Nel corso del Novecento sciita alcune delle personalità religiose più influenti non costruirono la propria autorità attraverso l’esposizione pubblica, ma attraverso una combinazione di studio, disciplina personale, preghiera e reputazione spirituale maturata lentamente fra studenti e fedeli. Questo modello apparteneva a una cultura religiosa nella quale il sapere non era considerato semplicemente un accumulo di informazioni, ma una responsabilità davanti a Dio e una trasformazione della condotta. L’Iran e l’Iraq attraversavano intanto mutamenti politici e sociali enormi, mentre le antiche scuole religiose di Karbala, Najaf e Qom continuavano a formare generazioni di giuristi e studiosi. In questo ambiente nacque e si formò Mohammad Taqi Behjat Fumani (1916–2009), destinato a diventare uno dei più rispettati sapienti sciiti del suo tempo e, per molti fedeli, un modello eccezionale di vita spirituale. La sua importanza non può essere compresa separando il giurista dall’asceta, il maestro dal credente e la conoscenza della legge religiosa dalla pratica interiore. Tutti questi aspetti appartenevano infatti alla medesima concezione della vita islamica. Behjat nacque il 24 agosto 1916 a Fuman, nel Gilan, regione settentrionale dell’Iran affacciata sul Mar Caspio. Crebbe in un ambiente religioso e intraprese molto presto gli studi tradizionali. Il suo percorso si sviluppò in anni nei quali l’Iran stava entrando nell’epoca della monarchia Pahlavi e conosceva profonde trasformazioni istituzionali, culturali e sociali. La sua formazione principale avvenne però fuori dall’Iran, nei grandi centri sciiti dell’Iraq. Ancora adolescente raggiunse Karbala, città santa per gli sciiti perché vi si trova il santuario dell’Imam Husayn (626–680), terzo Imam dello Sciismo duodecimano e nipote del Profeta Muhammad (570–632). Nel 680 l’Imam Husayn venne ucciso insieme a molti suoi familiari e compagni nella battaglia di Karbala, episodio che divenne uno dei centri spirituali e morali della memoria sciita. Per comprendere l’ambiente nel quale il giovane studente si formò bisogna quindi ricordare che Karbala non era soltanto una città di scuole religiose. Era anche uno spazio nel quale il sacrificio dell’Imam Husayn veniva continuamente ricordato come esempio di fedeltà a Dio, rifiuto dell’ingiustizia e testimonianza religiosa. Trascorsi alcuni anni a Karbala, Behjat si trasferì a Najaf, altro centro fondamentale dello Sciismo. Qui si trova il santuario dell’Imam Ali (600–661), primo Imam secondo la fede sciita e quarto califfo nella successione riconosciuta dalla tradizione sunnita. Najaf era allora uno dei maggiori centri mondiali della hawza, termine che indica l’insieme delle scuole e degli ambienti di formazione religiosa sciita nei quali vengono studiati il diritto islamico, la teologia, la lingua araba, la logica, la filosofia e altre discipline. Negli anni Trenta e Quaranta la città raccoglieva studiosi provenienti dall’Iran, dall’Iraq e da numerose altre regioni del mondo musulmano. Behjat vi approfondì soprattutto il fiqh, cioè la giurisprudenza islamica, e gli usul al-fiqh, i principi metodologici attraverso i quali il giurista interpreta le fonti e formula giudizi sulle norme religiose. La preparazione di un futuro giurista sciita richiedeva anni di studio rigoroso, confronto con differenti opinioni giuridiche, analisi delle tradizioni trasmesse dagli Imam e capacità di valutare argomentazioni spesso estremamente complesse. Questo aspetto è indispensabile per comprendere correttamente la sua figura. Behjat non fu un mistico che si collocò ai margini della tradizione giuridica, né un maestro spirituale che considerasse la legge religiosa una fase inferiore destinata a essere superata. Divenne un faqih, termine arabo che significa giurista esperto della legge islamica, e raggiunse il livello dell’ijtihad, cioè la capacità qualificata di ricavare giudizi giuridici dalle fonti della religione secondo i metodi riconosciuti dalla scuola sciita. Successivamente venne riconosciuto anche come marja al-taqlid, normalmente abbreviato in marja, una delle massime autorità giuridiche dello Sciismo duodecimano. Il taqlid indica il riferimento pratico del fedele alle