sabato 20 dicembre 2025

La logica del silenzio


Nel profondo dei boschi, completamente isolati, accade senza preavviso. Ora so da dove viene dal punto di vista della famiglia. Ho conosciuto sua madre. Le somiglia in modo evidente, negli occhi inconfondibili, nella postura, in quella calma che non cerca conferme da nessuno. Guardandola avanzare accanto a me, a volte mi sorprendo a immaginare sua nonna materna, quando era ancora viva. Ovviamente non l’ho mai conosciuta, eppure la vedo. Come se una linea femminile attraversasse il tempo senza spezzarsi, trasmettendo un modo di stare al mondo che passa intatto, senza istruzioni. Tra noi il silenzio si è installato da solo. Non saprei dire quando. È semplicemente comparso e ha preso posto. Io non faccio nulla per violarlo. Ho un timore quasi religioso di interromperlo, come se una parola potesse rovinare qualcosa che si regge da sé felicemente. E questo stare muto, per me, ha del miracoloso. Sono capace di parlare per diciotto ore di seguito senza fermarmi, e sono capace anche di attraversare un intero mese senza dire una parola. Qui accade altro. Qui il silenzio è la forma giusta. Lei si ferma, si volta, accorcia la distanza con un gesto semplice. Mi abbraccia come se quel movimento fosse parte dell’ambiente quanto il sentiero. Il corpo è reale, presente. Energia, sensualità totale, un miracolo della natura. Un mio zio avrebbe detto: “Poche chiacchere, tanti fatti”. Lei mi tiene stretto, sta un minuto ferma e canta per un poco quelle cantilene tutte sue. “Non ci sono lupi cattivi qua?” chiede. Ride. Poi mi bacia. Un bacio diretto, pieno, naturale. Le prendo i capelli fra le mani. Sto quasi per dire delle cose sconce, ma dalla mia bocca non esce una sola parola. Lei si scosta appena, il suo corpo è caldissimo, io invece ho le mani gelide, vedo i suoi occhi neri vicinissimi, profondi, di una bellezza selvaggia, e lei sorride toccandomi la punta del naso. È un sorriso allegro, limpido. Poi parla, per l’ultima volta durante nostra passeggiata nel bosco. La voce, dolcissima. «Sei strano, sei tanto strano, non so mai cosa pensi. Mia madre dice che le sembri un prete, ma io so che tu non sei un prete. Ha, ha, ha!» Ride di gusto, una risata giovane, libera, che attraversa il bosco senza disturbarlo. In quella risata sento tutta la sua età, i ventisette anni appena compiuti, la vita che scorre senza sorvegliarsi. Io resto in silenzio. Non c’è risposta possibile. Lei riprende a camminare come se nulla fosse accaduto, con le sue scarpe sempre diverse, a volte leggere, a volte stivali, la piccola borsa che cambia ogni volta, i capelli scuri che accompagnano il movimento del corpo. Io resto accanto, mi accordo al suo passo. So che quel gesto, quelle parole, quella risata bastano. Restano incise nel cuore del bosco come una verità leggera. E mentre continuo a camminarle vicino sento che il mondo, almeno per un istante, è un posto buono, integro, privo di malvagità e di corruzione morale, senza bisogno di menzogne ed ipocrisie, come se l’egoismo non fosse la regola universale, come se la vita potesse ancora mostrarsi nella sua forma originaria, semplice, luminosa, senza artificiosità.

 

