Abbiamo camminato
Facendo un percorso insieme
E non abbiamo affatto bisogno
Di maghi o maestri spirituali
Ma di nuda verità e d’amore
Fuori dal circo dell’apparire
Roberto Minichini, novembre 2025
Roberto Minichini è nato nel 1973 in Germania e vive a Gorizia. E' poeta, studioso di cultura tedesca, esoterismo, storia delle religioni e di astrologia. Per contatti: astrologominichini@gmail.com o la sua pagina Facebook
Facendo un percorso insieme
E non abbiamo affatto bisogno
Di maghi o maestri spirituali
Ma di nuda verità e d’amore
Fuori dal circo dell’apparire
Roberto Minichini, novembre 2025
Tu smascheri
i falsi maestri spirituali
Immersi nell’ego
e nella frustrazione
E cammini a
piedi nudi verso
I deserti
molteplici dell’essere
Dove l’armonia
integra ogni cosa
E le nuvole
stanno sorridendo
Di placida
bontà
( Roberto Minichini, novembre 2025 )
Roberto Minichini, novembre 2025
( Roberto Minichini, novembre 2025 )
( Testo di Roberto Minichini, novembre 2025 )
Quando ripenso agli anni di prigione di Dostoevskij, non riesco mai a considerarli un semplice episodio biografico. Sono stati una muta forgiatura. Il mattino del 22 dicembre 1849, nel piazzale della fortezza di Semënovskij, gli venne letta la sentenza di morte. Lui stesso ricordò più tardi quelle parole che gli attraversarono il corpo come ghiaccio: “Мне прочли смертный приговор” (“Mi lessero la condanna a morte”). Gli occhi bendati, il plotone schierato. Poi, all’ultimo istante, lo zar commutò la pena. La grazia fu annunciata come una beffa, una rinascita forzata. Non tutti sopravvissero al trauma, ma lui sì, e ne portò per sempre la cicatrice. Era un genio e un’anima nobile, tormentato e sofferente, e proprio per questo capace di trasformare il dolore in visione. Venne spedito ai lavori forzati in Siberia, nella prigione di Omsk, tra il 1850 e il 1854. Dormiva su assi di legno, spesso ammalato, tra criminali comuni che non avevano alcuna simpatia per gli intellettuali. Scrisse nei Quaderni: “Здесь убивают душу медленно” (“Qui si uccide l’anima lentamente”). In una lettera confidò: “Я терпел всё” (“Ho sopportato tutto”), e in un momento di sconforto: “Я не знаю, сколько ещё выдержу” (“Non so quanto ancora resisterò”). Ma seppe anche dire: “Человек шире всего мира” (“L’uomo è più vasto del mondo intero”), frase che rivela quanto il dolore non gli avesse mai chiuso lo sguardo. E ancora, ricordando i compagni di reclusione: “В каждом из них была искра Божья” (“In ognuno di loro c’era una scintilla divina”). Eppure fu proprio in quel mondo degradato che incontrò il popolo russo nella sua forma più nuda, non idealizzata, e nel quale seppe riconoscere la nobiltà della gente semplice, spesso colpevole di crimini gravi per i quali scontava pene durissime, ma mai del tutto spenta; in ognuno di loro lui vide il Cristo sofferente, la possibilità del riscatto e dell’umana grandezza. Lì maturò l’idea che la salvezza passa attraverso una discesa nel fondo dell’uomo. Quando finalmente lasciò Omsk, portava con sé non solo la libertà condizionata ma una nuova visione. A un amico scrisse: “Я воскрес” (“Sono risorto”). Questa risurrezione non fu metafora ma destino. Capire Dostoevskij senza il gelo dell’Omsk, senza il rumore delle catene e il tanfo delle baracche, significa leggerne soltanto l’ombra. Io credo che i suoi romanzi siano il frutto di un’anima che ha attraversato la morte e non ha più avuto paura di guardare l’uomo senza veli. E ogni volta che torno su quelle pagine, la Siberia torna a respirare dentro le parole. I suoi scritti restano universali perché parlano della zona più profonda dell’uomo, e lui era uno scrittore nato, formato da sé stesso, completamente autodidatta, capace di trasformare la propria vita ferita in una lingua che non invecchia.
