
Nessun incontro nella vita avviene per caso, anche perché il
caso non esiste. Nel mondo arabo questa legge invisibile sembra agire con
ancora maggiore forza che altrove. Al Cairo l’aria aveva una densità
particolare, una luce color sabbia che filtrava dalle finestre alte della
biblioteca come se anche il sole avesse imparato il silenzio dei libri. Entrai
nel grande salone con passo lento, quasi rituale, portando con me un elenco di
testi che cercavo da giorni, studi sulla scuola hanbalita, trattati di diritto
islamico, biografie di giuristi musulmani, cronache delle controversie
teologiche tra tradizionalisti e razionalisti. Gli scaffali si alzavano come
colonne di un palazzo da sultano, ordinati, austeri, carichi di memoria
storica. Fu lì che la vidi. Aveva ventisei anni, lo venni a sapere più tardi,
quando parlando accennò con un sorriso alla sua recente laurea in lingua e
letteratura inglese. Era velata, vestita interamente di nero, con guanti neri
che rendevano i suoi gesti ancora più misurati, quasi calligrafici. Il volto
era delicato, lo sguardo limpido e attento, la voce bassa, timida, ma
sorprendentemente sicura quando iniziò a parlarmi in un inglese elegante,
fluido, con una pronuncia precisa, senza esitazioni. Le spiegai cosa cercavo,
testi sulla formazione della scuola hanbalita, sulle opere attribuite ad Ahmad
ibn Hanbal, sui dibattiti intorno al Corano increato, sulle tensioni tra
autorità politica e autorità religiosa. Lei annuì con una concentrazione
intensa e mi rispose prima in inglese, poi passò spontaneamente all’arabo
moderno standard, un arabo colto, articolato, quasi letterario, per citare
titoli e nomi con maggiore precisione. Nel suo arabo c’era un rispetto profondo
per le parole, come se ogni termine avesse un peso storico e sacrale, un’eco
antica. Mi guidò tra gli scaffali con passi leggeri, il nero del suo abito che
si muoveva con discrezione tra il marrone dei legni e il beige delle pareti.
Toccava i dorsi dei volumi con i guanti, estraeva i testi con cura, me li
porgeva con entrambe le mani, spiegandomi la differenza tra un’edizione critica
moderna e una ristampa più divulgativa, tra un’opera giuridica e un commentario
storico. In quell’ora sospesa, la biblioteca divenne uno spazio separato dal
resto della città, quasi un’isola di concentrazione e memoria. A un certo
punto, parlando della scuola hanbalita, la sua voce cambiò leggermente
tonalità. Disse che quella tradizione rappresentava per molti la fedeltà alla
purezza originaria, alla centralità della Rivelazione Divina, alla disciplina
morale sincera. Poi, con una determinazione che mi colpì, aggiunse che per lei
la grandezza assoluta della civiltà araba e islamica sunnita non era solo nei
testi giuridici o nei dibattiti teologici, ma nella capacità di costruire
imperi immensi, regni potenti, città meravigliose, università eccelse,
biblioteche enormi, reti di commercio forti, sistemi di solidarietà capaci di
aiutare tutti i poveri. Disse che spesso sente parlare di declino, di crisi, di
divisioni, e che nel suo cuore spera in un futuro migliore, in una rinascita
che unisca conoscenza, fede e giustizia e la vittoria finale dell’Islam. Mentre
parlava, gli occhi le si illuminavano, senza enfasi, con una luce da diamante
scuro, una luce intensa. Mi raccontò che presto si sposerà, che il suo
fidanzato lavora nel settore dell’ingegneria, che anche lui è molto religioso,
che lei sogna una casa piena di voci, molti figli, libri islamici sugli
scaffali e una vita pura da donna credente, ordinata attorno alla preghiera,
allo studio, alla famiglia. Non c’era alcuna titubanza nelle sue parole, solo
una convinzione molto ferma e calma, quasi naturale. Io la ascoltavo, con i
volumi impilati sul tavolo, sentendo che quell’incontro era più di una semplice
consultazione bibliografica. Era il riflesso di una generazione che porta sulle
spalle il peso di un passato glorioso e l’incertezza di un presente complesso,
ma che ancora crede nella possibilità di una riscossa miracolosa. Quando
l’orologio segnò la fine di quell’ora, mi accompagnò alla scrivania con lo
stesso passo silenzioso con cui mi aveva guidato tra gli scaffali. Mi augurò
buona ricerca, questa volta in inglese, con un sorriso timido che le addolcì il
volto. La osservai allontanarsi tra i corridoi, figura nera tra le colonne di
libri, custode discreta di una memoria millenaria. Uscendo nella luce rumorosa
del Cairo, con i testi sotto il braccio, sentii che quell’ora nella biblioteca
aveva avuto qualcosa di magico, un incontro breve ma importante, nel centro di
una fortezza islamica sunnita granitica, come se per un momento la storia, la
fede e un progetto di scenario futuro sull’umanità si fossero incrociati nello
spazio silenzioso tra due scaffali.
Roberto Minichini, febbraio 2026