martedì 8 settembre 2026

Astrologia, destino e Provvidenza nella tradizione islamica sciita - Roberto Minichini

L’ordine del cosmo dipende in ogni istante dalla volontà e dalla potenza di Dio, e nessuna realtà creata possiede una sovranità assoluta sulle altre. Il Corano afferma nella sura "al-Naml", il ventisettesimo capitolo, al versetto 65, che nessuno nei cieli e sulla terra conosce l’invisibile eccetto Dio, ponendo un limite radicale alla pretesa umana di conoscere con certezza tutto ciò che deve ancora accadere. L’essere umano può riconoscere cause, ritmi, corrispondenze e possibilità, ma la conoscenza assoluta del "ghayb", termine arabo che indica l’invisibile e ciò che sfugge alla conoscenza ordinaria delle creature, appartiene propriamente al Creatore. Da questo principio nasce una concezione islamica sciita dell’astrologia che deve respingere tanto l’idea di astri dotati di potere indipendente quanto la pretesa dell’astrologo di conoscere infallibilmente avvenimenti particolari. Nel sermone 79 del "Nahj al-Balāgha", "La via dell’eloquenza", l’Imam ʿAlī ibn Abī Ṭālib, circa 600-661, cugino e genero del Profeta Muhammad e primo Imam secondo lo sciismo, condanna severamente l’astrologo che pretende di indicare l’ora nella quale un’azione produrrà sicuramente beneficio oppure danno. Il contesto è particolarmente significativo, perché l’Imam ʿAlī rifiuta il consiglio astrologico ricevuto prima della spedizione contro i kharigiti di Nahrawān e collega la pretesa di conoscere con certezza successo e disgrazia alla divinazione, riservando invece la conoscenza ultima dell’avvenire a Dio. Il "Nahj al-Balāgha" fu raccolto intorno all’anno 1009 da al-Sharīf al-Raḍī, 970-1015, poeta, letterato e importante studioso sciita di Baghdad, che riunì sermoni, lettere e sentenze attribuiti all’Imam ʿAlī. Lo stesso ammonimento non implica necessariamente che qualunque studio del cielo venga posto sullo stesso piano della divinazione, perché il testo ammette espressamente la conoscenza delle stelle utilizzata per orientarsi sulla terra e sul mare, mentre alcuni commentatori sciiti hanno distinto ulteriormente le indicazioni naturali e condizionate dalle pretese assolute dell’indovino. Tradizioni attribuite all’Imam Jaʿfar al-Ṣādiq, 702-765, sesto Imam e una delle massime autorità dottrinali dello sciismo, mostrano a loro volta un atteggiamento molto prudente verso la "scienza delle stelle", e per "hadith", termine arabo spesso usato in questo contesto, si intendono le testimonianze tramandate riguardanti parole, atti e insegnamenti del Profeta Muhammad e, nella raccolta sciita, anche degli Imam. In alcune raccolte compare persino una formulazione durissima attribuita all’Imam Jaʿfar al-Ṣādiq, nella quale l’astrologo viene accomunato al divinatore e al mago, prova evidente dell’esistenza di una corrente fortemente restrittiva all’interno della memoria religiosa sciita. Ma il quadro storico non è costituito soltanto da condanne, perché altre tradizioni attribuite agli Imam distinguono una conoscenza autentica delle corrispondenze celesti dalla conoscenza incompleta e spesso fallace posseduta dagli astrologi ordinari. Una tradizione attribuita all’Imam ʿAlī al-Riḍā, 765-818, ottavo Imam, presenta infatti la scienza delle stelle come fondata su un principio vero, ma sostiene che gli uomini non ne posseggono tutti gli elementi e finiscono per mescolare verità ed errore, posizione molto diversa dall’idea che ogni possibile relazione fra cielo ed eventi terrestri sia necessariamente falsa. Sayyid al-Murtaḍā, 965-1044, grande teologo, giurista e studioso sciita di Baghdad, rappresentò invece una linea molto severa, sostenendo l’incompatibilità con la fede delle pretese astrologiche quando esse vengono trasformate in giudizi certi sugli eventi e in un sistema capace di attribuire agli astri una reale determinazione delle vicende umane. Nel XIII secolo Sayyid Raḍī al-Dīn ʿAlī ibn Mūsā Ibn Ṭāwūs, 1193-1266, eminente studioso sciita, autore spirituale e possessore di una straordinaria biblioteca, assunse invece una posizione assai più articolata e costituisce probabilmente uno dei casi più interessanti per chi voglia comprendere la pluralità storica degli atteggiamenti sciiti verso questa disciplina. Il suo "Faraj al-mahmūm fī taʾrīkh ʿulamāʾ al-nujūm", che può essere reso come "Il sollievo dell’afflitto nella storia degli studiosi delle stelle", raccoglie una quantità eccezionale di notizie su astrologi, testi, tecniche e tradizioni, e dimostra che il suo autore non considerava sufficiente una condanna indiscriminata di tutto ciò che veniva chiamato astrologia. In quell’opera Sayyid Ibn Ṭāwūs riporta anche tradizioni secondo le quali lo studio delle stelle sarebbe permesso purché "non esca dal tawḥīd", dove "tawḥīd" significa affermazione dell’assoluta unicità di Dio e rifiuto di qualsiasi potere divino indipendente attribuito alle creature. La stessa storia sociale dello sciismo medievale rende impossibile descrivere il rapporto con l’astrologia attraverso una semplice contrapposizione fra religione e superstizione, perché astrologi, astronomi, teologi e funzionari potevano appartenere agli stessi