venerdì 20 febbraio 2026

Appunti sparsi ispirati dalla sacra grappa croata ( Roberto Minichini, anno 2026)


1) Il suo contributo per la causa del nulla assoluto ci fa avvolgere nelle nebbie di una dimensione atemporale. Sono stati arrestati tuti coloro che non contribuiscono all’edificazione di una società più giusta. Questo lo dicono costoro che credono che le contingenze abbiano veramente un significato. La prego di sedersi, si accomodi. Lei è cosciente che il nulla assoluto deve trionfare, e anche se non trionfa, va bene lo stesso. Quando i tiranni si accusano a vicenda di essere dittatori, hanno tutti ragione. Il mondo è come una pizza, è diviso a fette, tutti corrono a rubarsi la propria fetta.

2) Noi siamo amici soltanto dei boschi e delle montagne, abbiamo firmato molte petizioni per far abolire il turismo, lo spirito borghese e il consumismo. Gli individualisti della civiltà dei selfie vivono di arrivismo e di apparenze, essi non sono come noi, monaci taoisti e nudisti che vivono parlando con gli spiriti degli antenati. Il mio cane discuteva troppo con me, e mi contraddiceva sempre, e si mangiava i miei hot dog e i miei kebab, per questo è stato arrestato.

3) Per prevedere il futuro non hai bisogno di tecniche o scuole, hai solo bisogno di un dono di madre natura. Noi viviamo in una società razionalista dove tutti credono di avere poteri magici, ma i veri maghi non dicono di esserlo e non sono cittadini della civiltà illuminista. Hai fatto propaganda politica oggi? Non ti vergogni? Vuoi governare tu il mondo? Proiettare all’esterno le proprie mancanze è la base di partenza di ogni politico e di ogni analista politico. Questo vale anche per gli indovini che esercitano in pubblico, non prevedono mai nulla prima, ma sanno tutto a posteriori. I veri indovini hanno sei dita dei piedi sul piede sinistro, gli altri sono indovini finti, che non sanno neanche dove sono girati.

4) Mi ricordo i tempi in cui era profondamente giapponese senza sapere una parola di giapponese e senza essere stato mai in Giappone e senza aver mai visto un giapponese dal vivo. Era il 1986 a Zagabria. Nel 1987 la città sarebbe stata piena di giapponesi e anche di persone di altre parti del mondo, per le olimpiadi degli studenti. A quel tempo i soldati in libera uscita dalle caserme avevano la stella rossa sul berretto. Gli adulti dicevano tutti di essere socialisti. Nel 1990 questi adulti ci sarebbero stati ancora, ma in tutta la città di un milione di abitanti non si trovava più neanche un solo socialista o marxista.

5) Puoi conoscere i popoli solo se conosci molto bene le loro lingue e se hai vissuto con loro come uno di loro, vivendo in mezzo a loro. Altrimenti fai della filologia, del turismo o del giornalismo, e nulla di tutto ciò ti fa conoscere l’essenza di una cultura e di un popolo.

6) Le mani di quella donna erano magnifiche e lei non parlava troppo, anzi, stava quasi sempre muta. La sua giovane età, i suoi splendidi occhi, o suoi capelli rigogliosi e naturali che profumavano di paradiso terreste, come si fa a dimenticare tutto ciò?

7) La carriera di filosofo è una aberrazione dello spirito. I filosofi corrompono la società con le loro fumose frottole individualiste. Per questo sono stati tutti arrestati. La fine della filosofia e della verbosa civiltà capitalista e borghese è stata sempre priorità assoluta nei programmi del partito unico del proletariato mondiale emancipato dalle catene dell’imperialismo. Per combattere i filosofi e liberare la società socialista dai filosofi ho deciso di mangiare molti panini giganti e di non lavarmi più ascelle. Sospetto soltanto che quelli che parlano troppo di imperialismo siano anche loro imperialisti. Sono imperialisti del proprio impero. E fra i socialisti che ho conosciuti erano tutti animati da spirito piccolo borghese ed individualista. Neanche uno era autentico. La cosa più scandalosa e triste è che neanche Karl Marx era autentico. Per questo è stato arrestato. Era un piccolo borghese individualista meschino, arrivista ed egoista, finanziato dal grande capitale.

