domenica 11 gennaio 2026

Le mani (Scritto di Roberto Minichini)


Osservo le sue mani con grande attenzione. Le mani sono lo specchio dell’anima. Mani eleganti, armoniche. Sono convinto che le mani raccontano il carattere. Nelle sue mani c’è disciplina e dolcezza, una forza che conosce il limite e una cura e dignità che non esibisce se stessa. Il silenzio, accanto a lei, diventa un territorio liberato dalla tirannide del conformismo sociale e dai continui discorsi: non pesa, non incombe, non è invasiva, non vuole riformare il mondo. Stare nel freddo, tra alberi spogli e luce corta, insegna a distinguere l’essenziale dal superfluo, la natura, quando è nuda, veramente nuda e non turistica, restituisce precisione allo sguardo. In mezzo al gelo si impara la fedeltà alle cose semplici, la dignità dell’attesa, la bellezza che non fa rumore e non milita per nessuna causa fra le innumerevoli illusioni e manipolazioni di questi pianeta impazzito. Le sue mani lo sanno: poggiate sul mondo, immerse nella natura, priva di discorsi, che credono solo alla forza ancestrale dell’amore. Conquista con la sua presenza muta, dolce e pacifica. Non voglio rompere l’incantesimo. Solo ieri ho saputo che lei conosce perfettamente il francese e lo spagnolo. Mi chiedo perché non parla. Davvero strano: parla molto poco. Si esprime con gli occhi, il volto, i gesti. Quindi per seguire ciò che mi vuole comunicare devo continuamente guardarla. Il che mi costringe a cambiare il mio solito modo di interagire con le persone, generalmente distolgo lo sguardo, osservo poco e poi guardo altrove. Qui, ora, devo fare l’opposto. Ha delle mani magnifiche, aristocratiche. A un certo punto le chiedo: “Cosa cerchi?”. E lei risponde: ”Vivere il presente.” E questo presente è più difficile da realizzare di quello che si pensi. Lo sto per dire, ma poi non dico nulla.

Roberto Minichini, gennaio 2026

sabato 10 gennaio 2026

Incontro (Scritto di Roberto Minichini)


