mercoledì 16 settembre 2026

CESARE PAVESE E LA RELIGIONE DEL DESTINO - Roberto Minichini


Alcuni scrittori percepiscono il passato come una forza ancora attiva, capace di modellare il presente attraverso luoghi, immagini e ricordi. In questa prospettiva la vita procede per ritorni, riconoscimenti e figure che ricompaiono a distanza di anni. L'infanzia acquista così il valore di una prima forma del mondo, destinata a riemergere ogni volta che l'esperienza adulta incontra qualcosa di essenziale. Cesare Pavese (1908-1950) costruì una parte decisiva della propria opera intorno a questa percezione. Nato a Santo Stefano Belbo e formatosi a Torino, attraversò il fascismo, l'arresto del 1935, il confino fra il 1935 e il 1936, la guerra dal 1940, il crollo del regime nel 1943, l'occupazione tedesca, la Resistenza, la Liberazione del 1945 e la nascita della Repubblica nel 1946. La storia entra profondamente nei suoi libri, tuttavia accanto alla successione degli eventi agisce un ordine più remoto, fatto di luoghi originari, immagini persistenti, ritorni e ripetizioni. In questa zona dell'opera pavesiana prende forma una religione senza chiesa e senza dogma, fondata sulla percezione che alcune esperienze acquistino un valore assoluto. Il destino coincide allora con la forza che il passato esercita sul presente e con la capacità di certe immagini di sopravvivere al tempo. La prima radice di questa visione è l'infanzia. Pavese la considera come il momento nel quale il mondo riceve i propri significati fondamentali. Prima che l'adulto impari a spiegare, il bambino associa luoghi, persone, paesaggi, feste, paure e gesti a impressioni destinate a durare. In "Feria d'agosto", pubblicato nel 1946, questa idea acquista una forma particolarmente netta. La campagna, la collina, la festa e il ritorno appartengono a una zona dell'esperienza nella quale ciò che accade precede ancora l'interpretazione. Proprio per questo conserva una forza maggiore. Una collina vista allora può diventare il modello di molte altre colline, una casa può trasformarsi nella misura segreta delle case future, un incontro può imprimere una forma destinata a ripresentarsi. L'adulto riconosce ciò che il bambino aveva già vissuto senza possedere ancora le parole per comprenderlo. La memoria organizza così il presente attraverso figure nate molto prima. Da qui deriva l'importanza dei luoghi. Le Langhe non sono soltanto uno spazio geografico e Torino non è soltanto la città moderna nella quale si svolge la vita intellettuale. Ogni luogo diventa decisivo quando vi si lega una prima esperienza. Da quel momento acquista un carattere unico. Il ritorno mostra la distanza fra ciò che esiste e ciò che è stato interiorizzato. La conoscenza nasce proprio da questa distanza. Si torna cercando una continuità e si scopre che il luogo reale è cambiato, mentre quello custodito nella memoria continua a esercitare il proprio potere. Il passato diventa così irreversibile e presente nello stesso tempo. Ciò che è perduto può acquistare una forza persino maggiore di ciò che rimane. Negli anni Quaranta questa intuizione si intrecciò con l'interesse per il mito, l'etnologia e le forme arcaiche del sacro. Ernesto de Martino (1908-1965) fu una figura importante nell'ambiente culturale che ruotava attorno a Einaudi, e nel 1948 prese avvio la celebre collana di studi religiosi, etnologici e psicologici alla quale Pavese contribuì. Il mito gli offriva una forma capace di sottrarre l'esperienza alla semplice successione cronologica. Un evento mitico acquista valore perché diventa esemplare. Ciò che accade una volta continua a essere riconoscibile in altri tempi e in altre vite. La memoria compie un'operazione simile. Anch'essa separa alcuni eventi dalla massa degli altri e li trasforma in figure capaci di ritornare. "Dialoghi con Leucò", pubblicato nel 1947, rappresenta il punto più alto di questa ricerca. Gli dei, gli eroi, le ninfe e gli uomini della Grecia antica diventano figure attraverso cui interrogare la necessità, il limite, la morte, la metamorfosi e il rapporto fra umano e divino. Nel mondo mitico l'identità porta con sé una legge. Gli eventi decisivi sembrano manifestare qualcosa che apparteneva già alla figura prima che essa ne avesse piena coscienza. La conoscenza arriva spesso dopo l'esperienza, quando il significato diventa finalmente visibile. Comprendere significa allora riconoscere una forma che era presente fin dall'inizio. È uno dei nuclei più profondi dell'immaginazione pavesiana. Questa concezione lascia comunque spazio alla libertà. Gli uomini scelgono dentro condizioni che li precedono. L'infanzia, la memoria, il carattere, il luogo, la storia collettiva e le immagini attraverso cui ciascuno ha imparato a interpretare il mondo entrano in ogni decisione. La libertà nasce quindi all'interno di una storia già cominciata. Pavese avverte con particolare forza questa anteriorità. L'individuo scopre che una parte essenziale di ciò che è nasce prima della propria volontà cosciente. Il destino assume precisamente questa forma, è ciò che precede la scelta e continua a orientarla senza abolirla. La storia degli anni Quaranta rende questa intuizione ancora più concreta. L'Italia entrò nella Seconda guerra mondiale il 10 giugno 1940, il regime fascista crollò il 25 luglio 1943, l'armistizio fu annunciato l'8 settembre 1943, seguirono l'occupazione tedesca, la Repubblica Sociale Italiana, la lotta partigiana e la guerra civile fino al 1945. In "La casa in collina", pubblicato nel 1948, la grande storia entra direttamente nell'esistenza privata. Corrado osserva gli eventi, ne misura le conseguenze e scopre che nessuno può restare completamente estraneo a ciò che accade intorno a lui. La storia introduce una forma di irreversibilità. Dopo un evento decisivo, anche ciò che lo precedeva acquista un significato diverso. Il presente modifica retroattivamente il passato. Nel dopoguerra Pavese aderì al Partito Comunista Italiano nel 1945 e collaborò con "L'Unità". La dimensione collettiva gli offriva un linguaggio storico e politico, mentre la sua ricerca continuava a muoversi anche su un piano più profondo e personale. L'individuo può partecipare a un progetto comune e restare nello stesso tempo legato a immagini nate molto prima di ogni scelta pubblica. È qui che emerge uno degli aspetti più moderni della sua opera. La storia collettiva e la storia individuale si attraversano continuamente, senza mai coincidere del tutto. "La luna e i falò", pubblicato nel 1950, porta questa concezione alla sua espressione narrativa più compiuta. Anguilla torna nelle Langhe dopo gli anni trascorsi in America. Il paese ritrovato appare diverso da quello ricordato. Le persone sono cambiate, alcune sono scomparse, la guerra ha trasformato luoghi e memorie. L'origine si rivela allora come una misura interiore attraverso cui il presente viene giudicato. Il paese reale muta, quello custodito nella memoria continua ad agire. La forza del romanzo nasce dalla distanza fra questi due luoghi. I falò appartengono alla festa, alla campagna e al rito, e nello stesso tempo portano con sé la memoria di eventi che hanno modificato per sempre il paesaggio umano. Il ritorno di Anguilla rende leggibile il passato. Ogni presente riorganizza ciò che ricorda. Le forme ritornano e assumono un significato nuovo. Il luogo infantile visto dopo la guerra resta riconoscibile e insieme profondamente diverso. Il passato mantiene la propria necessità, mentre il suo significato continua a trasformarsi. In questo movimento Pavese evita ogni concezione rigida della ripetizione. Ciò che ritorna non è mai identico. Ogni ritorno aggiunge conoscenza. "Il mestiere di vivere", diario scritto dal 1935 al 1950 e pubblicato postumo nel 1952, mostra questa logica nel suo laboratorio più privato. Pavese registra letture, giudizi, rapporti umani, fallimenti, intuizioni, paure e pensieri sulla morte. Colpisce soprattutto la sua continua ricerca di leggi dentro l'esperienza. Un episodio richiama altri episodi, un incontro sembra riprendere una figura già conosciuta, un'esperienza presente viene inserita dentro una serie più ampia. Il caso puro gli appare insufficiente. Ogni fatto tende ad acquistare significato attraverso il rapporto con ciò che lo ha preceduto. Questa disposizione produce pagine di grande lucidità e insieme restringe progressivamente lo spazio dell'imprevisto. Quando il presente viene interpretato soprattutto attraverso forme già note, il futuro rischia di apparire come una variazione di ciò che è già stato. È qui che la religione del destino rivela il proprio carattere più profondo. Non offre salvezza, non costruisce una provvidenza, non garantisce un ordine morale. Attribuisce invece valore assoluto ad alcune esperienze originarie. Un luogo, un volto, un ritorno, una memoria possono assumere una forza che supera la loro semplice realtà materiale. Il sacro nasce dal carattere irripetibile di queste esperienze. Una collina diventa unica perché vi si è legato qualcosa che nessun altro luogo potrà riprodurre. Una memoria acquista autorità perché continua a organizzare la vita molto tempo dopo l'evento che l'ha generata. La morte appartiene inevitabilmente a questa struttura. Il suicidio di Pavese, avvenuto a Torino il 27 agosto 1950, ha spesso spinto i lettori a interpretare tutta la sua opera alla luce dell'ultimo gesto. Una simile lettura restringe però una ricerca molto più ampia. La morte attraversava già da anni il mito, la guerra, la memoria, il tempo e la riflessione sull'irreversibile. Essa rappresenta il punto nel quale una storia smette di poter essere modificata da nuovi atti. Da quel momento resta soltanto ciò che è stato e il modo in cui gli altri lo ricordano. La forza di Pavese consiste proprio nell'aver trasformato questa esperienza dell'irreversibile in una forma letteraria. "Feria d'agosto", "Dialoghi con Leucò", "La casa in collina", "La luna e i falò" e "Il mestiere di vivere" mostrano modi diversi attraverso cui il passato continua ad agire nel presente. Il mito rende esemplare ciò che è accaduto una volta. La memoria trasforma il luogo in figura. La storia modifica il significato delle esperienze precedenti. Il ritorno permette di riconoscere ciò che il tempo ha cambiato. Pavese resta così uno degli scrittori italiani del Novecento nei quali il rapporto fra modernità e arcaico appare più profondo. Visse dentro l'editoria moderna, tradusse e promosse letterature straniere, partecipò alla ricostruzione culturale del dopoguerra e continuò a interrogare forme antichissime, il ritorno, la festa, la collina, il fuoco, la morte. La sua originalità consiste nell'aver compreso che l'uomo moderno può allontanarsi dalle antiche credenze e continuare comunque a organizzare la propria esperienza attraverso forme mitiche. Alcuni luoghi diventano assoluti. Alcuni eventi assumono un significato che supera la loro durata. Alcune immagini continuano a governare la coscienza molto tempo dopo la loro prima apparizione. La religione del destino è dunque una formula critica capace di descrivere questa zona della sua opera. L'infanzia fonda immagini, il mito le rende esemplari, la memoria le conserva, la storia le trasforma, il ritorno le rende nuovamente leggibili, la morte le fissa nell'irreversibile. Fra il 1935 del confino, il 1946 di "Feria d'agosto", il 1947 di "Dialoghi con Leucò", il 1948 di "La casa in collina", il 1950 di "La luna e i falò" e il 1952 della pubblicazione postuma di "Il mestiere di vivere", questa idea assume forme diverse senza diventare un sistema chiuso. Resta soprattutto una percezione, l'uomo vive dentro immagini nate prima di molte sue scelte e passa una parte della propria esistenza a riconoscerle. Pavese ha trasformato questo riconoscimento in una delle forme più intense della letteratura italiana del Novecento.