Firmato: Roberto Minichini, console onorario dell’Ambasciata della Repubblica dei Nudisti, febbraio 2026

giovedì 19 febbraio 2026

Quaranta Giorni nella Grotta (Racconto breve di Roberto Minichini)


Era il 1999 quando salii sulle montagne della Bosnia coperte di neve per iniziare un ritiro di quaranta giorni in una grotta. Portavo soltanto una coperta pesante, una lampada a olio, datteri, acqua, e il quaderno con l’elenco dei Novantanove Nomi Divini, in arabo al Asma al Husna, ciascuno dei quali designa un attributo di Dio. Avrei dovuto ripeterli 10.000 volte al giorno, seduto, con il dhikr ritmico che muove leggermente la parte alta del corpo e la testa, avanti e indietro, seguendo il battito interiore. Gli amici sufi del villaggio lasciavano il cibo nel punto stabilito del bosco. Non li vedevo mai. Il ritiro doveva essere totale, nessun volto umano, nessuna distrazione, solo neve, pietra, oscurità, e il Nome divino ripetuto migliaia di volte. Dentro la grotta il freddo pungeva come ghiaccio vivo. La pietra odorava di umidità e notte. Le prime ventiquattro ore furono una lotta, la mente rifiutava il silenzio, il corpo tremava. Seduto, iniziavo il dhikr con un movimento lento, regolare, avanti e indietro, mentre pronunciavo uno dei Nomi Divini, al-Rahman (Il Misericordioso), al-Quddus (Il Purissimo), al-Nur (La Luce), cercando di non perdere il ritmo. Il terzo giorno la solitudine diventò più pesante del freddo. Il vento entrava dalla fessura della grotta come un animale che voleva trascinarmi fuori. La ripetizione dei Nomi si spezzava, la mente correva a pensieri inutili. Mi costrinsi a sedere per ore finché il corpo cedette e accettò la disciplina. Sentivo la stanchezza come un nodo nella fronte. Il quinto giorno la grotta cominciò a mostrare la sua voce. Ogni eco cambiava mentre ripetevo i Nomi. Il movimento del dhikr, un’oscillazione lenta della testa e delle spalle, diventava più automatico. La lingua pronunciava i Nomi, ma sembrava che la pietra li rimandasse indietro trasformati. Scoprii che il silenzio non era muto ma respirava ritmicamente con me. Il settimo giorno la neve chiuse quasi del tutto l’ingresso. Scavai con le mani per trovare aria, poi sedetti di nuovo. Il dhikr diventò l’unico ordine possibile. Ripetevo al-Sabur (Il Pazientissimo) quando la fatica cresceva, al-Qawi (Il Forte) quando il corpo cedeva, al-Hadi (La Guida) quando la mente scivolava. Il numero dei giri, mille, duemila, tremila, diventò un modo per non pensare. Il decimo giorno accadde qualcosa che non so spiegare. Il dhikr prese un ritmo più profondo. Il movimento della testa, avanti e indietro, sembrava sincronizzato con qualcosa che non proveniva da me. La grotta non era più un rifugio, era una scuola. Il quindicesimo giorno non sentivo più la fame allo stesso modo. Il pane e i datteri lasciati nel bosco bastavano. Il corpo si muoveva al rallentatore ma la mente era lucida. Pronunciando al-Haqq (La Verità), sentivo un tremito nella colonna vertebrale. Il dhikr non era più un esercizio: era diventato una corrente che saliva e scendeva. Il ventesimo giorno il tempo iniziò a perdere consistenza. Il mattino e la notte erano identici. Il dhikr continuava per ore, poi si fermava da solo, poi ricominciava. A volte il movimento ritmico diventava così naturale da sembrare indipendente dalla mia volontà. Il corpo oscillava, la testa seguiva, e io ero solo un osservatore. Il venticinquesimo giorno capii che l’ego si era assottigliato. Non completamente, ma abbastanza da lasciar filtrare una calma diversa. La grotta non mi respingeva più. La neve, fuori, era come una coperta stesa dal cielo. Il trentesimo giorno scoprii che la paura scompare non quando si diventa forti, ma quando si diventa trasparenti. La ripetizione dei Nomi, al-Basir (Colui che vede), al-Latif (Il Sottile, il Delicato), al-Qarib (Il Vicino), modellava il respiro. Il dhikr era un metronomo dell’anima. Il trentacinquesimo giorno quasi non sentivo più il corpo. Il freddo c’era, ma non feriva. La fatica c’era, ma non disturbava. Ripetevo i Nomi come se li sapessi da sempre. A volte la grotta sembrava respirare insieme a me. Il quarantesimo giorno, quando scesi verso il villaggio, il Maestro mi attendeva vicino al bosco. Era un sufi bosniaco anziano, con la barba bianca e il capello islamico, gli occhi limpidi e da uomo puro, uno sguardo azzurro come il ghiaccio delle montagne sulla quale avveniva l’incontro. Rimase in silenzio per alcuni istanti, come se osservasse ed ascoltasse ciò che mi portavo addosso. Poi disse: «Ora tu non sei più la persona di prima. Non sarai mai più la persona di prima. Tornerai al mondo, ma non farai mai più parte del mondo. La conoscenza vera non è frutto della mente, ma solo frutto del cuore». Abbassai lo sguardo e gli baciai la mano in segno di rispetto ed obbedienza. Lui proseguì: «E ascolta ciò che ti dico. Per tutti i quaranta giorni, nella grotta non eri solo. Con te c’era, spiritualmente, Abdul Qadir Jilani. Era un grande maestro sufi del XII secolo vissuto in Iraq ma di origine persiana, fondatore della Via mistica Qadiriyya. Si dice che la sua protezione raggiunga chi supera una prova severa con fede salda. Ha vegliato il tuo ritiro. Ora tu sei suo figlio spirituale». Mi attraversò un brivido. Non provocato dal freddo. Le parole del Maestro mi entrarono nel petto come una seconda nascita, più importante della prima. Era il 1999. E non ho mai più dimenticato ciò che accadde in quelle montagne.

