
Poche figure della storia spirituale tedesca hanno
elaborato, partendo da una posizione sociale tanto modesta, una visione così
grandiosa di Dio, della natura e dell’uomo. Un calzolaio dell’Alta Lusazia,
privo di formazione accademica, di incarichi ecclesiastici e della protezione
di un’istituzione dotta, osò riproporre le domande più profonde della
metafisica cristiana. Come può dalla divina unità nascere un mondo di
differenze? Perché esistono l’oscurità, la resistenza e la sofferenza? Come è
possibile il male, se ogni cosa ha origine nella bontà perfetta? E quale
significato possiede la libertà umana all’interno di una creazione che dipende
interamente dalla propria origine divina? Jakob Böhme (1575–1624) non rispose a
tali interrogativi nel linguaggio sobrio di una scuola filosofica. Le sue opere
parlano attraverso immagini di fuoco e luce, desiderio e angoscia, ira e amore,
specchio e sapienza, nascita e trasformazione. Queste immagini non
costituiscono semplici ornamenti. Formano un linguaggio spirituale mediante il
quale Böhme cercò di descrivere i processi invisibili da cui Dio, la natura e
la coscienza umana emergono nella loro forma conoscibile. Böhme nacque nel 1575
ad Altseidenberg, presso Görlitz, e imparò il mestiere di calzolaio. Della sua
giovinezza si conosce poco con certezza. Non frequentò l’università e non
ricevette una formazione filosofica o teologica sistematica. Non era tuttavia
un uomo naturale completamente incolto, che sviluppava le proprie idee al di
fuori di ogni contesto spirituale. Conosceva la Bibbia, la cultura della
predicazione luterana, la letteratura devozionale e, con ogni probabilità,
concezioni provenienti dalla mistica medievale, dal paracelsismo, dall’alchimia
e dalla filosofia naturale della prima età moderna. Il suo pensiero nacque in
un’epoca di violente tensioni religiose. La Riforma aveva spezzato l’unità del
cristianesimo occidentale, ma il nuovo ordinamento protestante non aveva
eliminato il desiderio di un’esperienza religiosa immediata. Molte persone
consideravano insufficienti le controversie confessionali, l’erudizione
dogmatica e le lotte di potere delle Chiese. Cercavano un rinnovamento
interiore del cristianesimo e una conoscenza che non provenisse soltanto dai
libri, ma dall’esperienza vivente dell’azione divina. Intorno al 1600 Böhme
visse, secondo testimonianze posteriori, una decisiva illuminazione spirituale.
Il celebre racconto collega l’esperienza alla visione di un recipiente
metallico colpito dalla luce del sole. L’esattezza dei dettagli esteriori della
tradizione è meno importante del significato che Böhme attribuì alla propria
conoscenza interiore. Egli credette di contemplare per un istante l’essenza
nascosta della natura. Le cose visibili non gli apparvero più come corpi
separati, esistenti esteriormente gli uni accanto agli altri. Vi riconobbe le
forme espressive di forze più profonde. Ogni colore, ogni forma, ogni movimento
e ogni qualità naturale divennero per lui segni di una realtà spirituale. La
natura non era materia morta, ma rivelazione vivente. In essa agivano le stesse
forze che determinano l’interiorità umana. Ciò che nel cosmo si manifesta come
luce, tenebra, durezza, movimento, fuoco, crescita e armonia compare nell’anima
come desiderio, angoscia, volontà, conoscenza, amore e rinascita spirituale.
Nel 1612 Böhme compose la sua prima grande opera, “Aurora o l’aurora nascente”.
