mercoledì 15 aprile 2026

La sciamana croata dai capelli neri - Racconto di Roberto Minichini


Nel febbraio del 2026 la Slavonia, in Croazia, era presa da quel freddo orientale che non si limita a colpire la pelle, ma entra nelle mani, si deposita nello spirito e resta lì come un pensiero ostinato. Oltre il villaggio il bosco si apriva in una distesa di querce antiche, tronchi scuri, rami nudi, terra dura sotto una crosta di gelo. Camminavo solo lungo un sentiero quasi cancellato, con il cappotto serrato fino al mento. Il cielo era immobile, lattiginoso, privo di profondità. Ogni tanto un corvo rompeva il silenzio con un richiamo breve e sgradevole, poi tutto tornava fermo. Non avevo una meta precisa. Mi muovevo con quella disposizione d’animo che conoscono i viaggiatori maturi, quando si esce per vedere se qualcosa, da qualche parte, desidera farsi trovare. La vidi presso una quercia annerita dal tempo, ferma come se il gelo non la riguardasse. Non dava l’impressione di una passante sorpresa dal caso. Sembrava piuttosto qualcuno arrivato in anticipo. Aveva trentasei anni, una bellezza nitida e composta, lineamenti chiari, occhi di un colore scuro intenso, capelli neri molto lunghi che scendevano oltre il cappotto altrettanto nero. Gli stivali portavano terra secca e fango vecchio, segno di abitudine ai sentieri. Mi salutò in croato con voce calma. Risposi nello stesso idioma e aggiunsi subito, sempre in croato, che venivo dall’Italia e passavo alcuni giorni nella regione per ragioni personali e per il gusto di rivedere luoghi legati alla mia storia familiare. Fu in quel momento che la sua espressione cambiò. Mi guardò con attenzione più vigile, quasi divertita, come chi scopre un dettaglio che altera la scena intera. Non sembrava sorpresa dal fatto che uno straniero parlasse la lingua. La colpiva il modo in cui la parlavo, o ciò che quel modo lasciava intuire. Disse che molti arrivano, pronunciano poche formule turistiche, chiedono una strada, ordinano un caffè, e credono di aver toccato un paese. Io, invece, parlavo con rispetto dei suoni, come qualcuno che ha passato tempo ad ascoltare prima di aprire bocca. C’era nel suo tono una forma di approvazione rara, quasi professionale. Poi, con semplicità assoluta, aggiunse di non essere mai uscita dalla Croazia in tutta la sua vita ma di conoscere molto bene otto lingue. Lo disse come altri direbbero di saper fare il pane o riconoscere il tempo dal vento. Nessuna vanità, nessun compiacimento. Un dato semplice, quasi secondario. Restai in silenzio. Il vento mosse in alto i rami con un suono secco. Lei continuò a osservare il mio volto, ma sembrava guardare dietro di esso. Formulò allora una diagnosi inattesa. Secondo lei io conoscevo tutte le lingue slave, o almeno ne inseguivo l’unità nascosta, e appartenevo a quella specie sempre più rara di uomini che studiano i popoli attraverso le parole invece che attraverso i pregiudizi, la politica o i mass media. Tentai una smentita modesta, ma lei fece un gesto lieve con la mano, come chi allontana una scusa inutile. Disse che chi ascolta una lingua come l’avevo ascoltata io, non si limita a studiarla. La frequenta in profondità. Sicuramente la lascia entrare nell’anima. La coltiva con amore per anni. Iniziò allora a parlarmi di fonetica, quasi farmi una lezione scolastica, come altri parlano di stelle, di consonanti liquide come correnti d’acqua, di antichi suffissi slavi conservati nei villaggi più remoti, di parole che migrano da un confine all’altro senza passaporto. Passava dal croato al tedesco, dal polacco all’ungherese, poi al francese, al portoghese, allo slovacco, al latino, con una naturalezza che rendeva superflua ogni dimostrazione. Non esibiva competenze teoriche, le incarnava in diretta. A suo modo lei era uno spettacolo. Fu dopo questo che dichiarò di essere un’indovina e una sciamana. Non lo presentò come titolo da esibire né come provocazione ridicola alla moda. Era una notizia collocata nello stesso ordine delle altre, accanto alle lingue conosciute e alla conoscenza