Friedrich Hölderlin, nato il 20 marzo 1770 a Lauffen am Neckar e morto il 7 giugno 1843 a Tubinga, appartiene a quei poeti la cui opera può essere compresa soltanto attraverso una lettura insieme biografica, storica, religiosa e linguistica. Fu molto più di un poeta dell’interiorità, di un cantore appartato di paesaggi belli, di un sognatore innocuo dell’antichità. Nella sua opera si addensano le grandi tensioni della sua epoca: la formazione luterana del Württemberg, l’entusiasmo per la Rivoluzione francese, l’amicizia con Hegel e Schelling, il desiderio della Grecia, la crisi del cristianesimo, la nascita dell’idealismo tedesco e il tragico fallimento di un uomo che voleva fare della poesia un nuovo ordine spirituale. Hölderlin è perciò più di un autore del classicismo o del romanticismo tedesco. Egli si colloca in un punto pericoloso della storia spirituale europea: là dove gli antichi dèi sono scomparsi, Cristo resta ancora presente, la libertà politica viene sognata e il poeta si sente chiamato a mediare tra cielo, popolo, storia e lingua. Hölderlin crebbe in un mondo segnato da un lutto precoce. Suo padre morì quando egli aveva due anni; anche il secondo marito della madre morì presto. Questa esperienza di perdita e abbandono appartiene al fondo più intimo della sua poesia. La madre lo destinò alla carriera protestante. Frequentò le scuole conventuali di Denkendorf e Maulbronn e nel 1788 entrò nello Stift di Tubinga, uno dei più importanti istituti di formazione del protestantesimo württembergese. Vi studiò teologia, latino, greco, filosofia e letteratura antica. Nello stesso tempo conobbe due giovani che sarebbero diventati grandi figure della filosofia tedesca: Georg Wilhelm Friedrich Hegel e Friedrich Wilhelm Joseph Schelling. Il fatto che Hölderlin abbia studiato con loro a Tubinga ha un significato profondo. In quegli anni fermentava una rivoluzione spirituale. Gli studenti leggevano Rousseau, Kant, Schiller, i tragici greci e le notizie politiche provenienti dalla Francia. La Rivoluzione francese del 1789 apparve a molti giovani tedeschi come il segno di una nuova umanità, come una promessa di libertà, dignità e slancio repubblicano. Anche Hölderlin fu toccato da questo pathos. Le sue opere successive, soprattutto “Hyperion” e “Der Tod des Empedokles”, portano ancora le tracce di quella speranza rivoluzionaria. Proprio per questo, la “Germania sacra” in Hölderlin va letta con attenzione. La Germania del suo tempo era uno spazio diviso in principati, città libere, territori ecclesiastici, vecchi ordinamenti e nuove idee. Il sacro, in Hölderlin, indica una missione della lingua, della poesia e della vocazione storica. La Germania appare come paesaggio spirituale, come luogo di una possibile riconciliazione tra natura, Dio, uomo, libertà e misura. In questo quadro, il suo amore per la Grecia è decisivo. Hölderlin ammirava i Greci come presenza viva, con valore di misura, e guardava a Pindaro, Sofocle, Omero e al mondo divino greco come a una forma di ordine umano in cui natura, culto, tragedia, bellezza e comunità potevano ancora comporsi in una unità superiore. Proprio questa unità egli sentiva perduta nel mondo moderno. Il suo romanzo “Hyperion”, pubblicato in due volumi nel 1797 e nel 1799, è uno dei grandi documenti di questo desiderio. La vicenda si svolge durante la lotta greca per la libertà contro il dominio ottomano, però il vero centro dell’opera è la storia interiore di un uomo che cerca bellezza, libertà politica e patria spirituale. Hyperion ama Diotima, combatte per la Grecia, conosce delusione, perdita ed estraneità. Dietro la figura di Diotima si trova Susette Gontard, moglie del banchiere francofortese Jakob Gontard, nella cui casa Hölderlin lavorò come precettore dal 1796 al 1798. L’amore per Susette Gontard divenne per Hölderlin l’esperienza erotica, spirituale e poetica decisiva. Ella era sposata, la relazione era priva di futuro borghese, e proprio per questo nella poesia divenne una figura dell’irraggiungibile. Susette morì nel 1802. Nello stesso anno Hölderlin tornò da Bordeaux fisicamente e psichicamente esausto. Gli anni intorno al 1800 furono la grande stagione creativa di Hölderlin. In poesie come “Brod und Wein”, “Patmos”, “Der Rhein”, “Andenken”, “Hälfte des Lebens” e “Germanien” nasce una lingua quasi senza paragoni nella letteratura tedesca. Hölderlin unisce tono innico, misura antica, attesa cristiana, lamento storico e densità visionaria. “Brod und Wein” mostra con particolare chiarezza come egli pensi insieme Cristo e