Parlare di fantascienza sovietica significa entrare in una delle grandi officine spirituali, politiche e letterarie del Novecento. In quella tradizione il futuro raramente è un semplice scenario d’avventura, una decorazione tecnologica, un pretesto per astronavi, pianeti e macchine meravigliose. Il futuro diventa una domanda rivolta all’uomo. Che cosa accade quando una civiltà pretende di rifare se stessa dalle fondamenta? Che cosa resta dell’anima umana quando la storia, la scienza, il collettivo e l’ideologia dichiarano di voler costruire un tipo umano nuovo? La fantascienza sovietica nasce dentro questa domanda, e per questo possiede una gravità particolare, diversa dalla grande fantascienza americana, più legata alla frontiera, all’individuo, al mercato, alla guerra cosmica, all’invasione aliena, alla catastrofe tecnologica. Nel mondo russo-sovietico il futuro pesa di più. È una promessa, una minaccia, una disciplina, una fede laica, una prova morale. Le sue radici precedono l’Unione Sovietica, fondata nel 1922 e dissolta nel 1991, perché la letteratura russa conosce già prima del 1917 utopie, viaggi immaginari, città future, mondi ideali e visioni satiriche della società. Con la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, però, tutto cambia di intensità. La scienza, la tecnica, il progresso, l’educazione collettiva e la conquista del cosmo diventano materiali narrativi caricati di una missione storica. L’immaginazione futuristica deve mostrare ciò che l’uomo socialista potrebbe diventare, deve anticipare la civiltà liberata, deve dare forma letteraria alla promessa del nuovo mondo. Aleksandr Bogdanov, nato nel 1873 e morto nel 1928, con “Stella rossa”, pubblicato nel 1908, offre una delle immagini fondatrici di questo sogno. Marte diventa il luogo di una società comunista compiuta, razionale, ordinata, collettiva, tecnicamente avanzata. Il pianeta rosso funziona come specchio celeste della speranza rivoluzionaria. Prima ancora della vittoria bolscevica, Bogdanov proietta fuori dalla Terra l’idea di una civiltà rifatta secondo giustizia, scienza e organizzazione. Il viaggio planetario si trasforma in utopia politica, e Marte diventa il laboratorio estremo della modernità socialista. Negli anni Venti, con “Aelita” di Aleksej Tolstoj, nato nel 1883 e morto nel 1945, pubblicato nel 1923 e poi trasformato nel celebre film muto di Jakov Protazanov, nato nel 1881 e morto nel 1945, uscito nel 1924, il pianeta Marte continua a essere una scena privilegiata dell’immaginazione sovietica. Vi si mescolano rivoluzione, amore, avventura, architetture futuristiche, mito politico e fascinazione per il mondo extraterrestre. Il Marte di Tolstoj conserva qualcosa di teatrale, sensuale, instabile, quasi febbrile. La rivoluzione viene portata tra le stelle, e il cosmo diventa una continuazione fantastica della guerra civile russa, combattuta tra il 1917 e il 1922, delle speranze e delle paure della Russia appena uscita dal crollo imperiale del 1917. Accanto alla linea utopica e planetaria, Aleksandr Beljaev, nato nel 1884 e morto nel 1942, apre un’altra via, più corporea, scientifica, biologica, inquietante. Con “L’uomo anfibio”, del 1928, e “La testa del professor Dowell”, pubblicato in forma narrativa nel 1925 e poi ampliato in romanzo nel 1937, Beljaev porta la fantascienza verso esperimenti, corpi trasformati, scienziati estremi, confini violati tra vita naturale e manipolazione tecnica. Nei suoi libri la scienza seduce e turba. L’uomo può essere modificato, potenziato, ricostruito, ma ogni conquista tecnica apre una questione morale. Beljaev è autore popolare, spesso letto anche dai giovani, e proprio per questo importante. Nella sua narrativa la meraviglia scientifica entra nell’immaginario di massa, diventa racconto accessibile, avventura, mito moderno, inquietudine diffusa. Poi arriva la stagione staliniana, legata al potere di Iosif Stalin, nato nel 1878 e morto nel 1953, e l’immaginazione viene disciplinata. Tra la fine degli anni Venti, gli anni Trenta, la Seconda guerra mondiale, combattuta dal 1939 al 1945, e il dopoguerra immediato, il futuro lontano, troppo libero, troppo metafisico, troppo indipendente dal programma ufficiale, diventa sospetto. La fantascienza viene spesso ricondotta a un obiettivo più vicino, più tecnico, più produttivo, più utile alla costruzione socialista. Il romanzo deve educare, mostrare conquiste possibili, rafforzare la fede nel progresso sovietico, celebrare l’energia collettiva. La fantasia cosmica viene ammessa quando serve il disegno dello Stato. In questa fase il futuro non è abolito, viene addestrato. Il cosmo resta, ma deve marciare secondo le esigenze dell’ideologia. La rinascita più alta arriva con Ivan Efremov, nato nel 1908 e morto nel 1972, figura decisiva, scrittore, paleontologo, pensatore del futuro. Con “La nebulosa di Andromeda”, pubblicata nel 1957, nello stesso anno in cui l’Unione Sovietica lancia lo Sputnik, il 4 ottobre 1957, la fantascienza sovietica ritrova ampiezza cosmica, ambizione filosofica, fiducia nella civiltà futura. Efremov immagina un’umanità remota, evoluta, colta, armoniosa, solidale, proiettata verso le stelle. Il comunismo diventa immagine cosmica, civiltà dell’intera specie, ordine razionale della