Roberto Minichini, dicembre 2025

giovedì 18 dicembre 2025

Bellezza


Camminiamo lentamente. Lei è accanto a me, una donna molto giovane, ventisette anni vissuti con naturalezza. Ciò che colpisce subito è la qualità luminosa della sua presenza, interamente spontanea, priva di artificio, come un evento di luce che accade senza volerlo. Tutto affiora senza sforzo. Il suo fascino è concentrato e puro, simile a un diamante che brilla senza bisogno di essere esposto o spiegato. I capelli sono forti, naturali, splendidi, portano con sé un profumo lieve che accompagna ogni movimento e rimane vicino. Lo sguardo è magnifico. Ha una profondità calma e una forza silenziosa. Guarda e trattiene. In quegli occhi c’è qualcosa che può ipnotizzare un uomo, incantarlo, offrirgli felicità e condurlo naturalmente all’ammirazione, tutta rivolta a lei. Parla poco. Molte volte stiamo insieme senza dire una parola, e quella presenza condivisa è piena, sufficiente. In quei momenti sono gli occhi a parlare, a sostituire le frasi, a creare un’intesa che non ha bisogno di suono. Quando usa la voce, è calma, gentile, dolce, armonica. Non indulge in giudizi continui, non sente l’urgenza di esprimere opinioni, non porta il discorso verso idee politiche o visioni personali. La seguo mentre si muove, come si segue qualcosa di prezioso senza volerlo interrompere. Le mani sono bellissime, giovani, precise, mani che trasmettono bontà. Nei gesti c’è una cura antica, quasi innata. Quando coltiva i fiori sembra riconoscere qualcosa che le appartiene da sempre. Le piante rispondono a quella attenzione paziente, crescono secondo un ordine semplice. A volte canta. Il canto nasce piano e diffonde una pace tangibile. Intorno a lei il tempo perde rigidità, assume un passo più umano. Il fascino che emana ha qualcosa di ancestrale, come se provenisse da un’epoca in cui le cose non avevano bisogno di essere spiegate. Per un uomo maturo come me, immerso in un mondo che parla senza sosta, che argomenta, dimostra, rivendica, una presenza simile diventa una vera salvezza dell’anima. Accanto a lei tutto si alleggerisce. Rimangono l’essenziale, la misura, una fiducia semplice nella vita. Mi tengo vicino, attraversato dalla meraviglia. La felicità che sento è piena, composta, profonda. La vedo camminare, chinarsi, sorridere appena, e in quei movimenti riconosco qualcosa di raro, compatto, incorruttibile. Un diamante non chiede interpretazioni, lascia che lo sguardo si posi. Il tempo rallenta. Ogni cosa trova la propria forma. Io mi affido a quell’istante, grato, contento, consapevole di assistere a qualcosa che va solo custodito.

 

Roberto Minichini, dicembre 2025

mercoledì 17 dicembre 2025

Il monaco mago (Racconto breve di Roberto Minichini)


Si chiamava Johann Albrecht Weiss, aveva cinquantasette anni, era nato a Graz da una famiglia di funzionari imperiali e aveva preso i voti a diciannove anni seguendo un percorso lineare fatto di studio, disciplina e applicazione costante. La formazione monastica lo aveva modellato attraverso la ripetizione quotidiana di gesti regolati, letture prescritte, lavoro intellettuale ordinato, fino a produrre in lui una struttura mentale stabile e coerente. Nel corso degli anni aveva svolto incarichi di trascrizione e verifica di testi antichi, attività che richiedevano attenzione continua, memoria affidabile e capacità di mantenere una linea di lavoro priva di oscillazioni. Proprio in questo ambito aveva incontrato materiali esclusi dal canone, appunti marginali, sequenze alfabetiche e numeriche prive di attribuzione chiara, resti di una tradizione operativa espulsa per riduzione dottrinale e semplificazione teologica. Johann aveva riconosciuto in quei frammenti una grammatica rigorosa e aveva iniziato a organizzarla come disciplina personale, fondata su ordine, misura e continuità. Il quaderno che compilava funzionava come strumento di lavoro, luogo di registrazione, superficie di verifica. Ogni frase aveva un valore operativo. Ogni formula veniva costruita secondo criteri precisi. La pratica che coltivava si basava sui grimoire tardo medievali e rinascimentali, testi nei quali l’evocazione degli spiriti viene descritta come procedura tecnica fondata su nomi, sigilli, sequenze verbali e scansioni temporali. Evocare significava predisporre condizioni formali capaci di rendere percepibile una presenza secondo modalità definite. Gli spiriti evocati erano intelligenze descritte nei grimoire come legate a funzioni determinate, ambiti circoscritti di conoscenza e forme riconoscibili. La loro manifestazione visibile consisteva in configurazioni stabili, delimitate, dotate di coerenza fenomenica sufficiente a essere osservata e distinta da un contenuto mentale ordinario. Johann verificava ogni operazione con rigore, annotando durata, chiarezza della forma, stabilità della configurazione, effetti cognitivi prodotti. La sua disciplina personale si fondava su continuità e precisione e avrebbe incontrato l’ostilità del bigottismo e del fanatismo di menti incapaci di sostenere una complessità reale. Questo dato faceva parte del quadro generale. Johann Albrecht Weiss proseguiva il suo lavoro con calma vigilante, convinto che l’ordine appartenga alla struttura dell’intelletto e non alle sue semplificazioni.