Il titolo indica l’inizio di una nuova visione spirituale. Come l’aurora
annuncia la luce senza essere ancora il pieno giorno, il libro voleva
rappresentare una conoscenza ancora imperfetta, ma autentica, del mistero
divino. Lo scritto non era inizialmente destinato alla diffusione pubblica. Fu
tuttavia copiato e giunse nelle mani di lettori affascinati dal suo linguaggio
inconsueto e dalle sue idee audaci. Il pastore principale di Görlitz, Gregor
Richter, considerò l’opera pericolosa ed eretica. Böhme venne interrogato dal
consiglio cittadino e il manoscritto fu temporaneamente sequestrato. Gli fu
vietato di comporre altri libri religiosi. Per alcuni anni tacque realmente, ma
la necessità interiore di scrivere si rivelò più forte del divieto. A partire
dal 1618 circa nacque in rapida successione un’opera molto ampia. Ne fanno
parte “Descrizione dei tre principi dell’essenza divina”, “La triplice vita
dell’uomo”, “Psychologia vera”, “De Signatura Rerum”, “Della predestinazione”,
“Mysterium Magnum” e numerosi scritti più brevi, successivamente raccolti sotto
il titolo “La via verso Cristo”. Al centro del pensiero più maturo di Böhme si
trova il misterioso concetto dell’Ungrund. Il termine tedesco unisce l’idea del
fondamento alla sua negazione. Un fondamento è ciò su cui qualcosa poggia, da
cui deriva o mediante il quale può essere spiegato. L’Ungrund è invece ciò che
è privo di fondamento, ciò che non possiede un’origine precedente né una causa
esterna. Con questa espressione Böhme non intende indicare un’entità
particolare posta accanto a Dio o al di sopra di lui. L’Ungrund non è una
divinità oscura precedente al Dio cristiano. Non è neppure una materia
primordiale dalla quale il mondo sarebbe stato formato. Indica piuttosto
l’insondabile libertà della Divinità prima di ogni manifestazione determinata,
prima di ogni proprietà nominabile e prima di ogni distinzione tra luce e
tenebra, bontà e rigore, spirito e natura. In questo senso l’Ungrund è un
nulla, ma non un nulla vuoto o morto. Non è l’assenza di ogni essere, bensì
l’indeterminatezza di ciò che non è ancora entrato in una forma definita. Böhme
giunge qui al limite del linguaggio. Non appena si afferma che l’Ungrund è
luminoso oppure oscuro, buono oppure malvagio, immobile oppure mosso, gli si è
già attribuita una qualità, collocandolo così nell’ambito della manifestazione.
L’Ungrund in sé si sottrae a tali determinazioni. È libertà senza direzione
prefissata, volontà prima di ogni oggetto determinato e possibilità prima di
ogni realtà formata. Non possiede un fondamento, poiché al di fuori di esso non
esiste nulla che possa spiegarlo. Questa concezione conduce a una delle domande
più audaci del pensiero di Böhme. Come può qualcosa di determinato nascere
dall’indeterminato? Perché dalla libertà senza fondamento procede una
manifestazione? Böhme risponde mediante l’idea di una volontà originaria.
L’Ungrund non è una vuota immobilità. In esso sorge una volontà di automanifestazione.
Ciò che è privo di fondamento vuole afferrare, conoscere e contemplare se
stesso. Produce una determinazione nella quale possa rispecchiarsi. Böhme
utilizza a tale riguardo concetti come nostalgia, desiderio e comprensione di
sé. Queste parole non devono essere intese nel comune significato psicologico.
