Nel XVII secolo la vita religiosa dell'Iran era attraversata da un confronto profondo sul rapporto fra rivelazione, ragione, esperienza interiore e autorità spirituale. Lo Stato safavide aveva fatto dello sciismo duodecimano, cioè della tradizione islamica fondata sulla guida dei dodici Imam dell'Ahl al-Bayt, pace su di loro, la forma ufficiale dell'Islam in Persia. Per lo sciismo questi Imam appartengono alla Famiglia del Profeta Muhammad, pace e benedizioni su di lui e sulla sua Famiglia, e costituiscono dopo di lui le guide divinamente designate per custodire, spiegare e trasmettere il significato autentico della rivelazione. Allo stesso tempo continuavano a operare correnti differenti, fra le quali il sufismo come via di disciplina e conoscenza spirituale, e la filosofia come ricerca razionale sulla natura di Dio, dell'essere, dell'anima e del mondo. Muhammad Tahir Qummi, data di nascita incerta, morto nel 1687, fu una delle figure più energiche della difesa imamita contro dottrine che riteneva incompatibili con l'insegnamento del Corano, del Profeta e degli Imam dell'Ahl al-Bayt. Per comprendere la sua posizione bisogna partire proprio da questo principio, perché per un pensatore sciita di questo orientamento la verità spirituale non poteva essere separata dalla walaya degli Imam, cioè dalla loro autorità religiosa, sapienziale e interiore. Qummi riteneva quindi che la conoscenza religiosa dovesse dipendere innanzitutto dal Corano, dalle parole del Profeta e dagli hadith trasmessi dagli Imam. La sua opposizione procedeva però su due fronti distinti, quello del sufismo e quello della filosofia. Il sufismo non coincide infatti con la filosofia, perché nasce principalmente come via di purificazione dell'anima, disciplina spirituale, ascesi, contemplazione e ricerca della vicinanza a Dio, mentre la filosofia costruisce attraverso il ragionamento sistemi destinati a spiegare l'essere, la causalità, l'anima e la struttura del cosmo. Molti filosofi musulmani non furono sufi, e molti sufi non furono filosofi sistematici. Qummi poteva quindi contestare un maestro sufi perché attribuiva eccessiva autorità al proprio disvelamento interiore e, con argomenti differenti, confutare un filosofo perché riteneva erronea la sua concezione metafisica di Dio e della creazione. Il suo orientamento viene spesso avvicinato all'Akhbarismo, corrente sciita che attribuiva un'importanza particolarmente forte agli hadith degli Imam dell'Ahl al-Bayt e diffidava dell'autonomia concessa alla speculazione razionale. Questo non significa che Qummi rifiutasse ogni uso della ragione, ma significa che non accettava che un sistema filosofico potesse diventare il criterio supremo attraverso il quale giudicare o reinterpretare gli insegnamenti trasmessi dagli Imam. Il confronto con Ibn Arabi (1165–1240) si colloca precisamente nel punto in cui esperienza mistica e costruzione metafisica iniziano a incontrarsi. Ibn Arabi era anzitutto un grande maestro sufi e un autore mistico, non semplicemente un filosofo nel senso classico del termine, ma le sue opere contenevano una visione estremamente elaborata di Dio, del cosmo, della santità e della conoscenza. Nei secoli successivi i suoi discepoli e interpreti svilupparono questa eredità nella cosiddetta scuola akbariana, così chiamata dal titolo al-Shaykh al-Akbar attribuito a Ibn Arabi. Le sue idee penetrarono quindi anche nella filosofia persiana e in ambienti sciiti, creando una situazione che per Qummi appariva particolarmente problematica. Il suo dissenso non nasceva infatti soltanto dal fatto che Ibn Arabi appartenesse alla tradizione sufi, ma dalla convinzione che una costruzione nata fuori dalla linea dottrinale degli Imam stesse progressivamente assumendo il ruolo di chiave universale per interpretare le realtà spirituali dell'Islam. Uno dei punti centrali della controversia riguardava la wahdat al-wujud, espressione generalmente tradotta come unità dell'essere. Con questa formula molti rappresentanti della tradizione akbariana intendevano affermare che soltanto Dio possiede l'essere in senso assoluto e che tutte le realtà create dipendono interamente da Lui. Qummi temeva tuttavia che alcune formulazioni di questa dottrina finissero per indebolire la distinzione fondamentale fra il Creatore e ciò che Egli crea. Dal punto di vista imamita che egli difendeva, Dio è assolutamente trascendente, non può essere identificato con le creature e non diventa una parte del mondo, mentre ogni realtà creata dipende da Lui senza essere per questo una modalità della Sua essenza. La questione riguardava quindi direttamente il tawhid, cioè l'unità e unicità di Dio, principio fondamentale non soltanto dello sciismo ma dell'intero Islam. I sostenitori dell'unità dell'essere ritenevano di esprimere la forma più radicale del monoteismo, mentre Qummi vedeva in alcune loro formulazioni il rischio di dissolvere la distanza ontologica fra Dio e la creazione. In "Hikmat al-arifin" ("La sapienza degli gnostici") egli affronta questioni di questo genere e dimostra che la sua polemica non era semplicemente una condanna religiosa del sufismo, ma anche una vera confutazione metafisica. La sua critica cercava di mostrare che il fatto che ogni essere dipenda totalmente da Dio non obbliga a considerare tutte le realtà come manifestazioni di una sola esistenza divina. Su questo piano il suo avversario non era il sufi in quanto praticante di una disciplina spirituale, ma il metafisico che trasformava determinate intuizioni mistiche in affermazioni universali sulla struttura dell'essere. La distinzione appare ancora più chiaramente nel caso di Mulla Sadra (circa 1571–1640), uno dei massimi