L’estraneità può diventare una forma di coscienza prima ancora che una condizione biografica. Quando ogni legame appare insufficiente e perfino l’amore sembra incapace di colmare la distanza tra l’io e il mondo, la solitudine smette di essere un sentimento e diventa una struttura dell’esistenza. L’individuo finisce così per cercare un orizzonte più ampio, assoluto e irriducibile alle convenzioni comuni. Nella letteratura russa del diciannovesimo secolo questa visione raggiunse una delle sue espressioni più intense e più radicali. Michail Jur’evič Lermontov appartiene a quella rara categoria di scrittori nei quali la biografia sembra quasi inseguire le immagini create dalla poesia. Nato a Mosca nel 1814 e morto in duello a Pjatigorsk nel 1841, a soli ventisei anni, attraversò la letteratura russa con una rapidità impressionante. In poco più di un decennio riuscì a lasciare liriche, poemi, drammi e un romanzo destinati a occupare un posto centrale nella cultura russa. La sua figura viene spesso avvicinata a quella di Aleksandr Pushkin, morto anch’egli in duello nel 1837, ma la somiglianza biografica rischia di nascondere una differenza essenziale. Pushkin possiede ancora, nonostante le problematiche della sua esistenza, una capacità straordinaria di aderire alla molteplicità del mondo. Lermontov sembra invece partire da una rottura già avvenuta. Tra l’individuo e la società, tra il desiderio e la possibilità di soddisfarlo, tra l’amore e la capacità di abbandonarsi all’amore esiste quasi sempre una distanza che non può essere colmata. La solitudine lermontoviana non coincide quindi con il semplice isolamento. Non è soltanto la tristezza di chi non viene compreso dagli altri e non consiste nemmeno nella posa convenzionale del giovane poeta romantico che preferisce la notte, le montagne e le tempeste alla vita quotidiana. Dietro queste immagini esiste un problema più radicale. L’individuo di Lermontov possiede una coscienza troppo sviluppata per accettare ingenuamente il mondo che lo circonda, ma non possiede una fede abbastanza salda da sostituire quel mondo con un ordine diverso. Comprende le convenzioni sociali e per questo le disprezza. Analizza i propri sentimenti e finisce così per distruggerne la spontaneità. Desidera l’assoluto, ma vive in una realtà che gli offre soltanto rapporti limitati, carriere, conversazioni mondane, rivalità, compromessi e passioni destinate a consumarsi. La sua solitudine nasce precisamente da questa sproporzione. Lermontov crebbe nella Russia di Alessandro I e soprattutto di Nicola I, in un ambiente segnato dalle conseguenze della rivolta decabrista del 1825. Quando il futuro poeta aveva undici anni, un gruppo di ufficiali e aristocratici tentò di opporsi all’ascesa al trono di Nicola I e di imporre una trasformazione politica dell’Impero. La rivolta fallì rapidamente e il nuovo sovrano inaugurò un sistema caratterizzato da forte controllo politico, censura e sorveglianza delle idee. Lermontov non fu un rivoluzionario nel significato organizzato del termine, ma apparteneva a una generazione che conosceva perfettamente il destino dei decabristi e che avvertiva il peso di una società nella quale le possibilità di azione pubblica erano estremamente limitate. L’inquietudine individuale della sua poesia non può essere ridotta alla politica, ma neppure completamente separata dall’atmosfera della Russia degli anni Trenta dell’Ottocento. Un momento decisivo arrivò nel 1837 con la morte di Pushkin. Lermontov scrisse allora “La morte del poeta”, una composizione che trasformava il lutto letterario in un atto di accusa. La responsabilità della tragedia non ricadeva soltanto sull’uomo che aveva affrontato Pushkin in duello. Lermontov indicava un intero ambiente aristocratico, fatto di maldicenze, ipocrisie, rivalità e giudizi sociali, come moralmente corresponsabile della distruzione del poeta. Alcuni versi aggiunti alla composizione furono giudicati