C’è stato un momento, in uno dei pomeriggi più corti, in cui ho capito che non stavamo più vivendo un’esperienza, ma uno svelamento. Non accadeva nulla che potesse essere raccontato a qualcuno senza risultare insignificante, e proprio per questo tutto aveva smesso di chiedere una cornice imposta. Lei si muoveva accanto a come se ci fosse sempre stata, con una naturalezza che non ammetteva nostalgia né attese, lei era lì, e ciò bastava. Il modo in cui posava gli oggetti, in cui si sedeva senza cercare una posizione migliore, in cui si avvicinava senza preavviso, dava l’impressione che ogni gesto avesse già trovato la sua forma definitiva altrove, molto prima di noi. Tutto è ciò per me è pura magia. La sua età di giovane donna si sentiva più nel corpo più che nei tratti psicologici, ha ben poco in comune con i suoi coetanei, certo che è una persona assai particolare, lontana dal mainstream e dai suoi dogmi culturali e comportamentali. Ventisette anni portati senza enfasi, senza quella fretta di lasciare tracce o di brillare per qualche forma di originalità o sapienza che spesso accompagna le interazioni nel mondo di oggi. La bellezza non era una qualità sul quale lei contava, non cercava complimenti, e sarebbero stati anche soltanto banalità alla portata di chiunque. Ma mi rendevo perfettamente conto della sua grande bellezza, la quale non era finta o ricercata, era un dono di madre natura. Ogni tanto avevo delle piccole meraviglie interiori. Accadeva quando rideva di qualcosa che non aveva bisogno di essere condiviso, quando si fermava a guardare fuori senza motivo, quando restava immobile accanto a me con una fiducia totale nel fatto che non ci fosse nulla da fare. Essere e basta, non voler rivendicare, non voler costruire, non voler impressionare. Parlavamo poco, e quando succedeva non era per fare discorsi complessi. Le frasi nascevano e morivano lì, senza l’ambizione di diventare memorabili. Ho sempre avuto una relazione febbrile con il linguaggio, come se dire fosse un modo per non perdere terreno, spesso costretto dalle circostanze e dalle persone che incontravo. Con lei questo impulso si spegneva. Non perché fosse represso, ma perché perdeva senso. Lei è contro i discorsi e per l’amore. Era come cercare essere finalmente liberi, tranquilli e spontanei, una specie di metanoia. Il mondo continuava a esistere fuori, con la sua urgenza di prendere posizione, di scegliere un fronte, di produrre interpretazioni, e gran parte delle volte di farneticare e di ripetere ossessivamente posizioni già milioni di volte sentite e risentite. Noi, questo mondo frettoloso e competitivo e pieno di chiacchiere e discorsoni infiniti, lo sentivamo appena, come una dimensione estranea che non merita la nostra attenzione. La tecnologia restava ai margini, gli schermi muti, i messaggi senza risposta. Non per decisione cosciente, ma per mancanza di interesse. Nessuna rinuncia eroica, nessuna purezza comportamentale da difendere. Semplicemente perché ci sono priorità e il circo moderno a volta in verità è soltanto una gabbia. C’erano momenti di contatto fisico improvviso fra noi, diretti, privi di preamboli. Il corpo rispondeva senza esitazioni, senza la teatralità dell’eccesso. In quei momenti tutto si disponeva in modo semplice, come se il desiderio fosse una funzione elementare, non una trasgressione. Io le dicevo che stavamo fornicando eccessivamente e lei rispondeva ogni volta:” Però ti piace!” Nessuna promessa implicita, nessuna proiezione verso un futuro. Solo presenza, totale, concreta, sufficiente. Una sera l’ho osservata mentre dormiva. Non c’era nulla di straordinario in quella scena, solo una persona giovane, stanca, abbandonata al riposo. Ho provato una forma di gratitudine molto precisa, e anche molto grande: la gratitudine di non dover interpretare, di non dover salvare un’immagine da difendere, di non dover essere altro che ciò che ero in quel punto esatto del tempo. Quando tutto questo ha iniziato a manifestarsi, non c’è stato un prima e un dopo. Non abbiamo segnato nulla sul calendario, nessuna tappa è avvenuta perché decisa in anticipo. Ci siamo semplicemente riallineati al resto delle cose che accadevano spontaneamente. Ma ora, da qualche parte, in modo definitivo, so che esiste una possibilità diversa di stare a questo mondo, una configurazione essenziale che non ha bisogno di essere sostenuta dai discorsi sui principi e dalle ideologie e dal dover stare in società. Sapere che esiste è già abbastanza per vecchio misantropo teocratico e comunista come me. Quando mi sono definito così davanti a lei ho visto un grande e dolcissimo sorriso sul suo volto. Vedo la scena, di pochi giorni fa. Lei mi abbraccia e mi dice: ”Capisco perfettamente perché dici queste cose strane, ti leggo come un libro aperto. Non sono mica stupida, so come stanno le cose e mi rendi conto molto bene. Tu sei stufo di tutte queste marionette omologate e addestrate a ripetere le stesse cose e stai facendo il sarcastico, ma io penso sia meglio fare all’amore. Ho una cura infallibile per guarire la tua misantropia.” Poi mi sono arreso e non ho fatto resistenza.

 

Roberto Minichini, gennaio 2026

venerdì 9 gennaio 2026

Un inverno estatico (Poesia di Roberto Minichini)


Un inverno estatico

Sensuale e tradizionale

Fatto di pochi libri

E da pochissime parole

Zero mass media capitalisti

Siamo fuggiti

Dai proclami e dalla retorica

Dal consumismo e dall’edonismo

Dall’individualismo moderno

Stufi

Del migliore dei mondi possibili

In mezzo ai boschi abbiamo fornicato

In quanto madre natura è un regno

Dove la vita è l’amore carnale

La filosofia la lasciamo ai sassi

Noi, invece, siamo alberi

Fecondi e libidinosi

Silenziosi e nudi

Aspiranti socialisti utopisti

Molto pigri

A cui piace mangiare le torte di cioccolata

E praticare massaggi tantrici

 

Roberto Minichini, gennaio 2026

mercoledì 7 gennaio 2026

Lente camminate (Poesia di Roberto Minichini)


Lente camminate

Nei boschi freddi

Lei mi insegna che le parole

Non sono necessarie

Quando c’è la bellezza

Mentre io mi ricordo periodi

In cui per questi boschi

Pochi si avventuravano

Ora, hanno fatto le strade

E il capitalismo è ovunque

Mercato libero che condiziona l’anima

La Croazia dei tempi passati è defunta

Fra pochi anni

Il bosco sarà soltanto un ricordo

E i suoi spiriti ancestrali

Si rifiuteranno di parlale

Con i veggenti in esilio venuti

A trovare la propria terra

 

Roberto Minichini, gennaio 2026

martedì 6 gennaio 2026

Dolci parole slovene (Poesia di Roberto Minichini)


