mercoledì 20 maggio 2026

Dora Gabe, la poetessa bulgara della Dobrugia e del secolo inquieto - Roberto Minichini


Nata in origine con il nome di Isidora Peysakh, conosciuta successivamente invece nella storia letteraria bulgara come Dora Gabe, venne al mondo nel villaggio di Harmanlăk, oggi Dăbovik, nella regione di Dobrich, in Dobrugia, il 24 agosto 1888 secondo la data oggi accolta da importanti studiosi bulgari, anche se alcune fonti riportano il 1886. Morì a Sofia il 16 febbraio 1983. Questa incertezza documentaria sulla nascita dice già qualcosa della sua figura: Dora Gabe appartiene a un mondo di confini mobili, registri incompleti, identità sovrapposte, regioni contese e memorie familiari complesse. Era figlia di Petăr Gabe, nato Peysakh, ebreo trasferitosi dalla Russia, pubblicista e uomo pubblico. Fin dall’origine, dunque, Dora Gabe porta dentro la propria biografia tre elementi decisivi: la Dobrugia, l’ebraismo dell’Europa orientale e la cultura bulgara moderna. Non fu una poetessa provinciale, anche quando cantò la terra natale; fu una scrittrice nata in una regione periferica e diventata una presenza centrale della letteratura bulgara del Novecento. Studiò a Šumen e pubblicò giovanissima, nel 1900, la poesia “Prolet”, “Primavera”, sulla rivista “Mladina”. Terminò il ginnasio a Varna nel 1903, nel 1904 si iscrisse a scienze naturali all’Università di Sofia, poi, fra il 1905 e il 1906, studiò filologia francese a Ginevra e Grenoble. Nel 1907 tornò in Bulgaria e lavorò come insegnante di francese a Dobrich. Questi dati sono importanti perché mostrano una formazione rara per una donna bulgara nata alla fine dell’Ottocento: scuola bulgara, università, scienze naturali, lingua francese, Svizzera, Francia, ritorno in Dobrugia. Il suo primo libro poetico, “Temenugi”, “Violette”, uscì nel 1908. È una raccolta lirica ancora vicina al simbolismo, con il suo lessico di sogni, luna pallida, tristezza, amore doloroso, solitudine, vita e morte. La critica bulgara vi riconosce l’influenza di Peyo Yavorov e di Boyan Penev, due nomi fondamentali della cultura bulgara di inizio secolo. Nel 1909 Dora Gabe sposò proprio Boyan Penev, critico letterario, storico della letteratura, professore universitario, studioso di letterature slave e figura di grande rilievo. Il legame con Penev la collocò dentro un ambiente intellettuale alto, ma Dora Gabe non rimase una semplice figura accanto a un uomo celebre. Costruì una carriera propria, fatta di poesia, narrativa, letteratura per ragazzi, articoli, conferenze, traduzioni, direzione editoriale, attività internazionale. Dal 1911 al 1932 viaggiò e soggiornò spesso all’estero, in Polonia, Germania, Svizzera, Austria, Cecoslovacchia, Francia e Inghilterra, talvolta con Penev, talvolta da sola, soprattutto in rapporto al suo lavoro di traduttrice e mediatrice culturale. Nel 1921 tradusse e curò l’antologia “Polski poeti”, “Poeti polacchi”, segno concreto del suo ruolo nei rapporti fra cultura bulgara e cultura polacca. Nel 1922 fu tra i fondatori del Comitato bulgaro-polacco e del PEN Club bulgaro, del quale fu a lungo presidente. Nel 1925 il Ministero dell’Istruzione le affidò, insieme a Simeon Andreev, la cura della collana “Biblioteka za naj-malkite”, “Biblioteca per i più piccoli”. Dal 1939 al 1941 fu redattrice della rivista infantile “Prozorče”, “Finestrella”. Queste attività dimostrano che Dora Gabe non fu soltanto una lirica appartata, ma una donna di istituzioni letterarie, una figura organizzativa, una presenza pubblica. Collaborò con riviste importanti come “Misăl”, “Demokratičeski pregled”, “Novo obštestvo”, “Zlatorog”, “Listopad”, “Dobruđanski pregled”, “Izkustvo i kritika”, e con giornali come “Slovo”, “Zora”, “Zarja”, “Dnevnik”, “Vestnik na ženata”, “Ženski glas”. Pubblicò anche in molte riviste per bambini, fra cui “Svetulka”, “Detska radost”, “Detski svjat”, “Detski život”, “Rosica”, “Slavejče”, “Vesela družina”. La sua seconda grande raccolta lirica, “Zemen păt”, “Cammino terrestre”, uscì nel 1928, vent’anni dopo “Violette”. Questa distanza fra i due libri è significativa: nel frattempo la giovane poetessa simbolista era diventata una scrittrice più ampia, più filosofica, più legata al rapporto fra io e