decisioni di un giurista qualificato nelle questioni della legge religiosa. Essere marja significa quindi assumere una responsabilità religiosa molto ampia nei confronti di coloro che scelgono di seguirne le decisioni giuridiche. Proprio durante il periodo trascorso a Najaf ebbe luogo uno degli incontri più importanti della sua formazione, quello con Sayyid Ali Qadi Tabatabai (1866–1947). Qadi fu giurista e maestro spirituale e viene ricordato come una delle grandi figure dell’educazione interiore sciita del Novecento. Il suo insegnamento esercitò una forte influenza su diversi studiosi iraniani e iracheni e insisteva sulla necessità di congiungere conoscenza religiosa, disciplina morale e lavoro sull’interiorità. In questo ambiente Behjat approfondì quella dimensione che viene spesso indicata con il termine irfan. La parola irfan significa conoscenza o gnosi e, nel linguaggio religioso islamico, può riferirsi alla conoscenza spirituale di Dio e al cammino attraverso il quale l’essere umano purifica la propria interiorità. Il termine può avere significati differenti secondo gli autori e le scuole e non deve essere automaticamente identificato con tutte le forme storiche del Sufismo. Nel caso di Behjat il centro non era la costruzione di un sistema teorico autonomo rispetto alla religione rivelata, ma la trasformazione dell’individuo attraverso l’obbedienza a Dio, la preghiera, il controllo delle passioni, la vigilanza morale e la fedeltà agli insegnamenti degli Ahl al-Bayt. Gli Ahl al-Bayt, espressione araba che significa Gente della Casa, occupano una posizione centrale nello Sciismo e comprendono in modo particolare la famiglia del Profeta Muhammad e gli Imam riconosciuti dalla tradizione sciita. Lo Sciismo duodecimano afferma che, dopo il Profeta Muhammad, la guida autentica della comunità appartiene a una successione di dodici Imam scelti da Dio, a partire dall’Imam Ali. L’Imam non viene quindi considerato soltanto un capo politico o un sapiente particolarmente autorevole. Possiede una funzione religiosa e spirituale unica come guida preservata da Dio nell’interpretazione autentica della rivelazione. Il concetto di wilaya indica questa relazione di autorità, guida e vicinanza spirituale collegata al Profeta Muhammad e agli Imam. Nella visione religiosa alla quale Behjat apparteneva, avvicinarsi a Dio non significava costruire una spiritualità individuale indipendente dagli Ahl al-Bayt, ma conformare progressivamente la propria vita agli insegnamenti trasmessi attraverso di loro. La disciplina spirituale appresa nell’ambiente di Najaf viene talvolta descritta mediante l’espressione sayr wa suluk, che significa letteralmente cammino e percorso e indica il viaggio interiore dell’essere umano verso una maggiore vicinanza a Dio. Questo cammino non autorizzava però l’abbandono delle prescrizioni religiose. Al contrario, Behjat apparteneva a una concezione nella quale la Sharia, cioè l’insieme della legge e delle prescrizioni religiose islamiche, costituiva la base indispensabile della vita spirituale. Non esisteva per lui un livello esoterico che permettesse a una persona considerata spiritualmente avanzata di trascurare la preghiera, le norme morali o i doveri religiosi. La prova dell’autenticità del cammino interiore doveva manifestarsi anche nella condotta concreta. Questo distingue nettamente la sua impostazione da quelle forme di spiritualismo nelle quali l’esperienza soggettiva finisce per diventare più importante della rivelazione e della disciplina religiosa. Concluso il lungo periodo trascorso in Iraq, Behjat ritornò in Iran e si stabilì infine a Qom. La città era diventata uno dei maggiori centri degli studi sciiti e avrebbe assunto un’importanza ancora maggiore nella seconda metà del Novecento. Qui continuò a studiare e successivamente insegnò fiqh e usul al-fiqh per molti decenni. La sua reputazione crebbe lentamente fra studenti e studiosi, ma il suo comportamento rimase caratterizzato da grande riservatezza. Non sembrava interessato a trasformare la propria posizione religiosa in una forma di notorietà pubblica alimentata da apparizioni continue, discorsi solenni o celebrazione personale. L’autorità doveva derivare dalla conoscenza