
C’è stato un momento, in uno dei pomeriggi più corti, in cui
ho capito che non stavamo più vivendo un’esperienza, ma uno svelamento. Non
accadeva nulla che potesse essere raccontato a qualcuno senza risultare
insignificante, e proprio per questo tutto aveva smesso di chiedere una cornice
imposta. Lei si muoveva accanto a come se ci fosse sempre stata, con una
naturalezza che non ammetteva nostalgia né attese, lei era lì, e ciò bastava.
Il modo in cui posava gli oggetti, in cui si sedeva senza cercare una posizione
migliore, in cui si avvicinava senza preavviso, dava l’impressione che ogni
gesto avesse già trovato la sua forma definitiva altrove, molto prima di noi.
Tutto è ciò per me è pura magia. La sua età di giovane donna si sentiva più nel
corpo più che nei tratti psicologici, ha ben poco in comune con i suoi coetanei,
certo che è una persona assai particolare, lontana dal mainstream e dai suoi
dogmi culturali e comportamentali. Ventisette anni portati senza enfasi, senza
quella fretta di lasciare tracce o di brillare per qualche forma di originalità
o sapienza che spesso accompagna le interazioni nel mondo di oggi. La bellezza
non era una qualità sul quale lei contava, non cercava complimenti, e sarebbero
stati anche soltanto banalità alla portata di chiunque. Ma mi rendevo
perfettamente conto della sua grande bellezza, la quale non era finta o
ricercata, era un dono di madre natura. Ogni tanto avevo delle piccole meraviglie
interiori. Accadeva quando rideva di qualcosa che non aveva bisogno di essere
condiviso, quando si fermava a guardare fuori senza motivo, quando restava
immobile accanto a me con una fiducia totale nel fatto che non ci fosse nulla
da fare. Essere e basta, non voler rivendicare, non voler costruire, non voler
impressionare. Parlavamo poco, e quando succedeva non era per fare discorsi
complessi. Le frasi nascevano e morivano lì, senza l’ambizione di diventare
memorabili. Ho sempre avuto una relazione febbrile con il linguaggio, come se
dire fosse un modo per non perdere terreno, spesso costretto dalle circostanze
e dalle persone che incontravo. Con lei questo impulso si spegneva. Non perché
fosse represso, ma perché perdeva senso. Lei è contro i discorsi e per l’amore.
Era come cercare essere finalmente liberi, tranquilli e spontanei, una specie
di metanoia. Il mondo continuava a esistere fuori, con la sua urgenza di
prendere posizione, di scegliere un fronte, di produrre interpretazioni, e gran
parte delle volte di farneticare e di ripetere ossessivamente posizioni già
milioni di volte sentite e risentite. Noi, questo mondo frettoloso e competitivo
e pieno di chiacchiere e discorsoni infiniti, lo sentivamo appena, come una
dimensione estranea che non merita la nostra attenzione. La tecnologia restava
ai margini, gli schermi muti, i messaggi senza risposta. Non per decisione
cosciente, ma per mancanza di interesse. Nessuna rinuncia eroica, nessuna
purezza comportamentale da difendere. Semplicemente perché ci sono priorità e il
circo moderno a volta in verità è soltanto una gabbia. C’erano momenti di
contatto fisico improvviso fra noi, diretti, privi di preamboli. Il corpo
rispondeva senza esitazioni, senza la teatralità dell’eccesso. In quei momenti
tutto si disponeva in modo semplice, come se il desiderio fosse una funzione
elementare, non una trasgressione. Io le dicevo che stavamo fornicando
eccessivamente e lei rispondeva ogni volta:” Però ti piace!” Nessuna promessa
implicita, nessuna proiezione verso un futuro. Solo presenza, totale, concreta,
sufficiente. Una sera l’ho osservata mentre dormiva. Non c’era nulla di straordinario
in quella scena, solo una persona giovane, stanca, abbandonata al riposo. Ho
provato una forma di gratitudine molto precisa, e anche molto grande: la
gratitudine di non dover interpretare, di non dover salvare un’immagine da
difendere, di non dover essere altro che ciò che ero in quel punto esatto del
tempo. Quando tutto questo ha iniziato a manifestarsi, non c’è stato un prima e
un dopo. Non abbiamo segnato nulla sul calendario, nessuna tappa è avvenuta
perché decisa in anticipo. Ci siamo semplicemente riallineati al resto delle
cose che accadevano spontaneamente. Ma ora, da qualche parte, in modo
definitivo, so che esiste una possibilità diversa di stare a questo mondo, una
configurazione essenziale che non ha bisogno di essere sostenuta dai discorsi sui
principi e dalle ideologie e dal dover stare in società. Sapere che esiste è
già abbastanza per vecchio misantropo teocratico e comunista come me. Quando mi
sono definito così davanti a lei ho visto un grande e dolcissimo sorriso sul suo
volto. Vedo la scena, di pochi giorni fa. Lei mi abbraccia e mi dice: ”Capisco
perfettamente perché dici queste cose strane, ti leggo come un libro aperto.
Non sono mica stupida, so come stanno le cose e mi rendi conto molto bene. Tu sei
stufo di tutte queste marionette omologate e addestrate a ripetere le stesse
cose e stai facendo il sarcastico, ma io penso sia meglio fare all’amore. Ho
una cura infallibile per guarire la tua misantropia.” Poi mi sono arreso e non
ho fatto resistenza.
Roberto Minichini, gennaio 2026