
Nel XV secolo, Herat fu uno dei luoghi più raffinati del
mondo timuride, una città di corti, biblioteche, manoscritti, scuole religiose,
calligrafi, miniatori, funzionari, mistici e letterati. In quell’ambiente, dove
il persiano godeva di un prestigio immenso come lingua della poesia colta, una
voce turcica riuscì a dare al chagatai una dignità letteraria altissima.
Alisher Navoi, nato a Herat nel 1441 e morto nella stessa città nel 1501,
appartiene a questa stagione splendida della civiltà islamica orientale, ed è
ricordato come il massimo autore della letteratura chagatai, lingua turcica
raffinata, legata alla futura tradizione uzbeka e alla memoria culturale di
molti popoli dell’area. La sua importanza nasce da un gesto decisivo: mostrare
che una lingua turcica poteva sostenere la lirica amorosa, la meditazione
morale, il racconto epico, la dottrina spirituale, la satira, la biografia, la
riflessione politica e la più alta architettura poetica. In un mondo in cui il
persiano era lingua dominante della cultura elevata, Navoi scelse il chagatai
come strumento di creazione, di autorità e di identità. Questa scelta non fu
provincialismo, perché egli conosceva profondamente la tradizione persiana, la
amava, la studiava e scrisse anche in persiano con lo pseudonimo di Fani. La
sua originalità consiste nel fatto che volle portare il chagatai allo stesso
livello di nobiltà espressiva della poesia persiana. La sua opera “Muhakamat
al-Lughatayn”, cioè “Il confronto fra le due lingue”, composta alla fine della
vita, è il testo più chiaro di questa battaglia culturale. In essa Navoi
difende la ricchezza del turco chagatai, ne mostra le possibilità espressive,
ne rivendica la finezza e la forza, sostenendo che tale lingua poteva esprimere
sfumature, immagini e concetti con una precisione degna della grande
letteratura. Questa rivendicazione linguistica ha un valore enorme, perché una
lingua diventa civiltà quando trova autori capaci di darle forma, memoria,
prestigio e profondità. La sua produzione fu vasta e complessa. Tra le sue
opere più importanti vi è “Khazayin al-Ma’ani”, cioè “I tesori dei
significati”, raccolta monumentale di liriche ordinate secondo le diverse età
della vita. Questo titolo è già una dichiarazione poetica: il verso custodisce
significati, esperienze interiori, sapienza, dolore, disciplina e visione del
mondo. La sua “Khamsa”, cioè “Cinquina”, riprende il modello persiano dei
cinque grandi poemi narrativi, consacrato da Nizami, e lo ricrea in chagatai. I
cinque poemi sono “Hayrat al-Abrar”, “Lo stupore dei giusti”, “Farhad wa
Shirin”, “Farhad e Shirin”, “Layli wa Majnun”, “Leyli e Majnun”, “Sab’ai
Sayyar”, “I sette viandanti”, e “Saddi Iskandari”, “Il muro di Alessandro”. Con
questo ciclo Navoi dimostrò concretamente ciò che affermava in teoria: il
chagatai poteva reggere una costruzione poetica ampia, raffinata, morale,
amorosa, filosofica e narrativa. “Farhad wa Shirin” e “Layli wa Majnun”
appartengono alla grande tradizione delle storie d’amore orientali, dove il
desiderio terreno si intreccia con la prova interiore, la fedeltà, il dolore,
l’ascesi del sentimento e la tensione verso una bellezza superiore. “Saddi
Iskandari” inserisce la figura di Alessandro in una visione morale del potere,
del limite, della giustizia e della responsabilità del sovrano. “Hayrat
al-Abrar” mostra invece l’interesse di Navoi per la rettitudine, la formazione
dell’uomo, la pietà, la sapienza e l’ordine spirituale della vita. Un’altra
opera fondamentale è “Lisan al-Tayr”, “La lingua degli uccelli”, ispirata al
celebre poema persiano di Farid al-Din Attar, “Mantiq al-Tayr”, “Il verbo degli
uccelli”. Qui il tema mistico diventa centrale. Gli uccelli cercano il loro re,
il Simurgh, e il viaggio diventa immagine dell’itinerario dell’anima verso la
verità. Navoi riprende questa grande allegoria sufi e la trasporta nel suo
universo linguistico, spirituale e poetico. Il sufismo, cioè la via mistica
dell’Islam orientata alla purificazione del cuore e alla conoscenza interiore
di Dio, attraversa molte parti della sua opera. In Navoi l’amore umano può
diventare figura dell’amore divino, la bellezza può diventare segno di una
realtà superiore, il dolore può trasformarsi in disciplina dell’anima, la
nostalgia può indicare il distacco dell’uomo dalla sua origine spirituale.
