martedì 30 giugno 2026

Bulgakov e il diavolo a Mosca - Satira, censura e metafisica del potere ne “Il Maestro e Margherita” - Roberto Minichini


Quando il misterioso Woland arriva nella capitale sovietica, non porta soltanto il disordine. Egli porta con se anche una forma superiore di verità ed illuminazione. Il suo ingresso non apre semplicemente una vicenda fantastica, ma una critica radicale contro una società totalitaria che ha imparato a mentire in modo organizzato, amministrativo, quasi quotidiano. In “Il Maestro e Margherita”, Michail Afanas’evič Bulgakov costruisce uno dei romanzi più strani e geniali, e forse più necessari, del Novecento, perché usa il grottesco, il comico, il demoniaco e il meraviglioso per mostrare ciò che il linguaggio ufficiale fossilizato non poteva più dire apertamente. Nato a Kiev nel 1891 e morto a Mosca nel 1940, Bulgakov fu medico, narratore, drammaturgo, uomo di teatro e scrittore sospeso in una condizione quasi impossibile. Visse dentro l’Unione Sovietica, ma non riuscì mai a diventare uno scrittore sovietico nel senso disciplinato, ideologico e funzionale del termine. Le sue opere teatrali ebbero successo, ma furono attaccate dalla critica di partito. Alla fine degli anni Venti la sua posizione divenne sempre più difficile, fino alla proibizione o all’esclusione di molte sue opere dalla scena pubblica. Nel 1930 scrisse al governo sovietico chiedendo o la possibilità di lavorare oppure quella di emigrare. Poco dopo ricevette la celebre telefonata di Stalin, che non gli concesse la libertà, ma gli aprì una possibilità di lavoro presso il Teatro d’Arte di Mosca. Fu una protezione parziale, ambigua, quasi crudele, perché non liberava lo scrittore dalla gabbia, ma gli permetteva di respirare appena dentro di essa. Questo dato biografico è essenziale per comprendere “Il Maestro e Margherita”. Il romanzo non nasce in una serra letteraria, né in un laboratorio estetico separato dalla storia. Nasce in un mondo dove la parola è sorvegliata, dove il teatro può essere chiuso, dove il destino di uno scrittore dipende da funzionari, critici, redazioni, commissioni, lettere, telefonate, protezioni dall’alto e silenzi imposti. La vicenda del Maestro, il suo manoscritto, la sua esclusione, la sua distruzione interiore, non sono soltanto invenzioni narrative. Sono la trasfigurazione letteraria di un’esperienza storica concreta. Eppure Bulgakov non scrive un romanzo di denuncia nel senso banale e scontato del termine. Non compone semplicemente un manifesto politico. Non riduce il male del totalitarismo stalinista a un apparato, a una polizia, a un partito, a una burocrazia. Fa qualcosa dimolto più profondo, da vero scrittore. Mostra un’intera civiltà della menzogna, popolata da uomini piccoli, opportunisti, pavidi, avidi, ridicoli, pronti a credere a tutto ciò che conviene e a negare tutto ciò che li mette in pericolo. La Mosca del romanzo è una città dove quasi nessuno cerca la verità. Si cercano appartamenti, incarichi, privilegi, denaro, visibilità, protezioni, reputazione. La cultura stessa appare contaminata dalla piccola vanità organizzata. In questo senso, Woland non è un semplice Satana letterario. Sarebbe troppo poco vederlo come una figura del male ordinario. Il suo ruolo è più inquietante. Egli non corrompe una città innocente. Non introduce la falsità dove prima vi era purezza. Arriva, osserva, provoca, smaschera. Fa emergere ciò che era già presente. Davanti a lui, gli uomini non diventano peggiori. Si rivelano. Il demonio di Bulgakov è meno pericoloso della menzogna umana, perché almeno non finge di essere virtù, progresso, morale pubblica o razionalità superiore. Qui sta una delle grandi intuizioni del romanzo. In un mondo ufficialmente materialista, ateo, razionale e moderno, l’irruzione del diavolo non è la vittoria della superstizione, ma la sconfitta dell’illusione ideologica. La società che pretende di avere eliminato il mistero scopre di vivere dentro una farsa metafisica. La burocrazia che vuole amministrare ogni cosa non sa amministrare