Ivan Aleksandrovič Gončarov (1812–1891) nacque a Simbirsk,
oggi Ulyanovsk, in una Russia ancora contadina, lenta, sospesa tra immobilità e
mutamento. Figlio di un ricco mercante, studiò lettere a Mosca, dove assorbì
l’eredità classica e il gusto per la chiarezza razionale, ma rimase sempre
legato alla memoria delle grandi case sul Volga, ai ritmi ciclici della
provincia, a quel senso del tempo disteso che sarebbe diventato la materia viva
della sua arte. Trascorse gran parte della vita come funzionario e censore a
San Pietroburgo, osservando dall’interno la crisi di una civiltà che non sapeva
più conciliare la tradizione spirituale con l’irruzione della modernità. Scrisse
tre soli romanzi: Una storia ordinaria (1847), Oblomov (1859) e Il burrone
(1869). Ma fu con Oblomov che la letteratura russa si specchiò per la prima
volta nel proprio destino metafisico. Pubblicato nello stesso anno de L’origine
delle specie di Darwin, il romanzo parve, a chi sapeva leggere in profondità, una
contro risposta spirituale all’ideologia del progresso: mentre l’Occidente
celebrava l’evoluzione e la competizione, Gončarov narrava la quiete, la resa,
il sogno dell’anima che, intuendo l’inconsistenza del divenire, si ritrae. Il
protagonista, Il’ja Il’ič Oblomov, non è un pigro, ma un contemplativo alla
rovescia, un uomo che sente troppo, che pensa troppo, e che si consuma nel
desiderio di un’innocenza irrecuperabile. Tutta la sua vita si svolge tra un
letto e un divano: spazi chiusi, ma non meschini, luoghi di sospensione, di
nostalgia. Egli non rifiuta l’azione per inerzia, ma per una sorta di pudore
dell’anima. Percepisce che ogni gesto implica contaminazione, che l’agire
significa abbandonare un’origine silenziosa e limpida. La sua pigrizia è un
tentativo, disperato e candido insieme, di restare fedele a quella purezza. Gončarov,
con una prosa trasparente e priva di retorica, lo trasforma in una figura di
struggente dolcezza: un uomo che non sa tradurre il sogno in gesto, ma non per
mancanza di sogno, piuttosto per eccesso di memoria. L’infanzia, la madre
lontana, la casa di campagna, la luce del Volga: tutto in lui diventa una
patria perduta. La contemplazione, che nelle tradizioni sapienziali è principio
di conoscenza e ritorno all’essere, in Oblomov si piega su sé stessa, diventa
sonno, sospensione sterile. Ma in quel sonno resta una scintilla di innocenza,
un anelito che non mente. E qui sta la sua grandezza: Oblomov non è il ritratto
di un fallito, ma la parabola di un’anima che non sa adattarsi al mondo
moderno. Troppo buona per la logica dell’efficienza, troppo limpida per il
gioco delle ambizioni, troppo contemplativa per le tempeste dell’azione. È un
perdente che commuove perché non si ribella né calcola. Egli semplicemente, si
arrende alla sua natura. In lui la contemplazione si è fatta carne fragile,
malinconia incarnata. Heidegger avrebbe parlato della Verfallenheit, la caduta
dell’uomo nell’inautentico. Ma Oblomov non è caduto, è rimasto sospeso, in
bilico tra essere autentico e mondo dell’azione. Ha fermato il tempo per non
tradire la verità che intuiva senza concetti, che la vita, per non diventare
menzogna, deve custodire un ritmo più lento, una tenerezza originaria e pura.
In questo senso, egli è una figura tragica ma nobilissima, un contemplativo
smarrito che, nonostante tutto, conserva nel suo torpore l’eco di un’armonia
perduta. Quando muore, quietamente, tra gesti modesti e affetti semplici, non
c’è tragedia ma una pace grave, quasi liturgica. La sua sconfitta è un atto di
verità, una resa che illumina e rattrista. Gončarov non lo giudica, lo
accompagna dolcemente come un fratello nell’ultimo sonno, e nel suo silenzio
riconosce la parte più profonda dell’anima russa, quella che sogna l’assoluto
ma si perde nella dolcezza passiva dell’attesa. Oblomov resta, per questo, un
romanzo sull’innocenza come destino per alcuni inevitabile e sull’impossibilità
di vivere nel mondo e col mondo senza perderla. È il ritratto di un uomo che ha
visto la casa dell’essere ma non ha saputo abitarla, e che proprio in questa
incapacità diventa simbolo universale. La purezza che non sa incarnarsi, la
bontà che non sa muoversi, la contemplazione che, privata del sacro, si
addormenta, ma non smette di sognare.
Roberto Minichini, novembre 2025