Roberto Minichini

Febbraio 2026

mercoledì 18 febbraio 2026

Nelle Montagne dell’Anatolia (Racconto breve di Roberto Minichini)


Arrivai nelle montagne dell’Anatolia in una mattina chiara, le cime segnate da neve antica, i villaggi bassi di pietra raccolti lungo i pendii. Ero lì per incontrare una piccola comunità sufi della via Naqshbandi, confraternita mistica dell’Islam sunnita fondata nel XIV secolo da Baha al-Din Naqshband, centrata sul dhikr, cioè il ricordo costante di Dio praticato in forma silenziosa, senza vocalizzazione, senza canto esteriore. Mi accolsero con sobrietà. «Salam aleikum», la pace sia su di te. «Wa aleikum salam», e su di voi la pace. Tè scuro caldo, sguardi fermi ma dolci e puliti, parole misurate e molto educate. Il maestro era anziano, volto scavato, occhi penetranti, profondissimi. «La via è presenza costante di Dio» disse. «Se il cuore dimentica Dio, tutto il resto è distrazione profana da atei.» La sera partecipai al dhikr. Seduti in cerchio, schiena diritta, occhi chiusi. Nessun suono. Solo il Nome, Allah, che in arabo significa Dio, ripetuto interiormente come un battito costante. Sentivo la mente razionale da europeo resistere, poi cedere alla trance mistica orientale. In quel silenzio di concetti i miei libri e le mie analisi restavano fuori. Il giorno seguente la vidi. Si chiamava Aylin. Trentatré anni. Lineamenti netti, occhi scuri e stabili, postura composta. Il velo semplice incorniciava un volto luminoso senza ornamenti. Camminava con passo leggero e parlava quasi sempre a voce bassa, non rideva mai, sorrideva leggermente, se necessario. Parlava inglese con chiarezza. Aveva studiato economia ad Ankara, inoltre aveva anche lavorato in ambito finanziario, poi aveva lasciato tutto. «Io sono musulmana» disse con calma. «Non sono capitalista e non sono comunista. Non sono materialista e non credo al falso idolo pagano del denaro.» Le parole uscivano senza esitazione, quasi con durezza, il che per ei era strano. «Il denaro è uno strumento, speso manipolata da gente senza morale. Quando diventa centro della vita, diventa adorazione idolatrica.» Mi guardò direttamente negli occhi. «Non ho nulla da imparare dagli occidentali. Gli unici occidentali che accetto sono quelli che riconoscono la Luce dell’Islam. Persone come te. Voi siete il futuro dell’Occidente, anche se la maggioranza degli occidentali ancora si illude di poter insegnare al resto del mondo come vivere.» La Luce Divina, spiegò, è la guida rivelata che orienta l’anima verso Dio e verso l’aldilà, cioè la vita dopo la morte e il Giudizio finale. Camminammo lungo un sentiero tra rocce e terra compatta. Le chiesi cosa pensasse del mondo contemporaneo, della civiltà moderna che io stesso non accetto. «Questa vita non conta nulla» rispose. «Conta solo l’aldilà. Non il mondo moderno o il mondo antico, tutto ciò è illusione» L’aldilà, precisò, è la realtà definitiva, eterna, dove ogni azione viene giudicata e ogni intenzione resa manifesta. «I sufi dicono che chi vive dorme e chi muore si sveglia» aggiunse. Spiegò che per molti maestri spirituali la vita terrena è una sorta di velo oscuro, una percezione limitata, mentre la morte è passaggio a una visione