Nel profondo dei boschi, completamente isolati, accade senza preavviso. Ora so da dove viene dal punto di vista della famiglia. Ho conosciuto sua madre. Le somiglia in modo evidente, negli occhi inconfondibili, nella postura, in quella calma che non cerca conferme da nessuno. Guardandola avanzare accanto a me, a volte mi sorprendo a immaginare sua nonna materna, quando era ancora viva. Ovviamente non l’ho mai conosciuta, eppure la vedo. Come se una linea femminile attraversasse il tempo senza spezzarsi, trasmettendo un modo di stare al mondo che passa intatto, senza istruzioni. Tra noi il silenzio si è installato da solo. Non saprei dire quando. È semplicemente comparso e ha preso posto. Io non faccio nulla per violarlo. Ho un timore quasi religioso di interromperlo, come se una parola potesse rovinare qualcosa che si regge da sé felicemente. E questo stare muto, per me, ha del miracoloso. Sono capace di parlare per diciotto ore di seguito senza fermarmi, e sono capace anche di attraversare un intero mese senza dire una parola. Qui accade altro. Qui il silenzio è la forma giusta. Lei si ferma, si volta, accorcia la distanza con un gesto semplice. Mi abbraccia come se quel movimento fosse parte dell’ambiente quanto il sentiero. Il corpo è reale, presente. Energia, sensualità totale, un miracolo della natura. Un mio zio avrebbe detto: “Poche chiacchere, tanti fatti”. Lei mi tiene stretto, sta un minuto ferma e canta per un poco quelle cantilene tutte sue. “Non ci sono lupi cattivi qua?” chiede. Ride. Poi mi bacia. Un bacio diretto, pieno, naturale. Le prendo i capelli fra le mani. Sto quasi per dire delle cose sconce, ma dalla mia bocca non esce una sola parola. Lei si scosta appena, il suo corpo è caldissimo, io invece ho le mani gelide, vedo i suoi occhi neri vicinissimi, profondi, di una bellezza selvaggia, e lei sorride toccandomi la punta del naso. È un sorriso allegro, limpido. Poi parla, per l’ultima volta durante nostra passeggiata nel bosco. La voce, dolcissima. «Sei strano, sei tanto strano, non so mai cosa pensi. Mia madre dice che le sembri un prete, ma io so che tu non sei un prete. Ha, ha, ha!» Ride di gusto, una risata giovane, libera, che attraversa il bosco senza disturbarlo. In quella risata sento tutta la sua età, i ventisette anni appena compiuti, la vita che scorre senza sorvegliarsi. Io resto in silenzio. Non c’è risposta possibile. Lei riprende a camminare come se nulla fosse accaduto, con le sue scarpe sempre diverse, a volte leggere, a volte stivali, la piccola borsa che cambia ogni volta, i capelli scuri che accompagnano il movimento del corpo. Io resto accanto, mi accordo al suo passo. So che quel gesto, quelle parole, quella risata bastano. Restano incise nel cuore del bosco come una verità leggera. E mentre continuo a camminarle vicino sento che il mondo, almeno per un istante, è un posto buono, integro, privo di malvagità e di corruzione morale, senza bisogno di menzogne ed ipocrisie, come se l’egoismo non fosse la regola universale, come se la vita potesse ancora mostrarsi nella sua forma originaria, semplice, luminosa, senza artificiosità.
Roberto Minichini, dicembre 2025

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