particolarmente provocatori dalle autorità. Ne seguì l’arresto e poi il trasferimento nel Caucaso. L’episodio contribuì immediatamente alla notorietà di Lermontov, ma soprattutto rese evidente un tema che attraverserà tutta la sua opera. Il poeta autentico appare come qualcuno che non può integrarsi completamente nel mondo sociale e proprio per questo finisce inevitabilmente per entrare in conflitto con esso. Il Romanticismo europeo aveva già costruito numerose figure di individui ribelli e solitari. Byron esercitò su Lermontov un’influenza evidente, soprattutto durante gli anni giovanili. L’eroe byroniano, orgoglioso, misterioso, colpevole, incapace di vivere secondo le regole comuni, offriva un modello potentissimo. Lermontov, tuttavia, non rimase un semplice imitatore russo di Byron. Con il passare degli anni il titanismo romantico viene sottoposto nelle sue opere a un esame sempre più severo. L’uomo eccezionale può disprezzare la mediocrità del mondo, ma questa superiorità non gli garantisce affatto la felicità. Talvolta diventa anzi un’altra forma di prigionia. Chi considera insufficienti tutte le cose finite rischia di diventare incapace di amare qualsiasi cosa reale. Questo conflitto assume una delle sue forme più grandiose in “Il demone”, il poema al quale Lermontov lavorò in diverse versioni per molti anni. Il Demone attraversa il cosmo come uno spirito separato, condannato a contemplare una creazione che non riesce più ad amare. La sua condizione non è semplicemente quella del male. Egli possiede memoria, desiderio, orgoglio e una dolorosa coscienza della propria esclusione. Non appartiene più al cielo, ma neppure alla terra. Osserva il mondo dall’esterno e proprio questa posizione gli conferisce insieme superiorità e disperazione. Quando incontra Tamara, la possibilità dell’amore sembra aprire una via verso una trasformazione. Il Demone desidera credere che un sentimento umano possa restituirgli ciò che ha perduto. Eppure la sua stessa natura rende impossibile ciò che desidera. L’amore viene contaminato dal bisogno di possedere, dalla volontà di trascinare l’altro nella propria solitudine e dall’incapacità di accettare una realtà indipendente dal proprio io. In questa contraddizione si trova uno dei nuclei più profondi della poesia lermontoviana. La solitudine non dipende soltanto dall’assenza degli altri. Può derivare dall’incapacità di riconoscere realmente l’altro come altro. Il paesaggio caucasico intensifica ulteriormente questa dimensione. Lermontov conobbe il Caucaso fin dall’infanzia e vi tornò più volte, anche come ufficiale. Le montagne, le gole, i fiumi e gli spazi vastissimi presenti nella sua opera non costituiscono una semplice decorazione romantica. Rappresentano una natura che possiede grandezza senza aver bisogno dell’uomo. Di fronte ad essa la società aristocratica appare meschina e artificiale. Nel paesaggio caucasico l’individuo può immaginare una libertà altrimenti irraggiungibile, ma anche questa libertà rimane ambigua. Le montagne non risolvono il conflitto interiore. Offrono uno spazio nel quale esso diventa più visibile. Una tensione simile attraversa “Mcyri”, dove il giovane protagonista fugge dal monastero in cui è cresciuto per cercare, anche soltanto per pochi giorni, quella libertà e quella patria dalle quali è stato separato. La sua fuga conduce alla morte, ma non per questo viene presentata come inutile. Meglio un breve momento di esistenza autentica che una lunga vita vissuta in una condizione sentita come estranea. Qui la solitudine assume un significato diverso da quello del Demone. Non nasce dall’orgoglio di chi si ritiene superiore all’universo, ma dalla separazione forzata dalle proprie radici. Lermontov mostra così che esistono molte forme di estraneità e che non tutte dipendono dalla stessa causa. Nelle liriche il tema appare spesso in una forma ancora più concentrata. Il mare, la vela, le nuvole, la strada, la