( Roberto Minichini, dicembre 2025 )

lunedì 15 dicembre 2025

Non ho bisogno di discorsi intelligenti (Poesia di Roberto Minichini)


Ora

Non ho bisogno di discorsi intelligenti

Ma ho bisogno di belle mani

E di occhi arabi meravigliosi

La tua voce, quando la sento

Pura dolcezza

E i tuoi capelli, profumati

Naturali, forti, scuri

Tu sei l’amore incarnato

Che porta bontà e pace

Bacio i tuoi piedi

E non dico nulla

Insegnami come ridi felice

Il tuo segreto, raccontamelo

 

Roberto Minichini, dicembre 2025

Hermann Hesse e la spiritualità indiana


Nel primo Novecento europeo molti scrittori avvertirono che le forme religiose e morali dell’Occidente non riuscivano più a dare senso all’esperienza interiore dell’uomo moderno. La ricerca di una sapienza diversa più antica e meno irrigidita dalle istituzioni divenne per alcuni un’urgenza esistenziale prima ancora che letteraria. Hermann Hesse si colloca pienamente in questo clima e ne rappresenta una delle espressioni più coerenti e meditate.

Il suo rapporto con l’India non nasce come moda esotica ma come sedimentazione lenta di letture familiari di viaggi reali e di una profonda inquietudine spirituale che lo accompagna fin dalla giovinezza. Il padre Johannes Hesse e il nonno materno erano stati missionari e studiosi delle religioni dell’Asia meridionale e in casa erano presenti testi sacri tradotti, racconti di viaggi e riflessioni sul pensiero indiano che lasciarono un’impronta duratura. A questo retroterra si aggiunse il viaggio compiuto nel 1911 a Ceylon e in Indonesia, che pur deludendolo sul piano pratico rafforzò in lui l’idea che l’India fosse soprattutto una realtà interiore più che geografica.

La spiritualità indiana che emerge nei suoi scritti non è mai una semplice riproduzione dottrinale. Hesse non tenta di diventare un maestro orientale né di trasmettere una disciplina rituale. Egli utilizza i grandi temi dell’India classica come la legge dell’azione e delle conseguenze, la liberazione dalla schiavitù del desiderio, l’unità profonda tra individuo e totalità come strumenti simbolici per interrogare la crisi dell’uomo europeo. In questo senso la sua opera più nota ambientata in un’India ideale non va letta come romanzo storico ma come parabola spirituale.

In Siddharta la figura del protagonista attraversa le principali vie della sapienza indiana senza identificarsi definitivamente con nessuna di esse. La via dell’ascesi estrema, la via dello studio, la via dell’amore e del possesso vengono tutte sperimentate e tutte superate. Il fiume che diventa maestro silenzioso rappresenta una concezione tipicamente indiana del reale come flusso continuo in cui ogni opposizione si ricompone. Questa visione richiama le antiche dottrine dell’unità dell’essere che Hesse conosceva attraverso traduzioni tedesche dei testi sapienziali.

È importante notare che la sua interpretazione resta sempre filtrata da una sensibilità occidentale segnata dalla psicologia del profondo. La liberazione di cui parla Hesse non coincide con l’uscita dal ciclo delle rinascite così come è intesa nelle dottrine tradizionali, ma con una riconciliazione interiore tra coscienza e vita. In questo senso l’influenza dell’India si intreccia con quella di pensatori europei e con l’analisi dell’inconscio che lo scrittore frequentò direttamente negli anni della crisi personale.

Anche in altre opere meno esplicitamente orientali la presenza dell’India resta sotterranea ma decisiva. Il tema del maestro il rifiuto delle istituzioni rigide, la centralità dell’esperienza diretta sul dogma, la diffidenza verso ogni forma di moralismo astratto sono elementi che trovano un chiaro parallelo nella tradizione spirituale indiana così come era conosciuta in Europa tra Ottocento e Novecento. Hesse vedeva in essa non una religione alternativa ma una conferma simbolica di una verità universale che ogni civiltà esprime con linguaggi diversi.

La sua grandezza sta proprio nell’aver evitato sia l’imitazione superficiale sia il rifiuto difensivo. L’India diventa per lui uno specchio attraverso cui l’Occidente può riconoscere le proprie mancanze senza rinnegare se stesso. Per questo la sua opera continua a parlare a lettori di culture diverse e a offrire un accesso serio e non banalizzato alla dimensione spirituale orientale. Non una fuga dal mondo, ma un invito a guardarlo con uno sguardo più profondo e unificato.