Dolci parole slovene

Meglio di mille chiacchiere vuote

E di slogan letti sulle riviste

Di pettegolezzi e mode

Del circo mediatico infinito

Ora, qui contano soltanto

Dolci parole slovene

Semplici, buone, oneste

Lontani dalla civiltà dei selfie

Dal consumismo e dall’arrivismo

L’unica filosofia di vita ammessa

Il socialismo dal volto umano

La pace contemplativa

E cento baci caldi

Siamo quello che siamo

Difetti ed errori compresi

Senza recite inutili

 

Roberto Minichini, gennaio 2026

lunedì 5 gennaio 2026

Contingenze


Badare alle contingenze consuma l’anima e accorcia il tempo interiore. Le urgenze cambiano, le circostanze scivolano via, ciò che oggi sembra decisivo domani perde peso. Il valore reale nasce da ciò che resta quando l’agitarsi si placa, sorge unicamente da ciò che non chiede approvazione immediata o esterna, da quello che non dipende dal clima del momento. La contemplazione possiede un valore alto, spirituale, mistico, poetico, perché educa alla profondità e restituisce misura al pensiero. Anche l’amore, vissuto con semplicità, raggiunge la stessa densità, senza bisogno di eccessi o prove. Chi impara a non farsi governare dalle contingenze recupera una postura più libera, più lenta, più profonda. È lì che le scelte smettono di inseguire e iniziano ad essere naturali ed autentiche.

Roberto Minichini, gennaio 2026

sabato 20 dicembre 2025

La logica del silenzio


Nel profondo dei boschi, completamente isolati, accade senza preavviso. Ora so da dove viene dal punto di vista della famiglia. Ho conosciuto sua madre. Le somiglia in modo evidente, negli occhi inconfondibili, nella postura, in quella calma che non cerca conferme da nessuno. Guardandola avanzare accanto a me, a volte mi sorprendo a immaginare sua nonna materna, quando era ancora viva. Ovviamente non l’ho mai conosciuta, eppure la vedo. Come se una linea femminile attraversasse il tempo senza spezzarsi, trasmettendo un modo di stare al mondo che passa intatto, senza istruzioni. Tra noi il silenzio si è installato da solo. Non saprei dire quando. È semplicemente comparso e ha preso posto. Io non faccio nulla per violarlo. Ho un timore quasi religioso di interromperlo, come se una parola potesse rovinare qualcosa che si regge da sé felicemente. E questo stare muto, per me, ha del miracoloso. Sono capace di parlare per diciotto ore di seguito senza fermarmi, e sono capace anche di attraversare un intero mese senza dire una parola. Qui accade altro. Qui il silenzio è la forma giusta. Lei si ferma, si volta, accorcia la distanza con un gesto semplice. Mi abbraccia come se quel movimento fosse parte dell’ambiente quanto il sentiero. Il corpo è reale, presente. Energia, sensualità totale, un miracolo della natura. Un mio zio avrebbe detto: “Poche chiacchere, tanti fatti”. Lei mi tiene stretto, sta un minuto ferma e canta per un poco quelle cantilene tutte sue. “Non ci sono lupi cattivi qua?” chiede. Ride. Poi mi bacia. Un bacio diretto, pieno, naturale. Le prendo i capelli fra le mani. Sto quasi per dire delle cose sconce, ma dalla mia bocca non esce una sola parola. Lei si scosta appena, il suo corpo è caldissimo, io invece ho le mani gelide, vedo i suoi occhi neri vicinissimi, profondi, di una bellezza selvaggia, e lei sorride toccandomi la punta del naso. È un sorriso allegro, limpido. Poi parla, per l’ultima volta durante nostra passeggiata nel bosco. La voce, dolcissima. «Sei strano, sei tanto strano, non so mai cosa pensi. Mia madre dice che le sembri un prete, ma io so che tu non sei un prete. Ha, ha, ha!» Ride di gusto, una risata giovane, libera, che attraversa il bosco senza disturbarlo. In quella risata sento tutta la sua età, i ventisette anni appena compiuti, la vita che scorre senza sorvegliarsi. Io resto in silenzio. Non c’è risposta possibile. Lei riprende a camminare come se nulla fosse accaduto, con le sue scarpe sempre diverse, a volte leggere, a volte stivali, la piccola borsa che cambia ogni volta, i capelli scuri che accompagnano il movimento del corpo. Io resto accanto, mi accordo al suo passo. So che quel gesto, quelle parole, quella risata bastano. Restano incise nel cuore del bosco come una verità leggera. E mentre continuo a camminarle vicino sento che il mondo, almeno per un istante, è un posto buono, integro, privo di malvagità e di corruzione morale, senza bisogno di menzogne ed ipocrisie, come se l’egoismo non fosse la regola universale, come se la vita potesse ancora mostrarsi nella sua forma originaria, semplice, luminosa, senza artificiosità.

 

Roberto Minichini, dicembre 2025