La Divinità non soffre di solitudine e non crea il mondo perché le manchi
qualcosa. Böhme tenta piuttosto di esprimere un processo metafisico eterno. Ciò
che non è manifesto entra nella manifestazione, ciò che è illimitato si
raccoglie in una forma e l’unità nascosta produce una differenza attraverso la
quale può conoscere se stessa. Un significato decisivo spetta alla sapienza
divina, che Böhme chiama frequentemente Sophia. Essa non è una seconda dea
posta accanto alla Divinità. Indica lo specchio eterno delle possibilità
divine. In essa appaiono gli archetipi delle cose prima che queste emergano nel
mondo temporale e corporeo. La sapienza è la pura capacità formativa della
manifestazione divina. In essa la volontà contempla ciò che può procedere da
lei. La successiva creazione non è pertanto un’opera totalmente arbitraria,
prodotta da un comando esteriore e priva di una relazione interiore con il suo
autore. Le creature realizzano in forma temporale e limitata possibilità
eternamente conosciute nella sapienza divina. Per Böhme la manifestazione
presuppone la differenza. Un’unità completamente indifferenziata non potrebbe
riconoscersi come unità, poiché nulla le starebbe di fronte. Una luce pura che
non incontrasse mai l’oscurità non potrebbe manifestarsi come luce. Una forza
che non sperimentasse alcuna resistenza non potrebbe mostrare la propria
potenza. Anche l’amore diventa riconoscibile soltanto quando supera il rigore,
la separazione e l’opposizione. All’interno dell’automanifestazione divina
nasce quindi una tensione tra forze differenti. Böhme descrive questo processo
attraverso diverse qualità o spiriti sorgivi. La volontà si contrae, diviene
aspra e rigorosa, produce resistenza, movimento, angoscia e infine
un’accensione ignea. Soltanto attraverso questo processo drammatico nasce una
natura nella quale le forze possono essere distinte le une dalle altre.
L’oscurità di cui parla Böhme non deve quindi essere immediatamente
identificata con il male morale. Essa è inizialmente il lato nascosto, rigoroso
e contraente della natura. Senza contrazione non vi sarebbe forma. Senza
resistenza non vi sarebbe movimento. Senza acutezza non vi sarebbe sensibilità.
Senza fuoco non vi sarebbe attività vivente. La natura oscura costituisce il
fondamento nel quale la luce può manifestarsi. Possiede una funzione necessaria
all’interno della manifestazione. La luce non distrugge le forze oscure, ma le
trasforma. La durezza diviene stabilità, l’acutezza diviene chiarezza, il fuoco
diviene calore e il desiderio diviene movimento vivente. La tenebra non è
dunque una potenza estranea che irrompe dall’esterno nell’ordine divino.
Appartiene alla possibilità della manifestazione, senza essere per questo già
il male. Il fuoco possiede nel pensiero di Böhme un duplice significato. Può
essere sperimentato come desiderio bruciante di sé, angoscia, ira e
consumazione. Può però anche essere penetrato dalla luce e trasformato in
calore, gioia, forza e amore. Lo stesso fuoco originario appare, secondo la sua
direzione spirituale, come inferno oppure come vitalità celeste. La questione
decisiva non consiste nella presenza del fuoco, ma nel suo chiudersi in se
stesso oppure nel suo aprirsi alla luce. Qui si trova il passaggio dalla natura
alla libertà. La dottrina di Böhme non è un semplice dualismo e neppure una
teoria che mescoli indistintamente bene e male. Egli non ammette due principi
eterni ed egualmente potenti, un dio della luce e un dio delle tenebre. Tutto
procede in ultima istanza dall’unica realtà divina. Tuttavia il male non è per
lui una semplice illusione o un’apparenza priva di significato. Possiede una
reale potenza spirituale, perché la libertà contiene una reale possibilità di
perversione. Il male nasce quando una singola forza si separa dall’ordine
complessivo, si innalza a centro assoluto e rende assoluta la propria qualità
particolare. Il desiderio non è malvagio in sé. Senza desiderio non vi sarebbe
movimento della volontà. Diventa malvagio quando vuole soltanto attirare ogni
cosa a sé e non è più capace di ricevere o di donare. Il rigore non è malvagio
in sé. Senza di esso non vi sarebbero stabilità e forma. Diventa malvagio
quando si indurisce contro ogni apertura. Il fuoco non è malvagio in sé. Senza
fuoco non vi sarebbero energia e vita. Diventa una potenza distruttiva quando
respinge la luce e si consuma esclusivamente in se stesso. Il male non è quindi
una sostanza autonoma. È una perversione delle forze originarie, una falsa
direzione della volontà e una violenta separazione dell’individuale dal tutto.