e dalla vita, non dalla capacità di attirare continuamente l’attenzione. Questa riservatezza permette di comprendere il significato più profondo del silenzio associato alla sua figura. Non si trattava semplicemente di parlare poco per disposizione caratteriale. Nell’etica islamica il controllo della lingua costituisce una disciplina fondamentale, perché attraverso la parola l’essere umano può mentire, calunniare, ferire, vantarsi, umiliare, diffondere discordia o alimentare il proprio ego. Il silenzio diventa quindi virtuoso quando nasce dalla vigilanza e non dall’indifferenza. Per Behjat la riforma dell’essere umano cominciava da gesti apparentemente semplici e proprio per questo difficili da praticare con continuità. Conoscere un dovere e compierlo, riconoscere un peccato e abbandonarlo, custodire la preghiera, limitare le parole inutili e osservare attentamente le proprie intenzioni rappresentavano le fondamenta del cammino. Molti consigli attribuiti con buona attendibilità al suo insegnamento insistono infatti sull’importanza di agire secondo ciò che già si conosce. La ricerca ossessiva di nuovi segreti spirituali può diventare un modo raffinato per evitare l’obbedienza a verità elementari. Una persona può cercare formule particolari, maestri eccezionali e conoscenze nascoste mentre continua a trascurare obblighi religiosi evidenti. Nella prospettiva associata a Behjat questa contraddizione rende fragile l’intero percorso. La conoscenza autentica aumenta la responsabilità. Chi comprende qualcosa e non la traduce nella propria condotta non possiede ancora pienamente quella conoscenza nel senso spirituale del termine. Particolare importanza assumeva la salat, cioè la preghiera rituale obbligatoria compiuta quotidianamente dal musulmano. Nello Sciismo duodecimano essa rappresenta uno dei pilastri concreti della relazione con Dio. Compiere correttamente i gesti e pronunciare le formule prescritte è necessario, ma il perfezionamento della preghiera richiede anche presenza interiore e attenzione. La persona deve imparare progressivamente a comprendere davanti a chi si trova e che cosa sta dicendo. La distrazione non viene superata attraverso formule magiche, ma mediante esercizio, vigilanza e purificazione della vita quotidiana. Quanto più l’esistenza è dispersa fra desideri, parole inutili e comportamenti contrari alla religione, tanto più difficile diventa raccogliere il cuore nella preghiera. Anche il dhikr occupa un posto importante in questa prospettiva. Dhikr significa ricordo e indica il ricordo di Dio mediante invocazioni, formule religiose, recitazioni e attenzione interiore. Il suo valore non consiste tuttavia nella ripetizione meccanica di parole considerate sacre. Il ricordo dovrebbe progressivamente modificare la coscienza e impedire che l’essere umano viva come se Dio fosse assente dalla propria esistenza. Una persona può pronunciare migliaia di invocazioni e rimanere dominata dall’orgoglio, dall’invidia o dall’ingiustizia. Il problema spirituale non viene allora risolto aumentando semplicemente il numero delle formule. La pratica deve trasformare il carattere e la condotta. La relazione con il peccato è altrettanto importante. Nel linguaggio religioso sciita la purificazione non significa convincersi di essere spiritualmente superiori, ma diventare più consapevoli delle proprie mancanze. L’essere umano è particolarmente vulnerabile quando comincia a considerarsi arrivato. La reputazione di santità può perfino diventare una prova per chi la riceve, perché alimenta facilmente vanità e compiacimento. Da questo punto di vista la riservatezza di Behjat assume anche un significato pedagogico. Nascondere il proprio stato spirituale può essere più sicuro che trasformarlo in un’identità pubblica. Intorno alla sua persona si sviluppò comunque una vasta tradizione di racconti relativi a karamat e kashf. Karamat indica eventi straordinari o grazie attribuite agli amici di Dio, mentre kashf significa svelamento e viene utilizzato per indicare percezioni spirituali di realtà normalmente nascoste. Discepoli e fedeli raccontarono episodi nei quali Behjat avrebbe conosciuto circostanze non comunicate, compreso le condizioni interiori di altre