Roberto Minichini, dicembre 2025

domenica 14 dicembre 2025

Su Guido Morselli


Ci sono scrittori che risultano invisibili ai loro contemporanei non per mancanza di valore ma per un eccesso di rigore intellettuale. Il loro lavoro procede in una zona di isolamento che non ha nulla di romantico e che si traduce in anni di rifiuti editoriali e di silenzio critico. In questi casi la scrittura diventa un esercizio di fedeltà a una visione del mondo più che una carriera letteraria. Il tempo della ricezione non coincide mai con il tempo della composizione e questa distanza produce opere difficili da collocare nelle mode culturali. Guido Morselli rappresenta in modo esemplare questa condizione di autore estraneo al proprio secolo. Nato a Bologna nel 1912 e cresciuto in un ambiente borghese colto ma privo di reale sostegno umano Morselli visse gran parte della sua vita in solitudine tra Milano e la casa di Gavirate dedicandosi a una scrittura metodica e priva di compromessi. Tutti i suoi romanzi furono rifiutati dagli editori durante la sua vita e solo dopo la sua morte nel 1973 iniziarono a essere pubblicati e letti. Tra questi spiccano "Roma senza papa" "Il comunista" "Dissipatio H G" "Divertimento 1889" e "Contro passato prossimo" che mostrano una straordinaria capacita di coniugare immaginazione critica e riflessione storica. In "Roma senza papa" Morselli costruisce una visione della Chiesa privata del suo centro tradizionale mettendo in scena una crisi spirituale che non e polemica ma analitica. In "Il comunista" il confronto con l’ideologia non assume mai i toni della satira ma quelli di una indagine morale sulla fede politica e sulla disillusione. "Dissipatio H G" rappresenta uno dei vertici della sua opera con la descrizione di un mondo improvvisamente svuotato dell’umanità in cui il protagonista resta solo a interrogare il senso dell’esistere e della storia. La critica ha spesso sottolineato come la sua scrittura si collochi fuori dal neorealismo e dalle avanguardie preferendo una prosa limpida controllata e carica di pensiero. Morselli leggeva con attenzione la filosofia la teologia e la storiografia e questo emerge in una narrativa che non separa mai il racconto dalla meditazione. Il suo suicidio avvenuto pochi giorni dopo l’ultimo rifiuto editoriale non può essere ridotto a gesto letterario ma resta il segno drammatico di una vita condotta senza concessioni. Oggi Guido Morselli appare come uno degli scrittori più coerenti e necessari del Novecento italiano capace di parlare a lettori disposti ad accettare la fatica del pensiero e la serietà della forma.

 

Roberto Minichini.

dicembre 2025

sabato 13 dicembre 2025

Philip K. Dick e la verità instabile del moderno


C’è uno scrittore del Novecento che ha trasformato il sospetto in una disciplina della conoscenza e la paranoia in una lente filosofica. La sua narrativa nasce da un conflitto continuo tra ciò che viene vissuto e ciò che viene creduto, alimentato da precarietà economica, relazioni sentimentali caotiche e una dipendenza prolungata dalle anfetamine. La fantascienza diventa così uno strumento critico capace di interrogare identità memoria potere e sacro senza rifugiarsi nell’evasione. Philip K. Dick appare in questo quadro come un autore capace di rendere narrabile il collasso delle certezze moderne senza mai rinunciare alla domanda sul vero. Nato a Chicago nel 1928 e cresciuto in California dopo la morte prematura della sorella gemella Jane, Dick porterà per tutta la vita il tema del doppio e della perdita originaria, come ha mostrato Umberto Rossi nelle sue analisi biografiche e testuali. Questo motivo attraversa romanzi come Martian Time Slip Ubik e Flow My Tears the Policeman Said, dove la realtà si rivela reversibile e costantemente manipolata da forze politiche tecnologiche o psichiche. In The Man in the High Castle la storia stessa diventa ipotesi mentre in A Scanner Darkly l’identità personale si dissolve sotto il peso della sorveglianza e della dipendenza, anticipando letture foucaultiane e post moderne del controllo. Critici come Fredric Jameson hanno letto Dick come il grande narratore della logica tardo capitalistica, capace di mostrare come il potere non agisca più solo attraverso la repressione ma attraverso la produzione di mondi e di simulazioni. Altri come Erik Davis hanno messo in luce la dimensione teologica e gnostica della sua opera, culminata nelle esperienze visionarie del 1974 che Dick tenterà di decifrare per anni nei quaderni dell Exegesis. In quei testi la scrittura diventa un atto interpretativo incessante in cui si intrecciano cristianesimo giovanneo valentinianesimo filosofia greca e teorie dell’informazione. Romanzi come VALIS The Divine Invasion e The Transmigration of Timothy Archer non sono cedimenti al delirio ma tentativi estremi di pensare la rivelazione all’interno di una coscienza moderna ferita e iper razionale. Dick rimane così una figura liminale tra letteratura filosofia e teologia, uno scrittore che ha pagato un prezzo altissimo in termini di stabilità personale per aver preso sul serio le conseguenze metafisiche della modernità tecnologica. La sua grandezza sta nell'aver mostrato che il problema non è distinguere il reale dall’illusione ma comprendere chi controlla i criteri con cui questa distinzione viene fatta.

 

Roberto Minichini

Dicembre 2025