notte e le stelle diventano immagini attraverso le quali l’io poetico pensa il proprio rapporto con il mondo. Una delle poesie più celebri, “La vela”, presenta una piccola vela bianca lontana nel mare azzurro. La domanda implicita riguarda ciò che essa cerca. Non sembra desiderare né una semplice meta né la sicurezza. Cerca la tempesta come se nella quiete non potesse trovare alcuna soddisfazione. In pochi versi appare già una delle contraddizioni fondamentali dell’universo di Lermontov. L’individuo soffre per l’inquietudine, ma soffrirebbe forse ancora di più se l’inquietudine scomparisse. Questo elemento distingue Lermontov da una rappresentazione puramente sentimentale della malinconia. I suoi personaggi non sono necessariamente vittime innocenti di un mondo che non li comprende. Spesso contribuiscono attivamente alla propria infelicità. Cercano un’intensità che la vita ordinaria non può garantire e finiscono per creare conflitti quando la realtà non offre spontaneamente tale intensità. Il desiderio di eccezionalità diventa una dipendenza. La pace può apparire quasi come una forma di morte, mentre la sofferenza conferma almeno l’impressione di vivere pienamente. Con “Un eroe del nostro tempo”, pubblicato in volume nel 1840, questa intuizione romantica raggiunge una straordinaria complessità psicologica. Grigorij Aleksandrovič Pečorin appartiene alla stessa famiglia spirituale degli eroi ribelli e disillusi, ma Lermontov introduce una distanza critica che impedisce di trasformarlo semplicemente in un modello. Pečorin è intelligente, coraggioso, capace di osservare gli altri con grande lucidità. Comprende i meccanismi della società e spesso prevede perfettamente il comportamento delle persone che lo circondano. Il suo problema consiste nel fatto che applica la stessa capacità analitica anche a se stesso senza riuscire a modificarne le conseguenze. Pečorin sa di provocare sofferenza. Riconosce la propria noia, il proprio egoismo e la tendenza a cercare emozioni attraverso gli altri. Non si racconta favole consolatorie. Questa lucidità, tuttavia, non produce una trasformazione morale. Diventa quasi un’altra forma di impotenza. Egli comprende ciò che sta facendo mentre continua a farlo. In questa caratteristica Lermontov anticipa una linea fondamentale della letteratura russa successiva, nella quale la coscienza di sé non coincide affatto con la capacità di governare se stessi. Il rapporto di Pečorin con le donne rivela con particolare chiarezza questa incapacità. Il desiderio è forte soprattutto quando esiste un ostacolo. Una volta conquistato ciò che sembrava indispensabile, l’interesse può diminuire. L’amore viene quindi trasformato in una prova della propria influenza sull’altro. Pečorin vuole essere amato e nello stesso tempo teme ciò che un legame autentico potrebbe imporgli. La libertà personale viene difesa fino al punto di renderla sterile. Non dipendere da nessuno significa infine non appartenere a nessuno. È qui che la solitudine romantica perde definitivamente qualsiasi innocenza. Essere diversi dagli altri può essere doloroso, ma può diventare anche una forma di vanità. Sentirsi superiori alla società offre una spiegazione comoda della propria infelicità. Lermontov conosce bene questa tentazione e non la nasconde. Pečorin è insieme vittima e responsabile, osservatore della propria epoca e prodotto della stessa epoca. Il titolo “Un eroe del nostro tempo” contiene proprio questa ambiguità. Non invita ad ammirare semplicemente il protagonista. Suggerisce che una società deve interrogarsi quando produce uomini dotati di energie straordinarie che non sanno dove impiegarle. In questo senso la solitudine di Lermontov possiede anche una dimensione generazionale. Dopo il 1825 una parte della giovane aristocrazia russa poteva ricevere un’educazione raffinata, conoscere la letteratura europea, parlare diverse lingue e sviluppare aspirazioni intellettuali