mercoledì 26 agosto 2026

Abu Maʿshar, l’astrologo persiano che conquistò il Medioevo latino - Roberto Minichini


Tra l’VIII e il IX secolo il califfato abbaside divenne uno dei maggiori laboratori intellettuali del mondo allora conosciuto, capace di raccogliere tradizioni scientifiche provenienti dalla Grecia, dall’Iran sasanide, dall’India e dalle regioni siriache. Testi di filosofia naturale, matematica, medicina e scienze celesti vennero tradotti, commentati e ricomposti all’interno di una cultura nuova, nella quale l’eredità dell’antichità non veniva semplicemente conservata ma continuamente reinterpretata. Da questo ambiente nacque una concezione estremamente ambiziosa del sapere celeste, capace di collegare il movimento dei pianeti non soltanto alla vita degli individui ma anche alla storia dei regni, delle religioni e delle grandi trasformazioni collettive. Uno dei protagonisti decisivi di questa stagione fu Abū Maʿshar Jaʿfar ibn Muḥammad al-Balkhī, nato a Balkh il 10 agosto 787 e morto a Wāsiṭ il 9 marzo 886, conosciuto molti secoli dopo dagli studiosi europei soprattutto attraverso la forma latinizzata del suo nome, Albumasar. Balkh, nell’attuale Afghanistan settentrionale, apparteneva a un’antichissima area culturale iranica che aveva conosciuto la presenza dello zoroastrismo, del buddhismo, delle culture ellenistiche e poi dell’Islam. Quando Abū Maʿshar raggiunse Baghdad, probabilmente nei primi decenni del IX secolo, la capitale abbaside era diventata un centro straordinario di traduzioni e discussioni scientifiche. Il suo itinerario intellettuale fu tutt’altro che lineare. Le fonti biografiche lo presentano inizialmente come studioso di ḥadīth, cioè delle tradizioni relative alle parole e agli atti di Prophet Muhammad, e raccontano che soltanto verso i quarantasette anni avrebbe rivolto sistematicamente la propria attenzione alla matematica, all’astronomia e all’astrologia. La tradizione collega questa trasformazione a un conflitto con al-Kindī, uno dei maggiori filosofi dell’età abbaside. Abū Maʿshar avrebbe inizialmente avversato le discipline filosofiche praticate da al-Kindī, per poi rendersi conto che non era possibile discuterle seriamente senza possedere gli strumenti matematici e astronomici sui quali una parte delle loro argomentazioni si fondava. Il racconto possiede probabilmente anche elementi aneddotici, ma riflette bene una caratteristica fondamentale della sua formazione, avvenuta nel punto d’incontro fra sapere religioso, cultura iranica, filosofia greca e scienze matematiche. Per comprendere ciò che fece occorre inoltre evitare una distinzione moderna troppo rigida fra astronomia e astrologia. Nel IX secolo lo studio matematico delle posizioni dei corpi celesti e l’interpretazione dei loro effetti appartenevano spesso a un unico campo di conoscenze. Calcolare dove si trovassero Saturno, Giove o Marte era un problema astronomico, mentre stabilire che cosa significasse quella configurazione per un individuo, una dinastia o una determinata epoca apparteneva a ciò che gli autori arabi chiamavano ʿilm aḥkām al-nujūm, la scienza dei giudizi delle stelle. Proprio la capacità di integrare calcolo, cosmologia e interpretazione rese Abū Maʿshar una figura eccezionale. Le sue opere utilizzavano materiali greci legati soprattutto alla tradizione aristotelica, tolemaica e neoplatonica, elementi indiani giunti nel mondo islamico attraverso testi astronomici tradotti in arabo, dottrine iraniche risalenti almeno in parte all’ambiente sasanide e concezioni sviluppate dagli studiosi dei primi secoli dell’Islam. Non si trattava di una semplice raccolta di frammenti. Dietro questa costruzione stava l’idea che il cosmo costituisse un ordine unitario nel quale il mondo superiore e quello inferiore fossero collegati mediante una rete di corrispondenze e causalità. La sua opera più imponente in questo campo fu il "Kitāb al-madkhal al-kabīr ilā ʿilm aḥkām al-nujūm", la "Grande introduzione alla scienza dei giudizi delle stelle". Qui il lettore non trovava soltanto istruzioni su segni, pianeti e configurazioni. L’autore cercava di fornire una giustificazione complessiva della disciplina, inserendola entro una cosmologia capace di spiegare perché i cieli potessero esercitare effetti sul mondo sublunare. Quest’ultimo, secondo la fisica ereditata in larga misura dalla tradizione greca, era il dominio della generazione e della corruzione, composto dai quattro elementi di terra, acqua, aria e fuoco. I cieli possedevano invece movimenti regolari e ordinati. Se l’universo costituiva una struttura gerarchica e continua, i movimenti celesti potevano essere considerati parte delle cause attraverso le quali si producevano mutamenti nella materia terrestre. In questa prospettiva la previsione non richiedeva necessariamente l’idea che ogni azione umana fosse rigidamente predeterminata. I corpi celesti potevano indicare disposizioni, condizioni fisiche, mutamenti politici, fertilità, carestie, epidemie, guerre o trasformazioni dinastiche senza essere concepiti come divinità autonome. La questione rimaneva religiosamente delicata, perché nell’Islam la sovranità ultima appartiene a Dio, ma proprio l’elaborazione di una teoria delle cause naturali consentiva agli specialisti di difendere la legittimità del proprio sapere contro l’accusa di attribuire agli astri un potere indipendente. Ancora più originale, e destinata a produrre conseguenze enormi, fu la concezione della cosiddetta astrologia mondiale, cioè l’applicazione dei cicli celesti alla storia collettiva. In opere come il "Kitāb al-qirānāt", il "Libro delle congiunzioni", Abū Maʿshar sviluppò sistematicamente una tradizione che attribuiva particolare importanza agli incontri periodici di Saturno e Giove. I due pianeti più lenti conosciuti dall’astronomia antica si congiungono approssimativamente ogni vent’anni. Dopo una serie di congiunzioni all’interno di segni appartenenti allo stesso elemento, il ciclo passa a un’altra triplicità, producendo una scansione molto più lunga. Questi ritmi vennero impiegati per interpretare cambiamenti di dinastie, rivoluzioni politiche, apparizioni di nuove potenze e trasformazioni religiose. Non si trattava quindi di prevedere semplicemente il destino di un sovrano a partire dalla sua nascita. L’obiettivo era immensamente più vasto e consisteva nel trovare una cronologia celeste della storia. Dietro questa dottrina esisteva una lunga genealogia. Elementi della teoria provenivano dall’astrologia dell’Iran sasanide, nella quale i grandi cicli planetari erano stati collegati alla successione delle epoche e delle monarchie. Abū Maʿshar recuperò e rielaborò queste idee all’interno della cultura islamica del IX secolo, costruendo sistemi nei quali periodi di centinaia di anni potevano corrispondere all’ascesa e alla caduta di potenze politiche o religiose. Il suo interesse per l’antica sapienza iranica era particolarmente forte. Alcuni suoi scritti presentavano il passato persiano come depositario di conoscenze remotissime, talvolta attribuite a epoche anteriori alle grandi catastrofi che secondo diverse tradizioni avrebbero distrutto civiltà precedenti. La moderna storia della scienza non accetta naturalmente queste genealogie leggendarie come ricostruzioni storiche affidabili, ma esse sono essenziali per comprendere il modo in cui egli concepiva la trasmissione del sapere. La scienza del cielo gli appariva come una sapienza antichissima passata attraverso popoli diversi, perduta in parte, ricostruita e nuovamente ordinata. Questa visione spiega anche perché sia riduttivo presentarlo semplicemente come autore di manuali tecnici. Era interessato alla cronologia, alla storia delle religioni, alla filosofia naturale e alla successione delle civiltà. Il cielo forniva, nella