misteriosa del bosco. In altri contesti avrei sorriso. Lì, tra il gelo, i corvi e quella calma precisa, la frase trovava una sua plausibilità disturbante. Aggiunse che gli uomini moderni credono di vivere soltanto nella parte visibile delle cose, mentre gran parte delle decisioni che li guidano viene presa in regioni interiori che ignorano. Disse che alcune persone leggono libri, altre leggono volti, altre ancora leggono il modo in cui uno cammina in mezzo agli alberi. Poi tacque, come se avesse già parlato troppo. Subito dopo, con una concretezza quasi comica per contrasto, osservò che una trattoria si trovava poco distante e mi chiese se avessi voglia di offrirle il pranzo. Accettai senza esitazione. Mi incuriosiva più di quanto volessi ammettere, e avvertivo in me quella docilità che talvolta nasce quando si incontra qualcuno che pare conoscere una parte di noi ancora senza nome. Camminammo insieme lungo un sentiero duro di ghiaccio e foglie nere. Lei avanzava con sicurezza assoluta, senza cercare appoggi, come se il bosco le appartenesse o la riconoscesse. Ogni tanto indicava una pianta secca, una traccia nel terreno, una piega del cielo, e ne pronunciava il nome in lingue diverse, commentando le sfumature di ciascuna. Diceva che ogni lingua illumina una faccia del mondo e ne oscura un’altra. Per questo chi ne conosce molte acquista sapere e perde innocenza. Io ascoltavo e, insieme, studiavo i suoi movimenti. Non vi era nulla di teatrale. La sua singolarità nasceva proprio dall’assenza di effetti. Giungemmo a una piccola trattoria di legno, quasi nascosta tra gli alberi. Dalle finestre appannate filtrava una luce gialla e quieta. Dentro c’erano odore di carne arrosto, vino rosso, zuppa calda e legna bruciata nella stufa. Alcuni uomini del posto alzarono lo sguardo e poi tornarono ai piatti, come se la conoscessero o avessero imparato a non fare domande. Sedemmo presso una finestra. Lei ordinò con decisione zuppa fumante, selvaggina stufata e pane nero. Io aggiunsi un’altra zuppa locale della casa. Quando arrivò la prima brocca, si tolse i guanti con lentezza e vidi mani forti, curate senza vanità, mani da donna capace di lavoro reale. Mi fissò a lungo, con quella calma che costringe l’altro a diventare sincero anche senza parlare. Disse che io credevo di aver incontrato lei per caso, mentre da quella mattina era lei ad aspettare me. Non specificò come mi conoscesse, né in base a quale segno avesse previsto il mio passaggio. Disse soltanto che alcuni uomini portano attorno a sé un campo di intenzioni irrisolte, percepibile a chi ha esercitato l’attenzione per molti anni, e lei è una maestra in questo campo. Secondo Iei io ne portavo uno particolarmente fitto. Aggiunse che viaggio, studio e solitudine mi avevano raffinato e indurito insieme, e che per sapere tutto questo lei non ha bisogno di tarocchi, oroscopi o libri, e che spesso gli uomini colti invecchiano in una stanza interiore dove nessuno entra più. Non seppi rispondere, e cercai di cambiare argomento, ma non funzionò. Lei mangiò con appetito sano, senza posa ascetica, bevve vino con misura, parlò di religioni ed amori perduti, di famiglie spezzate dalle guerre fatte da politici idioti, di biblioteche provinciali dove dormono manoscritti di poeti ignorati, di donne che imparano le lingue per fuggire dalla realtà provinciale, senza muoversi con il corpo. Ogni tanto taceva e guardava fuori il vetro appannato, dove il bosco appariva come un’ombra senza linee. Quando il pranzo finì, restammo ancora seduti. Sentivo che nulla di decisivo era stato detto e che pure qualcosa era già accaduto. Lei sorrise appena, come chi conosce il vantaggio del tempo, e concluse che certi incontri non servono a iniziare una storia né a chiuderla, ma a rivelare al viandante la forma esatta della sua fame di conoscenza. Poi prese il cappotto, si alzò, e mi fece cenno di seguirla di nuovo verso il bosco.


Roberto Minichini, aprile 2026

Roberto Minichini, critico della modernità e scettico verso il progresso, scrittore indipendente