elevate, trovandosi poi di fronte a possibilità assai limitate di azione politica e sociale. Non tutti reagirono allo stesso modo, naturalmente, ma la figura dell’uomo intelligente privo di uno scopo proporzionato alle proprie capacità divenne uno dei grandi temi della letteratura russa. Più tardi la critica avrebbe parlato dell’“uomo superfluo”, una categoria nella quale Pečorin occupa una posizione decisiva. Ridurre Lermontov a interprete di questa condizione storica sarebbe però altrettanto insufficiente. Le sue poesie più profonde superano la circostanza immediata perché interrogano qualcosa di più generale. È possibile desiderare infinitamente in un mondo finito. È possibile conservare una libertà assoluta senza distruggere ogni legame. Può l’intelligenza diventare un ostacolo alla felicità. Quanto dell’isolamento dipende dalla società e quanto dall’individuo stesso. Queste domande impediscono alla sua poesia di appartenere soltanto alla Russia di Nicola I. Negli ultimi anni della sua vita compare inoltre una tonalità che rende ancora più complessa l’immagine del poeta eternamente ribelle. In alcune liriche Lermontov sembra desiderare non la tempesta, ma una pace diversa dalla semplice rassegnazione. In “Esco solo sulla strada” il paesaggio notturno acquista una dimensione quasi cosmica. La terra dorme, il cielo comunica con il cielo, mentre l’uomo rimane solo davanti all’immensità. Non c’è però soltanto disperazione. Appare il desiderio di una quiete profonda, di una riconciliazione che non coincida né con l’annientamento né con l’abbandono della coscienza. Questo passaggio è essenziale. Lermontov non rimase prigioniero per tutta la vita della retorica giovanile della ribellione. Nei testi maturi il bisogno di assoluto non scompare, ma diventa meno teatrale e più dolorosamente consapevole. L’individuo comprende che la continua opposizione al mondo non può costituire da sola una forma di vita. La ribellione difende la libertà, ma non insegna necessariamente come usarla. L’orgoglio protegge dall’umiliazione, ma può impedire la vicinanza. La lucidità libera dalle illusioni, ma può distruggere anche quelle illusioni senza le quali gli esseri umani faticano a vivere. La morte di Lermontov avvenne il 27 luglio 1841 secondo il calendario gregoriano, durante un duello con Nikolaj Martynov nei pressi di Pjatigorsk. Le circostanze sono state successivamente ricoperte da racconti, interpretazioni e leggende. Rimane il fatto impressionante che uno dei maggiori scrittori russi fosse morto prima di compiere ventisette anni. Inevitabilmente la sua fine contribuì a creare l’immagine del poeta condannato, quasi che tutta la sua opera fosse stata una preparazione alla morte. Sarebbe però ingiusto leggere Lermontov soltanto attraverso questa conclusione. La forza della sua poesia non deriva dal fatto che morì giovane, ma dalla precisione con cui riuscì a rappresentare una forma di coscienza che continua a sembrarci familiare. Il suo uomo romantico desidera essere libero e scopre che la libertà può diventare vuoto. Cerca l’amore e teme di perdere se stesso nell’amore. Disprezza la società, ma soffre perché non riesce a trovare altrove una comunità autentica. Analizza se stesso fino a trasformare la propria anima in un problema. Vorrebbe una vita assoluta e non riesce ad accettare che ogni vita concreta sia necessariamente limitata. Per questo la solitudine di Lermontov non appartiene soltanto al Romanticismo. Dietro il mantello dell’ufficiale russo, le montagne del Caucaso, i duelli e le passioni dell’Ottocento emerge una condizione ancora riconoscibile. È la solitudine di chi osserva troppo, dubita troppo e desidera troppo per poter abitare serenamente il mondo che gli è stato dato. Lermontov non offre una soluzione a questa frattura. La trasforma in poesia, e proprio per questo continua a parlarci.
( Roberto Minichini, agosto 2026 )

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