bellezza, della scienza e dell’educazione. In lui il futuro ha ancora una maestà solare. L’uomo nuovo appare possibile. La tecnica serve una crescita morale. La conoscenza non è semplice accumulo di strumenti, è disciplina interiore, forma superiore di vita, architettura etica della specie umana. Efremov rappresenta la versione più nobile dell’ottimismo sovietico, soprattutto nel clima del disgelo chruščëviano, seguito alla morte di Stalin nel 1953 e al XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica nel 1956. Nei suoi libri il progresso non coincide con la macchina, coincide con l’elevazione dell’uomo. La civiltà futura appare come un tempio laico costruito con scienza, cultura, coraggio e responsabilità. Con Arkadij Strugackij, nato nel 1925 e morto nel 1991, e Boris Strugackij, nato nel 1933 e morto nel 2012, però, il grande sogno cambia volto. I fratelli Strugackij sono il centro più maturo, potente e problematico della fantascienza sovietica. La loro opera parte ancora da un orizzonte di progresso, conoscenza, esplorazione e civiltà avanzata, ma lentamente introduce una domanda più dura. Che valore ha una civiltà superiore quando incontra la barbarie, la mediocrità, la burocrazia, la viltà, l’opacità morale? La scienza basta a salvare l’uomo? Il progresso storico produce davvero un essere migliore? L’intelligenza può governare l’abisso? In “È difficile essere un dio”, pubblicato nel 1964, un osservatore proveniente da una civiltà più avanzata assiste alla brutalità di un mondo arretrato, violento, dominato dall’ignoranza e dalla persecuzione. Può capire, può soffrire, può intervenire entro limiti severi, ma non può trasformare magicamente la storia. Qui la fantascienza diventa tragedia della conoscenza impotente. L’uomo superiore vede l’orrore, riconosce le cause, misura la crudeltà del potere, e resta prigioniero di una responsabilità quasi insopportabile. In “Lunedì inizia sabato”, pubblicato nel 1965, il tono cambia, diventa satirico, ironico, brillante, e proprio per questo ancora più acuto. Scienziati, magia, istituti di ricerca, funzionari, miracoli e procedure amministrative convivono in una commedia dell’assurdo sovietico. Il meraviglioso entra negli uffici, viene catalogato, controllato, banalizzato, assorbito dalla macchina burocratica. Anche quando l’ignoto esiste davvero, l’uomo rischia di trattarlo con moduli, carriere, rivalità, pigrizia mentale e piccole miserie istituzionali. Il vertice più oscuro resta “Picnic sul ciglio della strada”, pubblicato nel 1972. Dopo una visita extraterrestre, alcune zone della Terra restano contaminate da presenze, oggetti e fenomeni incomprensibili. Gli alieni sono passati, forse senza nemmeno accorgersi veramente dell’uomo. Ciò che resta della loro visita viene raccolto, venduto, studiato, rubato, temuto. Gli stalker entrano illegalmente nella Zona per cercare oggetti meravigliosi e letali. Qui la fantascienza sovietica raggiunge una delle sue immagini assolute. La Zona non è più Marte, non è la società comunista compiuta, non è il futuro armonioso di Efremov, non è il laboratorio del progresso. È un territorio proibito, enigmatico, devastante, quasi sacro nel senso più terribile del termine. L’uomo vi entra con avidità, paura, amore, disperazione, superstizione, speranza. Davanti all’ignoto assoluto, la grandezza tecnica conta poco. La Zona non spiega, non educa, non consola. Espone l’uomo a ciò che egli porta già dentro di sé. Dal romanzo degli Strugackij nascerà “Stalker” di Andrej Tarkovskij, nato nel 1932 e morto nel 1986, film uscito nel 1979, opera cinematografica autonoma, più lenta, più metafisica, più liturgica, ma legata allo stesso nucleo oscuro. La Zona diventa il luogo in cui il futuro cessa di essere promessa e diventa giudizio. In questo percorso, da Bogdanov agli Strugackij, si legge una grande vicenda dello spirito sovietico. All’inizio c’è la fiducia nella costruzione razionale della felicità storica. Poi viene la disciplina ideologica, con la fantasia obbligata a servire la pedagogia dello Stato. Dopo Stalin torna il cosmo, e con Efremov il futuro riprende splendore, ordine, bellezza, ampiezza. Con gli Strugackij, infine, il futuro si incrina interiormente. La domanda non riguarda più soltanto quale società costruiremo, quali pianeti raggiungeremo, quali macchine inventeremo. La domanda diventa più severa. Quale uomo porteremo dentro il futuro? La fantascienza sovietica resta grande proprio per questo. Nei suoi momenti migliori non si limita a celebrare razzi, laboratori, pianeti, alieni e scienziati. Interroga il destino dell’uomo moderno. Ha creduto nella scienza con una serietà quasi religiosa, ha sognato civiltà future, ha formato generazioni di lettori, ha servito talvolta il potere, e nei suoi autori più forti ha saputo guardare oltre la propaganda. Il cosmo sovietico comincia rosso, ordinato, collettivo, fiducioso. Poi diventa più cupo, più enigmatico, popolato da scienziati stanchi, funzionari mediocri, esploratori tormentati, zone proibite e domande senza risposta. La sua forza più alta nasce quando il paradiso promesso si ritira e al suo posto resta l’uomo, solo davanti al futuro che aveva invocato.
( Articolo di Roberto Minichini )

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