venerdì 26 giugno 2026

Gogol’, il visionario che trasformò il grottesco in destino - Roberto Minichini


Ci sono scrittori che sembrano appartenere alla storia letteraria, e invece continuano a entrare di nascosto nella vita di ogni epoca, perché hanno visto troppo bene il ridicolo, la paura, la vanità e la miseria degli uomini. Fra questi, il grande visionario del grottesco russo occupa un posto speciale: fa ridere, ma il suo riso non alleggerisce, ma scava in profondità. Nacque il 20 marzo 1809 secondo il calendario giuliano allora in uso nell’Impero russo, cioè il 1 aprile 1809 secondo il calendario gregoriano, a Velyki Soročynci, nella regione di Poltava, nell’attuale Ucraina. Morì a Mosca il 21 febbraio 1852, cioè il 4 marzo secondo il calendario occidentale, dopo una vita breve, tormentata, segnata da un talento immenso e da una crisi religiosa sempre più severa. Già questi dati dicono qualcosa: Gogol’ appartiene alla letteratura russa, scrive in russo, entra nel canone russo, viene letto accanto a Puškin, Dostoevskij, Tolstoj; ma nasce in terra ucraina, in una famiglia della piccola nobiltà locale, dentro un mondo di racconti popolari, lingua viva, memoria cosacca, feste, canti, religiosità forte e immaginazione fiabesca. Non è un dettaglio secondario. La sua fantasia nasce lì, lontano dai salotti di Pietroburgo, lontano dalla Russia ufficiale che poi egli avrebbe guardato con occhi insieme affascinati e crudeli. Nel 1828 arrivò a Pietroburgo, giovane, ambizioso, pieno di speranze e senza vera posizione. Cercò un posto, tentò anche la via del teatro, conobbe presto la mediocrità degli uffici e l’umiliazione del piccolo funzionario. Proprio questo mondo, fatto di scrivanie, gradi, timbri, uniformi, stipendi miseri, vanità e paura gerarchica, diventerà uno dei grandi materiali della sua opera. Il primo successo arrivò con “Le veglie alla fattoria presso Dikan’ka”, pubblicate tra il 1831 e il 1832: racconti nutriti dal paesaggio ucraino, dal colore dei villaggi, dalla tradizione orale, dalla vitalità delle feste, dai canti, dalle leggende, e poi anche da diavoli, streghe, incantesimi, notti misteriose, comicità popolare e meraviglioso. Puškin ne rimase colpito. Per Gogol’ fu l’ingresso nella letteratura vera. Nel 1835 uscirono “Mirgorod” e “Arabeschi”. In “Mirgorod” c’è anche “Taras Bul’ba”, racconto storico di ambientazione cosacca, poi rielaborato nel 1842; negli “Arabeschi” compaiono testi pietroburghesi fondamentali, fra cui “La prospettiva Nevskij” e “Il ritratto”. In questi anni Gogol’ si divide già fra due poli: da un lato il mondo ucraino, colorato, arcaico, popolare, pieno di energia narrativa; dall’altro Pietroburgo, città fredda, artificiale, amministrativa, dove l’uomo sembra perdere consistenza e diventare funzione, apparenza, caricatura. Nel 1836 va in scena “L’ispettore generale”. È una delle grandi commedie europee dell’Ottocento. La trama è nota: in una cittadina di provincia si teme l’arrivo di un ispettore mandato dal governo; per errore viene scambiato per ispettore un giovane insignificante, Chlestakov, vanitoso e vuoto, che approfitta della situazione senza neppure comprenderla fino in fondo. Funzionari, notabili, amministratori, tutti si agitano, mentono, corrompono, supplicano, si umiliano. La Russia ufficiale vi si vide riflessa in modo brutale. Nicola I assistette alla rappresentazione e avrebbe detto, più o meno, che tutti avevano preso la loro parte, lui compreso. Gogol’ non attaccava il potere con un manifesto politico. Faceva una cosa forse più pericolosa: mostrava il ridicolo interno della macchina sociale. Dopo lo scandalo e il successo dell’“Ispettore generale”, lasciò la Russia e visse a lungo all’estero, soprattutto a Roma, città che amò profondamente. Roma, per lui, non fu solo un luogo pittoresco. Fu una specie di rifugio spirituale e artistico. Lì lavorò alla sua opera maggiore, “Le anime morte”, pubblicata nel 1842. Il protagonista, Čičikov, viaggia per acquistare “anime” di servi della gleba morti ma ancora registrati nei censimenti. L’idea sembra assurda, quasi una truffa amministrativa da commedia nera; in realtà permette a Gogol’ di attraversare la Russia dei proprietari, dei funzionari, dei piccoli interessi, delle case provinciali, delle chiacchiere, delle