Dioniso, eucaristia e culto greco, notte della lontananza degli dèi e possibile ritorno del divino. “Patmos” si apre con la celebre vicinanza tra pericolo e salvezza. Gli inni tardi parlano di fiumi, monti, patria, dèi, Cristo, feste e luoghi sacri. Questi concetti, in Hölderlin, hanno sempre un peso reale. Essi compongono una geografia religiosa. Il Reno, il Neckar, il Danubio, la Grecia, Patmos e la Germania diventano segni di un ordine nascosto, che l’uomo moderno riconosce ormai soltanto per frammenti. La “Germania sacra” nasce quindi, in Hölderlin, da un doppio movimento: memoria greca e attesa tedesca. La Grecia rappresenta la perduta vicinanza degli dèi, la Germania una possibile lingua futura del sacro. Qui si trova anche la bellezza rischiosa di questo pensiero. Hölderlin attribuisce alla Germania una grave responsabilità spirituale. I tedeschi devono imparare ad accogliere l’elemento straniero, soprattutto quello greco, e proprio attraverso questa accoglienza devono trovare una propria destinazione poetica. Questa idea fu poi interpretata in modi molto diversi. Nel XX secolo, ambienti nazionalisti, conservatori, filosofici e letterari lessero Hölderlin secondo prospettive differenti. Martin Heidegger fece di lui un poeta centrale dell’essere e della missione storica. Altri lettori videro in lui il poeta dell’estraneità, dello sconvolgimento e della crisi moderna della lingua. Proprio questa molteplicità di letture mostra la sua grandezza. Hölderlin sfugge a ogni appropriazione politica semplice. Il suo destino personale rafforzò il mito. Dopo crisi psichiche sempre più gravi, nel 1806 Hölderlin fu ricoverato in una clinica di Tubinga. In seguito venne accolto dal falegname Ernst Zimmer, che aveva letto “Hyperion” e venerava il poeta. Hölderlin visse dal 1807 fino alla morte, nel 1843, nella torre di Tubinga sul Neckar, il futuro Hölderlinturm. Lì trascorse la seconda metà della sua vita. Continuò a scrivere poesie, spesso con il nome di “Scardanelli”, talvolta usando date inventate. Per molto tempo questi testi tardi furono considerati soltanto documenti della follia. Oggi si riconosce in essi un mondo poetico autonomo, enigmatico, ridotto e commovente. La torre divenne l’immagine di un esilio esistenziale: il poeta vive ancora, parla ancora, scrive ancora, eppure la grande opinione pubblica del suo tempo lo comprende appena. Durante la vita, Hölderlin ebbe fama limitata. Le sue poesie ricevettero scarsa attenzione. Le sue traduzioni di Sofocle furono pubblicate nel 1804 e parvero strane a molti contemporanei, perché trasferivano il movimento della lingua greca in una forma tedesca inconsueta. Solo più tardi si comprese che proprio questa estraneità costituiva una conquista radicale. Hölderlin non voleva levigare il greco. Voleva condurre la lingua tedesca verso la tensione dell’originale. Per questa ragione divenne retrospettivamente un poeta decisivo della modernità. Poeti come Rilke, Trakl, George, Celan e molti altri poterono riconoscere in lui un precursore: un autore che portò la lingua fino al suo limite estremo. La grandezza di Hölderlin consiste nel fatto che egli pensò la Germania come compito. La sua Germania è uno spazio della lingua, della memoria, della poesia e della domanda severa sul divino. È una Germania anteriore alla fondazione dell’Impero del 1871, anteriore alle catastrofi del XX secolo, anteriore all’irrigidimento politico dell’idea nazionale. Proprio per questo la sua opera agisce oggi come qualcosa di vicino e lontano insieme. Vicino, perché anche l’uomo moderno vive in un mondo in cui le certezze religiose crollano, le speranze politiche deludono e la bellezza appare spesso come dolore. Lontano, perché Hölderlin credeva ancora in una vocazione alta della poesia. Per lui il poeta era un mediatore, un custode dei nomi sacri, un uomo capace di ricordare ciò che è perduto e intuire ciò che deve ancora giungere. Chi oggi parla di Hölderlin e della Germania sacra deve quindi parlare con prudenza e coraggio. Prudenza, perché ogni grande parola può essere caricata storicamente. Coraggio, perché una cultura priva di grandi parole si impoverisce interiormente. Hölderlin mostra una Germania fatta di profondità, lingua, dolore, formazione, desiderio religioso e memoria greca. Questa Germania è una esigenza spirituale. Forse proprio qui si trova la sua forza durevole: Hölderlin costringe il lettore a pensare la Germania prima di tutto come domanda sul rapporto tra uomo, terra, storia, Dio e parola.
Roberto Minichini

Nessun commento:
Posta un commento