sua costruzione intellettuale, una sorta di struttura temporale entro cui collocare gli avvenimenti terrestri. Le congiunzioni maggiori potevano segnalare l’apertura di periodi storici, mentre configurazioni più brevi permettevano di precisarne gli sviluppi. Era un modo radicalmente diverso da quello moderno di concepire la storia. Per noi la caduta di una dinastia viene generalmente spiegata attraverso economia, conflitti sociali, guerre, istituzioni e decisioni politiche. Per un autore del IX secolo queste cause terrestri potevano essere perfettamente reali senza escludere l’esistenza di una dimensione cosmica. Il cielo non sostituiva necessariamente la causalità politica. Ne costituiva il livello superiore. Abū Maʿshar scrisse inoltre testi introduttivi destinati a spiegare le fondamenta tecniche della disciplina. Segni zodiacali, nature planetarie, dignità, condizioni dei pianeti, lotti e signori del tempo appartenevano a un vocabolario tecnico che gli studiosi arabi avevano ricevuto e trasformato attraverso il confronto di fonti diverse. Una dignità indicava la particolare condizione di un pianeta all’interno dello zodiaco e contribuiva a stabilire la sua capacità di agire. Un lotto era invece un punto matematico calcolato attraverso la distanza fra determinati fattori della carta celeste, come avveniva con il celebre Lotto della Fortuna. I signori del tempo permettevano di suddividere l’esistenza o determinati periodi storici secondo sequenze governate simbolicamente dai pianeti. Queste tecniche mostrano quanto fosse distante la pratica colta dell’epoca dalla moderna astrologia popolare fondata quasi esclusivamente sul segno solare. Il giudizio richiedeva una quantità considerevole di dati e l’interpretazione di molte relazioni simultanee. La vera seconda vita della sua opera cominciò tuttavia quando una parte della cultura scientifica araba attraversò il Mediterraneo e raggiunse l’Europa cristiana. Durante il XII secolo Toledo e altri centri della penisola iberica divennero luoghi fondamentali della traduzione dall’arabo. Giovanni di Siviglia tradusse integralmente la "Grande introduzione" nel 1133, mentre Ermanno di Carinzia ne realizzò un’altra versione nel 1140. Anche altri scritti circolarono in traduzione, e il nome Albumasar cominciò a essere citato nelle scuole europee come quello di una grande autorità sulla scienza degli astri. Il fenomeno ebbe conseguenze che superarono ampiamente l’ambito della pratica divinatoria. Attraverso opere di questo genere gli intellettuali europei incontrarono concezioni cosmologiche, filosofiche e scientifiche elaborate durante secoli di lavoro nel mondo islamico. Il paradosso è notevole. Un autore nato a Balkh nel 787, formato nella cultura dell’impero abbaside e profondamente debitore anche alla tradizione iranica, finì per essere letto in latino da uomini che spesso non conoscevano direttamente né la lingua araba né il contesto religioso e intellettuale dal quale quelle opere provenivano. Albumasar divenne così, in Occidente, qualcosa di diverso dall’Abū Maʿshar storico. Il suo pensiero venne inserito nelle controversie della filosofia scolastica sulla struttura del cosmo, sulla causalità naturale e sulla possibilità che gli astri influissero sul mondo terrestre. La questione era particolarmente delicata per i teologi cristiani. Se gli astri determinavano necessariamente le azioni umane, la responsabilità morale e il libero arbitrio sembravano minacciati. Se invece esercitavano principalmente effetti sul corpo, sulle passioni e sulle condizioni materiali, lasciando alla facoltà razionale una possibilità di resistenza, una forma limitata di influenza astrale poteva essere conciliata più facilmente con la teologia. Per questa ragione la fortuna di Albumasar non fu limitata agli astrologi professionisti. Le sue concezioni entrarono nel grande dibattito medievale sulla