persone o manifestato intuizioni considerate eccezionali. Tali narrazioni non possiedono tutte il medesimo livello di documentazione e devono essere distinte dai dati biografici verificabili. La tradizione islamica non impone di considerare automaticamente ogni racconto devozionale come un fatto storico certo. Inoltre il nucleo dell’insegnamento attribuito allo stesso Behjat rende secondaria la ricerca dello straordinario. Il credente che trascura i propri doveri mentre insegue miracoli e segreti rischia di perdere di vista la finalità della vita religiosa. Questa prudenza acquista particolare importanza quando si parla dell’Imam Mahdi, dodicesimo Imam dello Sciismo duodecimano. L’Imam Mahdi, nato secondo la tradizione sciita nell’869, viene considerato ancora vivente e custodito da Dio nell’occultazione. L’occultazione, in arabo ghayba, indica la condizione nella quale l’Imam non è normalmente accessibile alla comunità pur continuando a esistere come autentica guida divina. La Grande Occultazione viene fatta iniziare nel 941. La fede nell’Imam Mahdi occupava naturalmente un posto centrale anche nell’universo spirituale di Behjat, ma non dovrebbe essere ridotta alla curiosità per incontri segreti, predizioni o racconti straordinari. Per lo Sciismo l’attesa dell’Imam comporta innanzitutto responsabilità religiosa. L’espressione intizar significa attesa e viene utilizzata per indicare l’attesa del ritorno manifesto dell’Imam Mahdi. Questa attesa non dovrebbe essere passività. Significa prepararsi moralmente, custodire la fede e cercare di vivere secondo gli insegnamenti degli Ahl al-Bayt. Una persona che afferma di amare l’Imam ma continua consapevolmente a comportarsi in modo contrario ai suoi insegnamenti crea una contraddizione fra devozione dichiarata e vita concreta. Nella spiritualità associata a Behjat la vera preparazione all’Imam del Tempo comincia quindi dalla riforma di se stessi. Imam del Tempo è uno dei titoli con cui gli sciiti indicano l’Imam Mahdi come guida divina dell’epoca presente. Questa centralità dell’Imamato consente anche di capire perché la spiritualità di Behjat debba essere descritta come specificamente sciita e non semplicemente come una generica mistica islamica. Il rapporto con Dio passa attraverso la rivelazione portata dal Profeta Muhammad e attraverso la guida spirituale degli Imam della sua famiglia. L’amore e la fedeltà verso gli Ahl al-Bayt non rappresentano elementi ornamentali aggiunti a una mistica universale già completa in se stessa. Costituiscono parte della struttura stessa del cammino religioso. La conoscenza spirituale deve essere misurata sulla fedeltà al Corano, alla pratica del Profeta Muhammad e agli insegnamenti degli Imam. Anche l’idea di baraka può essere compresa in questo quadro. Baraka significa benedizione divina e indica un bene spirituale che Dio concede a persone, luoghi, tempi o azioni. I fedeli potevano cercare la presenza di Behjat o chiedergli preghiere proprio perché gli attribuivano una particolare vicinanza a Dio. Egli non veniva però concepito come fonte autonoma di potere spirituale. Nell’Islam ogni beneficio autentico proviene da Dio. Perfino quando una persona santa diventa strumento di una grazia, la sua efficacia rimane dipendente dalla volontà divina. Questa distinzione è fondamentale per evitare di trasformare la venerazione religiosa nell’attribuzione di un potere creatore indipendente a un essere umano. La fama di Behjat aumentò considerevolmente negli ultimi decenni della sua vita. Fotografie e testimonianze lo mostrano spesso circondato da studenti e fedeli, raccolto nella preghiera o in cammino fra gli ambienti religiosi di Qom. La sua figura minuta e il comportamento discreto contribuirono alla formazione di un’immagine pubblica molto diversa da quella del predicatore carismatico che cerca folle attraverso una presenza scenica dominante. Proprio l’assenza di teatralità divenne parte della sua autorità. Persone che percorrevano grandi distanze per incontrarlo potevano ricevere poche parole, ma quelle parole acquistavano valore perché venivano percepite come espressione di una vita interamente disciplinata dalla religione. Questo fenomeno deve tuttavia essere