più chiara. «Se vivi per questo mondo, resti addormentato» disse. «Se vivi per Dio, sei già desto.» Parlammo di storia. «Sogno il ritorno dell’Impero Ottomano» affermò con serenità. Non come nostalgia romantica o banalmente politica, ma come desiderio di unità dei musulmani di tutto il mondo e struttura che ci difende dagli aggressori. «Non per dominio cieco, ma per ordine morale e spirituale credo al sultanato.» Per lei quell’epoca rappresentava un periodo in cui la legge islamica, la sharia, cioè il sistema normativo derivato dal Corano e dalla Sunnah, aveva una cornice riconosciuta e stabile. «Oggi abbiamo una frammentazione basata sulle nazioni» disse. «Allora c’era la coerenza universale della comunità musulmana mondiale.» Mi parlò di Abu Hanifa, giurista dell’VIII secolo, fondatore della scuola hanafita, una delle quattro principali scuole giuridiche sunnite. «Era persiano» osservò. «Eppure parlava e scriveva in arabo, ed insegnò anche agli arabi.» Abu Hanifa è noto per l’uso equilibrato della ragione giuridica all’interno della fedeltà al testo rivelato. «Non tutto è rigidità» aggiunse. «Esiste anche intelligenza nell’obbedienza.» Poi mi parlò anche, a lungo, delle donne nella tradizione spirituale. «Molti citano solo uomini» disse. «Ma la storia custodisce nomi di donne musulmane che hanno raggiunto stazioni spirituali elevate.» Mi raccontò di Rabi’a al-‘Adawiyya, mistica dell’VIII secolo famosa per il suo amore totale verso Dio, vissuto senza ricerca di ricompensa né timore di punizione. «Diceva che adorava Dio per Dio.» Mi parlò anche di donne anatoliche legate alle confraternite mistiche, custodi della pratica silenziosa nelle case e nei villaggi, invisibili agli archivi ma centrali nella trasmissione del ricordo. Durante il dhikr della sera la percepivo a pochi metri da me. Nessun gesto superfluo, nessuna emozione esibita. Il suo respiro era regolare, la postura immobile. In lei non c’era agitazione, no era un ballo profano, solo concentrazione continua. Dopo la sessione restammo ancora qualche minuto nel cortile. «La disciplina vale più dell’entusiasmo» disse. «L’entusiasmo si spegne, è solo un’emozione dell’ego. La disciplina resta ed illumina lo spirito.» Il giorno della partenza mi accompagnò fino al limite del villaggio. Le montagne erano immobili, il vento costante. «Se vivi per Dio, non temi la perdita di niente e di nessuno, non temi nulla» disse. Nessun saluto solenne, nessun contatto fisico. Scendendo verso la valle sentivo che quell’incontro non aveva creato una bassa e volgare eccitazione nei confronti di una donna molto bella ed assai forte e religiosa, aveva invece imposto una misura sacra etica e pulita al nostro dialogo profondo. In Anatolia avevo incontrato una forma di Islam che guarda oltre il tempo presente e oltre le ideologie politiche laiche moderne. E una donna di trentatré anni, che aveva lasciato il calcolo economico e la carriera per il ricordo continuo di Dio, mi aveva mostrato che per chi attende l’aldilà questa vita è solo una prova breve, un passaggio tra sonno e risveglio.

 

Roberto Minichini

Febbraio 2026 

lunedì 16 febbraio 2026

Nourhan tra gli scaffali (Racconto breve di Roberto Minichini)