Questa concezione determina l’interpretazione böhmiana della caduta di
Lucifero. Lucifero non venne creato come essere malvagio. La sua forza
originaria era gloriosa e potente. La sua caduta avvenne perché volle possedere
in se stesso la potenza ignea. Non volle ricevere la luce come dono e
trasmetterla, ma trasformare la propria forza particolare nel centro supremo.
Separò così il fuoco dall’amore. Ciò che nell’ordine divino era forza, gloria e
movimento vivente divenne, nella chiusura egoistica, ira, tormento e oscurità.
La caduta di Lucifero mostra che il male può sorgere da una forza buona quando
essa si separa dal tutto e non riconosce più la propria limitatezza. Paradiso e
inferno non sono pertanto, per Böhme, soltanto luoghi remoti nei quali l’anima
viene trasferita dopo la morte. Sono condizioni spirituali che iniziano già
nell’interiorità umana. La stessa forza divina può essere sperimentata come
luce oppure come ira. La volontà chiusa in se stessa la vive come tormento
bruciante. La volontà aperta e amante la sperimenta come gioia e unità vivente.
L’inferno è la completa prigionia della volontà in se stessa. Essa incontra
ovunque soltanto se stessa, ma non può trovare in se stessa alcuna pace. Il
paradiso è la liberazione da questa convulsa autoaffermazione. L’uomo non vi
perde la propria personalità, ma la riceve nuovamente entro un ordine
superiore. Böhme giunge così al problema della libertà. Senza libertà la
creatura sarebbe soltanto uno strumento. Potrebbe compiere determinate azioni,
ma non amare veramente né diventare realmente colpevole. Un amore imposto non
sarebbe amore. Una bontà derivante dall’impossibilità del male non
possiederebbe valore spirituale. La creatura deve quindi avere una reale interiorità.
Deve poter aprire o chiudere la propria volontà. Questa possibilità è
pericolosa, ma appartiene alla dignità dello spirito creato. La libertà non
significa per Böhme la scelta arbitraria tra possibilità qualsiasi. Un uomo non
è già libero per il solo fatto di poter seguire ogni desiderio mutevole. Una
simile condizione può costituire una schiavitù ancora più profonda, poiché
l’uomo viene allora dominato dalle proprie brame. La vera libertà nasce quando
la volontà non si aggrappa più compulsivamente alla propria individualità
separata. Böhme parla della morte della volontà propria. Con ciò non intende la
distruzione della persona. L’uomo non deve diventare un oggetto privo di
volontà. Deve morire piuttosto l’illusione secondo cui egli esisterebbe da se
stesso e potrebbe trasformare se stesso nel fine ultimo della propria vita. La
volontà propria è la volontà che riferisce tutto a se stessa. Non domanda quale
sia la verità o quale sia l’ordine del tutto, ma come possa accrescere il
proprio potere, il proprio piacere, il proprio onore o la propria sicurezza.
Questa volontà appare inizialmente come espressione di autonomia, ma conduce in
realtà alla prigionia. Quanto più vuole possedere, tanto più cresce la sua
paura della perdita. Quanto più vuole dominare, tanto più dipende dalla
resistenza e dal riconoscimento altrui. Quanto più vuole innalzarsi, tanto più
profondo diviene il suo vuoto interiore. La volontà che si apre invece
all’origine divina non perde la propria forza. Viene liberata dalla necessità
compulsiva di affermare continuamente se stessa. Il male è possibile perché la
volontà creata possiede una libertà reale. Non viene però comandato da Dio e
non è neppure uno strumento necessario che Dio produrrebbe intenzionalmente per
rendere il bene più interessante o più potente. Böhme resta fedele alla bontà
divina. Nel suo scritto “Della predestinazione” si oppone alle concezioni
secondo cui Dio avrebbe destinato dall’eternità determinati esseri umani alla
dannazione, indipendentemente dalla loro volontà. Una simile dottrina
trasformerebbe Dio direttamente nell’autore del male. Per Böhme Dio vuole la
vita e la salvezza. La dannazione nasce dalla chiusura della volontà in se
stessa. Il problema rimane tuttavia difficile. Se tutte le forze provengono da
Dio, da dove trae la creatura la capacità di rivolgersi contro Dio? La risposta
di Böhme è che la forza ha origine divina, ma la sua direzione viene
determinata nel centro creaturale. La creatura non può produrre nulla a partire
da un essere completamente proprio. Riceve la propria esistenza e le proprie
forze. Può tuttavia utilizzare tali forze come se appartenessero esclusivamente
a lei. Il male non crea una nuova sostanza. Perverte ciò che ha ricevuto.