ambienti intellettuali e talvolta persino alle stesse famiglie. La famiglia dei Nawbakhti, attiva soprattutto a Baghdad fra VIII e X secolo e divenuta una delle importanti famiglie sciite dell’età abbaside, comprendeva infatti tanto uomini legati all’astrologia quanto autorevoli intellettuali e teologi sciiti, anche se questa presenza storica non equivale naturalmente a un’approvazione giuridica universale della disciplina. Durante il periodo safavide, fra il 1501 e il 1722, quando lo sciismo dei Dodici Imam divenne religione dominante dell’Iran, l’astrologia continuò inoltre a essere praticata pubblicamente alla corte e l’astrologo reale costituiva una vera funzione dell’amministrazione palatina. Jalāl al-Dīn Munajjim Yazdī, morto nel 1618, fu per esempio astrologo ufficiale di Shah ʿAbbās I, che regnò dal 1588 al 1629, e fu nello stesso tempo cronista, accompagnando il sovrano e utilizzando anche competenze astrologiche nel contesto della vita politica di corte. Nel 1668 Shah Ṣafī II arrivò addirittura a farsi incoronare nuovamente con il nome di Shah Sulaymān dopo che gli astrologi di corte avevano giudicato infausto il momento della prima incoronazione del 1666, episodio che mostra quanto queste pratiche potessero essere integrate nella cultura politica di uno Stato ufficialmente sciita. Questi episodi non dimostrano che i giuristi approvassero tutto ciò che facevano gli astrologi di corte, ma dimostrano che storicamente il rapporto fra sciismo e astrologia fu assai più complesso di una semplice proibizione uniforme e ininterrotta. ʿAllāma Muḥammad Bāqir al-Majlisī, 1627-1699 o 1700, uno dei maggiori studiosi di "hadith" dell’Iran safavide e compilatore della monumentale enciclopedia "Biḥār al-Anwār", "Oceani di luci", dedicò specifiche sezioni alle stelle e agli astrologi, raccogliendo materiali molto diversi ma affermando con estrema nettezza che attribuire ai pianeti il governo autonomo del mondo o la creazione degli eventi è incompatibile con la fede in Dio. Nell’Ottocento Shaykh Murtaḍā al-Anṣārī, 1781-1864, uno dei più influenti giuristi sciiti dell’età moderna, esaminò estesamente la questione in "al-Makāsib", "I guadagni", grande trattato giuridico riguardante anche le professioni e le attività lecite o proibite. La sua analisi è particolarmente interessante perché condanna l’astrologia quando attribuisce agli astri un’efficacia indipendente o necessaria, ma distingue questa posizione dall’osservazione astronomica, dalle previsioni fondate su rapporti naturali e persino da giudizi congetturali che non pretendono infallibilità. In uno dei passaggi più significativi Shaykh al-Anṣārī ammette che si possa formulare un giudizio sulla base di una determinata configurazione celeste se si riconosce contemporaneamente che Dio può cancellare o confermare ciò che vuole, e quindi se il risultato non viene presentato come necessario, autonomo e immutabile. Questa distinzione si accorda con un principio fondamentale della dottrina sciita secondo cui le cause create possono possedere una loro realtà e una loro efficacia, ma non diventano mai concorrenti della volontà divina né fonti autonome di potere. Il "qaḍāʾ", termine arabo che indica il decreto divino, e il "qadar", che indica la misura, la determinazione e le condizioni secondo cui le cose vengono ordinate, non significano che ogni evento debba essere immaginato come il risultato meccanico di una catena astrale inevitabile. La formula attribuita agli Imam "amr bayn al-amrayn", che significa "una realtà fra le due realtà", esprime precisamente il rifiuto sia della costrizione assoluta dell’essere umano sia della sua completa indipendenza da Dio. Ancora più importante è il "badāʾ", termine arabo che nella teologia sciita indica il manifestarsi agli uomini di un corso degli eventi diverso da quello atteso, senza implicare naturalmente che Dio abbia acquisito una nuova conoscenza, e che permette di comprendere perché preghiera, elemosina, pentimento, opere buone e altre cause possano concorrere al mutamento di condizioni che apparivano orientate verso un certo risultato. Una previsione astrologica compatibile con questa concezione non dovrebbe quindi pretendere di descrivere fatti concreti irrevocabilmente fissati, ma indicare tendenze, possibilità, periodi favorevoli o difficili e configurazioni nelle quali alcuni sviluppi appaiono più probabili di altri. La tecnica rimane indispensabile, con dignità planetarie, case, signorie, aspetti, direzioni, rivoluzioni e transiti, ma non produce automaticamente un verdetto, perché il giudizio richiede esperienza, intuizione, discernimento e sintesi soggettiva, ed è proprio per questo che l’astrologia seria rimane in fin dei conti anche un’arte. Il suo valore pratico può consistere nell’aiutare a riconoscere la qualità di un periodo e ad agire con maggiore prudenza, senza dimenticare mai che solo Dio conosce integralmente il futuro e solo Dio decide il destino ultimo delle creature, mentre l’astrologo interpreta segni e tendenze con una conoscenza necessariamente limitata, condizionata e fallibile.

 

Roberto Minichini, settembre 2026

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