Nessun incontro nella vita avviene per caso, anche perché il caso non esiste. Nel mondo arabo questa legge invisibile sembra agire con ancora maggiore forza che altrove. Al Cairo l’aria aveva una densità particolare, una luce color sabbia che filtrava dalle finestre alte della biblioteca come se anche il sole avesse imparato il silenzio dei libri. Entrai nel grande salone con passo lento, quasi rituale, portando con me un elenco di testi che cercavo da giorni, studi sulla scuola hanbalita, trattati di diritto islamico, biografie di giuristi musulmani, cronache delle controversie teologiche tra tradizionalisti e razionalisti. Gli scaffali si alzavano come colonne di un palazzo da sultano, ordinati, austeri, carichi di memoria storica. Fu lì che la vidi. Aveva ventisei anni, lo venni a sapere più tardi, quando parlando accennò con un sorriso alla sua recente laurea in lingua e letteratura inglese. Era velata, vestita interamente di nero, con guanti neri che rendevano i suoi gesti ancora più misurati, quasi calligrafici. Il volto era delicato, lo sguardo limpido e attento, la voce bassa, timida, ma sorprendentemente sicura quando iniziò a parlarmi in un inglese elegante, fluido, con una pronuncia precisa, senza esitazioni. Le spiegai cosa cercavo, testi sulla formazione della scuola hanbalita, sulle opere attribuite ad Ahmad ibn Hanbal, sui dibattiti intorno al Corano increato, sulle tensioni tra autorità politica e autorità religiosa. Lei annuì con una concentrazione intensa e mi rispose prima in inglese, poi passò spontaneamente all’arabo moderno standard, un arabo colto, articolato, quasi letterario, per citare titoli e nomi con maggiore precisione. Nel suo arabo c’era un rispetto profondo per le parole, come se ogni termine avesse un peso storico e sacrale, un’eco antica. Mi guidò tra gli scaffali con passi leggeri, il nero del suo abito che si muoveva con discrezione tra il marrone dei legni e il beige delle pareti. Toccava i dorsi dei volumi con i guanti, estraeva i testi con cura, me li porgeva con entrambe le mani, spiegandomi la differenza tra un’edizione critica moderna e una ristampa più divulgativa, tra un’opera giuridica e un commentario storico. In quell’ora sospesa, la biblioteca divenne uno spazio separato dal resto della città, quasi un’isola di concentrazione e memoria. A un certo punto, parlando della scuola hanbalita, la sua voce cambiò leggermente tonalità. Disse che quella tradizione rappresentava per molti la fedeltà alla purezza originaria, alla centralità della Rivelazione Divina, alla disciplina morale sincera. Poi, con una determinazione che mi colpì, aggiunse che per lei la grandezza assoluta della civiltà araba e islamica sunnita non era solo nei testi giuridici o nei dibattiti teologici, ma nella capacità di costruire imperi immensi, regni potenti, città meravigliose, università eccelse, biblioteche enormi, reti di commercio forti, sistemi di solidarietà capaci di aiutare tutti i poveri. Disse che spesso sente parlare di declino, di crisi, di divisioni, e che nel suo cuore spera in un futuro migliore, in una rinascita che unisca conoscenza, fede e giustizia e la vittoria finale dell’Islam. Mentre parlava, gli occhi le si illuminavano, senza enfasi, con una luce da diamante scuro, una luce intensa. Mi raccontò che presto si sposerà, che il suo fidanzato lavora nel settore dell’ingegneria, che anche lui è molto religioso, che lei sogna una casa piena di voci, molti figli, libri islamici sugli scaffali e una vita pura da donna credente, ordinata attorno alla preghiera, allo studio, alla famiglia. Non c’era alcuna titubanza nelle sue parole, solo una convinzione molto ferma e calma, quasi naturale. Io la ascoltavo, con i volumi impilati sul tavolo, sentendo che quell’incontro era più di una semplice consultazione bibliografica. Era il riflesso di una generazione che porta sulle spalle il peso di un passato glorioso e l’incertezza di un presente complesso, ma che ancora crede nella possibilità di una riscossa miracolosa. Quando l’orologio segnò la fine di quell’ora, mi accompagnò alla scrivania con lo stesso passo silenzioso con cui mi aveva guidato tra gli scaffali. Mi augurò buona ricerca, questa volta in inglese, con un sorriso timido che le addolcì il volto. La osservai allontanarsi tra i corridoi, figura nera tra le colonne di libri, custode discreta di una memoria millenaria. Uscendo nella luce rumorosa del Cairo, con i testi sotto il braccio, sentii che quell’ora nella biblioteca aveva avuto qualcosa di magico, un incontro breve ma importante, nel centro di una fortezza islamica sunnita granitica, come se per un momento la storia, la fede e un progetto di scenario futuro sull’umanità si fossero incrociati nello spazio silenzioso tra due scaffali.