Separa il fuoco dalla luce, la potenza dall’amore e l’individualità dal suo
rapporto con il tutto. La dottrina böhmiana dei tre principi ordina queste idee
in una cosmologia complessiva. Il primo principio è la natura oscura, rigorosa
e ignea. Comprende contrazione, resistenza, angoscia, movimento e accensione.
Il secondo principio è il mondo luminoso dell’amore, della gioia e
dell’armonia. Nella luce le forze rigorose non vengono eliminate, ma
trasformate e inserite in un ordine vivente. Il terzo principio è la natura
visibile e temporale. In essa le forze dei primi due principi emergono
esteriormente. Il mondo nel quale esistono uomini, animali, piante e forme
minerali è il teatro nel quale si incontrano tenebra e luce, volontà propria e
amore, separazione e riunificazione. Questi principi non sono spazi separati.
Si compenetrano. Nell’uomo le medesime forze possono apparire come ira,
angoscia, coraggio, chiarezza, amore oppure gioia spirituale. Anche nella
natura esteriore si manifestano i loro effetti. Böhme considera la natura come
un libro di segni. In “De Signatura Rerum” spiega che ogni cosa porta una
segnatura. La forma, il colore, il sapore, l’odore, il movimento e la qualità
naturale indicano la forza invisibile che agisce nell’interiorità. La segnatura
non è una somiglianza arbitraria che l’uomo proietta successivamente sulle
cose. È l’espressione esteriore di un’essenza interiore. Questa concezione
collega la mistica di Böhme alla filosofia naturale del suo tempo. Il mondo non
è per lui uno spazio neutrale costituito da materia morta. Possiede una struttura
spirituale profonda. Minerali, piante, animali e corpi umani sono condensazioni
e forme espressive di forze attive. L’uomo può comprendere la natura perché le
stesse forze fondamentali sono presenti anche in lui. La conoscenza non nasce
soltanto dall’osservazione esteriore. Colui che conosce incontra nella natura
una realtà che agisce contemporaneamente nella propria interiorità. L’uomo è
perciò un microcosmo, un piccolo mondo. In lui si incontrano la natura
visibile, il mondo oscuro del fuoco e il mondo divino della luce. Il corpo lo
collega alla creazione esteriore, l’anima alle forze desideranti e sensibili,
lo spirito alla possibilità della conoscenza divina. Il conflitto cosmico tra
luce e tenebra non si svolge quindi soltanto in un remoto passato. Si ripete in
ogni volontà umana. Ira, superbia, invidia, avidità e desiderio di dominio non
sono per Böhme difetti morali isolati. Mostrano che singole forze hanno
abbandonato l’ordine complessivo. L’ira può essere una necessaria forza di
difesa, ma diviene distruttiva quando gode di se stessa. La coscienza di sé può
essere espressione di una sana individualità, ma si trasforma in superbia
quando l’uomo considera i propri doni ricevuti come merito esclusivamente
personale. Il desiderio mantiene la vita in movimento, ma diviene avidità
quando non riconosce più alcun valore al di fuori della propria soddisfazione.
L’umiltà non significa, all’interno di questa dottrina, debole
auto-umiliazione. Non è neppure sottomissione sociale a ogni potere esteriore.