 

(Roberto Minichini)

martedì 15 settembre 2026

GOGOL' E IL GROTTESCO METAFISICO - Roberto Minichini


La realtà può mantenere intatta la propria superficie mentre il suo ordine interno comincia a deformarsi. Un oggetto comune acquista allora un'autorità sproporzionata, un grado amministrativo sembra decidere il valore di una persona, una parte del corpo può sottrarsi all'unità dell'individuo e vivere secondo una logica autonoma. Il riso nasce proprio quando l'impossibile rimane abbastanza vicino alla vita quotidiana da non poter essere relegato nel puro fantastico. Nikolaj Vasil'evich Gogol' (1809-1852) costruì una parte essenziale della propria arte dentro questa zona incerta, dove il comico rivela una frattura dell'identità e dove la deformazione visibile rinvia spesso a una deformazione morale. Nato nel governatorato di Poltava e trasferitosi a Pietroburgo nel 1828, entrò nella capitale dell'Impero russo durante il regno di Nicola I (1796-1855), salito al trono nel 1825. Pietroburgo era il grande laboratorio della Russia burocratica e occidentalizzata, ordinata ancora secondo la Tavola dei ranghi introdotta nel 1722 da Pietro I (1672-1725). Titolo, uniforme, carriera e grado non erano semplici accessori sociali, ma potevano diventare quasi una seconda anatomia dell'individuo. Questa struttura storica è indispensabile per comprendere perché nell'opera gogoliana il funzionario, l'abito, il documento e il rango assumano frequentemente una densità superiore a quella delle persone che dovrebbero servire. Le "Veglie alla fattoria presso Dikan'ka", pubblicate tra il 1831 e il 1832, appartengono ancora al paesaggio ucraino del folklore, delle streghe, dei diavoli, delle apparizioni e delle credenze popolari, ma contengono già un principio destinato a durare. Il visibile non è mai del tutto stabile. Nel 1835, con "Mirgorod", "Arabeschi", "Il diario di un pazzo", "La Prospettiva Nevskij", "Il ritratto" e "Vij", l'alterazione entra invece nella città moderna, negli uffici, nelle strade, negli appartamenti. In "Il diario di un pazzo" Aksentij Ivanovich Poprishchin non inventa semplicemente un universo delirante. Porta all'estremo la logica della società che lo circonda. Il suo bisogno di elevarsi nella gerarchia fino a immaginarsi re di Spagna nasce da un ambiente nel quale il rango stabilisce già il valore sociale degli individui. La follia appare quindi come esagerazione di una normalità precedentemente deformata. In "Il naso", scritto nel 1835 e pubblicato nel 1836, il maggiore Kovalev perde il proprio naso e lo ritrova mentre circola per Pietroburgo con l'aspetto di un funzionario di grado superiore. Gogol' non spiega il prodigio. L'assurdo viene accolto nella realtà senza giustificazione. Ancora più significativo è il fatto che Kovalev tema soprattutto le conseguenze sociali della mutilazione. Senza naso non può presentarsi adeguatamente, frequentare determinati ambienti, corteggiare, sostenere il proprio prestigio. Il frammento corporeo possiede quasi più dignità dell'uomo dal quale si è separato. La burocrazia entra così nella carne. Una metafora sociale viene resa letterale e proprio per questo la satira oltrepassa la semplice caricatura. "La Prospettiva Nevskij", del 1835, trasforma la capitale in un teatro dell'apparenza. Volti, abiti, luci e movimenti promettono significati che vengono continuamente smentiti. Aleksandr Pushkin (1799-1837), decisivo nella formazione dello scrittore e legato anche alla genesi del "Revisore" e delle "Anime morte", aveva già conferito a Pietroburgo una forte funzione simbolica. Con Gogol' la città diventa però anche una macchina capace di scomporre l'identità. Questa intuizione raggiunge un vertice in "Il cappotto", pubblicato nel 1842. Akakij Akakievich Bashmachkin vive quasi interamente nella propria funzione di copista. L'acquisto di un nuovo cappotto introduce nella sua esistenza uno scopo, un'attesa, perfino una provvisoria dignità sociale. Quando l'indumento viene rubato, egli perde molto più di un bene materiale. Perde la forma esterna attraverso la quale aveva iniziato a sentirsi riconosciuto. Dopo la morte ritorna come fantasma e sottrae cappotti ai passanti. Ciò che lo aveva governato da vivo continua quindi a esercitare il proprio dominio oltre la morte. L'oggetto non rappresenta soltanto la povertà. Diventa una potenza che occupa lo spazio lasciato vuoto da un'identità fragile. "Il ritratto", apparso nel 1835 e profondamente rielaborato nel 1842, trasferisce la stessa logica nel campo dell'arte. Il pittore Chartkov acquista l'immagine di un usuraio dagli occhi inquietantemente vivi. Il denaro legato al quadro gli offre successo e prestigio, ma la sua affermazione mondana coincide con la perdita dell'autenticità artistica. Il problema non è più soltanto sociale. L'immagine può trattenere qualcosa della corruzione del soggetto rappresentato, il talento può essere degradato dal denaro, l'arte può trasformarsi da ricerca della verità in strumento di vanità. Per questo la lettura puramente sociologica di Gogol' rimane insufficiente. La burocrazia, l'arrivismo e la servitù della gleba sono essenziali, ma il male non nasce esclusivamente dalle istituzioni. Può manifestarsi nell'avidità, nell'autocompiacimento, nella menzogna, nell'inerzia interiore e nella volontà di sembrare ciò che non si è. Il demonico gogoliano non ha sempre grandezza. Spesso è meschino, triviale, perfino ridicolo. Proprio questa modestia delle sue forme lo rende più inquietante. "Il Revisore", rappresentato nel 1836, offre una delle espressioni più nette di questo principio. Khlestakov è un giovane superficiale e mediocre che viene scambiato per un ispettore governativo mandato in incognito. La vera forza dell'inganno non nasce però da lui. Sono il sindaco, i funzionari e i notabili a costruire autonomamente la figura che temono. Ciascuno proietta sul falso ispettore la propria colpa e la propria paura di essere scoperto. Quando alla fine viene annunciato l'arrivo del vero revisore, la scena muta immobilizza i personaggi e converte improvvisamente la commedia in giudizio. La deformazione non serve dunque soltanto a deridere una provincia corrotta. Rivela un mondo nel quale gli uomini finiscono per creare da soli le immagini che li perseguitano. Nelle "Anime morte", pubblicate nel 1842, questo meccanismo diventa ancora più vasto. Pavel Ivanovich Chichikov attraversa la provincia acquistando servi già deceduti ma ancora presenti nei registri fiscali. La situazione nasce da una concreta anomalia amministrativa dell'Impero russo, ma Gogol' la trasforma in un principio simbolico. I morti continuano burocraticamente a esistere, mentre molti vivi sembrano aver perso ogni consistenza interiore. Manilov, Korobochka, Nozdrev, Sobakevich e Plyushkin non sono semplicemente tipi comici. Ciascuno è dominato da una qualità che tende a occupare l'intera persona. La vacuità, la diffidenza, la menzogna, la pesantezza materiale e l'avarizia acquistano quasi forma corporea. Le case, i mobili, il cibo e gli oggetti finiscono per somigliare moralmente ai loro proprietari. In Plyushkin l'accumulo diventa addirittura una specie di sepoltura sotto la materia. Qui si comprende meglio il carattere propriamente metafisico di questa deformazione. Il corpo, l'oggetto e l'ambiente non rimangono elementi neutrali della narrazione, ma diventano manifestazioni esteriori di una perdita interiore. Mikhail Bakhtin (1895-1975) avrebbe mostrato quanto il corpo deformato possa assumere nella tradizione europea una funzione culturale complessa, ma in Gogol' il procedimento possiede una qualità particolare. Nasi, guance, abiti, posture e movimenti non celebrano necessariamente l'eccesso vitale. Possono denunciare la frammentazione della persona. Il confronto con Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776-1822) colloca questa poetica entro il grande fantastico europeo dell'Ottocento, ma in Gogol' la soglia tra normale e impossibile è spesso quasi cancellata. Il mondo appare già deformato prima che accada qualcosa di soprannaturale. "Vij", pubblicato nel 1835, costituisce il caso opposto, perché qui l'elemento demoniaco è dichiarato. Khoma Brut affronta una strega, creature mostruose e infine Vij. Anche in questo racconto, però, il soprannaturale non inaugura un universo totalmente separato. Emerge da un terreno culturale nel quale folklore, cristianesimo, paura e quotidianità rimangono strettamente intrecciati. Negli anni Quaranta la dimensione religiosa divenne sempre più esplicita. Nel 1847 Gogol' pubblicò "Passi scelti dalla corrispondenza con gli amici", provocando la celebre reazione di Vissarion Belinskij (1811-1848), che lo accusò di difendere valori religiosi e sociali incompatibili con l'orientamento progressista di una parte dell'intelligencija russa. Nel 1848 lo scrittore compì un pellegrinaggio a Gerusalemme. Sarebbe però sbagliato considerare questa svolta religiosa come qualcosa di completamente estraneo alle opere precedenti. Il problema della falsità, della morte interiore, della vanità e del male era presente da molto tempo. Negli ultimi anni acquistò soltanto una forma più cosciente e dottrinale. Anche il progetto di continuare "Anime morte" doveva condurre, almeno nelle intenzioni, da un paesaggio di degradazione verso una possibile trasformazione morale. L'impresa rimase incompiuta e nel febbraio 1852 Gogol' distrusse nuovamente parte del manoscritto, poco prima della morte. La forza della sua opera nasce precisamente dall'impossibilità di ridurla a una formula unica. "Il naso" è satira della gerarchia burocratica, ma resta inquietante anche dopo che quella gerarchia è stata storicamente spiegata. "Il cappotto" denuncia l'umiliazione del piccolo funzionario, ma il fantasma finale oltrepassa il realismo sociale. "Anime morte" ritrae la Russia provinciale e servile, ma il titolo possiede una risonanza che supera il dato amministrativo. La deformazione diventa così un metodo di conoscenza. L'uomo attribuisce valore assoluto al rango, al denaro, al possesso, all'apparenza e finisce per essere dominato da ciò che credeva di possedere. Gli oggetti acquistano autorità, i ruoli divorano le persone, i corpi perdono unità, le parole si svuotano. Franz Kafka (1883-1924) avrebbe in seguito creato altri universi nei quali l'individuo viene assorbito da strutture incomprensibili, ma il mondo gogoliano conserva una matrice diversa, più legata alla caricatura, alla tradizione cristiana, al peccato e alla possibilità di una morte spirituale dentro una vita esteriormente normale. È precisamente qui che il grottesco diventa metafisico. Non perché dietro ogni dettaglio si nasconda una dottrina segreta, ma perché la deformazione costringe a domandarsi che cosa renda un uomo veramente vivo, quanto dell'identità dipenda dallo sguardo altrui e quanto poco sia necessario perché la normalità cominci a somigliare a una caricatura di se stessa.