Roberto Minichini, febbraio 2026

Hölderlin and I, Between Poetry and Pizza (Roberto Minichini)

 


domenica 15 febbraio 2026

Salma (Racconto di Roberto Minichini)


La incontrai in un pomeriggio sospeso tra polvere e luce, in un quartiere del Cairo che non compariva nella mia guida turistica. Aveva trent’anni, lo seppi più tardi, ma nel primo istante mi colpì il fascino magnetico che emanava, non solo la sua straordinaria bellezza. Stava in piedi davanti a una piccola libreria di testi islamici con la saracinesca mezza abbassata, parlando con il proprietario, un signore anziano con il segno delle prostrazioni sulla fronte. Il traffico scorreva dietro di lei come un fiume caotico e irrequieto, ma intorno al suo corpo sembrava esserci una zona di calma, un’aura assieme angelica e sensuale. Si chiamava Salma. Pelle color miele scuro, occhi grandi, nerissimi, non dolci ma pieni di fuoco. Non sorrideva per compiacere o per recitare la parte della gentile. Lo faceva perché il suo cuore sorride spontaneamente. Bella, bellissima, magnifica. Portava un velo leggero, moderno, colorato e liberale, forse non per grande devozione religiosa ma per tradizione familiare, e un abito semplice, di un blu profondo che faceva risaltare la linea del collo. Questa donna era riuscita ad ipnotizzarmi in pochi minuti. Volevo allontanarmi, salutarla, ed andare nella vicina moschea. Ma poi mi sono dimenticato della moschea, tanto la moschea rimane sempre lì, ci sarebbe stata anche il giorno dopo. Guardavo lei, le dicevo delle cose, non mi ricordo cose le dicevo. Lei rideva e diceva che il mio accento non l’aveva mai sentito prima. A un certo punto io le ho detto: “Sei bella come un incantesimo e un demone non mi permette di andare a pregare in moschea”. La sua non era la bellezza da banale fotografia o da rivista patinata. Era una bellezza molto superiore, e del tutto autentica e naturale. Parlammo ancora a lungo, cercavo un testo introvabile su Ibn Arabi, e lei intervenne correggendo il libraio su un’edizione sbagliata. Mi guardò come si guarda uno straniero che forse capisce, forse no. Poi mi disse: ”Tu comprendi l’arabo, tu capisci la nostra lingua”! Il suo inglese era incerto, il mio arabo classico imperfetto, inoltre non corrispondeva alla parlata reale del popolo. Ci incontrammo in una lingua intermedia fatta di parole spezzate e silenzi, e soprattutto di sguardi. Non guardo le persone negli occhi, lo faccio solo quando sento che l’anima del mio interlocutore è pura e luminosa. Scoprii che lei insegnava matematica in una scuola superiore. Era divorziata, senza figli. Non raccontò il motivo, ed ovviamente non lo chiesi. Aveva uno sguardo che mi faceva tornare almeno una quindicina di anni più giovane. Camminammo lungo una strada secondaria dove le case mostravano balconi stretti, panni stesi, antenne improvvisate. Mi parlò dell’Egitto che non appare nelle fotografie occidentali. “Qui”, disse, “non siamo esotici. Siamo stanchi, arrabbiati, ironici, devoti, contraddittori.” Non c’era vittimismo nelle sue parole, solo lucidità ed accettazione. Quando mi invitò a prendere un tè e un panino in un piccolo posto arredato in stile arabo antico frequentato solo da uomini, notai gli sguardi insistenti su di noi. Lei li ignorò con una naturalezza quasi divertita. Mi disse: “Sei mio ospite, mangia, bevi.” Mi raccontò di quando, a vent’anni, aveva creduto che la religione fosse un muro severo. A trenta invece aveva capito che era un deserto difficile e profondo pieno di fiori del paradiso. A un certo punto un asino passò lento davanti al locale, guidato da un ragazzo con un carico di sacchi di riso e di frutta. Lei lo indicò e sorrise per la prima volta apertamente. “Questo è l’Egitto che amo”, disse. “Niente eroico, niente di retorico. Solo vita quotidiana reale.” La guardai ancora a lungo in quel momento. Era bella, ma era anche integra e semplice. Non chiedeva attenzioni. Non cercava di impressionare. La sua bellezza era un dono di Allah. Quando ci salutammo, il sole stava scendendo e il cielo aveva preso un colore aranciato davvero strano. Non ci scambiammo grandi saluti. Mi disse soltanto: “Se torni, porta un libro che ami davvero. Non uno che rappresenta i tuoi pensieri. Mi piacerebbe uno dove si trovano dentro i tuoi sogni.”

(Roberto Minichini, febbraio 2026)