osservato senza trasformare ogni dettaglio della sua biografia in leggenda. La devozione produce naturalmente memoria religiosa, e la memoria religiosa seleziona episodi, li trasmette e spesso li interpreta secondo categorie spirituali. Distinguere fra storia e agiografia non significa mancare di rispetto a una figura religiosa. Permette invece di comprendere meglio sia la persona storica sia il modo in cui una comunità costruisce nel tempo l’immagine della santità. Nel caso di Behjat la sua grandezza non dipende dalla possibilità di dimostrare ogni episodio straordinario raccontato dopo la sua morte. La combinazione documentabile di studio, insegnamento, pratica religiosa e disciplina personale è già sufficiente a spiegare una parte considerevole della sua influenza. Morì il 17 maggio 2009 a Qom, dopo una vita che aveva attraversato quasi tutto il Novecento iraniano e una parte del nuovo secolo. Le sue esequie videro una partecipazione enorme e mostrarono quanto la sua reputazione si fosse estesa oltre i circoli specialistici della hawza. Dopo la morte continuarono a circolare raccolte di consigli, memorie dei discepoli, testimonianze e racconti spirituali. Il rischio inevitabile è quello di trasformare l’uomo concreto in una figura interamente costruita dalla venerazione. Per evitare questo risultato occorre ritornare continuamente agli elementi più sobri della sua eredità. La sua lezione fondamentale appare infatti molto meno spettacolare di quanto potrebbe desiderare chi cerca segreti esoterici. Pregare meglio, peccare meno, controllare la lingua, ricordare Dio, conoscere i propri obblighi, rispettare i diritti degli altri, mantenere il legame con gli Ahl al-Bayt e vivere nell’attesa responsabile dell’Imam Mahdi. Nessuno di questi principi promette risultati immediati o esperienze eccezionali. Richiedono invece perseveranza e capacità di osservare se stessi senza indulgenza. Proprio qui emerge uno dei tratti più rigorosi della sua spiritualità. L’irfan autentico, nella prospettiva che la sua vita rende visibile, non consiste nel raccogliere racconti meravigliosi su se stessi o sugli altri. Consiste nel diventare progressivamente meno dominati dall’ego e più obbedienti a Dio. La Sharia non è un involucro esterno destinato a essere abbandonato quando si raggiunge una conoscenza superiore. Rimane la forma concreta attraverso la quale la fedeltà religiosa viene verificata. La wilaya degli Ahl al-Bayt non è soltanto sentimento devozionale. Richiede il riconoscimento della loro guida e la conformità ai loro insegnamenti. L’attesa dell’Imam Mahdi non è curiosità apocalittica. Richiede preparazione morale. Proprio per questo il silenzio associato a Behjat conserva un significato particolare. Esso indica la possibilità di una religiosità che non ha continuamente bisogno di raccontarsi. L’uomo spirituale non deve necessariamente convincere gli altri di possedere uno stato particolare. Deve anzitutto rispondere davanti a Dio di ciò che conosce e di ciò che fa. In un mondo nel quale visibilità, reputazione e costruzione dell’immagine occupano uno spazio sempre maggiore, questa lezione appare perfino più radicale di molte dichiarazioni solenni. La vita religiosa può diventare profonda proprio quando diminuisce il bisogno di essere osservati. Il percorso iniziato a Fuman, proseguito a Karbala e Najaf e maturato a Qom mostra così una continuità precisa. Lo studio della religione, la disciplina dell’anima, la centralità della preghiera, la fedeltà agli Ahl al-Bayt, il riconoscimento dell’Imamato e l’attesa dell’Imam Mahdi non erano compartimenti separati. Formavano un’unica concezione dell’esistenza. La domanda decisiva non era quanto una persona sapesse parlare di spiritualità, ma quanto fosse realmente trasformata da ciò che affermava di conoscere. In questa prospettiva la grandezza di Ayatollah Behjat non risiede soltanto nella reputazione di sapiente o nelle numerose storie tramandate sul suo conto. Risiede soprattutto nella radicale semplicità di un principio sciita antico, conoscere Dio significa obbedirgli, amare gli Ahl al-Bayt significa seguirne la guida e attendere l’Imam significa prepararsi a essere degni della sua presenza.
Roberto Minichini


