Seduto sulla mia sedia a rotelle passo i giorni,
mentre la luce cambia sopra i vetri,
e attorno a me si muovono discrete
sette presenze fedeli e sorridenti,
quattro donne dal passo lieve e fermo,
tre uomini dal gesto saldo e buono
Mi aiutano ad alzarmi con pazienza,
mi incoraggiano con parole chiare,
sostengono il braccio nel breve cammino,
mi porgono il bastone levigato dal tempo,
ed io mi sollevo, lento e dignitoso,
come antico albero che ritrovi forza
Allora chiamo il mio pastore tedesco,
che subito mi guarda con fierezza,
e insieme muoviamo, piano, molto piano,
verso il bosco dove vissero amore e passione,
là dove l’inverno custodì nel gelo
una stagione ardente e memorabile
Furono i giorni di dicembre 2025,
e quelli di gennaio 2026,
quando il freddo serrava vetri e rami
e il cielo indugiava in colori severi
Ma tra sentieri umidi e terre scure
viveva per noi una dolce estate
Ogni ritorno portava mani intrecciate,
ogni silenzio custodiva promesse,
ogni sosta sotto i nudi castagni
pareva lunga quanto un anno intero
Il bosco ascoltava i nostri passi lenti
e teneva memoria del nostro calore
Ora la primavera è giunta ancora,
ha messo gemme sopra i rovi antichi,
ha riempito d’uccelli la luce del giorno,
ma nel bosco manca una presenza cara,
manca colei che mutava il paesaggio
con un sorriso semplice e sovrano
Fin dall’inizio camminava con loro,
legata a leggi che non mi dissero,
nata dentro trame già predisposte
e dentro vie decise da altri nomi
Nessuno previde che tra noi sorgesse
la passione viva della carne e del cuore
Nessuno previde il frutto del grembo,
né il lampo che mutò il corso degli eventi
Per questo venne rapida la distanza,
per questo caddero chiuse molte porte,
per questo il mondo mutò volto d’un tratto
senza concedermi parola alcuna
L’hanno condotta lontano, in attesa di partorire,
oltre frontiere e strade senza fine,
in terra straniera remota e silenziosa
Io non volli questo distacco improvviso,
né fui chiamato a dire il mio pensiero,
ancora una volta escluso dagli eventi
Nulla so di chi l’abbia accompagnata,
nulla del volto che le cammina accanto,
nulla dei nomi detti nelle stanze,
nulla delle scelte prese lontano
Mi resta soltanto la nuda distanza
e il lungo vuoto d’un silenzio chiuso
È giovane donna di ventisette anni,
quasi ventotto, nel fiore del tempo,
con quella grazia che consola i luoghi
e rende lieta perfino la sera
Ma sopra la sua sorte passò severa
l’ombra gelosa d’una donna potente
So quale vita l’attende dopo il parto,
vita raccolta e dura insieme,
madre silenziosa, monaca vigile,
donna di terra tra orti e greggi quieti
Fra altre donne simili alla sua sorte
custodi d’ordini che non si discutono
Dicono vi siano più villaggi nascosti,
sparsi tra monti, foreste e pietre mute,
luoghi sottratti alle carte del mondo,
senza sentieri noti né vie sicure
Nessuno indica dove siano davvero,
nessuno torna con parole certe
Io resto qui, tra domande senza voce,
mentre il sentiero conosce la mia attesa,
e intendo come spesso l’innocenza
paghi il tributo imposto dall’invidia
quando una mano ricca d’autorità
sceglie di piegare altrui destino
Ma spesso la ritrovo dentro il sogno,
vicina ai rami chiari della selva,
serena, luminosa, senza ombre,
come chi conosca strade a me negate
Mi posa gli occhi addosso e piano dice
di non temere il corso dei mattini
Dice che tutto procede verso il bene,
che il cielo veglia sopra il suo cammino,
che Dio le ha promesso un figlio maschio,
forte nel cuore e limpido nello sguardo
Poi il sogno tace, e resto nella veglia,
sapendo già ciò che nessuno dice
So che altri hanno scritto il nostro esilio,
che altre mani dispongono le strade,
che mai più rivedrò il suo volto caro,
che mai terrò quel figlio tra le braccia
Quando una setta religiosa di fanatici ha molto potere,
la logica cade contro porte chiuse
Le parole giuste perdono la strada,
ogni ragione si consuma nel vuoto,
resta soltanto chi subisce in silenzio
l’ordine deciso da mani invisibili
Ed io rimango, quieto nella luce,
mentre il bosco chiude piano le sue vie
Roberto Minichini, aprile 2026