natura. Autori interessati ad Aristotele, alla cosmologia e alla filosofia naturale poterono leggerlo come testimone di una concezione ordinata dell’universo nella quale i movimenti celesti partecipavano alla produzione dei fenomeni terrestri. La sua influenza è riconoscibile nella cultura del XII e XIII secolo e continuò a essere avvertita molto più tardi. Il successo della stampa diede alle sue opere una nuova circolazione. La versione latina della "Grande introduzione" realizzata da Ermanno di Carinzia venne stampata ad Augusta nel 1489 e nuovamente nel 1495, mentre un’altra edizione uscì a Venezia nel 1506. Un autore morto nell’886 entrava così pienamente nell’età del libro stampato, più di sei secoli dopo la propria morte. Ancora più duratura fu la fortuna dell’idea secondo cui le grandi congiunzioni permettessero di comprendere i mutamenti storici. Nell’Europa tardo-medievale e rinascimentale la congiunzione di Saturno e Giove poteva essere discussa in relazione a guerre, epidemie, cambiamenti politici e trasformazioni religiose. In seguito tali dottrine avrebbero alimentato controversie particolarmente accese quando configurazioni celesti eccezionali sembravano coincidere con periodi di crisi. Ciò non significa che ogni teoria europea delle congiunzioni derivi esclusivamente da Abū Maʿshar, ma la sua opera costituì uno dei principali veicoli attraverso i quali quella concezione della storia astrologica raggiunse l’Occidente. La sua importanza permette quindi di correggere anche una rappresentazione troppo semplice della trasmissione culturale fra antichità ed Europa. La conoscenza astrologica e astronomica greca non passò intatta da Atene o Alessandria direttamente alle università medievali. Una parte fondamentale di essa attraversò secoli di traduzioni, commenti, correzioni e contaminazioni nel mondo islamico. Studiosi di lingua araba recuperarono testi greci, assimilarono materiali indiani, conservarono elementi iranici e produssero opere originali che vennero successivamente tradotte in latino. Quando un lettore europeo del XII secolo apriva Albumasar, non incontrava dunque soltanto una versione araba dell’antichità. Incontrava il risultato di una nuova civiltà scientifica. Anche per chi pratica oggi l’astrologia tradizionale questa vicenda possiede un significato particolare. Molte tecniche considerate genericamente "medievali" sono in realtà il risultato di una storia molto più complessa, nella quale Alessandria, l’Iran sasanide, l’India, Baghdad, Toledo e le università europee appartengono a una lunga catena di trasmissione. Termini, dignità, lotti, periodizzazioni planetarie e dottrine sulle congiunzioni cambiarono mentre attraversavano lingue e culture diverse. Ricostruire questa storia significa comprendere che la tradizione astrologica non è mai stata un blocco immobile. Abū Maʿshar rappresenta questa circolazione meglio di quasi qualunque altro autore. Nato alle frontiere orientali dell’antico mondo iranico, divenuto celebre nell’ambiente abbaside, tradotto in greco e soprattutto in latino, stampato nel Rinascimento e discusso per secoli sotto il nome di Albumasar, trasformò materiali provenienti da civiltà differenti in una costruzione capace di sopravvivere al contesto che l’aveva prodotta. La sua eredità non consiste soltanto nelle singole tecniche che trasmise. Consiste nell’idea molto più ambiziosa che il cielo possa essere letto come una struttura del tempo e che la vicenda degli uomini, delle dinastie e delle religioni possa essere inserita entro cicli più vasti della durata di una singola vita. È precisamente questa ambizione, oggi estranea alla maggior parte dell’astrologia popolare, a spiegare perché un sapiente del IX secolo poté diventare, sotto il nome di Albumasar, una delle grandi autorità della cultura astrologica europea.

 

Roberto Minichini

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