L’umiltà consiste nella conoscenza che la volontà individuale non è il centro
assoluto della realtà. L’uomo umile non rinnega le proprie forze. Le ordina
secondo la loro origine e il loro vero scopo. In ciò risiede una particolare
forma di forza spirituale. Chi non deve continuamente innalzare se stesso
diventa meno dipendente dalla lode, dal possesso e dalla conferma esteriore.
Cristo occupa una posizione centrale nel pensiero di Böhme. La sua dottrina
rimane, malgrado i concetti inconsueti, una teosofia cristiana. La redenzione
non consiste soltanto nella conoscenza intellettuale di un sistema occulto del
mondo. È una reale rinascita della volontà. In Cristo la luce divina entra
nella natura umana caduta. Non distrugge questa natura, ma ne trasforma le forze.
Il fuoco viene nuovamente unito alla luce, il rigore all’amore e
l’individualità alla propria origine divina. L’uomo deve riprodurre
interiormente questo processo. Una semplice professione di fede, l’appartenenza
a una Chiesa o la conoscenza delle dottrine teologiche non sono sufficienti. La
vecchia volontà deve morire e una nuova volontà deve nascere. Questa rinascita
non è un singolo atto esteriore. È un processo interiore continuo. L’uomo deve
riconoscere sempre nuovamente il modo in cui la volontà propria può nascondersi
sotto forme religiose, morali o apparentemente umili. Anche la devozione può
diventare uno strumento di superbia, quando l’uomo si innalza sugli altri a
causa della propria presunta santità. Su questo punto Böhme è vicino alla mistica
tedesca. Meister Eckhart (circa 1260–circa 1328), Johannes Tauler (circa
1300–1361) e l’opera anonima “Teologia tedesca” avevano insegnato che l’uomo
deve abbandonare la propria volontà affinché la vita divina possa operare in
lui. Böhme riprende questo motivo, collegandolo però a una cosmologia molto più
ampia. La rinascita interiore dell’uomo corrisponde al grande processo
attraverso il quale la luce emerge dalla tenebra e trasfigura le forze
originarie della natura. Il termine teosofia indica in Böhme una sapienza
riguardante Dio, la natura e l’uomo, derivante dall’illuminazione interiore e
dall’esperienza spirituale. La sua teosofia non deve essere confusa con la
successiva Società Teosofica o con i moderni sistemi esoterici sincretistici.
Il mondo di Böhme è interamente permeato da concezioni bibliche e cristiane. I
suoi concetti inconsueti non servono a sostituire il cristianesimo con una
combinazione arbitraria di religioni differenti. Egli vuole portare alla luce
il mistero interiore della rivelazione cristiana. Sarebbe altrettanto inesatto
definirlo senza limitazioni un panteista. Per lui la natura è penetrata dalle
forze divine, ma Dio non si esaurisce nel mondo visibile. La Divinità è
presente in ogni cosa e nello stesso tempo trascende ogni forma creata. Tutto
vive dal suo fondamento, ma nessuna singola forma, e neppure la totalità delle
cose visibili, esaurisce la sua essenza. Il mondo è rivelazione di Dio, non
completa identità di Dio con la natura. Il linguaggio di Böhme rimane difficile
perché comprende simultaneamente livelli differenti. Il fuoco può indicare una
forza cosmica, una condizione dell’anima, una qualità divina e un simbolo
alchemico. La tenebra può significare il fondamento nascosto della
manifestazione, la tormentosa chiusura della volontà in se stessa oppure la
condizione dello spirito caduto. Questa polisemia non è sempre un segno di
scarsa chiarezza. Corrisponde al suo tentativo di descrivere processi che si
svolgono contemporaneamente in Dio, nella natura e nell’uomo. La grande particolarità
del suo pensiero consiste nel rifiuto di separare superficialmente luce e
oscurità. La luce non appare accanto a una tenebra completamente estranea.