filosofi sciiti dell'Iran safavide. Mulla Sadra non fu semplicemente un seguace di Ibn Arabi, perché il suo sistema incorporò anche la filosofia di Avicenna (980–1037), la filosofia illuminazionista di Shihab al-Din Suhrawardi (1154–1191), il patrimonio sciita e una propria originale elaborazione metafisica. L'influenza akbariana rimase tuttavia profonda, e proprio questa integrazione preoccupava Qummi. Ai suoi occhi il rischio consisteva nel fatto che concetti nati nella mistica sufi potessero diventare parti di una filosofia sistematica e venire poi presentati come la forma più alta della conoscenza religiosa sciita. Sul versante propriamente sufi il problema assumeva invece un carattere diverso e riguardava soprattutto l'autorità spirituale. La walaya occupa nello sciismo una posizione centrale, perché gli Imam dell'Ahl al-Bayt sono considerati i detentori della guida spirituale dopo il Profeta, e il dodicesimo Imam, Imam Muhammad al-Mahdi, pace su di lui, continua secondo la fede duodecimana a essere l'Imam vivente anche durante la sua occultazione. Le gerarchie sufi di santi, poli spirituali e maestri potevano quindi diventare problematiche quando sembravano attribuire ad altre figure funzioni che la dottrina imamita riserva alla linea degli Imam. Qummi non contestava necessariamente che esistessero uomini pii o spiritualmente elevati, ma rifiutava che un santo, uno shaykh o un maestro sufi potesse essere trasformato in un'autorità indipendente o concorrente rispetto all'Imam. Il problema diventava ancora più serio quando il maestro sufi rivendicava il kashf, cioè un disvelamento interiore attraverso il quale sosteneva di conoscere direttamente realtà invisibili. Qummi poteva ammettere che una persona avesse esperienze spirituali private, ma non accettava che tali esperienze costituissero da sole una fonte certa e universale di dottrina. Una visione, un'estasi o un'intuizione rimanevano per lui subordinate al Corano e agli insegnamenti autentici del Profeta e degli Imam. In altri termini, il mistico non diventava infallibile semplicemente perché affermava di aver visto una realtà spirituale. Questo punto è profondamente sciita, perché l'autorità spirituale suprema dopo il Profeta non deriva dall'intensità dell'esperienza personale, ma dalla walaya degli Imam dell'Ahl al-Bayt. In "Risala-yi sual va jawab" ("Trattato di domande e risposte") Qummi affronta diversi problemi nei quali metafisica, sufismo e autorità religiosa si incrociano, senza tuttavia confonderli. Anche il concetto di hikma, cioè sapienza, diventava terreno di disputa. Per numerosi filosofi la hikma poteva indicare una conoscenza razionale delle realtà superiori, mentre Qummi insisteva sul fatto che la sapienza religiosa autentica non poteva essere separata dalla guida degli Imam. La filosofia era quindi criticata quando pretendeva autonomia dalla rivelazione, mentre il sufismo era criticato quando pretendeva un'autorità spirituale indipendente dalla walaya imamita. Questa distinzione permette di comprendere perché la sua opposizione non fosse semplicemente ostilità verso la vita interiore. Qummi non affermava che l'Islam dovesse essere ridotto a norme esteriori, né che lo sciismo fosse privo di una dimensione esoterica. Al contrario, la sua posizione implicava che la vera conoscenza interiore dell'Islam fosse già custodita nell'insegnamento del Profeta e degli Imam dell'Ahl al-Bayt e non avesse bisogno di essere legittimata attraverso un sistema sufi esterno alla loro autorità. Nella polemica contro il sufismo egli si trovò anche in contrasto con altri studiosi sciiti che riconoscevano un valore maggiore ad alcune forme di spiritualità sufi. Muhammad Taqi Majlisi (1594–1659) rappresenta un caso particolarmente significativo, perché mostrò maggiore apertura verso determinate pratiche interiori che riteneva conciliabili con la fedeltà agli Imam. Questo dimostra che il mondo sciita safavide non era uniforme e che la fedeltà all'Ahl al-Bayt poteva accompagnarsi a valutazioni differenti del sufismo. Anche il rapporto con la filosofia era complesso, perché alcuni grandi filosofi sciiti consideravano possibile integrare ragione, rivelazione e conoscenza mistica, mentre Qummi giudicava questa sintesi molto più pericolosa. La sua posizione appartiene quindi a una corrente precisa della storia intellettuale sciita, non all'unica posizione mai esistita all'interno del duodecimanismo. Rimane però particolarmente significativa perché formula con grande nettezza una tesi destinata a riapparire molte volte nella storia sciita, l'idea che la profondità spirituale non richieda necessariamente l'adozione del sufismo e che la metafisica islamica non debba necessariamente passare attraverso Ibn Arabi. Lo sciismo possiede infatti una propria tradizione di conoscenza interiore fondata sul Corano, sul Profeta Muhammad, pace e benedizioni su di lui e sulla sua Famiglia, e sugli Imam dell'Ahl al-Bayt, pace su di loro. In questa prospettiva l'Imam non è semplicemente un santo fra altri santi, ma la guida divinamente designata e il custode della conoscenza autentica della religione. La grande questione posta da Qummi era dunque duplice, chi possiede l'autorità di guidare spiritualmente il credente, e con quali strumenti è possibile parlare correttamente di Dio e delle realtà invisibili. La sua risposta rimane inequivocabilmente imamita, la ragione può operare, l'esperienza spirituale può esistere e la ricerca interiore può avere valore, ma nessuna di queste realtà può sostituire o superare la guida del Profeta e degli Imam dell'Ahl al-Bayt.
Roberto Minichini, settembre 2026
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