mondo, orizzonte, destino, natura, maternità mancata, inquietudine interiore. La critica bulgara ha sottolineato in “Zemen păt” l’allargamento del suo orizzonte tematico e l’emergere di domande esistenziali. Nel 1932 pubblicò “Lunatička”, “La sonnambula”, poema costruito intorno alla tensione fra solitudine e speranza. Accanto alla poesia per adulti, Dora Gabe sviluppò un’opera decisiva per l’infanzia. Il suo debutto in questo campo risale al 1921, nella “Zlatna kniga na našite deca”, “Libro d’oro dei nostri bambini”, e nel corso dei decenni scrisse moltissimo per i più piccoli: “Kalinka-malinka”, “Zvănčeta”, “Sănčec hodi”, “Bjala ljulčica”, “Divi kruški”, “Za malkite”, “Naj-običam”, “Ot slon do mravka”, “Kakvo vižda slănceto”, “Kapčici”, “Jabălčici”. In “Ot slon do mravka”, “Dall’elefante alla formica”, del 1955, realizzato con il grande illustratore Ilija Beškov, compose trentasette brevi poesie umoristiche sugli animali. La sua letteratura per bambini è importante perché evita la predica facile: il bambino gioca, osserva, parla con la natura e con gli animali, entra nel mondo degli adulti attraverso il ritmo, il sorriso, la scoperta, la curiosità. Dora Gabe scrisse anche prose e libri per ragazzi, fra cui “Malkijat dobrudžanec”, “Il piccolo dobrugiano”, del 1927, e “Mălčalivi geroi”, “Eroi silenziosi”, pubblicato a partire dal 1931 e poi più volte ristampato. La Dobrugia rimase uno dei centri profondi della sua opera. Durante gli anni Venti e Trenta tenne conferenze in Bulgaria e all’estero sulla letteratura bulgara e sul destino della Dobrugia, regione passata attraverso tensioni nazionali e politiche dolorose. Per lei la Dobrugia non era un fondale sentimentale, era origine, conflitto storico, memoria familiare, paesaggio agricolo, identità minacciata. Dopo il 1944, dentro la Bulgaria socialista, Dora Gabe continuò a pubblicare molto. Alcune sue opere risentono della pressione ideologica del tempo, come accadde anche ad altri autori bulgari. Testi come il poema “Vela” e la raccolta “Nespokojno vreme”, “Tempo inquieto”, partecipano al clima politico e letterario del dopoguerra. Tuttavia, nei libri successivi, “Počakaj, slănce”, “Aspetta, sole”, “Nevidimi oči”, “Occhi invisibili”, “Sgăstena tišina”, “Silenzio addensato”, “Glăbini”, “Profondità”, e “Svetăt e tajna”, “Il mondo è un mistero”, la sua poesia torna a una dimensione più meditativa, concentrata sul tempo, sul cosmo, sulla vecchiaia, sul mare, sull’enigma dell’esistenza. Fra il 1947 e il 1950 lavorò come consigliera culturale presso l’ambasciata bulgara a Varsavia, confermando il suo ruolo di ponte fra Bulgaria e Polonia. Tradusse per tutta la vita dal polacco, dal ceco, dal russo, dal francese e dal greco: Mickiewicz, Konopnicka, Wyspiański, Tetmajer, Słowacki, Reymont, Sienkiewicz, Tuwim, Nezval, Čapek, Seifert, Giono, Ritsos e molti altri. Questo lavoro di traduzione la rende una figura europea, non soltanto nazionale. Nel 1962 ricevette il titolo di “Naroden deec na kulturata”, “Operatrice popolare della cultura”, e nel 1979 il premio Petko R. Slaveykov per l’opera legata ai bambini e alla scuola bulgara. Le sue opere furono tradotte in numerosi paesi, fra cui Austria, Argentina, Gran Bretagna, Germania, Grecia, Canada, Polonia, Romania, Russia, Slovacchia, Ucraina, Francia e Cecoslovacchia. Dora Gabe morì nel 1983, dopo avere attraversato quasi tutto il Novecento bulgaro: monarchia, guerre balcaniche, due guerre mondiali, periodo interbellico, regime socialista. La sua importanza nasce proprio da questa durata eccezionale, ma anche dalla varietà reale del suo lavoro. Fu poetessa simbolista, lirica filosofica, autrice per bambini, narratrice, traduttrice, conferenziera, organizzatrice culturale, donna di frontiera fra Dobrugia e Sofia, fra Bulgaria e Polonia, fra memoria locale e circolazione europea. Chi la legge oggi scopre una voce meno nota in Occidente rispetto ad altre poetesse europee, ma tutt’altro che minore. Dora Gabe mostra quanto la letteratura bulgara del Novecento sia ricca di figure complesse, immerse nella storia concreta, capaci di unire delicatezza lirica, cultura internazionale, responsabilità civile e fedeltà alla terra d’origine.


Roberto Minichini

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