Anche quando egli parla di amanti, corti, giardini, sovrani, mendicanti,
sapienti e folle, il suo orizzonte resta profondamente islamico. La poesia non
è semplice decorazione, perché partecipa alla formazione morale dell’uomo. La
parola poetica deve educare, raffinare, ammonire, elevare, consolare con
dignità e rendere visibile l’ordine nascosto dell’esistenza. Navoi fu anche
autore di testi biografici, critici e morali. “Majalis al-Nafa’is”, “Le
assemblee degli spiriti raffinati”, è una raccolta di profili di poeti e
letterati, preziosa per comprendere l’ambiente culturale del suo tempo. “Mizan
al-Awzan”, “La bilancia dei metri”, tratta questioni di metrica poetica e
mostra la sua competenza tecnica. “Nasayim al-Muhabbat”, “Le brezze
dell’amore”, raccoglie vite e memorie di santi e maestri spirituali,
confermando il suo interesse per la santità islamica e per la trasmissione
della sapienza interiore. “Mahbub al-Qulub”, “L’amato dei cuori”, opera tarda,
ha un carattere morale e sapienziale, con riflessioni sulla società, sui
caratteri umani, sui mestieri, sui governanti, sui dervisci, sui sapienti,
sugli ipocriti, sugli uomini sinceri e sulle vanità del mondo. In quest’opera
emerge una voce matura, severa, lucida, capace di osservare la vita sociale con
intelligenza morale e con una conoscenza profonda delle debolezze umane. Navoi
non fu soltanto cantore dell’amore e della bellezza, fu anche giudice della
condotta, osservatore delle gerarchie sociali, interprete dell’etica pubblica e
della responsabilità personale. La sua vita pubblica fu altrettanto
significativa. Visse vicino alla corte timuride e fu legato al sultano Husayn
Bayqara, sovrano di Herat e suo antico compagno di studi. Ricoprì incarichi
amministrativi, sostenne opere pie, favorì artisti e studiosi, partecipò alla
vita politica e culturale del suo ambiente. La figura del poeta, in quel mondo,
non coincideva con l’immagine moderna dell’autore isolato. Un letterato di alto
rango poteva essere consigliere, mecenate, funzionario, patrono di istituzioni
religiose e culturali, educatore morale della società. Navoi rappresenta
proprio questo modello: uomo di parola, uomo di corte, uomo di fede, uomo di
cultura e uomo di responsabilità pubblica. Il suo prestigio nasce anche da
questa unione fra scrittura e azione. La poesia, per lui, apparteneva alla vita
della comunità, al governo interiore dell’uomo e alla forma stessa della
civiltà. Per l’Uzbekistan moderno, Navoi è una figura fondativa. Qui occorre
però essere storicamente precisi. Egli nacque e morì a Herat, oggi in
Afghanistan, e apparteneva al mondo timuride del Khorasan, una vasta area
culturale persiano-islamica e turcica. La sua identità non coincide con i
confini degli Stati contemporanei. Eppure la lingua chagatai, la memoria
letteraria turcica e la successiva costruzione culturale uzbeka hanno fatto di
lui il padre della letteratura uzbeka. Questa appropriazione moderna non cancella
la complessità della sua figura, anzi la rende ancora più interessante. Navoi è
insieme autore di Herat, esponente del mondo timuride, maestro del chagatai,
erede della Persia letteraria, voce dell’Islam orientale e simbolo nazionale
uzbeko. Le grandi figure del passato spesso superano le frontiere moderne
proprio perché nascono in civiltà più vaste degli Stati attuali. La sua
immagine pubblica continua a vivere in statue, ritratti, monumenti,
francobolli, istituzioni, edizioni scolastiche e celebrazioni ufficiali.
Naturalmente non esiste una fotografia di Navoi, poiché egli visse nel XV
secolo. Per un articolo illustrato si possono usare ritratti tradizionali,
miniature, immagini di monumenti o rappresentazioni artistiche legate alla sua
memoria. Questa assenza di fotografia reale ha quasi un valore poetico. Il
volto storico è perduto, la figura spirituale e letteraria resta viva. Di lui
possediamo l’opera, il nome, la lingua, l’eredità, l’influenza e il prestigio. Scrivere
oggi di Alisher Navoi significa entrare in una civiltà dove la lingua era
destino, la poesia era autorità, la cultura era formazione dell’anima e l’Islam
forniva l’orizzonte morale della conoscenza. La sua grandezza consiste
nell’avere dato al chagatai una dignità altissima, trasformandolo in lingua di
amore, sapienza, mistica, racconto, critica sociale e memoria storica. Con
opere come “Muhakamat al-Lughatayn”, “Khazayin al-Ma’ani”, “Khamsa”, “Lisan
al-Tayr”, “Majalis al-Nafa’is” e “Mahbub al-Qulub”, Navoi costruì un edificio
letterario capace di attraversare i secoli. Per questo il suo nome appartiene
all’Uzbekistan, alla tradizione turcica, al mondo persiano-islamico e alla
poesia universale. La sua lezione resta attuale: una lingua diventa grande
quando un autore le consegna profondità, bellezza, disciplina e memoria.
Roberto Minichini