avidità e delle menzogne. Il titolo è geniale perché funziona su due livelli: le anime morte sono i contadini defunti comprati sulla carta, ma sono anche i vivi svuotati che popolano il romanzo. Sempre nel 1842 uscì anche “Il cappotto”, forse il suo racconto più celebre. Akakij Akakievič è un copista poverissimo, un uomo quasi cancellato dalla vita sociale. Il suo grande evento è l’acquisto di un cappotto nuovo. Per un altro personaggio sarebbe un dettaglio; per lui diventa destino. Quando il cappotto gli viene rubato, perde l’unico segno di dignità che il mondo sembrava concedergli. Gogol’ qui non ha bisogno di grandi tragedie. Gli bastano un ufficio, colleghi crudeli, il freddo di Pietroburgo, l’indifferenza di un superiore. Da questo minimo materiale nasce una delle pagine più potenti della letteratura moderna. Dostoevskij, secondo una frase diventata famosa, avrebbe detto: “Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’”. Anche se la formula è discussa nella sua attribuzione precisa, coglie una verità letteraria: dopo Gogol’, il piccolo uomo, l’impiegato, il povero di grado, l’umiliato urbano entrano al centro della grande letteratura russa. Gogol’ non fu però soltanto un autore comico o satirico. Questo è l’errore più comune. La sua comicità è cattiva, nervosa, visionaria. In “Il naso”, scritto nel 1836, un assessore collegiale si sveglia senza naso, e il naso se ne va in giro per Pietroburgo con un grado più alto del suo proprietario. È una trovata folle, ma non gratuita. In quel mondo un naso può contare più di un uomo, perché il grado, l’uniforme, il titolo, l’apparenza sociale pesano più della persona. Gogol’ capisce prima di molti altri che la modernità burocratica può trasformare l’essere umano in documento, timbro, posizione, maschera. Per questo appare spesso come un antenato di Kafka, ma Gogol’ è più barocco, più religioso, più demoniaco, più legato al riso popolare e alla deformazione grottesca. Gli ultimi anni furono difficili. Entrò in una crisi religiosa sempre più cupa. Nel 1847 pubblicò “Passi scelti dalla corrispondenza con gli amici”, libro morale e religioso che deluse molti suoi lettori progressisti e irritò Belinskij, il grande critico russo. Gogol’ non voleva essere soltanto scrittore: voleva diventare una guida morale, quasi un correttore spirituale della Russia. Ma la sua forza vera non stava nella predica. Stava nel vedere il male e il ridicolo dentro le forme ordinarie della vita. Negli anni seguenti lavorò alla seconda parte delle “Anime morte”, che avrebbe dovuto mostrare una possibile redenzione dei personaggi e della Russia. Ma quella seconda parte non riuscì mai a prendere davvero corpo. Nel febbraio 1852, in preda a tormenti religiosi e interiori, bruciò parte del manoscritto. Pochi giorni dopo morì, consumato fisicamente e spiritualmente. Aveva solo quarantadue anni. La grandezza di Gogol’ sta proprio in questa contraddizione: voleva forse salvare moralmente l’uomo, ma ciò che gli riuscì davvero fu mostrarlo nel suo aspetto più comico, meschino, impaurito, falso, tenero e mostruoso. I suoi personaggi non sono eroi tragici. Sono assessori, copisti, proprietari, bugiardi, funzionari, poveracci, vanitosi, piccoli arrivisti. Eppure da loro nasce una visione enorme. Gogol’ guarda la provincia e vede un impero; guarda un cappotto e vede una vita intera; guarda un naso e vede il crollo dell’identità; guarda una risata e vi trova qualcosa di quasi infernale. Per questo leggerlo oggi non significa fare archeologia letteraria. Significa incontrare uno scrittore che ha capito quanto l’uomo possa diventare ridicolo senza accorgersene, quanto possa dipendere dallo sguardo degli altri, quanto possa vendere la propria anima per un grado, una convenienza, una paura, una piccola promozione. Gogol’ appartiene all’Ottocento, ma non è rimasto nell’Ottocento. È ancora qui, ogni volta che la forma sociale divora la persona, ogni volta che il linguaggio ufficiale copre il vuoto, ogni volta che una comunità intera finge, trema, recita, si inchina davanti a un’autorità magari inesistente. Gogol’ fa ridere, sì. Ma chi ride con lui, se è onesto, a un certo punto smette di sentirsi al sicuro.

 

( Articolo di Roberto Minichini )

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