Roberto Minichini

Roberto Minichini – Leonid Ilyich Brezhnev – René Guénon

 


lunedì 14 settembre 2026

Come l'ottavo Imam sciita Ali al-Rida discuteva con le altre religioni - Roberto Minichini


All'inizio del IX secolo la corte abbaside di Marv era uno dei principali centri politici e intellettuali dell'Oriente islamico. Il califfo al-Ma'mun (786-833), salito al potere nel 813, favoriva incontri fra sapienti, teologi e rappresentanti di differenti tradizioni spirituali. Nel 817 egli compì una scelta eccezionale per la dinastia abbaside, designando come proprio erede un discendente della Famiglia del Profeta Muhammad (570-632). Imam Ali al-Rida (765 circa-818), ottavo Imam dello Sciismo Duodecimano, cioè la corrente sciita che riconosce dodici guide divinamente designate dopo il Profeta Muhammad, si trovò così al centro della vita pubblica della corte. La sua presenza nel Khorasan ebbe conseguenze politiche, ma le fonti ricordano anche celebri dispute con cristiani, ebrei, zoroastriani, Sabei e teologi musulmani. Gli incontri promossi da al-Ma'mun appartengono al quadro storico dell'epoca, mentre la formulazione dettagliata dei lunghi dialoghi ci è stata trasmessa soprattutto da opere sciite posteriori. Questa distinzione è necessaria, perché non possediamo verbali contemporanei capaci di garantire che ogni frase sia stata pronunciata esattamente nella forma conservata nei secoli successivi. Possediamo però documenti reali della tradizione imamita, cioè della tradizione dello Sciismo fondata sull'autorità degli Imam, e il più importante per questo argomento è "Uyun Akhbar al-Rida" di Shaykh al-Saduq (923-991), uno dei maggiori tradizionisti dello Sciismo Duodecimano. Materiale teologico collegato compare anche nel suo "Kitab al-Tawhid", opera dedicata al tawhid, termine arabo che indica l'assoluta unicità di Dio. Questi testi non descrivono incontri fra fedi considerate equivalenti. Presentano invece l'Imam come colui che dimostra la verità dell'Islam, confuta le dottrine incompatibili con esso e manifesta attraverso la propria conoscenza l'autorità particolare dell'Imamato. Il metodo attribuito a Imam Ali al-Rida è molto preciso. Con i cristiani egli accetta di argomentare attraverso il Vangelo, con gli ebrei attraverso la Torah, con coloro che riconoscono i Salmi attraverso i loro testi e con altri interlocutori attraverso gli strumenti razionali o tradizionali che essi stessi considerano validi. Questo procedimento non significa riconoscere come vere tutte le dottrine degli avversari. Significa evitare una dimostrazione circolare. Un cristiano che non riconosce ancora il Corano non può essere obbligato semplicemente attraverso l'autorità del Corano. Un ebreo che nega la missione del Profeta Muhammad non può essere convinto limitandosi ad affermare che il Profeta Muhammad è inviato di Dio. Occorre partire da una premessa ammessa dall'interlocutore e mostrare quali conseguenze derivino da essa. La finalità rimane apertamente apologetica. L'Imam intende dimostrare la verità dell'Islam e confutare le dottrine che vi si oppongono. Il confronto con il Jathliq, titolo attribuito nelle fonti a un'alta autorità ecclesiastica cristiana e collegato alla dignità del Catholicos, mostra questo procedimento in maniera particolarmente chiara. Il cristiano osserva che non avrebbe senso tentare di confutarlo attraverso un Libro che non riconosce e mediante l'autorità di un Profeta nel quale non crede. Imam Ali al-Rida accoglie la validità metodologica dell'obiezione e gli domanda se accetterebbe invece una dimostrazione tratta dal Vangelo. L'interlocutore ammette di non poter respingere ciò che appartenga autenticamente alla propria Scrittura. Il confronto viene quindi trasferito sul terreno cristiano. L'Imam non abbandona la posizione islamica e non riconosce al Cristianesimo una verità indipendente equivalente a quella dell'Islam. Utilizza invece fonti riconosciute dal cristiano per mostrarne, secondo l'insegnamento islamico, le conseguenze corrette. Una parte importante della discussione riguarda il Profeta Gesù, Isa nell'Islam, vissuto probabilmente fra il 4 circa a.C. e il 30 o 33 d.C. L'Islam riconosce il Profeta Gesù, Isa, come Messia, inviato di Dio e uno dei maggiori Profeti, ma nega la sua divinità e rifiuta la dottrina della Trinità. Nel racconto conservato in "Uyun Akhbar al-Rida", Imam Ali al-Rida richiama il comportamento religioso del Profeta Gesù, Isa, per sostenere il tawhid. Se egli pregava, digiunava e adorava Dio, occorre chiedersi a chi fossero rivolti quegli atti di culto. L'argomento distingue colui che adora da Colui che viene adorato. La finalità è chiara. La divinità del Profeta Gesù, Isa, deve essere respinta, l'assoluta unicità di Dio riaffermata e la missione del Profeta Muhammad riconosciuta. Nella stessa disputa l'Imam utilizza inoltre testimonianze della tradizione cristiana che interpreta come annunci di un inviato successivo. Il principio rimane costante. L'autorità del Corano non viene imposta come premessa a chi ancora non la riconosce. Si cerca invece di mostrare che le fonti accolte dal cristiano, interpretate correttamente secondo l'Islam, conducono verso la conferma della rivelazione finale. Un metodo analogo appare nel confronto con il Ra's al-Jalut, espressione araba che significa capo dell'esilio e che nelle fonti indica un'importante autorità ebraica. Anche qui l'interlocutore chiede che la dimostrazione venga fondata sulle Scritture riconosciute dalla propria comunità. Imam Ali al-Rida accetta questa condizione. La questione centrale diventa la profezia del Profeta Muhammad. L'Imam richiama testi e tradizioni che interpreta come testimonianze relative a un futuro inviato di Dio e domanda all'interlocutore di confrontarsi con le conseguenze delle fonti che egli stesso considera autorevoli. La struttura logica è precisa. Prima viene individuata una premessa accettata dall'avversario, poi vengono esaminate le conseguenze che ne derivano e infine si verifica se la posizione sostenuta rimanga coerente con il proprio punto di partenza. La superiorità dell'Islam non viene quindi soltanto proclamata. Deve essere dimostrata anche sul terreno riconosciuto da chi la contesta. Nel confronto con il rappresentante zoroastriano il procedimento assume una forma differente. Imam Ali al-Rida domanda quale fondamento permetta al suo interlocutore di riconoscere come autentica la propria tradizione. Il sacerdote risponde, secondo il racconto, facendo riferimento alla trasmissione ricevuta dalle generazioni precedenti. Egli non ha assistito personalmente ai segni attribuiti al fondatore della propria fede, ma accetta le testimonianze tramandate dagli antenati. L'Imam applica allora lo stesso criterio alla rivelazione islamica. Se la trasmissione storica viene considerata sufficiente per riconoscere una figura religiosa del passato, occorre spiegare perché lo stesso principio debba essere respinto quando riguarda il Profeta Muhammad e gli altri Profeti riconosciuti dall'Islam. L'argomento non afferma che ogni tradizione tramandata sia vera. Mostra invece che un criterio non può essere utilizzato quando sostiene la propria posizione e abbandonato senza spiegazione quando conduce verso una conclusione differente. La coerenza diventa così uno strumento della confutazione. Dopo questi confronti, il testo attribuisce a Imam Ali al-Rida un invito rivolto a chiunque fosse contrario all'Islam affinché presentasse le proprie obiezioni. Il passaggio è decisivo. Non ci troviamo davanti a un incontro moderno destinato alla reciproca valorizzazione delle fedi. La fonte presenta una prova pubblica della verità dell'Islam. Gli interlocutori possono formulare liberamente le proprie obiezioni, ma l'obiettivo è rispondere e mostrarne l'inconsistenza. A questo punto compare Imran al-Sabi, personaggio dalle date biografiche ignote, presentato come un disputatore esperto. Il termine Sabei indica comunità ricordate anche nel Corano, ma l'identificazione storica precisa dei gruppi chiamati con questo nome nelle diverse fonti medievali rimane complessa. Con Imran il confronto assume soprattutto un carattere metafisico. Non esiste una Scrittura condivisa dalla quale partire, quindi la base comune diventa il ragionamento. Imran interroga l'Imam sull'esistenza divina, sulla creazione, sulla conoscenza di Dio, sul rapporto fra Creatore e creature e sulla possibilità di parlare degli attributi divini senza trasformare Dio in un essere limitato. Imam Ali al-Rida risponde distinguendo radicalmente Dio da ciò che è creato. Il Creatore non può essere sottoposto alle categorie proprie degli esseri dipendenti, materiali e limitati. Il ragionamento appartiene al campo del kalam, termine arabo che indica la teologia razionale e dialettica sviluppata nel mondo islamico per affrontare questioni riguardanti Dio, la rivelazione, la profezia e gli attributi divini. Anche qui la finalità non è una semplice esplorazione filosofica. Il racconto procede verso una conclusione religiosa precisa. Imran arriva a riconoscere l'unicità di Dio e la missione del Profeta Muhammad. La fonte costruisce quindi l'episodio come una vittoria apologetica dell'Imam. L'interlocutore non si limita a manifestare rispetto per l'Islam, ma viene condotto al riconoscimento della sua verità. Questo permette di comprendere anche il significato propriamente sciita delle dispute. Nello Sciismo Duodecimano l'Imam non è semplicemente un erudito particolarmente brillante. È la guida divinamente designata della comunità e appartiene alla Gente della Casa, Ahl al-Bayt in arabo, espressione che indica la Famiglia del Profeta Muhammad e che nello Sciismo assume un significato fondamentale per la trasmissione dell'autorità religiosa. La capacità di rispondere a interlocutori provenienti da tradizioni differenti manifesta quindi, nelle fonti imamite, una conoscenza legata alla funzione stessa dell'Imam. Il cristiano viene affrontato attraverso il Vangelo. L'ebreo attraverso le proprie Scritture. Lo zoroastriano attraverso il principio della trasmissione. Il disputatore filosofico attraverso argomenti razionali. La varietà dei procedimenti serve a mostrare l'ampiezza del sapere dell'Imam e la sua capacità di ricondurre ogni discussione alla verità dell'Islam. Questo non significa che Islam e Sciismo debbano essere concepiti come due religioni distinte. Nella prospettiva dello Sciismo Duodecimano, lo Sciismo rappresenta la forma autentica dell'Islam attraverso il riconoscimento dell'autorità della Gente della Casa e degli Imam legittimi. Di fronte a cristiani, ebrei, zoroastriani e altri non musulmani, la disputa riguarda anzitutto il tawhid, la profezia del Profeta Muhammad e la verità della rivelazione islamica. Quando la questione riguarda invece l'autorità all'interno della comunità musulmana emerge l'Imamato, termine che indica la guida spirituale e religiosa attribuita, nella dottrina sciita, agli Imam designati da Dio. Le fonti imamite presentano questa guida non come una semplice funzione politica affidata alla decisione degli uomini, ma come parte dell'ordine religioso stabilito da Dio. L'Islam è dunque presentato come la religione vera e definitiva, mentre lo Sciismo Duodecimano si presenta come la sua corretta continuità attraverso l'Imamato e l'autorità della Gente della Casa. Occorre però distinguere questa conclusione dottrinale dalle formulazioni letterali effettivamente conservate. Non è necessario inventare una frase moderna mettendola sulla bocca di Imam Ali al-Rida. I documenti permettono di affermare qualcosa di più rigoroso. Essi mostrano l'Imam come difensore della verità dell'Islam e, nel quadro propriamente sciita, come depositario dell'autorità religiosa dell'Imamato legittimo. Proprio perché la pretesa di verità è così netta, il metodo delle dispute diventa ancora più significativo. Imam Ali al-Rida non considera sufficiente dichiarare che l'Islam è vero. Intende dimostrarlo. Non chiede al cristiano di accettare preventivamente il Corano. Non pretende dall'ebreo il riconoscimento anticipato della profezia del Profeta Muhammad. Non impone allo zoroastriano un criterio che questi non abbia già ammesso. Non utilizza contro Imran una premessa religiosa che il disputatore non riconosca. Cerca invece il punto nel quale l'interlocutore ritiene di possedere una certezza e costruisce da lì la confutazione. Comprendere la posizione dell'altro non significa approvarla. Studiare le sue Scritture non significa riconoscere come vere tutte le sue interpretazioni. Accettare provvisoriamente una premessa per svilupparne le conseguenze non significa aderire alla dottrina dalla quale essa proviene. Il metodo attribuito all'Imam utilizza la conoscenza dell'altro precisamente per mostrare l'errore della sua posizione. La distanza rispetto al relativismo religioso contemporaneo è quindi radicale. Le differenze dottrinali non vengono minimizzate. La divinità del Profeta Gesù, Isa, viene respinta. La negazione della missione del Profeta Muhammad viene confutata. L'applicazione selettiva dei criteri della tradizione viene contestata. Le concezioni metafisiche incompatibili con il tawhid vengono sottoposte a critica. Tutto conduce verso la medesima conclusione, l'unicità assoluta di Dio, la verità della rivelazione islamica, la missione del Profeta Muhammad e, nella prospettiva dello Sciismo, l'autorità della Gente della Casa e degli Imam legittimi. La conoscenza delle altre tradizioni diventa quindi uno strumento della dimostrazione religiosa. Una confutazione seria richiede che l'avversario venga compreso nella sua reale posizione e non attraverso una caricatura. Chi intende dimostrare la falsità di una dottrina deve conoscerne i testi, le premesse e i criteri di autorità. Le dispute conservate in "Uyun Akhbar al-Rida" attribuiscono precisamente questa capacità a Imam Ali al-Rida. Egli modifica la forma dell'argomento secondo la persona che ha davanti, ma non modifica la conclusione verso cui conduce il ragionamento. Con il cristiano entra nel terreno evangelico. Con l'ebreo utilizza le Scritture riconosciute dall'Ebraismo. Con lo zoroastriano esamina il valore della trasmissione. Con Imran al-Sabi affronta direttamente le questioni metafisiche. La verità che deve emergere resta quella dell'Islam. In questa prospettiva la fermezza dottrinale non viene opposta alla conoscenza dell'altro. Al contrario, quanto più assoluta è la pretesa di verità, tanto più rigorosa deve essere la capacità di dimostrarla. La tradizione sciita presenta così Imam Ali al-Rida non come un fautore dell'equivalenza fra le fedi, ma come l'ottavo Imam capace di entrare nel linguaggio dell'interlocutore per condurlo fuori dall'errore attraverso le sue stesse premesse. È proprio questa unione fra verità esclusiva dell'Islam, autorità dell'Imamato e disciplina della dimostrazione a costituire uno degli aspetti più notevoli delle dispute attribuite a Imam Ali al-Rida.