l’imprevisto. Gli intellettuali che parlano in nome della cultura si mostrano spesso incapaci di coraggio. I funzionari della parola non riconoscono più la parola vera. Il Massolit, l’ambiente letterario satirizzato nel romanzo, è uno dei bersagli più feroci di Bulgakov. Non rappresenta solo una corporazione di scrittori. Rappresenta la letteratura quando diventa carriera, mensa, tessera, appartamento, gerarchia, complicità. In quel mondo non conta la grandezza dell’opera, ma la posizione dello scrittore dentro il sistema. Non domina il talento, ma l’allineamento. Non trionfa la vocazione, ma l’abilità di stare nel posto giusto, con le parole giuste, davanti alle persone giuste. È una delle satire più spietate mai scritte contro la falsa cultura. La parte su Ponzio Pilato allarga il romanzo oltre la satira sovietica. Bulgakov collega Mosca a Gerusalemme, il teatro grottesco della modernità alla scena antica della condanna dell’innocente. Pilato non è solo e soltanto un personaggio storico o evangelico. È invece anche l’uomo del potere in senso generale e universale, che capisce e tuttavia non agisce fino in fondo. Vede l’innocenza, intuisce la verità, ma resta prigioniero della sua funzione e carriera, del timore, dell’ordine politico dominante. La sua colpa non nasce affatto dall’ignoranza. Nasce dalla debolezza di carattere e dal conformismo. Anche questo è un punto durissimo del romanzo. Il male più decisivo non ha sempre il volto della ferocia. Talvolta ha il volto della viltà intelligente. Per questo “Il Maestro e Margherita” non è soltanto un romanzo fantastico. È un’opera sulla responsabilità della parola, sulla persecuzione dello scrittore, sulla codardia degli ambienti culturali, sulla forza dell’amore e sulla sopravvivenza del manoscritto contro la distruzione. La frase celebre sui manoscritti che non bruciano è diventata quasi un emblema del destino dell’opera. Bulgakov lavorò al romanzo tra il 1928 e il 1940, senza vederlo pubblicato in vita. Una versione censurata apparve soltanto nel 1966 e 1967 sulla rivista “Moskva”, mentre l’edizione integrale arrivò più tardi. Il libro nacque quindi come opera postuma, ritardata, mutilata, sopravvissuta alla morte del suo autore e alla paura del suo tempo. C’è qualcosa di profondamente russo e insieme universale in questa vicenda. Russo è il legame fra letteratura, potere, salvezza, colpa, censura e giudizio ultimo. Universale è il meccanismo umano che Bulgakov mostra senza indulgenza. Gli uomini mentono per paura, per interesse, per conformismo, per vanità, per quieto vivere. Poi costruiscono sistemi morali per chiamare virtù la propria bassezza. Woland entra proprio lì, nel punto dove la menzogna sociale si è fatta costume. La grandezza di Bulgakov consiste nell’avere capito che il fantastico può essere più realistico del realismo. Un gatto demoniaco, una seduta di magia nera, una testa tagliata, un ballo infernale, una città impazzita possono dire la verità meglio di una cronaca ordinaria. Perché il potere non deforma soltanto le istituzioni. Deforma il linguaggio, la percezione, la memoria, il coraggio. Quando tutto diventa formula ufficiale, solo l’eccesso del fantastico riesce ancora a rompere la superficie. Perciò “Il Maestro e Margherita” continua a inquietare. Non appartiene in maniera esclusiva alla storia sovietica. Parla a ogni epoca in cui la cultura diventa posa, il pensiero diventa convenienza, recita conformista, frasi fatte ripetute all’infinito, gli scrittori diventano amministratori della propria immagine pubblica, la libertà diventa parola decorativa e la verità viene lasciata sola perché compromette troppo. Bulgakov non ci chiede di credere al diavolo. Ci costringe a guardare gli esseri umani quando nessuno li obbliga più a fingere nobiltà. Alla fine, il vero scandalo del romanzo non è l’arrivo del mago Woland. Il vero scandalo è che il sulfureo diavolo, in mezzo alle persone, sembra spesso meno falso degli esseri umani stessi.

 

( Articolo di Roberto Minichini )

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