. Mise il foglio dentro il libro, con cura. Tornò a casa in autobus. Dal finestrino vide i palazzi severi, il porto lontano, il mare grigio chiaro. In cucina posò la spesa, salutò la figlia, baciò il marito distratto davanti al telegiornale. Più tardi, quando tutti dormirono, aprì il volume verde e vi trovò ancora il talismano. Lo sistemò nel cassetto dove teneva i documenti importanti. Nei mesi seguenti non vinse denaro, non ricevette miracoli, non cambiò vita. Però il marito ottenne un trasferimento migliore, la figlia smise di balbettare quando leggeva a scuola, e Anna cominciò a sentirsi meno chiusa dentro i giorni uguali. Ogni tanto, passando in centro, cercava la bancarella. Alcune volte c’era, altre no. Un sabato d’autunno trovò il posto vuoto. Chiese al giornalaio vicino. «Il vecchio libraio? È morto a luglio.» Anna restò immobile per qualche secondo. Poi tornò a casa e, quella sera, tirò fuori dal cassetto il foglio di Giove. L’inchiostro blu era ancora netto, come appena tracciato.
Racconto di Roberto Minichini, aprile 2026

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