 

Roberto Minichini, settembre 2026.

domenica 13 settembre 2026

Ayatollah Morteza Motahhari e il destino dei non musulmani nell'aldilà - Roberto Minichini


Il giudizio di Dio su un essere umano dipende soltanto dalla religione alla quale egli appartiene esteriormente, oppure deve tenere conto anche di ciò che ha realmente potuto conoscere, della sincerità con cui ha cercato la verità, degli ostacoli che ha incontrato e delle intenzioni che hanno guidato la sua vita? Questa domanda occupa un posto importante nel pensiero dell'Ayatollah Morteza Motahhari (1920-1979), religioso, filosofo, teologo e docente iraniano che dedicò gran parte della propria attività alla formulazione di una visione dell'Islam capace di confrontarsi con le grandi questioni filosofiche e morali della sua epoca senza dissolvere la verità religiosa nel relativismo. Nato a Fariman, nel Khorasan, il 2 febbraio 1920 secondo una delle datazioni biografiche più diffuse, iniziò molto giovane gli studi religiosi a Mashhad e proseguì la propria formazione a Qom, uno dei principali centri dello Sciismo Duodecimano. Studiò diritto islamico e principi della giurisprudenza, filosofia, esegesi del Corano, etica e irfan, termine che nel lessico islamico indica la conoscenza interiore e spirituale di Dio e il cammino di trasformazione dell'anima. Fra i suoi maestri vi furono l'Ayatollah Hossein Borujerdi (1875-1961), una delle maggiori autorità religiose sciite del suo tempo, Allamah Muhammad Husayn Tabatabai (1903-1981), filosofo e grande commentatore del Corano, e l'Ayatollah Ruhollah Khomeini (1902-1989), del quale Motahhari seguì lezioni di filosofia, etica, spiritualità e scienze religiose molto prima che la figura del maestro assumesse il ruolo politico per cui sarebbe poi divenuta universalmente conosciuta. Nel 1952 Motahhari lasciò Qom e si stabilì a Teheran, dove insegnò nella madrasa Marvi e successivamente presso la Facoltà di Teologia dell'Università di Teheran. La sua attività si rivolse anche a studenti universitari, medici, professionisti e giovani che non appartenevano alle scuole religiose tradizionali. Scrisse e tenne lezioni sul materialismo, sulla libertà umana, sul destino, sulla resurrezione, sulla filosofia della storia, sulla morale sessuale, sulla condizione della donna, sul velo, sull'Imamato, sul Profeta Muhammad (circa 570-632), sugli Imam della Famiglia del Profeta e sul rapporto fra ragione e rivelazione. Fra le sue opere più note figurano "La questione del velo" ("Masale-ye Hejab"), "Il sistema dei diritti della donna nell'Islam" ("Nezam-e Hoquq-e Zan dar Eslam"), "L'uomo e il destino" ("Ensan va Sarnevesht") e soprattutto "La Giustizia divina" ("Adl-e Elahi"), pubblicata nella sua prima forma intorno al 1970 e dedicata ad alcuni dei problemi più difficili che sorgono quando la fede in un Dio perfettamente giusto viene confrontata con il male, la sofferenza, le differenze fra gli esseri umani, il castigo ultraterreno e il destino di chi non appartiene alla religione islamica. La sua attività ebbe anche una dimensione politica e Motahhari partecipò agli avvenimenti che accompagnarono la rivoluzione iraniana del 1979, entrando nel Consiglio della Rivoluzione. Fu assassinato a Teheran il 1 maggio 1979 da un membro del gruppo Furqan. Ridurre il suo pensiero alla politica sarebbe però profondamente fuorviante. La maggior parte delle questioni che lo resero influente riguarda il rapporto fra filosofia, teologia, morale e spiritualità, e "La Giustizia divina" costituisce uno degli esempi più significativi di questo progetto. Uno dei problemi affrontati nel libro può essere formulato in termini comprensibili anche a chi non è musulmano. Se una persona nasce cristiana, ebrea o appartenente a un'altra tradizione, vive onestamente, crede in Dio, aiuta il prossimo, cerca sinceramente il bene e muore senza essersi convertita all'Islam, il semplice fatto di non essere musulmana rende prive di valore tutte le sue opere e la destina alla perdizione? Motahhari ritiene insufficiente tanto una risposta relativistica quanto una risposta confessionale automatica. Non accetta l'idea che tutte le religioni siano contemporaneamente vere nello stesso senso. Per lui la rivelazione divina possiede uno sviluppo storico e la forma definitiva della guida rivelata è l'Islam portato dal Profeta Muhammad. In questo senso Motahhari non è un pluralista religioso se per pluralismo si intende l'affermazione secondo cui Cristianesimo, Ebraismo, Islam e altre religioni sarebbero vie teologicamente equivalenti e intercambiabili. Egli ritiene che una persona che riconosca realmente la verità dell'Islam sia tenuta ad accettarla. Il problema decisivo nasce tuttavia dalla parola realmente. Sapere che esiste una religione chiamata Islam non equivale necessariamente ad averne compreso la verità. Aver incontrato alcuni musulmani, aver letto un articolo, aver ricevuto un'educazione ostile all'Islam o conoscere soltanto aspetti frammentari della sua storia non significa aver ricevuto una conoscenza sufficientemente chiara da rendere colpevole ogni mancata adesione. Motahhari utilizza qui una distinzione fondamentale della teologia e della giurisprudenza islamica fra qusur e taqsir. Qusur indica una mancanza non imputabile alla persona, una condizione nella quale l'individuo non possiede realmente i mezzi necessari per conoscere o riconoscere ciò che sarebbe tenuto ad accettare. Taqsir indica invece una mancanza colpevole, prodotta dalla negligenza, dall'orgoglio, dal pregiudizio, dall'interesse personale o dalla decisione di non cercare ciò che sarebbe stato possibile conoscere. Il jahil qasir è quindi l'ignorante non colpevole, mentre il jahil muqassir è colui che rimane nell'ignoranza per una responsabilità che gli può essere attribuita. Questa distinzione cambia profondamente il modo di affrontare il problema dei non musulmani. Due persone possono professare esteriormente la medesima religione e avere una condizione spirituale completamente diversa davanti a Dio. Un cristiano che abbia cercato sinceramente la verità ma conosca dell'Islam soltanto una rappresentazione deformata non può essere equiparato a una persona che abbia riconosciuto interiormente la verità di una rivelazione e l'abbia respinta perché incompatibile con i propri interessi. In questo quadro assume grande importanza la hujja, cioè la prova divina o l'evidenza sufficiente mediante la quale una verità diventa moralmente vincolante per una persona. La responsabilità piena presuppone che la hujja sia stata realmente stabilita. Motahhari collega questo principio alla giustizia divina e a diversi passi del Corano. Il versetto 17,15 afferma che Dio non punisce prima di aver inviato un messaggero, mentre il versetto 9,115 dichiara che Dio non conduce un popolo allo smarrimento dopo averlo guidato finché non abbia chiarito ciò da cui deve guardarsi. I versetti 4,98 e 4,99 introducono inoltre la categoria dei mustad'af, gli uomini, le donne e i bambini che si trovano in una condizione di debolezza e non possiedono mezzi sufficienti per trovare una via, aggiungendo che Dio può perdonarli. Mustad'af significa letteralmente persona resa debole o posta in condizione di impotenza. Nell'uso teologico sciita il termine può indicare chi, per limiti intellettuali, circostanze ambientali o mancanza di accesso alla verità, non possiede le condizioni necessarie per una scelta pienamente consapevole. Esiste inoltre nel Corano la categoria dei murjawn li-amr Allah, coloro il cui caso viene rimesso al comando e al giudizio di Dio. Motahhari ricorda tradizioni attribuite all'Imam Muhammad al-Baqir (676-732) e all'Imam Ja'far al-Sadiq (702-765) nelle quali alcune persone non vengono collocate semplicemente fra i credenti pienamente riconosciuti e i negatori ostinati, ma vengono affidate al giudizio divino. In una tradizione riportata nella letteratura sciita, interrogato sui mustad'af, l'Imam Ja'far al-Sadiq risponde che essi non appartengono pienamente né ai credenti né ai negatori e che il loro caso è rimesso a Dio. Motahhari utilizza queste categorie per sostenere che l'incapacità non colpevole non può produrre lo stesso risultato morale del rifiuto deliberato. A questo punto sorge però una questione essenziale. Questa interpretazione rappresenta davvero lo Sciismo tradizionale oppure Motahhari sta introducendo una concezione moderna estranea alla teologia classica? La risposta richiede molta precisione. Una parte fondamentale del suo ragionamento è profondamente radicata nello Sciismo classico, mentre l'estensione che egli attribuisce ad alcune categorie è più ampia di quella proposta da numerosi autori precedenti. Non sarebbe quindi corretto né presentarlo come un innovatore che rompe con la tradizione né sostenere che ogni elemento della sua posizione costituisca semplicemente la dottrina unanime di tutti gli studiosi sciiti anteriori. Lo Sciismo Duodecimano classico è molto fermo sull'esistenza di una verità religiosa oggettiva. Dopo la missione del Profeta Muhammad, l'Islam costituisce la rivelazione normativa per l'umanità. Inoltre, secondo la dottrina sciita, la guida divina non termina con la morte del Profeta, ma continua attraverso l'Imamato, cioè l'autorità spirituale e religiosa dei Dodici Imam della Famiglia del Profeta, a partire dall'Imam Ali (circa 600-661). Numerosi testi classici attribuiscono quindi alla fede nel Profeta e al riconoscimento dell'Imamato un'importanza decisiva per la salvezza. Da questo punto di vista la tradizione sciita classica è certamente più vicina all'esclusivismo dottrinale che al pluralismo religioso moderno. Il Corano 3,19 afferma che presso Dio la religione è l'Islam e il versetto 3,85 dichiara che chi cerca una religione diversa dall'Islam non la vedrà accettata. Gli studiosi sciiti tradizionali hanno generalmente interpretato questi passi come affermazione dell'autorità definitiva della rivelazione portata dal Profeta Muhammad. Anche le tradizioni sulla wilaya, termine che in questo contesto indica l'autorità e la guida spirituale degli Imam, possono assumere formulazioni molto severe nei confronti di chi rifiuta l'Imamato. Se ci si fermasse però a queste affermazioni si perderebbe un'altra componente altrettanto antica della dottrina sciita, quella della responsabilità proporzionata alla conoscenza effettivamente posseduta. Shaykh al-Saduq (circa 923-991), uno dei più importanti raccoglitori di tradizioni dello Sciismo e autore di "Le credenze degli Imamiti" ("Al-I'tiqadat al-Imamiyya"), riporta il principio coranico secondo cui Dio non considera un popolo smarrito finché non gli abbia chiarito ciò che deve evitare. Nella sua esposizione della capacità umana insiste inoltre sul fatto che la responsabilità presuppone una reale possibilità di agire. Questi principi non equivalgono ancora alla formulazione ampia che Motahhari darà molti secoli dopo al problema dei non musulmani, ma stabiliscono