Risplende da una profondità nella quale le successive opposizioni non sono
ancora presenti in forma creata. La natura oscura non viene distrutta. Il suo
rigore diventa forza, il suo fuoco diventa calore e il suo desiderio diventa
movimento gioioso. La redenzione non significa pertanto fuga dalla creazione né
annientamento dell’individuale. Significa il giusto ordinamento e la
trasformazione delle forze. Per Böhme il corpo non è malvagio per natura. Il
mondo visibile non è una prigione priva di significato dalla quale lo spirito
dovrebbe fuggire il più rapidamente possibile. Anche l’individualità non è un
errore. La creazione vuole differenze, forme e particolarità viventi. La
particolarità diventa corruttrice soltanto quando dimentica la propria origine
e divinizza se stessa. La creatura non deve cessare di essere creatura. Deve
realizzare la propria forma particolare come espressione di un ordine divino
più ampio. Questa unione di mistica, filosofia naturale e dottrina della
libertà spiega la forte influenza esercitata da Böhme sulla successiva storia
spirituale tedesca. Friedrich Wilhelm Joseph Schelling (1775–1854) riprese le
sue concezioni riguardanti il fondamento oscuro, la natura, la libertà e la
possibilità del male. Soprattutto nel suo scritto sulla libertà umana compare
l’idea che il male non derivi da una sostanza autonoma, ma da una perversione
delle forze. Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770–1831) vide in Böhme, malgrado
la sua espressione disordinata e ricca di immagini, un importante pensatore
tedesco, perché concepì l’unità divina non come quiete vuota, ma come movimento
vivente di differenziazione e riunificazione. Anche il Romanticismo trovò in
lui un precursore. Novalis (1772–1801), Ludwig Tieck (1773–1853) e Franz von
Baader (1765–1841) si interessarono a una visione del mondo nella quale natura,
spirito, simbolo e religione non erano ancora decaduti in ambiti del sapere
reciprocamente separati. Böhme venne successivamente letto anche al di fuori
della Germania. I suoi scritti influenzarono movimenti religiosi, pensatori
mistici e filosofi della libertà. Nikolaj Berdjaev (1874–1948) riconobbe in lui
uno dei pensatori più audaci del mistero della libertà divina e umana. Il
pensiero di Böhme rimane inquietante perché non risolve il problema del male
mediante una formula rassicurante. Il male non è né una seconda potenza eterna
accanto a Dio né una semplice illusione. Nasce dalla reale possibilità della
libertà di chiudersi in se stessa. La tenebra è nello stesso tempo qualcosa di
più di una metafora morale. Indica la profondità nascosta e rigorosa della
vita, dalla quale possono emergere forza, individualità e manifestazione.
Quando questa profondità viene penetrata dalla luce, nasce una gloria vivente.
Quando il fuoco si separa dalla luce, la medesima profondità diviene l’abisso
del tormento prodotto dalla volontà chiusa in se stessa. Il mondo procede dalle
tenebre divine perché ciò che è privo di fondamento vuole manifestarsi e
riconoscersi nella molteplicità delle forme viventi. Questa oscurità non è un
regno del male precedente a Dio. È l’indeterminatezza e la profondità
insondabile nella quale rimangono nascoste le possibilità della manifestazione.
Soltanto nel movimento della volontà nascono opposizione, natura, fuoco e luce.
L’uomo si trova al centro di questo processo. In lui la creazione può ricadere
nella separazione oppure ritrovare un’unità superiore. Egli può porre le
proprie forze al servizio dell’autodivinizzazione oppure ricondurle entro un
ordine d’amore. In questo consiste il nucleo severo della visione di Jakob
Böhme. La luce non trionfa negando la profondità. Trionfa invece trasformandone le
forze. La libertà non si realizza nel dominio illimitato della volontà propria,
ma nella sua apertura verso un’origine che la sostiene senza distruggerla.
L’uomo non trova se stesso dichiarandosi centro dell’intero universo, ma
riconoscendo che la propria autentica individualità può esistere soltanto
all’interno di un ordine vivente e divino.
( Roberto Minichini )