( Testo di Roberto Minichini, novembre 2025 )
Tre o quattro anni fa si consumò una vicenda che, nata come fatto privato, è diventata una leggenda urbana raccontata ancora oggi nei caffè, nei salotti e sui social. Lei era una donna di grande intelligenza e prestigio, colta, poliglotta, capace di muoversi con naturalezza tra potere, cultura e affari. I capelli rossi naturali, lo sguardo lucido, la voce ferma: apparteneva pienamente al suo tempo, ambiziosa, aggressiva, determinata. Lui invece era l’opposto. Un uomo fuori tempo, un contemplativo nato nel secolo sbagliato. Parlava troppo, a volte per ore, di filosofi dimenticati, lingue morte, idee che non interessavano a nessuno. Poi taceva per giorni, come se il mondo reale non lo riguardasse. Eppure era di una gentilezza squisita: educato, buono, sensibile, di un’umanità che spiazzava. Salutava perfino gli sconosciuti, ringraziava per ogni piccola cosa, si scusava anche senza motivo. Viveva in un universo suo, dove il tempo non scorreva ma si posava come polvere. Avevano tre figlie molto piccole, tutte con i capelli rossi di lei e gli occhi scuri di lui. Vivevano insieme ma non erano sposati. Lei e la sua famiglia volevano a tutti i costi il matrimonio, una forma, un ordine, una cornice rispettabile. Ma lui rifiutava con una calma ostinata. Diceva che non credeva nei contratti, né nelle cerimonie, né nelle firme. Per lei era un’eresia, per la sua famiglia un’umiliazione. Eppure lei lo manteneva nel lusso. Gli dava denaro “per andare a fare sport”, ma lui lo spendeva nei migliori ristoranti, dove pranzava da solo come un degenerato raffinato, circondato da tovaglie di lino e camerieri in guanti bianchi, dedicandosi ai piaceri della gola con la calma di chi non ha più nulla da perdere. Un pomeriggio alcuni turisti stranieri lo fotografarono in un locale elegante: sedeva da solo davanti a un tavolo enorme, imbandito con ostriche, tonno scottato, riso pilaf con verdure, melanzane grigliate, dolci orientali al miele e due bottiglie di birra analcolica servite in calici da vino. L’uomo, sereno, tagliava piano la carne di pesce con la forchetta in mano, assorto come in un pensiero lontano. Le foto finirono sui social e divennero virali. Lei le vide, riconobbe il posto, prese la macchina e andò di corsa. Lo trovò ancora lì, gentile con i camerieri, calmo, con la forchetta sospesa a mezz’aria. La scenata fu tremenda. Gli urlò contro, lo insultò davanti a tutti, lo chiamò “Oblomov” e poi “Idiota”, gridando che aveva sprecato la sua vita e la sua intelligenza, che era un codardo e un fallito. I camerieri raccontarono ogni dettaglio e in poche ore la storia si diffuse ovunque. Nei bar, negli uffici, nei ristoranti si rideva di quella scena: lei furiosa, lui immobile, educato, con la forchetta in mano e lo sguardo perso altrove. Qualche settimana dopo, durante un pranzo con i parenti di lei, l’uomo si alzò da tavola, posò il tovagliolo e disse semplicemente: «Scusate, torno subito.» Uscì di casa, attraversò la strada e non tornò mai più. Da allora nessuno lo ha più visto. Quella scena divenne il secondo capitolo della leggenda: “Il filosofo fallito che si alza da pranzo e sparisce per sempre.” Lei, furiosa per l’imbarazzo pubblico, decise di porre rimedio. Mandò persone di fiducia, accademici, giornalisti, colleghi influenti e persino un sacerdote esorcista a lei vicino, per convincerlo a tornare o almeno a dare spiegazioni. Ma anche questa iniziativa trapelò e divenne ulteriore motivo di scherno: “La donna di prestigio che manda professori e un prete a recuperare il filosofo fallito.” I nomi circolavano, le risate pure. Lui, nel frattempo, riceveva tutti con la sua solita gentilezza: offriva una birra analcolica, ascoltava, annuiva, ringraziava. Ma non cambiava nulla. Rimaneva fermo, calmo, testardo come un mulo, ma sempre buono, sempre cortese, impenetrabile a tutto. Col passare del tempo, lei tornò a imporsi nel suo ambiente, impeccabile, determinata, cambiando colore ai capelli come si cambia stagione, ogni tinta una dichiarazione di potere. Ma nessun successo riuscì mai a cancellare le due immagini che circolano ancora oggi come simboli di una commedia moderna: lui con la forchetta in mano davanti al tavolo imbandito e poi lui che si alza da tavola e sparisce. E, come concludeva l’articolo originale della stampa estera, forse non abbiamo perso un semplice eccentrico o un uomo fragile, ma qualcosa di più raro: un vero Idiota del ventunesimo secolo.
( Testo di Roberto Minichini )