un fondamento importante. Il giudizio divino non ignora la capacità, la conoscenza e le circostanze dell'individuo. Shaykh al-Mufid (948-1022), figura decisiva della teologia razionale imamita e autore di "Le prime questioni dottrinali" ("Awa'il al-Maqalat"), presenta in diversi passaggi una concezione severa del destino dei negatori e attribuisce all'Imamato un'importanza fondamentale. Non sarebbe corretto trasformarlo retrospettivamente in un sostenitore dell'inclusivismo religioso moderno. Eppure lo stesso al-Mufid riconosce categorie che non possono essere assimilate senza distinzione ai negatori ostinati. Nella sua classificazione escatologica compaiono coloro che possiedono una conoscenza dottrinale insufficiente senza essere ostinati e i mustad'af fra gli altri uomini. Il loro caso non viene semplicemente identificato con quello di chi combatte consapevolmente la verità. Questo dato è importante perché dimostra che l'esistenza di una zona intermedia fra fede pienamente riconosciuta e rifiuto colpevole non nasce nel pensiero sciita contemporaneo. Shaykh al-Tusi (995-1067), altra figura fondamentale nella formazione dello Sciismo Duodecimano e fondatore della grande tradizione di studio di Najaf, sviluppò ulteriormente un sistema teologico nel quale ragione, responsabilità e rivelazione devono essere considerate insieme. Anche quando gli studiosi classici adottano formule severe nei confronti dell'incredulità, resta quindi centrale il problema di stabilire se l'incredulità sia realmente colpevole. Il principio sciita della giustizia divina, adl, rende infatti difficile sostenere che Dio possa punire allo stesso modo chi ha conosciuto e respinto consapevolmente la verità e chi non ha mai avuto gli strumenti per riconoscerla. Questo principio appartiene alla struttura stessa della teologia imamita. Lo Sciismo viene tradizionalmente incluso fra le scuole dette Adliyya, le scuole della giustizia, perché attribuisce alla giustizia divina un significato intelligibile anche alla ragione umana. Dio non compie ingiustizia, non punisce arbitrariamente e non attribuisce responsabilità senza una reale capacità. Qui Motahhari si muove quindi su un terreno profondamente tradizionale. Anche uno studioso molto più severo e fortemente legato alla trasmissione degli hadith come Allamah Muhammad Baqir Majlisi (1627-1699), autore della vasta raccolta "Mari di luci" ("Bihar al-Anwar") e del trattato dottrinale "La certezza della verità" ("Haqq al-Yaqin"), riconosce esplicitamente la categoria dei mustad'af. Commentando i versetti 4,98 e 4,99, Majlisi ricorda che il mustad'af può essere colui che non riesce a distinguere la verità dall'errore oppure colui al quale la prova non è divenuta convincente senza che ciò dipenda da una sua colpa. Per queste persone resta possibile sperare nel perdono divino. Il dato è particolarmente significativo proprio perché Majlisi non può essere descritto come un teologo incline al relativismo religioso. La dottrina dell'eccezione per gli incapaci non nasce quindi da un indebolimento moderno dell'identità sciita. È già presente all'interno di una visione fortemente confessionale. La differenza rispetto a Motahhari riguarda soprattutto l'ampiezza della categoria. Molti autori classici sembrano pensare al mustad'af come a un caso relativamente circoscritto, bambini, persone con capacità intellettuali molto limitate, individui completamente privi di accesso alla vera dottrina o persone che vivono in condizioni nelle quali il riconoscimento della verità è praticamente impossibile. Motahhari compie un passo ulteriore. Egli sostiene che nelle società moderne una persona può essere perfettamente intelligente, istruita e informata e rimanere tuttavia qasir rispetto all'Islam, perché l'immagine dell'Islam che le è giunta può essere tanto falsa o deformata da non costituire una vera presentazione della religione. In altre parole, l'incapacità non coincide necessariamente con una debolezza mentale o con l'isolamento geografico. Può essere un'incapacità epistemica, cioè una situazione nella quale le informazioni disponibili non permettono alla persona di riconoscere la verità per ciò che è. Qui si trova probabilmente una delle innovazioni interpretative più importanti di Motahhari. Egli non abbandona le categorie classiche, ma ne amplia l'applicazione. Questa posizione si collega anche alla filosofia islamica. Avicenna (980-1037), pur non essendo un'autorità specificamente sciita, aveva sostenuto che molti esseri umani si trovano in una condizione intermedia, lontani tanto dalla conoscenza perfetta quanto dall'opposizione cosciente alla verità. Mulla Sadra (1571-1640), il grande filosofo sciita persiano la cui metafisica esercitò una profonda influenza sulla formazione filosofica iraniana successiva, sviluppò una concezione dell'anima e dell'aldilà nella quale la salvezza e la perdizione dipendono dalla forma spirituale che l'essere umano acquisisce attraverso conoscenza, intenzione e azione. Motahhari si colloca chiaramente anche all'interno di questa linea filosofica. Nella conclusione di "La Giustizia divina" arriva a sostenere che, secondo filosofi come Avicenna e Mulla Sadra, la maggioranza di coloro che non hanno riconosciuto la verità appartiene probabilmente alla categoria degli incapaci e degli scusabili piuttosto che a quella dei colpevoli. Questa affermazione è più ampia di molte formulazioni classiche strettamente teologiche e tradizionaliste. Non dice semplicemente che esistono eccezioni alla condanna dei non musulmani. Suggerisce che l'eccezione potrebbe riguardare una parte enorme dell'umanità. È proprio qui che Motahhari assume un carattere particolarmente originale. Egli conserva l'esclusivismo relativo alla verità ma introduce un inclusivismo molto ampio riguardo alla responsabilità individuale e alla possibilità della salvezza. La distinzione appare con particolare chiarezza quando tratta le buone opere dei non musulmani. Una linea tradizionale rigorosa può sostenere che la piena accettazione delle opere richieda la fede autentica e, nella prospettiva sciita, il riconoscimento della guida divina. Numerosi versetti e tradizioni sono stati interpretati in questo senso. Motahhari non li respinge. Li interpreta però come riferiti soprattutto al rifiuto colpevole della verità. Secondo lui, quando il mancato riconoscimento deriva da qusur e non da taqsir, non è legittimo applicare automaticamente le medesime conseguenze. Per una persona che crede sinceramente in Dio e nella resurrezione, compie il bene con intenzione pura e cerca realmente la vicinanza divina, le opere possono possedere un autentico valore ultraterreno anche se quella persona non è formalmente musulmana. Motahhari arriva quindi a riconoscere la possibilità della ricompensa e della salvezza di credenti non musulmani che si trovino in una condizione di ignoranza non colpevole. Questo è un punto nel quale la sua formulazione è più generosa di quella di molti teologi classici. Alcuni autori tradizionali ammettevano che il mustad'af non fosse punito, oppure rimettevano il suo destino al giudizio di Dio, oppure ipotizzavano una condizione intermedia, senza necessariamente affermare con altrettanta chiarezza che le sue opere potessero condurlo positivamente al Paradiso. Motahhari trasforma quindi una dottrina classica dell'esenzione dalla colpa in una teoria più articolata della possibile ricompensa spirituale. Non lo fa però appellandosi a un generico umanitarismo. La sua argomentazione rimane religiosa e metafisica. Un'azione possiede per lui almeno due aspetti. Esiste il bene prodotto esteriormente e vi è l'orientamento interiore dell'agente. Costruire un ospedale, assistere un malato o nutrire un povero costituiscono beni reali, ma l'azione assume una qualità spirituale diversa a seconda dell'intenzione con cui viene compiuta. Chi agisce esclusivamente per fama non compie interiormente la stessa azione di chi cerca sinceramente Dio. Questo permette a Motahhari di rifiutare sia l'affermazione secondo cui basta compiere opere socialmente utili per ottenere automaticamente la salvezza sia quella secondo cui ogni opera di un non musulmano sarebbe priva di qualsiasi valore. Anche il problema dell'ateo viene affrontato con questa complessità. Chi non crede in Dio non può intenzionalmente dirigere la propria azione verso la vicinanza divina nello stesso modo di chi crede. Motahhari non conclude tuttavia che il bene compiuto dall'ateo sia necessariamente irrilevante nell'aldilà. Le buone azioni possono diminuire il castigo e in determinate circostanze persino eliminarlo. Egli considera inoltre il caso di una persona che si definisce atea ma possiede una straordinaria purezza morale, agisce senza ricerca di prestigio e manifesta un amore radicalmente disinteressato per il bene. Motahhari si domanda se una simile persona stia veramente negando Dio oppure se stia rifiutando una rappresentazione falsa di Dio ricevuta dal proprio ambiente. La sua risposta rimane prudente. La coscienza esplicita dell'individuo non esaurisce necessariamente tutta la sua disposizione spirituale. Si può negare verbalmente un'immagine di Dio e nello stesso tempo possedere, a un livello più profondo, un orientamento verso la verità e il Bene assoluto. Qui il discorso di Motahhari si avvicina alla tradizione dell'irfan e della filosofia metafisica, secondo cui ciò che conta nell'aldilà non è soltanto una dichiarazione verbale ma la forma acquisita dall'anima. Anche su questo punto lo Sciismo classico più rigoroso potrebbe formulare riserve. La tradizione non autorizza a trasformare ogni moralità naturale in una fede implicita né a concludere che l'ateismo sia spiritualmente equivalente al monoteismo. Motahhari non sostiene nulla del genere. Introduce invece la possibilità che l'etichetta intellettuale con cui una persona descrive se stessa non corrisponda perfettamente alla sua condizione più profonda davanti a Dio. La medesima distinzione viene applicata ai musulmani non sciiti. Lo Sciismo Duodecimano attribuisce all'Imamato un'importanza essenziale. Numerosi testi classici presentano la wilaya degli Imam come elemento necessario della vera fede e alcuni autori hanno adottato posizioni molto severe sul destino di coloro che negano l'autorità degli Ahl al-Bayt, cioè la Famiglia del Profeta. Motahhari non elimina questa dottrina. Distingue però ancora una volta fra negazione consapevole e mancato riconoscimento non colpevole. Un Sunnita cresciuto in una famiglia e in una cultura sunnita, che ami Dio e il Profeta Muhammad, viva religiosamente e non abbia mai incontrato argomenti capaci di rendergli evidente la verità dell'Imamato, non è nella stessa condizione di chi riconosca consapevolmente l'autorità degli Imam e la respinga per ostilità. Anche in questo caso esiste un precedente tradizionale nella categoria del mustad'af. Testi sciiti anteriori a Motahhari riconoscono la