Udine, autunno del 1969. La città aveva un passo tranquillo, fatto di biciclette, botteghe aperte presto, voci basse nei caffè, tramonti rapidi sopra i tetti chiari. In via secondaria, dietro una piazzetta con pochi alberi e una fontana consumata, lavorava Pietro Borean, settantasei anni, artigiano del legno. Restaurava sedie sfondate, cornici tarlate, cassettoni di famiglia, inginocchiatoi di chiesa, tavoli che avevano visto troppe cucine e troppe mani. Nessuno lo chiamava maestro, eppure in città molti dicevano soltanto “portalo da Pietro”, come si dice il nome di uno che sa fare e non ha bisogno di parlare. Era vedovo da nove anni. Sua moglie Teresa era morta d’inverno, dopo una malattia breve e crudele. Da allora lui aveva continuato a vivere con ordine severo. Si alzava presto, spazzava il laboratorio, metteva a bollire il caffè d’orzo, apriva le imposte, guardava il cielo come per controllare se il giorno meritasse fiducia. Poi lavorava fino a sera. Aveva mani grandi, dita deformate dal mestiere, schiena curva, occhi ancora vivi. Portava giacca scura anche nel caldo, camicia pulita, scarpe lucidate da sé. Quel mercoledì stava sistemando il piede spezzato di una credenza ottocentesca quando sentì bussare al vetro. Alzò lo sguardo e vide un uomo fermo sulla soglia. Cappotto chiaro, cappello morbido, baffi grigi ben tenuti. Più basso di lui, spalle ancora dritte, un bastone elegante tenuto più per abitudine che per bisogno. Pietro si asciugò le mani sul grembiule e aprì. L’uomo lo guardò qualche secondo, poi sorrise con cautela. «Sei diventato vecchio anche tu.» Pietro rimase immobile. Il viso davanti a lui sembrava arrivare da un cassetto rimasto chiuso troppo a lungo. Poi gli occhi, certi occhi ironici e chiari, riaprirono il passato. «Nereo.» Si strinsero la mano come uomini della loro generazione, con forza misurata e pudore. Nessun abbraccio. Nessuna scena. Nereo Valenti entrò guardandosi attorno. «Odore di colla, cera e segatura. Uguale a una volta.» «Tu invece profumi di treno e di città.» «Sono arrivato da Trieste stamattina.» Si sedettero su due sedie diverse, una nuova e una da riparare. Pietro mise sul tavolo una bottiglia di grappa e due bicchieri piccoli. Per qualche minuto parlarono del tempo, dei prezzi, delle strade cambiate, dei nomi scomparsi dalle insegne. Poi venne il silenzio vero, quello che aspetta la domanda importante. «Trentadue anni,» disse Pietro. «Trentadue e mezzo,» rispose Nereo. «Dal 1937. L’ultima volta alla fiera di San Martino.» Ricordavano entrambi. Erano uomini di poco più di quaranta anni, allora. Ridevano forte, facevano progetti. Uno voleva aprire una bottega più grande. L’altro sognava di commerciare mobili tra Udine, Gorizia e Trieste. Poi erano arrivati gli anni che in Europa entravano nelle case senza chiedere permesso. Richiami, divise, paure, confini mobili, sospetti, fame, morti. E dopo la guerra, la fatica di rimettere insieme ciò che restava. «Ti cercai nel quarantasei,» disse Pietro. «Mi dissero che eri partito.» «E io seppi che tua moglie stava male. Non ebbi coraggio di presentarmi.» Pietro annuì. Non c’era accusa nel gesto. Soltanto stanchezza antica. Nereo osservò una cornice dorata appesa al muro. «Sai perché sono venuto?» «Per vedermi, spero.» «Anche. Ma soprattutto per restituirti una cosa.» Aprì la borsa di pelle che portava con sé e tirò fuori un piccolo oggetto avvolto in panno blu. Lo posò sul banco. Pietro sciolse lentamente il tessuto. Dentro c’era una scatola da cucito in noce, lavorata a intarsio semplice, con iniziali bruciate sul fondo: P.B. Pietro la toccò come si tocca una mano amata. «L’avevo fatta io.» «Per il tuo matrimonio,» disse Nereo. «Nel ’31. Me la prestasti per copiarne il disegno. Poi successe la vita. Traslochi, fughe, magazzini. Mi è ricomparsa quest’estate in una cassa che non aprivo da vent’anni.» Pietro non parlò subito. Aprì il coperchio. Dentro c’erano ancora tre rocchetti di filo, un ditale di ottone, un bottone madreperlato. «Teresa la cercò per mesi.» Nereo abbassò lo sguardo. «Lo so. Per questo sono qui.» Dalla strada passò il rumore di una Vespa. Qualcuno chiamò un bambino da una finestra. La città continuava il proprio mestiere di città. «Ti sei sposato?» chiese Pietro. «Mai.» «Per scelta?» «Per carattere. E per qualche errore.» Pietro versò altra grappa. «Gli errori sono il vero stato civile degli uomini.» Nereo rise, la prima risata piena della giornata. «Sei rimasto il solito.» «Peggiorato.» Rimasero insieme fino al tardo pomeriggio. Parlarono dei morti con rispetto semplice. Dei vivi con prudenza. Dei giovani con curiosità. Del mondo nuovo che correva più di quanto loro approvassero. Nereo raccontò il porto di Trieste, gli anni difficili del dopoguerra, le lingue mischiate nei magazzini. Pietro raccontò le case di Udine ricostruite pezzo per pezzo, le famiglie che volevano mobili moderni e poi tornavano con quelli antichi tra le braccia. Quando il sole scese dietro i tetti, Nereo si alzò. «Dormo in albergo vicino alla stazione. Riparto domani.» «Vieni a pranzo.» «Non voglio disturbare.» «A settantatré anni sei ancora sciocco. Vieni a pranzo.» Si strinsero di nuovo la mano. Sulla porta, Nereo esitò. «Pietro.» «Dimmi.» «Ti ho pensato spesso, sai.» L’artigiano guardò la strada, poi l’amico. «Anch’io. Ma avevamo un secolo di mezzo in mezzo.» Nereo uscì lentamente, col bastone che batteva lieve sui sassi. Pietro rimase sulla soglia finché sparì all’angolo. Rientrò nel laboratorio. Prese la scatola di noce e la mise sul tavolo dove lavorava. La aprì ancora una volta. Dentro c’era l’odore remoto delle case perdute e delle mani fedeli. Poi chiuse le imposte, spense la luce e sorrise nel buio, come chi ha ritrovato qualcosa che non cercava più.
Racconto di Roberto Minichini, aprile 2026