possibilità che un non sciita privo di una reale possibilità di discernere fra le diverse dottrine non venga giudicato come un nemico deliberato della wilaya. Alcuni autori classici e postclassici sono tuttavia assai più restrittivi di Motahhari nel determinare quanto vasta sia questa categoria. Per questo sarebbe inesatto affermare semplicemente che la sua posizione coincide in ogni dettaglio con quella dello Sciismo tradizionale. È più corretto dire che Motahhari sviluppa possibilità già contenute nella tradizione e le conduce a conseguenze più ampie. La continuità riguarda i principi fondamentali. Dio è giusto. Nessuno viene punito senza responsabilità. La responsabilità presuppone capacità e conoscenza. Esistono persone incapaci di riconoscere pienamente la verità. Il loro caso non è identico a quello dei negatori ostinati. L'Imamato resta una verità oggettiva anche quando una determinata persona non è colpevole di non averla riconosciuta. L'innovazione relativa riguarda soprattutto l'estensione sociologica ed epistemologica di questi principi. Motahhari ritiene plausibile che moltissimi esseri umani moderni appartengano alla categoria del qasir perché ciò che conoscono dell'Islam non costituisce una manifestazione sufficiente della sua verità. Da questo punto di vista il suo pensiero potrebbe essere descritto come tradizionale nei fondamenti e innovativo nell'applicazione. Egli non modifica la dottrina islamica per adattarla al pluralismo contemporaneo. Parte invece dalla giustizia divina, dal principio della hujja, dalle categorie coraniche dei mustad'af e dei murjawn li-amr Allah, dalle tradizioni degli Imam e dalla filosofia islamica, e si domanda che cosa implichino queste dottrine in un mondo nel quale miliardi di persone nascono e vivono fuori dall'Islam. Il risultato è una posizione che rimane rigorosamente sciita ma impedisce di trasformare l'appartenenza confessionale in una sorta di privilegio metafisico automatico. Questo aspetto diventa particolarmente evidente quando Motahhari parla dei peccati dei musulmani e degli Sciiti. Egli polemizza contro la convinzione secondo cui le opere dei non Sciiti sarebbero inutili mentre lo Sciita potrebbe attendersi il perdono semplicemente in virtù della propria appartenenza. Per lui questa idea distruggerebbe il significato stesso della responsabilità. Conoscere una verità più ampia non concede un'immunità morale, aumenta semmai la responsabilità. Un musulmano che mente, opprime, tradisce o commette ingiustizia non trasforma le proprie azioni in bene perché appartiene alla religione vera. Uno Sciita che proclama fedeltà agli Imam ma vive contro i loro insegnamenti non può ridurre la wilaya a una formula identitaria capace di sostituire la rettitudine. Dio non possiede legami di parentela, nazionalità o gruppo con nessuno. La giustizia divina significa precisamente che la differenza fra gli esseri umani deve dipendere da differenze reali nelle loro anime, nelle loro conoscenze, nelle loro intenzioni e nelle loro opere. Su questo punto Motahhari recupera un elemento centrale dello Sciismo tradizionale. L'elezione religiosa non è una preferenza arbitraria di Dio per una comunità. La vicinanza a Dio dipende dalla verità e dalla conformazione dell'essere umano ad essa. Il problema della salvezza dei non musulmani viene così trasformato in una domanda molto più radicale sul significato stesso della fede. Essere formalmente appartenenti all'Islam non equivale automaticamente ad aver raggiunto la verità interiormente, così come trovarsi esteriormente fuori dall'Islam non dimostra automaticamente un'opposizione volontaria alla verità. Ciò non annulla la differenza fra fede vera ed errore. Motahhari continua a considerare l'Islam la rivelazione definitiva e lo Sciismo Duodecimano la forma completa della guida islamica attraverso il riconoscimento degli Imam. La sua posizione non è quindi quella secondo cui tutte le religioni conducono indipendentemente e allo stesso modo a Dio. Potremmo definirla più precisamente un esclusivismo della verità accompagnato da un inclusivismo della misericordia e della responsabilità. La verità non diventa relativa, ma il giudizio sulle persone diventa infinitamente più complesso di una classificazione esteriore. È proprio qui che il confronto con lo Sciismo classico permette di comprendere meglio Motahhari. La tradizione più severa gli ricorda che la fede, il Profeta e l'Imamato non possono essere ridotti a elementi secondari della salvezza. Le categorie classiche del mustad'af e dell'ignoranza non colpevole gli offrono però gli strumenti per evitare la conclusione secondo cui ogni essere umano nato fuori dalla comunità corretta sarebbe necessariamente un ribelle contro Dio. Gli hadith che distinguono fra fede, negazione e condizioni intermedie impediscono di ridurre l'intera umanità a due blocchi sociologici perfettamente coincidenti con Paradiso e Inferno. Motahhari radicalizza questa intuizione affermando che soltanto Dio conosce veramente la misura della prova ricevuta da ciascuno. Una persona può credere di aver rifiutato l'Islam quando in realtà ha rifiutato soltanto una caricatura dell'Islam. Un'altra può dichiararsi musulmana senza aver mai permesso alla verità professata di trasformare il proprio carattere. Un non musulmano può essere intellettualmente lontano dalla dottrina vera e moralmente disponibile ad accoglierla se la riconoscesse. Un credente può invece possedere formule corrette e nello stesso tempo opporre interiormente resistenza alle conseguenze della verità. Nessun osservatore umano dispone della conoscenza necessaria per stabilire definitivamente la posizione ultraterrena di un individuo concreto. Per questo Motahhari rifiuta di pronunciarsi con certezza sul destino di personaggi storici particolari e insiste sul fatto che il giudizio finale appartiene a Dio. La differenza fra qasir e muqassir attraversa infatti l'interiorità e non può essere dedotta meccanicamente da un'etichetta religiosa. La sua concezione consente inoltre di comprendere in maniera più rigorosa la misericordia divina. La misericordia non significa che la verità sia irrilevante e la giustizia non significa che Dio punisca chi non ha avuto possibilità reali di conoscerla. Entrambe presuppongono che ogni persona venga giudicata nella sua situazione concreta. Il problema non è soltanto quale religione un essere umano abbia professato, ma quale verità abbia realmente incontrato, con quale chiarezza, attraverso quali mediazioni, in quali condizioni psicologiche e culturali, e quale risposta abbia dato alla luce che gli era effettivamente disponibile. Da questo punto di vista "La Giustizia divina" offre una delle riflessioni più significative dello Sciismo contemporaneo sul destino dei non musulmani proprio perché non risolve il problema eliminando uno dei suoi due poli. Motahhari non sacrifica l'unicità della verità per rendere più ampia la salvezza e non sacrifica la giustizia di Dio per difendere l'unicità della verità. Mantiene entrambe. Rispetto alla tradizione classica, la sua posizione è quindi contemporaneamente conservatrice e sviluppatrice. Conserva la centralità dell'Islam, del Profeta Muhammad, del Corano, dell'Imamato e della wilaya. Conserva la distinzione fra fede e incredulità. Conserva l'idea che il rifiuto deliberato della verità abbia conseguenze ultraterrene gravissime. Sviluppa però fino alle conseguenze più vaste il principio secondo cui una persona non può essere considerata colpevole di ciò che non ha realmente avuto la possibilità di riconoscere. Lo Sciismo tradizionale gli fornisce le categorie del mustad'af, della hujja e della responsabilità proporzionata alla capacità. La filosofia di Avicenna e soprattutto quella di Mulla Sadra gli permettono di pensare la sorte dell'anima in termini più profondi della semplice appartenenza sociale. Da questa convergenza nasce l'idea che la maggioranza dei non musulmani potrebbe non appartenere affatto alla categoria dei negatori ostinati. Non si tratta di una dichiarazione di salvezza universale. Motahhari continua ad ammettere perdizione, castigo e responsabilità. Afferma però che la categoria decisiva non è il non musulmano in quanto tale. È il rifiuto colpevole della verità. Questa differenza modifica radicalmente la prospettiva. Il confine ultimo fra salvezza e perdizione non coincide perfettamente con il confine visibile fra comunità religiose. Passa attraverso la coscienza, la libertà, la conoscenza, l'intenzione e le opere. L'Islam rimane per Motahhari la verità definitiva, ma Dio non giudica gli uomini come se tutti avessero ricevuto quella verità con la medesima chiarezza. Lo Sciismo rimane la piena dottrina dell'Imamato, ma chi non ha riconosciuto gli Imam senza propria colpa non viene automaticamente equiparato a chi li abbia deliberatamente respinti. Le opere buone non sostituiscono la verità religiosa, ma non diventano automaticamente nulla soltanto perché compiute fuori dalla comunità musulmana. Persino l'ateismo deve essere giudicato considerando che cosa la persona abbia realmente negato e quali possibilità di conoscenza abbia avuto. In ultima analisi Motahhari porta il problema al punto nel quale la teologia deve riconoscere il proprio limite. Possiamo definire la verità, discutere le condizioni della responsabilità, distinguere qusur e taqsir e descrivere le categorie generali indicate dal Corano e dalle tradizioni. Non possiamo però vedere interamente il cuore degli individui. Soltanto Dio conosce quale prova abbia realmente raggiunto una persona, quanto essa fosse comprensibile, quali ostacoli ne abbiano impedito il riconoscimento, quale fosse la sincerità della ricerca e quale sarebbe stata la risposta dell'individuo se la verità gli fosse apparsa senza deformazioni. Proprio per questo la dottrina della giustizia divina non autorizza una facile distribuzione umana di Paradiso e Inferno. Richiede invece di prendere sul serio contemporaneamente la verità della rivelazione e l'infinita precisione del giudizio divino. È in questo equilibrio che la posizione dell'Ayatollah Morteza Motahhari trova il proprio significato più profondo e anche la propria collocazione reale rispetto allo Sciismo classico. Non è il portavoce di un pluralismo che renda equivalenti tutte le religioni e non è nemmeno un semplice ripetitore delle formulazioni più restrittive della teologia antica. Riprende categorie profondamente radicate nel Corano, negli insegnamenti degli Imam e nella tradizione dottrinale sciita, le interpreta attraverso una filosofia della responsabilità morale e le estende alle condizioni dell'umanità moderna. Ne risulta una concezione nella quale l'appartenenza religiosa rimane importante, ma non sostituisce il giudizio di Dio, e nella quale il destino nell'aldilà dipende infine da una conoscenza perfetta dell'essere umano che nessuna istituzione, comunità o teologo può rivendicare per sé.

 

Roberto Minichini

sabato 12 settembre 2026

Ayatollah Behjat, il sapiente del silenzio - Roberto Minichini


Nel corso del Novecento sciita alcune delle personalità religiose più influenti non costruirono la propria autorità attraverso l’esposizione pubblica, ma attraverso una combinazione di studio, disciplina personale, preghiera e reputazione spirituale maturata lentamente fra studenti e fedeli. Questo modello apparteneva a una cultura religiosa nella quale il sapere non era considerato semplicemente un accumulo di informazioni, ma una responsabilità davanti a Dio e una trasformazione della condotta. L’Iran e l’Iraq attraversavano intanto mutamenti politici e sociali enormi, mentre le antiche scuole religiose di Karbala, Najaf e Qom continuavano a formare generazioni di giuristi e studiosi. In questo ambiente nacque e si formò Mohammad Taqi Behjat Fumani (1916–2009), destinato a diventare uno dei più rispettati sapienti sciiti del suo tempo e, per molti fedeli, un modello eccezionale di vita spirituale. La sua importanza non può essere compresa separando il giurista dall’asceta, il maestro dal credente e la conoscenza della legge religiosa dalla pratica interiore. Tutti questi aspetti appartenevano infatti alla medesima concezione della vita islamica. Behjat nacque il 24 agosto 1916 a Fuman, nel Gilan, regione settentrionale dell’Iran affacciata sul Mar Caspio. Crebbe in un ambiente religioso e intraprese molto presto gli studi tradizionali. Il suo percorso si sviluppò in anni nei quali l’Iran stava entrando nell’epoca della monarchia Pahlavi e conosceva profonde trasformazioni istituzionali, culturali e sociali. La sua formazione principale avvenne però fuori dall’Iran, nei grandi centri sciiti dell’Iraq. Ancora adolescente raggiunse Karbala, città santa per gli sciiti perché vi si trova il santuario dell’Imam Husayn (626–680), terzo Imam dello Sciismo duodecimano e nipote del Profeta Muhammad (570–632). Nel 680 l’Imam Husayn venne ucciso insieme a molti suoi familiari e compagni nella battaglia di Karbala, episodio che divenne uno dei centri spirituali e morali della memoria sciita. Per comprendere l’ambiente nel quale il giovane studente si formò bisogna quindi ricordare che Karbala non era soltanto una città di scuole religiose. Era anche uno spazio nel quale il sacrificio dell’Imam Husayn veniva continuamente ricordato come esempio di fedeltà a Dio, rifiuto dell’ingiustizia e testimonianza religiosa. Trascorsi alcuni anni a Karbala, Behjat si trasferì a Najaf, altro centro fondamentale dello Sciismo. Qui si trova il santuario dell’Imam Ali (600–661), primo Imam secondo la fede sciita e quarto califfo nella successione riconosciuta dalla tradizione sunnita. Najaf era allora uno dei maggiori centri mondiali della hawza, termine che indica l’insieme delle scuole e degli ambienti di formazione religiosa sciita nei quali vengono studiati il diritto islamico, la teologia, la lingua araba, la logica, la filosofia e altre discipline. Negli anni Trenta e Quaranta la città raccoglieva studiosi provenienti dall’Iran, dall’Iraq e da numerose altre regioni del mondo musulmano. Behjat vi approfondì soprattutto il fiqh, cioè la giurisprudenza islamica, e gli usul al-fiqh, i principi metodologici attraverso i quali il giurista interpreta le fonti e formula giudizi sulle norme religiose. La preparazione di un futuro giurista sciita richiedeva anni di studio rigoroso, confronto con differenti opinioni giuridiche, analisi delle tradizioni trasmesse dagli Imam e capacità di valutare argomentazioni spesso estremamente complesse. Questo aspetto è indispensabile per comprendere correttamente la sua figura. Behjat non fu un mistico che si collocò ai margini della tradizione giuridica, né un maestro spirituale che considerasse la legge religiosa una fase inferiore destinata a essere superata. Divenne un faqih, termine arabo che significa giurista esperto della legge islamica, e raggiunse il livello dell’ijtihad, cioè la capacità qualificata di ricavare giudizi giuridici dalle fonti della religione secondo i metodi riconosciuti dalla scuola sciita. Successivamente venne riconosciuto anche come marja al-taqlid, normalmente abbreviato in marja, una delle massime autorità giuridiche dello Sciismo duodecimano. Il taqlid indica il riferimento pratico del fedele alle decisioni di un giurista qualificato nelle questioni della legge religiosa. Essere marja significa quindi assumere una responsabilità religiosa molto ampia nei confronti di coloro che scelgono di seguirne le decisioni giuridiche. Proprio durante il periodo trascorso a Najaf ebbe luogo uno degli incontri più importanti della sua formazione, quello con Sayyid Ali Qadi Tabatabai (1866–1947). Qadi fu giurista e maestro spirituale e viene ricordato come una delle grandi figure dell’educazione interiore sciita del Novecento. Il suo insegnamento esercitò una forte influenza su diversi studiosi iraniani e iracheni e insisteva sulla necessità di congiungere conoscenza religiosa, disciplina morale e lavoro sull’interiorità. In questo ambiente Behjat approfondì quella dimensione che viene spesso indicata con il termine irfan. La parola irfan significa conoscenza o gnosi e, nel linguaggio religioso islamico, può riferirsi alla conoscenza spirituale di Dio e al cammino attraverso il quale l’essere umano purifica la propria interiorità. Il termine può avere significati differenti secondo gli autori e le scuole e non deve essere automaticamente identificato con tutte le forme storiche del Sufismo. Nel caso di Behjat il centro non era la costruzione di un sistema teorico autonomo rispetto alla religione rivelata, ma la trasformazione dell’individuo attraverso l’obbedienza a Dio, la preghiera, il controllo delle passioni, la vigilanza morale e la fedeltà agli insegnamenti degli Ahl al-Bayt. Gli Ahl al-Bayt, espressione araba che significa Gente della Casa, occupano una posizione centrale nello Sciismo e comprendono in modo particolare la famiglia del Profeta Muhammad e gli Imam riconosciuti dalla tradizione sciita. Lo Sciismo duodecimano afferma che, dopo il Profeta Muhammad, la guida autentica della comunità appartiene a una successione di dodici Imam scelti da Dio, a partire dall’Imam Ali. L’Imam non viene quindi considerato soltanto un capo politico o un sapiente particolarmente autorevole. Possiede una funzione religiosa e spirituale unica come guida preservata da Dio nell’interpretazione autentica della rivelazione. Il concetto di wilaya indica questa relazione di autorità, guida e vicinanza spirituale collegata al Profeta Muhammad e agli Imam. Nella visione religiosa alla quale Behjat apparteneva, avvicinarsi a Dio non significava costruire una spiritualità individuale indipendente dagli Ahl al-Bayt, ma conformare progressivamente la propria vita agli insegnamenti trasmessi attraverso di loro. La disciplina spirituale appresa nell’ambiente di Najaf viene talvolta descritta mediante l’espressione sayr wa suluk, che significa letteralmente cammino e percorso e indica il viaggio interiore dell’essere umano verso una maggiore vicinanza a Dio. Questo cammino non autorizzava però l’abbandono delle prescrizioni religiose. Al contrario, Behjat apparteneva a una concezione nella quale la Sharia, cioè l’insieme della legge e delle prescrizioni religiose islamiche, costituiva la base indispensabile della vita spirituale. Non esisteva per lui un livello esoterico che permettesse a una persona considerata spiritualmente avanzata di trascurare la preghiera, le norme morali o i doveri religiosi. La prova dell’autenticità del cammino interiore doveva manifestarsi anche nella condotta concreta. Questo distingue nettamente la sua impostazione da quelle forme di spiritualismo nelle quali l’esperienza soggettiva finisce per diventare più importante della rivelazione e della disciplina religiosa. Concluso il lungo periodo trascorso in Iraq, Behjat ritornò in Iran e si stabilì infine a Qom. La città era diventata uno dei maggiori centri degli studi sciiti e avrebbe assunto un’importanza ancora maggiore nella seconda metà del Novecento. Qui continuò a studiare e successivamente insegnò fiqh e usul al-fiqh per molti decenni. La sua reputazione crebbe lentamente fra studenti e studiosi, ma il suo comportamento rimase caratterizzato da grande riservatezza. Non sembrava interessato a trasformare la propria posizione religiosa in una forma di notorietà pubblica alimentata da apparizioni continue, discorsi solenni o celebrazione personale. L’autorità doveva derivare dalla conoscenza e dalla vita, non dalla capacità di attirare continuamente l’attenzione. Questa riservatezza permette di comprendere il significato più profondo del silenzio associato alla sua figura. Non si trattava semplicemente di parlare poco per disposizione caratteriale. Nell’etica islamica il controllo della lingua costituisce una disciplina fondamentale, perché attraverso la parola l’essere umano può mentire, calunniare, ferire, vantarsi, umiliare, diffondere discordia o alimentare il proprio ego. Il silenzio diventa quindi virtuoso quando nasce dalla vigilanza e non dall’indifferenza. Per Behjat la riforma dell’essere umano cominciava da gesti apparentemente semplici e proprio per questo difficili da praticare con continuità. Conoscere un dovere e compierlo, riconoscere un peccato e abbandonarlo, custodire la preghiera, limitare le parole inutili e osservare attentamente le proprie intenzioni rappresentavano le fondamenta del cammino. Molti consigli attribuiti con buona attendibilità al suo insegnamento insistono infatti sull’importanza di agire secondo ciò che già si conosce. La ricerca ossessiva di nuovi segreti spirituali può diventare un modo raffinato per evitare l’obbedienza a verità elementari. Una persona può cercare formule particolari, maestri eccezionali e conoscenze nascoste mentre continua a trascurare obblighi religiosi evidenti. Nella prospettiva associata a Behjat questa contraddizione rende fragile l’intero percorso. La conoscenza autentica aumenta la responsabilità. Chi comprende qualcosa e non la traduce nella propria condotta non possiede ancora pienamente quella conoscenza nel senso spirituale del termine. Particolare importanza assumeva la salat, cioè la preghiera rituale obbligatoria compiuta quotidianamente dal musulmano. Nello Sciismo duodecimano essa rappresenta uno dei pilastri concreti della relazione con Dio. Compiere correttamente i gesti e pronunciare le formule prescritte è necessario, ma il perfezionamento della preghiera richiede anche presenza interiore e attenzione. La persona deve imparare progressivamente a comprendere davanti a chi si trova e che cosa sta dicendo. La distrazione non viene superata attraverso formule magiche, ma mediante esercizio, vigilanza e purificazione della vita quotidiana. Quanto più l’esistenza è dispersa fra desideri, parole inutili e comportamenti contrari alla religione, tanto più difficile diventa raccogliere il cuore nella preghiera. Anche il dhikr occupa un posto importante in questa prospettiva. Dhikr significa ricordo e indica il ricordo di Dio mediante invocazioni, formule religiose, recitazioni e attenzione interiore. Il suo valore non consiste tuttavia nella ripetizione meccanica di parole considerate sacre. Il ricordo dovrebbe progressivamente modificare la coscienza e impedire che l’essere umano viva come se Dio fosse assente dalla propria esistenza. Una persona può pronunciare migliaia di invocazioni e rimanere dominata dall’orgoglio, dall’invidia o dall’ingiustizia. Il problema spirituale non viene allora risolto aumentando semplicemente il numero delle formule. La pratica deve trasformare il carattere e la condotta. La relazione con il peccato è altrettanto importante. Nel linguaggio religioso sciita la purificazione non significa convincersi di essere spiritualmente superiori, ma diventare più consapevoli delle proprie mancanze. L’essere umano è particolarmente vulnerabile quando comincia a considerarsi arrivato. La reputazione di santità può perfino diventare una prova per chi la riceve, perché alimenta facilmente vanità e compiacimento. Da questo punto di vista la riservatezza di Behjat assume anche un significato pedagogico. Nascondere il proprio stato spirituale può essere più sicuro che trasformarlo in un’identità pubblica. Intorno alla sua persona si sviluppò comunque una vasta tradizione di racconti relativi a karamat e kashf. Karamat indica eventi straordinari o grazie attribuite agli amici di Dio, mentre kashf significa svelamento e viene utilizzato per indicare percezioni spirituali di realtà normalmente nascoste. Discepoli e fedeli raccontarono episodi nei quali Behjat avrebbe conosciuto circostanze non comunicate, compreso le condizioni interiori di altre persone o manifestato intuizioni considerate eccezionali. Tali narrazioni non possiedono tutte il medesimo livello di documentazione e devono essere distinte dai dati biografici verificabili. La tradizione islamica non impone di considerare automaticamente ogni racconto devozionale come un fatto storico certo. Inoltre il nucleo dell’insegnamento attribuito allo stesso Behjat rende secondaria la ricerca dello straordinario. Il credente che trascura i propri doveri mentre insegue miracoli e segreti rischia di perdere di vista la finalità della vita religiosa. Questa prudenza acquista particolare importanza quando si parla dell’Imam Mahdi, dodicesimo Imam dello Sciismo duodecimano. L’Imam Mahdi, nato secondo la tradizione sciita nell’869, viene considerato ancora vivente e custodito da Dio nell’occultazione. L’occultazione, in arabo ghayba, indica la condizione nella quale l’Imam non è normalmente accessibile alla comunità pur continuando a esistere come autentica guida divina. La Grande Occultazione viene fatta iniziare nel 941. La fede nell’Imam Mahdi occupava naturalmente un posto centrale anche nell’universo spirituale di Behjat, ma non dovrebbe essere ridotta alla curiosità per incontri segreti, predizioni o racconti straordinari. Per lo Sciismo l’attesa dell’Imam comporta innanzitutto responsabilità religiosa. L’espressione intizar significa attesa e viene utilizzata per indicare l’attesa del ritorno manifesto dell’Imam Mahdi. Questa attesa non dovrebbe essere passività. Significa prepararsi moralmente, custodire la fede e cercare di vivere secondo gli insegnamenti degli Ahl al-Bayt. Una persona che afferma di amare l’Imam ma continua consapevolmente a comportarsi in modo contrario ai suoi insegnamenti crea una contraddizione fra devozione dichiarata e vita concreta. Nella spiritualità associata a Behjat la vera preparazione all’Imam del Tempo comincia quindi dalla riforma di se stessi. Imam del Tempo è uno dei titoli con cui gli sciiti indicano l’Imam Mahdi come guida divina dell’epoca presente. Questa centralità dell’Imamato consente anche di capire perché la spiritualità di Behjat debba essere descritta come specificamente sciita e non semplicemente come una generica mistica islamica. Il rapporto con Dio passa attraverso la rivelazione portata dal Profeta Muhammad e attraverso la guida spirituale degli Imam della sua famiglia. L’amore e la fedeltà verso gli Ahl al-Bayt non rappresentano elementi ornamentali aggiunti a una mistica universale già completa in se stessa. Costituiscono parte della struttura stessa del cammino religioso. La conoscenza spirituale deve essere misurata sulla fedeltà al Corano, alla pratica del Profeta Muhammad e agli insegnamenti degli Imam. Anche l’idea di baraka può essere compresa in questo quadro. Baraka significa benedizione divina e indica un bene spirituale che Dio concede a persone, luoghi, tempi o azioni. I fedeli potevano cercare la presenza di Behjat o chiedergli preghiere proprio perché gli attribuivano una particolare vicinanza a Dio. Egli non veniva però concepito come fonte autonoma di potere spirituale. Nell’Islam ogni beneficio autentico proviene da Dio. Perfino quando una persona santa diventa strumento di una grazia, la sua efficacia rimane dipendente dalla volontà divina. Questa distinzione è fondamentale per evitare di trasformare la venerazione religiosa nell’attribuzione di un potere creatore indipendente a un essere umano. La fama di Behjat aumentò considerevolmente negli ultimi decenni della sua vita. Fotografie e testimonianze lo mostrano spesso circondato da studenti e fedeli, raccolto nella preghiera o in cammino fra gli ambienti religiosi di Qom. La sua figura minuta e il comportamento discreto contribuirono alla formazione di un’immagine pubblica molto diversa da quella del predicatore carismatico che cerca folle attraverso una presenza scenica dominante. Proprio l’assenza di teatralità divenne parte della sua autorità. Persone che percorrevano grandi distanze per incontrarlo potevano ricevere poche parole, ma quelle parole acquistavano valore perché venivano percepite come espressione di una vita interamente disciplinata dalla religione. Questo fenomeno deve tuttavia essere osservato senza trasformare ogni dettaglio della sua biografia in leggenda. La devozione produce naturalmente memoria religiosa, e la memoria religiosa seleziona episodi, li trasmette e spesso li interpreta secondo categorie spirituali. Distinguere fra storia e agiografia non significa mancare di rispetto a una figura religiosa. Permette invece di comprendere meglio sia la persona storica sia il modo in cui una comunità costruisce nel tempo l’immagine della santità. Nel caso di Behjat la sua grandezza non dipende dalla possibilità di dimostrare ogni episodio straordinario raccontato dopo la sua morte. La combinazione documentabile di studio, insegnamento, pratica religiosa e disciplina personale è già sufficiente a spiegare una parte considerevole della sua influenza. Morì il 17 maggio 2009 a Qom, dopo una vita che aveva attraversato quasi tutto il Novecento iraniano e una parte del nuovo secolo. Le sue esequie videro una partecipazione enorme e mostrarono quanto la sua reputazione si fosse estesa oltre i circoli specialistici della hawza. Dopo la morte continuarono a circolare raccolte di consigli, memorie dei discepoli, testimonianze e racconti spirituali. Il rischio inevitabile è quello di trasformare l’uomo concreto in una figura interamente costruita dalla venerazione. Per evitare questo risultato occorre ritornare continuamente agli elementi più sobri della sua eredità. La sua lezione fondamentale appare infatti molto meno spettacolare di quanto potrebbe desiderare chi cerca segreti esoterici. Pregare meglio, peccare meno, controllare la lingua, ricordare Dio, conoscere i propri obblighi, rispettare i diritti degli altri, mantenere il legame con gli Ahl al-Bayt e vivere nell’attesa responsabile dell’Imam Mahdi. Nessuno di questi principi promette risultati immediati o esperienze eccezionali. Richiedono invece perseveranza e capacità di osservare se stessi senza indulgenza. Proprio qui emerge uno dei tratti più rigorosi della sua spiritualità. L’irfan autentico, nella prospettiva che la sua vita rende visibile, non consiste nel raccogliere racconti meravigliosi su se stessi o sugli altri. Consiste nel diventare progressivamente meno dominati dall’ego e più obbedienti a Dio. La Sharia non è un involucro esterno destinato a essere abbandonato quando si raggiunge una conoscenza superiore. Rimane la forma concreta attraverso la quale la fedeltà religiosa viene verificata. La wilaya degli Ahl al-Bayt non è soltanto sentimento devozionale. Richiede il riconoscimento della loro guida e la conformità ai loro insegnamenti. L’attesa dell’Imam Mahdi non è curiosità apocalittica. Richiede preparazione morale. Proprio per questo il silenzio associato a Behjat conserva un significato particolare. Esso indica la possibilità di una religiosità che non ha continuamente bisogno di raccontarsi. L’uomo spirituale non deve necessariamente convincere gli altri di possedere uno stato particolare. Deve anzitutto rispondere davanti a Dio di ciò che conosce e di ciò che fa. In un mondo nel quale visibilità, reputazione e costruzione dell’immagine occupano uno spazio sempre maggiore, questa lezione appare perfino più radicale di molte dichiarazioni solenni. La vita religiosa può diventare profonda proprio quando diminuisce il bisogno di essere osservati. Il percorso iniziato a Fuman, proseguito a Karbala e Najaf e maturato a Qom mostra così una continuità precisa. Lo studio della religione, la disciplina dell’anima, la centralità della preghiera, la fedeltà agli Ahl al-Bayt, il riconoscimento dell’Imamato e l’attesa dell’Imam Mahdi non erano compartimenti separati. Formavano un’unica concezione dell’esistenza. La domanda decisiva non era quanto una persona sapesse parlare di spiritualità, ma quanto fosse realmente trasformata da ciò che affermava di conoscere. In questa prospettiva la grandezza di Ayatollah Behjat non risiede soltanto nella reputazione di sapiente o nelle numerose storie tramandate sul suo conto. Risiede soprattutto nella radicale semplicità di un principio sciita antico, conoscere Dio significa obbedirgli, amare gli Ahl al-Bayt significa seguirne la guida e attendere l’Imam significa prepararsi a essere degni della sua presenza.

 

Roberto Minichini

Roberto Minichini e René Guénon, due fratelli a Pechino